AIRAGHI

Ma da dove gli viene / quest’amore per la vita, questa / disperata passione di essere nel mondo? // In fondo al cuore crede / che domani sarà meglio, / che qualcosa accadrà, di grandioso. // Il riposo arriva la sera. Respira la spenta / trepidazione della notte, / e si addormenta come un bambino: // come dopo aver detto una preghiera.». Uno stralcio di versi da Tarcisius, scritta rileggendo Le ceneri di Gramsci e Il pianto della scavatrice, poesia folgorante in Omaggi, nuova (singolare) raccolta di Alida Airaghi, edizioni Einaudi. I versi di tredici poeti (Gozzano, Saba, Ungaretti, Montale, Penna, Pavese, Caproni, Angeli, Luzi, Zanzotto, Pasolini, Giudici, Pagliarani) rivivono nei versi della poetessa veronese che «traendoli» dalle relative composizioni li ha «confusi» con i propri. Ciascun “omaggio”, scrive Jean-Jacques Marchand nella postfazione, presenta una prospettiva nuova della percezione dei sentimenti e dei ricordi dell’autrice. «Nella carne dei giorni», la Airaghi «sceglie l’eletta poesia», indaga «l’incredibile», destandoci ai bagliori dell’amore. E «tutto è vivo» anche nella sezione “Il viaggio”, «tardivo omaggio al passato», all’amata Zurigo.

“Ma un cuore vero trema di una strana / gioia di vivere anche nel dolore”. Con i suoi versi chiedo: di fronte al dolore del mondo la funzione “riparatrice” della poesia è sempre viva?

La poesia aiuta, di certo, a superare il dolore. Esattamente come la musica, un’amicizia, un amore, o qualsiasi altra esperienza vivificante, può riuscire a curare le ferite, ad alleviare i momenti di infelicità. Ciascuno di noi si aggrappa a una zattera per salvarsi nella burrasca. Per me è sempre stato difficile giustificare la sofferenza, soprattutto quella innocente, immeritata. E più quella degli altri che la mia, al punto che spesso non riesco nemmeno a guardare un tg per intero, e mi accontento di leggere i titoli di testa. In questo senso, la voce dei poeti mi è servita, già dall’adolescenza, come un rifugio, un porto sicuro cui approdare. Se abbia la stessa funzione riparatrice, consolatrice, ma anche di supporto e rafforzamento a livello collettivo, sociale e politico, non sono sicura di poterlo affermare. In passato abbiamo avuto una poesia civile capace di catalizzare entusiasmi e ribellioni, una sorta di collante comune: dalla metà del secolo scorso credo che questa funzione venga svolta con più verità e successo dalle canzoni. La poesia più che mai rimane un’arte di nicchia, con scarsa capacità di pungolo e traino nella società.

Qual è l’incarico (odierno) della poesia?

Terribile pensare, o anche solo sperare, che la poesia debba avere qualche incarico. Oggi, poi… Basta la sua gratuità, il suo non essere a servizio d’altro che della sua stessa parola, a renderla rivoluzionaria. Non asservirsi, e non servire, nel senso di non essere serva. Mi pare già moltissimo, in una società che utilizza tutto e tutti per affermare la sua inscalfibile potenza masticatoria e omogeneizzante. Il rifiuto di “servire” scardina.

La poesia, necessita più di ascoltare o di essere ascoltata?

Presumo che la poesia necessiti di silenzio, come la preghiera. Ma temo che questa mia convinzione derivi soprattutto da un mio tratto caratteriale. Nutro dei dubbi riguardo alla necessità e alla moda dei festival, delle letture ad alta voce, della spettacolarizzazione: mi sembra che il pubblico che assiste a queste manifestazioni sia interessato all’evento sociale, a conoscere il personaggio-autore, più che a fare risuonare dentro di sé l’eco della poesia. Tanto è vero che alla fine i libri di versi non si vendono, non li legge quasi nessuno. Anche il Vangelo lo leggono in pochi, persino tra i praticanti.

Per Brodskij la poesia è “straordinario acceleratore mentale”, per Airaghi?

Mah. Mi piace moltissimo fruire della poesia, quasi più che scriverla. Siccome però sono tardigrada, mentalmente e fisicamente, in genere un bel verso non mi accelera un bel niente! Semmai mi stordisce, mi immobilizza: quasi come una paralisi improvvisa. È una rivelazione.

È corretto dire, come scrisse Andrea Emo, che “la vera poesia è quella che dice assai più di quello che dice”?

Credo che Andrea Emo, di cui sono grande ammiratrice, avesse ragione. Una poesia non deve mai dire tutto, deve nascondere la sua intenzione più segreta: altrimenti diventa una pagina di diario, che è altra cosa. Spetta poi al lettore scoprire significati suppletivi, magari anche illusori, falsi, che il poeta nemmeno conosceva o celava addirittura a sé stesso. Ci sono poesie a cui io davo un determinato significato, e poi leggendo diverse interpretazioni critiche, mi accorgevo di essere completamente fuori strada. O magari si sbagliavano i critici, chi può dirlo? Una splendida composizione di Clemente Rebora, ad esempio, recita così: “Nell’ombra accesa / Spio il campanello / Che impercettibile spande / Un polline di suono – / E non aspetto nessuno”. Ho sempre pensato che Rebora alludesse al raccoglimento del fedele al momento dell’elevazione eucaristica, e che il trillo fosse quello del campanello che accompagna tale momento. Poi ho letto invece che l’attesa riguardava l’arrivo della donna amata. Forse? Chissà. Harold Bloom ha scritto che “L’arte di leggere una poesia inizia dalla comprensione dell’allusività”.

“La dolcezza è cosa rara. / Chiara e lieve se accarezza.”, ancora i suoi versi per chiedere: quando una poesia può dirsi compiuta?

Non so se riesco a rispondere in maniera appropriata a questa difficile domanda. Perché io ho tempi di incubazione lunghissimi, e poi scrivo di getto, in genere con poche correzioni. Anche per i poemetti più estesi degli “Omaggi” (Luzi, Caproni, Pasolini, Zanzotto, Pagliarani…) è stato così: preparazione meticolosa e stesura veloce, quasi in trance. Alla fine mi accontento se arrivo almeno parzialmente a raggiungere il risultato che mi ero prefissa; comunque il giudizio finale spetta al lettore, credo.

La forma quanto incide sull’essenzialità della parola poetica? Quest’ultima per preservare la propria efficacia comunicativa deve “esprimersi” usando il linguaggio del tempo in cui nasce e vive?

Non vorrei arrivare alla rigidità di Valéry, per cui in poesia il contenuto “è” la forma, ma non riesco ad apprezzare la casualità, l’esibito disordine, il pressapochismo e l’improvvisazione di molta poesia contemporanea. Non sono mai stata una fan nemmeno della beat generation. Temo che a volte l’eccesso di disinvoltura linguistica, un’esasperata trasgressività sintattica, l’incomprensibilità lessicale o il gioco fine a sé stesso cerchi di sopperire a una reale mancanza di ispirazione o di effettiva capacità costruttiva del verso. Non basta scrivere quello che passa per la testa andando a capo spesso, esagerando nei puntini di sospensione o negli spazi bianchi, involgarendo il messaggio con termini scurrili, per pensare di aver prodotto qualcosa di originale, disturbante, sovversivo, nuovo. Ogni poeta vive il suo tempo, scrive con la lingua del suo tempo; non c’è nessun bisogno di inventarsene una futuribile. Alla mia età purtroppo non so trovare arricchente il rap, il poetry slam, né la canzonetta di San Remo: mi sembra un livellamento pericoloso del gusto, una banalizzazione troppo facile e scontata. Dopo il Gruppo 63, di cui rimangono ormai solo stanchi e inefficaci epigoni, abbiamo imparato che il mondo (l’economia, la politica, il potere mediatico) non viene nemmeno lontanamente scalfito dall’insubordinazione letteraria.

Quale (e per quali ragioni) poeta e i relativi versi non dovremmo mai dimenticare?

Non dobbiamo dimenticare mai, proprio mai, nessun poeta che sia tale. Né i suoi versi. Ricordo spesso le parole di Montale al momento del conferimento del Nobel: “Ho scritto poesie, un prodotto assolutamente inutile, ma quasi mai nocivo e questo è uno dei suoi titoli di nobiltà”. Se la poesia non salva il mondo, tuttavia può aiutare a conservarlo, a dargli coraggio. Tutti i corollari che circondano oggi la scrittura poetica (editori, premi, classifiche, rivalità) sono inessenziali, una leggera foschia che l’appanna per breve tempo. E il poeta è un temerario che risveglia in noi qualcosa di assopito, di svogliato, di poco attento: gli dobbiamo gratitudine. Io sento una riconoscenza infinita verso i Maestri.

Pensando al suo “Omaggi” le chiedo: com’è nata l’esigenza (il “dettato”) di questo “libro profondamente autobiografico” dal “taglio” originalissimo?

La prima silloge degli “Omaggi” l’ho composta nel 1995, su invito di Eugenio De Signoribus che stava preparando un numero speciale di Hortus in onore di Giovanni Giudici. Io già dagli anni universitari provavo un’ammirazione sconfinata per La Bovary c’est moi, e in quel periodo stavo leggendo un libro che secondo me è tra i più grandi della letteratura novecentesca: La montagna incantata. Mi è venuto naturale fondere insieme gli amori sofferti e delusi della protagonista di Giudici e di Hans Castorp, e in tal modo è nato il primo dei miei “Omaggi”. In seguito ho scritto la lirica iniziale su Montale, e poi per anni più niente. Ho provato a inviare a Einaudi il dattiloscritto completo nel 2013, con l’aggiunta di un capitolo inedito che rielaborava i miei ricordi elvetici (ho vissuto e insegnato a Zurigo per molti anni, e le mie due figlie sono nate lì), e Mauro Bersani mi ha proposto di farlo uscire nel 2017. E così è stato. Vorrei aggiungere che non frequento il mondo letterario, e non ritengo sia necessario conoscere personalmente editori e scrittori per poter pubblicare. L’omaggio a mio marito Siro Angeli, e alla sua Approssimazioni all’arte poetica, mi è parso doveroso e giusto, sia perché penso che la sua figura intellettuale sia colpevolmente dimenticata, sia perché da quando gli scrissi a sedici anni avendolo trovato in un’antologia scolastica, fino alla sua morte, mi ha insegnato tantissimo, con l’esempio severo della sua moralità e del rispetto che si deve alla parola.

Riporterebbe tre poesie dal suo “Omaggi” per salutare i nostri lettori?

Ecco tre poesie tratte da “Omaggi” con cui desidero salutare e ringraziare chi mi legge o vorrà leggermi. Rivivono versi di Montale, Penna, Giudici.

 

Molti anni, e uno più duro sopra il lago
su cui s’illuminano aurore e attese.
Arrivasti improvviso, a diradare
la mia nebbia di sempre.

Imprimerli potessi, ridestarli
in uno schermo d’immagini
schiarite… E con te cancellare il vissuto
per niente, azzerarlo.

Con il cielo coperto, l’erba ormai alta
(la panchina azzoppata,
e cartacce e lattine). Ero sola
in un’ora di quasi pomeriggio
a tentare nel vuoto un pensiero di bene.
L’ amore era lontano o era in ogni cosa?

Dove sarai, mi chiedo, in quale tempo
e spazio fuggita, nascosta al mio bene
divenuto insopportabile? Partita senza dirmelo,
che era l’ultima volta e davvero, stavolta.
Se l’avessi saputo, avrei preparato un addio
come si deve, e non il saluto di sempre:
e ti avrei imparato a memoria, il vestito,
le scarpe, le parole taciute. Storia
della mia vita, non può essere che senza
preavviso, senza ripensamenti, tu sia finita.

 

© Riproduzione riservata                Grazia Calanna, L’estroVerso, 2 marzo 2018