AMBROSI

ROSANNA AMBROSI, GOMITOLI – HIBISCUS PRESS, ZURIGO 1991

Rosanna Ambrosi è arrivata a Zurigo dal nativo Veneto nel ’64, e da allora si è sempre occupata con competenza e dinamismo dei problemi dell’emigrazione, come insegnante e funzionaria sindacale. A tutt’oggi è membro eletto di due commissioni miste per i problemi degli stranieri nella città di Zurigo. Traduttrice e giornalista part-time (ricordiamo le sue collaborazioni ad Agorà nella rubrica «camera con vista»), per breve tempo ha tentato anche l’impervia via dell’editrice in proprio, coltivando sempre -al di là di tutte queste attività- l’ambizione e la passione per la scrittura. Con la poesia si era già cimentata una decina di anni fa, nel volumetto Diario discontinuo, in cui era pressante la materia esistenziale cui dare forma, ancora un po’ acerbo ma curioso di nuovi timbri risultava lo stile, febbrilmente franto in una ricerca non sempre coerente e rigorosa di suoni, e segni, e immagini a metà tra la post-avanguardia e un ungarettismo di maniera. Nel volume di versi che ha dato recentemente alle stampe (Gomitoli, Hibiscus Press), Rosanna Ambrosi è riuscita ad asciugare le più vistose sbavature di quella prima produzione, anche se talvolta persiste nel gusto per lo sperimentalismo più datato, con una consapevolezza che rasenta il masochismo: «Sì, lo so / spesso / scivolo nel banale // continuo a scivolare / in questo cunicolo / sdrucciolevole // chi verrà a ripescarmi / mettendomi manette ai polsi?».

I gomitoli del titolo sono composti da tanti fili (visioni, ricordi, emozioni), che indicano strade percorse e interrotte, rapporti intrecciati e strappati, matasse di vita da dipanare e ricomporre nella speranza di recuperare il bandolo iniziale, di cui servirsi per disegnare un arazzo armonioso: «riarrotolare / lentamente // (con pazienza) // i gomitoli interiori». Il più vivo tra questi «momenti di grazia poetici» mi pare quello rappresentato dall’ottava sezione di un breve poemetto senza titolo, che ha qualche cadenza montaliana: «finalmente / li trovammo / tutto un gruppo – una famiglia / non proprio porcini / ma parenti // bellissimi // li guardammo a lungo / con amore // decidemmo di lasciarli crescere / ancora un po’ // quando ripassammo / erano marci di pioggia».

Ma altri ancora si potrebbero citarne, di particolarmente felici, non tanto quelli in cui l’elegia è più spiegata e distesa, al punto da rasentare la retorica, quanto quelli più ironici e autoironici: «grande capacità / di fare / cose / alla rovescia / figli-lavoro-università»; «tre / quattro / cinque / (a volte sei-sette) / persone diverse / mi coabitano dentro // spesso / mi danno tutte fastidio».

Stilisticamente c’è da rilevare una propensione, non sempre formalmente giustificata, al pastiche linguistico, all’uso indifferenziato di francese, inglese, tedesco, lingue che certo contribuiscono a creare un’atmosfera di estraniamento e di sospensione del lettore, e che tuttavia non bastano da sole a fare poesia; un’evidente inclinazione all’uso-abuso degli avverbi, spesso tra parentesi, con l’esplicito proposito di riprodurre nei versi la prosaicità colloquiale di una poesia narrativa e “bassa”; la tendenza mediata ancora dal primo Ungaretti ad abolire qualsiasi segno di interpunzione, rime e metrica, in versi che si riducono per lo più ad un’unica parola e rifiutano quasi del tutto la coniugazione del verbo, come in questa poesia dell’ 80, una tra le migliori del libro: «al lume di una / candela / (una sola) // per / vedere meno // per lasciare / più spazio».

«Agorà» (Svizzera), 30 gennaio 1991