IL NATALE DI MARCO

IL NATALE DI MARCO 

Avevo già fatto una volta il giro dei giardini, tutt’intorno alle aiuole, lì dove quella mattina stessa ero stato con Marco, a spingerlo per quasi un’ora sull’altalena. Camminavo, sbattevo gli scarponi sulla neve ghiacciata, mi sfregavo le mani dentro e fuori le tasche del cappotto. Camminavo, ma la rabbia non mi sbolliva. Erano passate da un po’ le dieci e la vista mi si era ormai abituata al buio, riuscivo a distinguere le forme dei cespugli, l’ombra degli scivoli, le sagome delle panchine. Decisi di sedermi a fumare una sigaretta. Le punte delle dita erano così intorpidite che non riuscivo a liberare il pacchetto dal cellophane, e i fiammiferi mi si spegnevano subito. Finalmente aspirai la prima boccata, a fondo, con i pugni chiusi nelle tasche, le gambe dritte davanti a me, la schiena inarcata nel tentativo di tendere tutte le ossa, e i nervi.

Vidi uno che si avvicinava. Magro, alto, forse con la barba: ma io ero nel cerchio di luce pallida del lampione, lui era al buio. «Mi dai una sigaretta?» s’era fermato nella zona d’ombra, come se avesse paura. «Ci conosciamo?» gli chiesi di rimando io, sgarbato, un po’ perché ero già incavolato per i fatti miei, un po’ perché non sopporto gli estranei che mi danno del tu.    «Mi dai una sigaretta?» ripeté con la stessa intonazione di prima, strascicata e faticosa, come se non avesse sentito le mie parole. E si fece più avanti, potei vederlo in faccia.

Era una specie di maschera, bianco come uno straccio, livido anzi, con le labbra grigie, le occhiaie profonde. Scheletrico. Mi spaventai, diedi come un balzo. Si avvicinò di più. «Hai qualcosa da darmi?» Pensai dovesse essersi appena fatto, o, al contrario, fosse in crisi di astinenza. «Non ho niente – risposi in fretta – Ho lasciato il portafoglio a casa». Si buttò a sedere nello spazio che istintivamente gli avevo lasciato libero, ritraendomi, sulla panchina. Doveva aver mangiato della neve perché barba e baffi erano tutti bagnati e spruzzati di bianco. Lo guardavo ipnotizzato. Era spettrale, irreale. Portava delle scarpe leggere, da tennis, e dei jeans di velluto, un giaccone nero, un berretto di lana. «Mi dai una sigaretta?» gli tremavano le mani, e anche a me, quando gliene accesi una. «Non c’è gente, eh? Non c’è nessuno stasera. Cercavo i miei amici». «Lo sai che sera è?» gli chiesi, ma pareva non ascoltarmi. «Fra due ore è mezzanotte. È Natale». Alzò il mento dal bavero con un’aria stupita, o forse solo ottusa. «Sai cosa vuol dire Natale?» insistetti. «Per questo ci sono tante luci…» guardava oltre i platani, verso via Mario Pagano, dove le finestre dei palazzi erano quasi tutte illuminate. «La gente mangia. Beve. Fa il cenone di Natale». Cercavo di parlare chiaro e lentamente, mi pareva mezzo idiota e volevo fargli entrare nel cervello un concetto per volta.

Fumava con avidità e tremava tutto. «Ma i miei amici dovrebbero essere qua lo stesso» strizzava gli occhi provando a penetrare il buio, voleva vedere se sbucavano chissà da dove, quei suoi fantasmi di amici. «Forse non sono venuti perché è Natale» tentava di convincersi. «Festeggiano il Natale, i tuoi amici?» sembrava scemo, invece capì la mia ironia e fece una risatina sommessa. «Ma io non sono di qui. Che zona è, questa?» si era perso, poveraccio, imbottito di roba com’era, vagava da chissà quanto tempo. «Lì è via Mario Pagano, là dietro Piazza Buonarroti. Zona Fiera» spiegai. «Zona Fiera – ripeté – Non è San Siro?»  «No. È zona Fiera». Diede un calcio di tacco a un grumo di neve. «Ma qui non è San Siro? Dovevo andare a San Siro». «San Siro non è lontano, però sono sempre un tre quattro chilometri». Lo vidi che si scoraggiava, ricadeva indietro contro lo schienale. Allora cercai di consolarlo. «Ma forse stasera non troveresti nessuno neanche a San Siro. È Natale». «Hai qualcosa da darmi?»  «Me lo hai già chiesto. Ho lasciato il portafoglio a casa». «Balle» rispose, e fece un fischio involontario con le labbra. «No, guarda, è vero. Io abito lì di fronte. La terza finestra da sinistra, al quarto piano. È il mio salotto». Alzò gli occhi a seguire la mia mano. «Ho litigato con mia moglie, e allora sono sceso a prendere un po’ d’aria». «Hai litigato a Natale?» Pensai che era idiota del tutto, a fare domande così. «Be’? Ho litigato a Natale. Be’? – mi innervosiva – Lo sai come sono le donne, no?»

Chissà se lo sapeva, teneva gli occhi bassi e tremava. «Ce l’hai una donna?» «Avevo una ragazza ma adesso sta con un altro». Completamente indifferente a tutto, anche alle parole. «Avrai una madre, almeno… Le madri sono quasi peggio delle mogli. Attento qui attento là, non sporcare qui non sporcare là. E rompono, rompono…» Imprecai, stavo scaldandomi ancora. Lui rideva piano, tra sé, forse pensava a sua mamma. Allora gli raccontai tutta la storia, di quanto ci avevo messo a preparare il presepe per il bambino, quasi una settimana; e che mi ero fatto portare la paglia da un collega che abitava verso Crema, e aveva una cascina; e insomma tutto quanto. Lui mi ascoltava, e intanto col tacco smottava la neve a colpi secchi, con forza, scavava come un buco per terra, e mi diceva «Vai avanti», in continuazione. «Vai avanti…». «Il bambino è stato tutto il giorno con me, sai come fanno i bambini quando hanno il papà solo per loro. Ha sette anni. Eccitatissimo per i regali, per quanto non ci crede più… È un ragazzino sveglio. Comunque è venuto fuori un bel presepe, da far concorrenza a quello della chiesa…» «Vai avanti». «Ci avevamo messo lo specchio per lo stagno, con sopra le ochette, poi il cielo di carta stagnola, il muschio. Tutto, insomma, tutto. Pastori, pecore…»

Gli offrii un’altra sigaretta, restammo un po’ in silenzio. «Vai avanti» disse ancora. «Niente; lei, mia moglie, a raccomandarci, a interromperci continuamente. Secondo me perché è gelosa. È gelosa che io e il bambino andiamo così d’accordo. Mi sembra chiaro, no? Oggi doveva fare le ultime spese, perché loro si riducono sempre all’ultimo momento, le donne. Va be’ che lavora anche lei, comunque io mi sono tenuto il bambino con me per lasciarla libera. L’ho portato qui ai giardini, stamattina». Lui continuava con questo scatto della gamba sulla neve, forse un tic nervoso, ai drogati gli vengono come delle crisi, ho letto. «Insomma, lei doveva fare delle spese, e una sola cosa per noi: comprare il Gesù Bambino. Solo questo. Comprare il Gesù Bambino per il presepe. Perché noi abbiamo questa tradizione di comprarlo nuovo ogni anni, e poi alla Befana lo buttiamo via».

Espirai forte una nuvoletta di fumo, lui vicino a me fece lo stesso. Tremava di meno, ma muoveva sempre la gamba. Sotto la panchina aveva ammucchiato una montagnetta di neve gelata. «Be’, questa sera, dopo cena, con mia suocera, i regali pronti, il presepe perfetto, eccetera, le dico: “Dov’è il Gesù Bambino?”. Ci credi? Non lo trovava più. A giurarmi spergiurarmi che l’aveva comprato, però non è più riuscita a trovarlo. Il bambino si è messo a piangere. La suocera a dire che era colpa mia e via di seguito». Mi battei le mani sulle cosce. Lui trasalì. «Capacissima che non l’ha comprato apposta, per rovinarci la festa, perché è gelosa. E invece il Natale glielo rovino io, e sto qui fuori».

Lui stava fermo, immobile, sembrava in catalessi. «Mi spiace solo per il bambino, con tutto quello che abbiamo lavorato, è rimasto deluso. Piangeva, ha sette anni». D’un balzo s’accucciò a terra. Pensai gli fosse venuto un attacco: si era piegato in due e raccoglieva la neve con le mani nude. «Stai male?» chiesi. Ma lui zitto. Fece come una palla da rugby, oblunga, poi si mise a grattarla con queste dita intirizzite, che mi faceva ribrezzo. «Come si chiama il bambino?» disse. «Marco» risposi.  Mi guardò senza sorridere. «Anch’io mi chiamo Marco». E mi mise in mano quel pezzo di neve ghiacciata, scolpito con una testa, un tronco, due braccia e due gambe. «Per il Natale di Marco» disse piano. La sigaretta gli si era spenta in bocca. «Forse fino a mezzanotte dura, poi lo metti in frigo». Si alzò, lungo e magro com’era. «Non hai niente da darmi?» «No». «Per San Siro dove si va?» «Prendi la metro, dall’altra parte della strada». Si allontanò tremando.

 

In Fine dicembre, Le Onde, Chianciano Terme 2010, e in Inverni e primavere (e-book) 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LONDON

JACK LONDON, FINIS / LA FINE DELLA STORIA – ALTER EGO, VITERBO 2017 

Da qualche tempo, diverse case editrici minori stanno recuperando il repertorio di Jack London, sia estrapolando brani compiuti dai romanzi più famosi, sia pubblicando racconti sparsi o addirittura inediti. Si tratta di un’operazione intelligente, anche se non originalissima, tesa a offrire al pubblico testi che, persino dopo un secolo, mantengono non solo una loro freschezza e appetibilità, ma anche uno stile asciutto ed elegante, che accompagna sempre trame avvincenti, ambientate in mondi lontani nel tempo e nei luoghi. È il caso delle due novelle del 1916 pubblicate da Alterego con un’acuta prefazione di Donato di Stasi, Finis e La fine della storia, illustranti entrambe la conclusione di vicende personali complesse e dolorose.

Nella prima, Finis: una tragedia nel lontano nord-ovest, il protagonista è un uomo solitario, Morganson, divorato dalla fame e dallo scorbuto, che accampato nella distesa artica sulla riva dello Yukon, attende che gli passi accanto una slitta di cercatori d’oro da depredare, mentre l’inverno con i suoi sessanta gradi sotto zero gli va lentamente congelando piedi e mani: “Il suo volto aveva un’espressione assorta, avida. Le guance erano scarne e la pelle sembrava appena appena sufficiente per coprire gli zigomi. I suoi occhi, di un chiaro azzurro, erano torbidi. Vi era in essi un non so che, che indicava l’imminenza di qualcosa di terribile”. Bevendo tè di abete, nutrendosi di biscotti razionati, riesce a uccidere una cerva, ma il bottino gli viene sbranato da un branco di lupi. Deciso a barattare la sua morte con la vita di qualcun’altro, finalmente si imbatte in tre uomini in una slitta carica, trainata da una muta di cani. Spara alle persone, ma sottovaluta la reazione delle bestie. “Non aveva pensato che la morte fosse così facile. Era anche adirato di aver lottato e sofferto per tante settimane estenuanti. Era stato ingannato dal timore della morte. La morte non faceva male. Tutti i tormenti che aveva sopportato erano stati tormenti della vita. La vita aveva diffamato la morte”.

Nel secondo racconto, La fine della storia, un burbero chirurgo, Linday, rinomato per la sua eccezionale perizia nelle operazioni più complicate, viene quasi costretto a un intervento disperato teso a salvare la vita a un cacciatore, squarciato nel ventre da una pantera. Il ferito si trova a cento miglia di distanza dalla residenza del dottore, nel gelido Nord battuto dai venti, oltre fiumi ghiacciati e crepacci: dopo un percorso accidentato tra le montagne, e dopo aver perduto per una bufera i cani e le provviste, Linday arriva finalmente dal moribondo, trovandosi imprevedibilmente davanti Madge, la sua ex moglie, divenuta amante dell’avventuriero. Promette alla donna di salvare la vita all’uomo, solo nel caso lei acconsenta a tornare sotto il tetto coniugale. L’intervento chirurgico ha un esito positivo, ma alla fine l’eroico medico rinuncia alla ricompensa pattuita, esibendo così un’inaspettata sensibilità e nobiltà d’animo.

Maestro nella descrizione degli ambienti esterni, della vegetazione e del mondo animale, Jack London risulta incredibilmente sottile ed empatico anche nella sottolineatura dei sentimenti e degli atteggiamenti dei suoi personaggi, di qualsiasi indole, cultura e ceto sociale essi siano.

© Riproduzione riservata       https://www.sololibri.net/Finis-La-fine-della-storia-London.html         9 agosto 2018

 

PLUTARCO

PLUTARCO, L’ARTE DI ASCOLTARE – GARZANTI, MILANO 2018

 “Dicono che la natura ci abbia fornito un paio di orecchie, ma una lingua soltanto, per costringerci ad ascoltare di più e parlare di meno”. Così Plutarco (46-127 d.C.) al giovane Nicandro, in una epistola esortativa tratta dai Moralia, miscellanea di interventi vari, a carattere etico-filosofico. Il primo brano, dedicato a L’arte di ascoltare, parte da considerazioni generiche sull’importanza dell’udito, il più discreto e sottovalutato dei sensi: quello che più ci dispone all’attenzione e al rispetto verso gli altri, ma che necessita di essere educato, per filtrare con oculatezza le parole che lo raggiungono, spesso inutili, fuorvianti, dannose. Soprattutto i giovani devono concentrarsi sull’ascolto silenzioso e meditativo dell’insegnamento di interlocutori saggi, evitando la presunzione e la polemica a cui spesso l’impulsività li induce. “Nell’eloquio si annidano inganni tutte quelle volte che lo si applichi ai fatti in maniera abbondante e carezzevole, non scevro di una certa alterigia e affettazione”.

Fondamentale è un corretto allenamento all’oratoria e al dibattito, non inteso come un gareggiare nell’abilità espositiva, ma come capacità di arricchire il prossimo attraverso un’argomentazione ponderata ed essenziale, priva sia di adulazione e falsità, sia di provocazione aggressiva. Il giovane che partecipi a un dibattito, dovrebbe evitare di porre troppe domande, di chiedere precisazioni e o di intervenire con petulanza, ma disporsi a un ascolto educato, senza eccedere nell’assenso entusiastico o nella critica malevola. In che atteggiamento, quindi, è opportuno ascoltare? “Schiena dritta e postura composta, occhi rivolti a chi parla e atteggiamento vivamente interessato, viso che abbia un’espressione chiara, da cui non traspaiano soltanto supponenza o fastidio, ma anche pensieri e occupazioni di altra natura”.

Nel secondo intervento, L’arte di tacere, Plutarco mette in guardia dai fanfaroni, dai logorroici, che vanno evitati perché producono noia e perdita di tempo, sono futili, vanesi e irriflessivi. “Il silenzio è qualcosa di profondo e religioso, qualcosa di sobrio… Non c’è parola detta che abbia giovato quanto le molte taciute: c’è sempre modo, infatti, di dire ciò che si è taciuto, ma non di tacere ciò che si è detto e che ormai è già fuoriuscito e va diffondendosi”.

Sono numerosi gli esempi che Plutarco trae dalla storia romana e greca, o dalla vita di uomini celebri, per indicare quanto la chiacchiera e i pettegolezzi possano nuocere a livello personale e politico; altrettanto frequenti le citazioni e gli aforismi riportati, alcuni illuminanti e saggi, altri decisamente comici. Sul valore del silenzio si sono scritte molte pagine, dalla Sacre Scritture (Pr 10,19; Is 30, 15; Mt 12,36…) ai poeti contemporanei. Forse basta ricordare l’epigrafe che Salvator Rosa incise alla base del suo famoso autoritratto: “Aut tace, aut loquere meliora silentio”, lapidaria e ironica nella sua severa ammonizione.

© Riproduzione riservata         https://www.sololibri.net/L-arte-di-ascoltare-Plutarco.html        6 agosto 2018

SETTE ANNI

SETTE ANNI        

Sette anni! E nel mese in cui ha inizio l’estate. Il sette le era sempre piaciuto, da quando aveva cominciato a scrivere i numeri. Così diverso dagli altri, con una breve testa orizzontale, una gamba obliqua, e quel taglietto a metà che lo rendeva unico. Sette come i giorni dal lunedì alla domenica, sette come le note. E ancora non sapeva nulla della magia filosofica che l’avrebbe affascinata da grande: la perfezione secondo i Pitagorici, il simbolismo dell’Apocalisse, i misteri dell’ebraismo. Era solo molto contenta di compiere, quel giorno, sette anni. E già svegliandosi, la mattina (alle sette!) aveva intuito che la giornata sarebbe stata speciale, diversa anche dai pochi compleanni passati. Qualcosa, insomma, rimaneva sospesa nei suoi pensieri, nelle attese, nell’aria luccicante di fuori. Come una sorpresa inaspettata, rivelatrice, misteriosa. Tutto questo non le era chiaro come sarebbe invece diventato nel ricordo futuro: quando, cresciuta, avesse ripensato a quel giorno. Ma ogni cosa, comunque, assumeva una dimensione inconsueta, un significato particolare. L’abbraccio beneaugurante e affettuoso della mamma, la carezza frettolosa e impacciata del papà severo sui suoi capelli, le tirate ai lobi delle orecchie delle due sorelle: un po’ troppo incisive, a dire la verità, e divertite, nel gesto della minore.

Da subito, comunque, proprio da subito, tutto intorno a lei cominciò ad animarsi di una strana diversità. Perché, ad esempio, lavandosi le mani e la faccia, la saponetta bianca e profumata, scartata dall’involucro il giorno prima, continuava a scivolarle dalle dita, guizzando nel lavandino e sotto il getto d’acqua del rubinetto, e finendo addirittura sul pavimento, in uno slancio imprevedibile di oggetto che decisamente non volesse lasciarsi afferrare, tenere fermo? Perché, durante la colazione, i biscotti preferiti non si scioglievano immediatamente nel latte, come le altre mattine, e rimanevano a galleggiare, pacifici e troneggianti, sulla bianca superficie appena scalfita dalla loro presenza? O ancora perché il grembiulino azzurro che la mamma le porgeva da indossare affinché non si sporcasse nei giochi non voleva assolutamente sbrogliarsi nelle maniche, che si opponevano con testardaggine a lasciarsi penetrare dalle sue braccia? La bambina osservava con meraviglia, e rifletteva. Era lei insolita, quella mattina insolita del suo compleanno, o era inspiegabile il mondo minimo che le si muoveva intorno?

«E i regali?» chiese alla mamma, prima di correre sulla terrazza, a giocare con la sorella più piccola, mentre la grande rimaneva in casa, a leggere, ad ascoltare i suoi dischi: troppo grande per i loro divertimenti infantili. «Quelli a pranzo, con la torta!», e subito indaffarata a mettere ordine, a rifare i letti, a sparecchiare la tavola della colazione. Le sapeva tranquille, le sue bambine, sicura che mai potessero correre pericoli o patire qualche sofferenza pungente. Semmai, le dava qualche apprensione proprio lei, la bambina di mezzo, perché le sembrava sorridesse poco, stesse troppo sola a pensare, con un’immaginazione eccessivamente fervida. Immersa in chissà quali fantasticherie di chissà quali universi lontani. Ne aveva parlato anche con il medico di famiglia, che l’aveva rassicurata: «Crescerà, crescerà… Ne ha di tempo per svegliarsi, per rincorrere la vita di tutti!». Eppure la mamma temeva un po’ che alla sua età la secondogenita stesse per tanto tempo sulla stessa pagina dello stesso libro: a pensare che? a immaginare cosa? E perché turbarsi così per qualsiasi osservazione, velato rimprovero, improvviso alzarsi della voce, anche quando non era diretto a lei? Troppo sensibile, troppo emotiva! Le avevano dovuto addirittura cambiare scuola, mandarla in città, nell’ambiente ovattato di un istituto di suore, e raccomandarla, alla maestra, alla superiora… È che a volte inventava delle storie, vedeva cose che non esistevano, e ne parlava con eccitazione, provocando sorrisini di compatimento o divertiti in chi l’ascoltava, irritazione nel papà, timore nell’animo materno. Ma quella giornata sarebbe trascorsa serena, si augurava la mamma, tra candeline, battimani, visite di zii e cugini. Le due sorelline si spingevano a vicenda sull’imponente altalena di metallo, verniciata di verde smeraldo, che il papà aveva fatto costruire solida in fabbrica: lo stabilimento che si allargava a fianco del loro appartamento, offerto in dotazione al dirigente. Appartamento grande, con una stanza tutta per i giochi, e due terrazze contigue, da percorrere in monopattino o con gli schettini, separate da un cancelletto cigolante: una adornata di enormi vasi colorati di ortensie (ma potevano esistere fiori blu, quasi viola, così diversi nel colore dai fiori dei prati?), e l’altra pressoché proibita perché lì si stendevano le lenzuola, bianche, svolazzanti come le nuvole, gonfie come le vele nel mare. Ma magari, di nascosto, ci si poteva giocare se nessuno vedeva, se nessuno sgridava, e camuffarcisi come fantasmi.

La bambina che compiva quel giorno sette anni non vedeva l’ora che arrivasse il mezzogiorno, che suonasse intrepida la sirena che segnava la pausa agli operai. E allora il papà tornava, saliva le scale saltando i gradini a due a due, con la sua cartella nera sotto il braccio: perché anche a casa e nel tempo libero doveva controllare carte e conti. Eccoli dunque tutti e sei intorno alla tavola apparecchiata, in sei perché della famiglia faceva parte anche una fedele donna di servizio, che rimaneva con loro persino a dormire, e aiutava la mamma sempre, a pulire il pulito, a controllare l’ordine ordinato. «Auguri auguri!», e baci e carezze, la canzone intonata insieme, le pietanze preferite preparate proprio in onore alla festeggiata. Risotto giallo, cotoletta alla milanese, fragole con una spruzzata di panna, e la tanto desiderata torta di mele. Addirittura, per finire, un goccio di vino bianco frizzante. La bambina aveva le guance rosate, e tremava un po’ nello spegnere le candeline. Troppa attenzione a lei, troppi occhi e pensieri per lei. E all’improvviso le passò un’idea, un’ombra nella mente, come un’intuizione malinconica da persona adulta. «Finirà tutto: questo momento, la torta, il compleanno, i sette anni…».  Un attimo, e il sorriso che si spegne, e la mamma che si preoccupa e indaga: «Cos’hai? È successo qualcosa? Non ti senti bene?». «No, no», con la voce turbata, ma desiderosa di non preoccupare. «Mi è venuto da pensare che dopo i sette anni verranno gli otto, i dieci, e poi i venti. Io diventerò vecchia, e anche voi». Intuizione improvvisa e dolorosa di una sovrumana ingiustizia, di un beffardo destino comune a cose e persone, e quindi persino a lei. Perché, perché?

Intorno sorrisi consolatori, frasi canzonatorie: «Che sciocchezze, che discorsi! Apri i regali!», e quindi una nuova emozione e la prima grande sorpresa: un tubetto di maionese Kraft, tutto per lei sola, da succhiare senza essere sgridata, assolutamente suo da far durare nei giorni… Poi il regalo delle sorelle: occhiali da sole con lenti marrone scuro e una montatura di plastica rossa, in un astuccio di finta pelle rossa, con un bottone rosso nel mezzo. La gioia di provarli subito e di metterli sul naso, intuendo all’istante ogni cosa in un’ombra fresca che annullava i contorni: sentirsi grande come i grandi, come i genitori che i loro occhiali da sole li portavano sempre, d’estate, in vacanza, o camminando in città. E il regalo della Maria, un libro illustrato sulla vita in fattoria. Ormai aveva imparato che non tutti i libri iniziavano con la fatidica frase “C’era una volta”, dopo che con stupore e rabbia aveva scoperto in un volume intitolato Il piccolo lord che l’avvio poteva prendere spunto da qualsiasi altra affermazione; avendo cercato inutilmente se le pagine fossero state incollate male, se ne era lamentata seria e stizzita con la mamma, con la maestra. Adesso era grande, aveva sette anni, forse in futuro avrebbe studiato per diventare pittrice, o scrittrice di storie, o insegnante, o missionaria in Africa. Infine, due regali di mamma e papà, da scartare con emozione particolare: perché li sapeva meditati a lungo, pensati proprio per darle gioia. E infatti nel primo trovò una scatola di matite Caran D’Ache, quelle famose e costose, che se le imbevi in un po’ di saliva dipingono come gli acquerelli. Nell’altro un librone da colorare, con disegni iniziati da completare, altri da inventare del tutto, altri ancora già finiti, da ammirare e imitare. «Grazie grazie!». La bambina era confusa, non sapeva cosa dire e fare, se baciare tutti o se nascondersi da qualche parte.

«E non è finita qui! Oggi pomeriggio verranno le zie, i cugini, con altri regali. E mangeremo altre paste!». «Oggi pomeriggio?» ripose la bambina trasognata. «Non posso. Ho un impegno». Loro sorridevano: «Un impegno? Cos’hai da fare? Sei in vacanza! È il tuo compleanno!». La bambina sentiva di essere sul punto di fare una rivelazione, di dire qualcosa di cui era certa e ignara allo stesso tempo, qualcosa che lei sapeva che sarebbe successo, ma senza che nessuno gliel’ avesse predetto: «Viene a trovarmi una mia amica. Una mia compagna di scuola».  La mamma pensierosa e sorpresa la interrogava: «Come mai? L’hai invitata tu? E chi è?»  La bambina tentennava, incerta se spiegare a se stessa e a tutti, o lasciare perdere. «Non so chi è. Abita lontano da qui. Non so bene perché viene, non me lo ha detto. Però so che verrà». «Altre storie! Fantasie! Come fai a sapere una cosa che non esiste se non nella tua testa?» Papà sorrideva, più divertito che impressionato. La bambina rispose piano «Lo so», alzandosi dalla sedia e ripiegando il tovagliolo, e dentro di sé ripeteva «Vedrete, vedrete».

«Lei ha un’amica immaginaria!», la canzonava la sorella più piccola. «Parla sempre con la sua amica immaginaria!». Era vero, succede a molti piccoli, di inventare presenze ombra, sostegni rinfrancanti. Pochi anni prima, si era creata addirittura una nuova identità, un nuovo nome, e pretendeva di essere chiamata così, di non essere ciò che era. Ma adesso no, non era una stramberia, un’idea balzana, quella che le occupava la mente: era una certezza. Sarebbe venuta una sua amica, portata lì da un caso sconosciuto, da una misteriosa necessità, non per farle gli auguri, ma solo per esserci, e per suggerirle che nella mente di ognuno c’ è spazio per passato e futuro, speranze e sogni, invenzioni e previsioni. Per cui la bambina festeggiata si apprestò a un pomeriggio di attesa, seduta sul muretto davanti all’entrata della fabbrica, appoggiata con la schiena alla rete arrugginita che separava il lungo stradone asfaltato dal deposito delle biciclette e delle moto degli operai. Si era portata giù il libro da dipingere e la scatola dei colori, e tranquillamente colorava le case e gli alberi, i cieli e le sagome umane che riempivano quelle pagine. Ogni tanto lanciava uno sguardo allo stradone deserto, ma senza nessuna apprensione, certa che a un dato momento qualcosa sarebbe apparso, in lontananza, a rassicurarla, a salvare la sua attesa. «È arrivata?» si affacciava la mamma a guardarla dalla finestra in alto, e le faceva ciao con la mano. «Non ancora, non ancora», rispondeva la sorellina. «Ma lei aspetta. Aspetta e spera!».

Il sole si faceva più caldo, erano ormai le quattro. Quasi l’ora della merenda con i cugini. La sorella maggiore venne a sedersi vicino a lei. «Come si chiama questa tua amica che dovrebbe venire?» «Non lo so bene, ma credo sia l’Annalisa. Ma così, è una mia idea». «Un presentimento?» «Sì, un presentimento». «Te l’ha promesso? Di venire per il tuo compleanno?» «No, non lo sa nemmeno. Però io penso che verrà». Nessun altro intorno a lei ci credeva, e lei guardava la strada in fondo, senza nessuna curiosità, senza impazienza, senza esitazioni. Ed ecco che improvviso sbucò da sinistra un camioncino ballonzolante, grigio, grande come quello del fruttivendolo, ma senza nessuna merce a carico. Avanzava piano, come se chi guidava cercasse un indirizzo. Si accostò alla siepe, di fronte al palazzo più vicino alla fabbrica.

La bambina, alzandosi dal muretto, prese a camminare in direzione del veicolo. Con tranquillità, sicura di sé. Si aprì la portiera del conducente, e ne uscì un uomo corpulento, con i baffi neri e un cappello in testa. Si aprì anche la portiera del passeggero, e ne saltò fuori una ragazzina con un vestitino giallo a fiori. Alzò il braccio in un saluto allegro: «Ciao, ciao!». Era Annalisa. La bambina che compiva sette anni le si avvicinò piano. «Lo sapevo», le disse.

 

In Qualcosa del genere, Italic Pequod, Ancona 2018

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LONDON

JACK LONDON, LA PREROGATIVA DEL PRETE – ENSEMBLE, ROMA 2017

I due racconti che Ensemble riunisce in questo libriccino hanno entrambi il timbro della grande narrativa di Jack London, e ne ripercorrono i temi usuali: la lotta contro i rigori della natura, il mito dell’arricchimento, l’ostinazione testarda di alcuni personaggi, la miseria economica, l’invadenza dei rimorsi e dei sensi di colpa, la beffa di un destino crudele.

La prima novella, intitolata La prerogativa del prete, narra di una coppia maleassortita come ne esistono molte: un marito vanesio e infantile, egoista e untuoso, di nome Edwin Bentham, che aveva immeritatamente sposato una donna forte e generosa, Grazia, pronta a sacrificarsi per lui, pungolandone la scarsa ambizione affinché si facesse strada nella vita. A fine ottocento, i due sposi si erano uniti alla grande massa di cercatori d’oro del Klondike, lungo il fiume Yukon: lei lavorando pesantemente, lui pavoneggiandosi di fatiche e successi non suoi. Inaspettatamente, Grazia si invaghisce, ricambiata, di un altro uomo, e i due si propongono di fuggire, ricostruendosi un futuro insieme. Ma il missionario della zona, un gesuita pacato e severo, interviene proprio quando gli innamorati si incontrano da soli per la prima volta, ed esercitando le mansioni di guida spirituale, ricorda alla donna i suoi doveri di moglie, prospettandole anche le difficoltà cui sarebbe andata incontro in una futura vita da concubina, l’ostracismo della comunità, il dolore dei suoi genitori, la vergogna degli eventuali figli, il peccato di fronte a Dio. La donna, intimidita e perplessa, si lascia convincere dal religioso, e decide di tornare alla sua sacrificata esistenza di vittima accanto a Edwin. Sarà tuttavia il gesuita a confessare a un amico di sentirsi in colpa: “Sapevo che sarebbe stata infelice, eppure l’ho fatta tornare dal marito”.

Il secondo racconto, Le mille dozzine di uova, appare al lettore ancora più tipicamente londoniano del primo, sia nel ritratto magistralmente disegnato del protagonista, sia nel tragico rincorrersi di avvenimenti negativii verso la temuta ma prevedibile conclusione. “David Rasmunsen era un uomo d’azione e, come molti più grandi di lui, un uomo d’una sola idea”. L’idea ossessiva e pazzesca che si impadronisce di David è quella di arricchirsi vendendo mille dozzine di uova agli avventurieri che da tutto il mondo percorrono le distese gelate del Nord in cerca dell’oro. Si prepara minuziosamente all’affare, elencando i pro e i contro dell’operazione, le spese previste e quelle imponderabili, i guadagni economici, i pericoli del viaggio, la concorrenza di altri mercanti, l’ostilità del clima. Quindi decide di ipotecare la casa, di lasciare il suo impiego, di mandare la moglie da lontani parenti. Si rifornisce delle uova, acquista una barca, cerca dei portatori, e parte. Ma le difficoltà si presentano subito, con l’implacabilità del fato avverso. Laghi e fiumi ghiacciati, equipaggiamento perso in acqua, imbarcazione sfasciata. Il viaggio prosegue via terra, nella neve, con la merce issata su una slitta trainata da cani, e le dita congelate e poi amputate. Tuttavia David Rasmunsen non demorde, deciso a portare a termine il progetto su cui aveva investito ogni sua risorsa. Ma quando finalmente arriva alla meta prefissata, e gli viene proposto da alcuni commercianti l’acquisto di tutte le uova a un prezzo strepitoso, una sorpresa amarissima e inattesa – che mi pare giusto non rivelare – pone termine al suo sogno e alla sua vita.

© Riproduzione riservata             https://www.sololibri.net/La-prerogativa-del-prete-London.html        3 agosto 2018

 

TASIC

VADIMIR TASIĆ, IL MURO DI VETRO – ENSEMBLE, ROMA 2017

“Il ragazzo ha iniziato a parlare tardi. È timido, cauto; sa aspettare”. Con queste parole inizia l’unico romanzo di Vladimir Tasić pubblicato in Italia, Il muro di vetro, che vede come protagonista un undicenne, sulla cui lentezza, pazienza, malinconica riflessività l’autore insiste continuamente: a ribadire un evidente rifiuto o incapacità di crescere dell’adolescente, il suo proponimento di evitare un pericolo incombente, una nuova sofferenza (“Lui è un acrobata che si muove sopra il precipizio”).
Quale precipizio tenta di dribblare il giovane protagonista? Il disfacimento del suo nucleo familiare, ovviamente. Padre e madre del ragazzo si sono separati, non condividono più nessuna abitudine, nessuna parola. Lui è un matematico che ha abbandonato la carriera accademica per dedicarsi a lavori più remunerativi: videogiochi, programmi. Lei, telefonista per una catena alberghiera, fatica a pagare l’affitto del modesto appartamento che condivide col figlio: delusa, rancorosa, conduce un’esistenza rassegnata e solitaria, priva di distrazioni e consolazioni, senza progetti di riscatto futuro. Tra marito e moglie l’unico rapporto rimane “la solita cerimonia della consegna” del ragazzo, un weekend ogni due settimane e quattordici giorni di ferie l’anno, al deludente papà.
Vladimir Tasić (1965) è un saggista e narratore serbo che dal 1988 vive in Canada, dove insegna matematica all’Università di New Brunswick. Finora ha pubblicato varie raccolte di racconti, tre romanzi e numerosi saggi: è stato tradotto e premiato in diversi paesi. Pubblicato dalle edizioni romane di Ensemble, Il muro di vetro fa di una difficile e dolorosa vicenda familiare l’allegoria di una problematica situazione socio-politica, letta attraverso lo sguardo maturo-immaturo di un bambino, che poco capisce o vuole capire delle tragedie che si consumano intorno a lui.
Una delle quali è il rapporto con il paese d’origine dei genitori, quella Serbia di cui rifiuta anche lingua e usanze (“Il cibo è unto e la gente cerca di sopraffarsi urlando; fumano tutto il giorno”): un paese che sopravvive come un incubo nelle memorie e nei reticenti ricordi dei due sposi, emigrati dopo gli studi dal vecchio mondo slavo a un mondo nuovo, ricco, ipertecnologico, ma affettivamente gelido.
Il punto di vista del ragazzo viene, nel proseguo della narrazione, gradualmente sostituito da quello dell’autore, nella descrizione accorata e presumibilmente autobiografica delle vicende della coppia: dagli studi universitari a Belgrado, al fidanzamento e al matrimonio, agli attriti con le rispettive famiglie e alla crescente insofferenza per l’ambiente culturale circostante. Fino alla decisione di trasferirsi a Toronto per approfondire gli studi matematici del marito, al progressivo incrinarsi del rapporto coniugale, acuito forse dalla nascita del figlio: incomprensioni, litigi, violenze, ricatti, separazione. La crisi familiare si riflette nel rapporto con il paese ospitante, lo strisciante razzismo subito, i legami con l’emigrazione slava, il fastidio per le abitudini sociali, alimentari, culturali canadesi. Infine, la deriva, l’abbrutimento del padre, che cerca rifugio nell’alcol e nella pornografia; il costante rimpianto della madre per il proprio paese. Sullo sfondo, la guerra in Bosnia vissuta con il senso di colpa del transfuga scampato allo sfacelo, il gioco sordido dei servizi segreti, il terrorismo e le esecuzioni sommarie, il sospetto che si insinua nei rapporti amicali e professionali. L’irruzione della Storia internazionale nella cronaca minuta di un disagio familiare, rende ancora più drammatica il confronto tra il dolore privato e quello pubblico, nell’eterno gioco al massacro tra vittime e carnefici. Il muro di vetro suggerito dal titolo è quello che separa i tre protagonisti dal resto del mondo, imprigionandoli in un bossolo di egoismo e sofferenza, paura e nostalgia, ma restituendoli visibili a se stessi e agli altri nella descrizione implacabile di una scrittura sintetica e asciutta.

© Riproduzione riservata                   https://www.sololibri.net/Il-muro-di-vetro-Tasic.html       30 luglio 2018

 

CAMINOLI

FRANCESCA CAMINOLI, DIALOGO DEI RAGAZZI MORTI – JACA BOOK, MILANO 2018

Francesca Caminoli (Lecco 1948) è vissuta a Milano fino ai trentaquattro anni, lavorando come giornalista per il Corriere dell’Informazione, e partecipando attivamente alla vita cittadina, allora ricca di fermenti e di propositi di cambiamento. Trasferitasi in Toscana con il marito e i figli, ha continuato il suo impegno civile in favore delle situazioni di povertà, disagio culturale, oppressione politica. Nel 1999 pubblicò presso Jaca Book Il giorno di Najram, reportage sulla guerra in Serbia; a questo primo libro seguirono per la stessa casa editrice altri volumi, tutti incentrati su temi sociali. La sua opera più struggente è stata Viaggio in Requiem (2010), che racconta un percorso compiuto in Puglia sulle tracce del figlio Guido, pittore, suicida a 30 anni: un ritorno al privato più doloroso, ma sempre con l’intenzione esplicita di comunicare agli altri una vicenda personale che sapesse farsi insegnamento per tutti.

Da poco Francesca Caminoli ha firmato un romanzo, Dialogo dei ragazzi morti, che ha il sapore di una favola, di un’invenzione fantastica polifonica, animata da diversi personaggi, umani e celesti, e ambientata nei luoghi più disparati della terra, degli inferi e di un leggendario eliso. Si tratta ancora di un omaggio al figlio, una sorta di varie scene ad incastro, in cui l’autrice-mamma utilizza sette racconti scritti da Guido per introdurre altrettanti viaggi metaforici dell’anima.

Sei ragazzi e una ragazza, tutti indicati da un numero cardinale, dall’uno al sette, si ritrovano in un altrove idilliaco, sulle rive di un lago, immersi in un’atmosfera sospesa e rarefatta, ma asettica e monotona. Sono tutti amici, con storie di solidarietà e inquietudini simili, che nelle loro brevi esistenze si erano interessati alla musica e all’arte, nel tentativo di creare momenti di aggregazione comunitari, occupando edifici dismessi per ricavarne centri sociali. Nel giro di pochi anni, le loro vite mortali si erano concluse tragicamente, alcune per morte volontaria, altre per tragici incidenti. Questi ragazzi-fantasma decidono di uscire dal loro limbo sovrannaturale per portare la recuperata voglia di vita là dove è carente nell’universo: “Inventiamoci qualcosa…rompiamo gli schemi. Volevamo cambiare il mondo laggiù e non ci siamo riusciti. Proviamo a farla qui la nostra rivoluzione”. Gli squarci narrativi scritti da Guido (brevi, impressionistici, immaginosi) immettono in altrettanti viaggi verso differenti ambienti terrestri (deserti e vulcani, Parigi e Firenze, Sudamerica e India), a incontrare le persone più emarginate e disperate, vaganti tra miseria e trasgressione, droga e inquinamento, amore e violenza.

Qual è il messaggio di queste giovani ombre, la loro utopia di riscatto? Si tratta di sette persone che hanno vissuto con una “sensibilità dilatata… senza pelle”, assumendosi empaticamente l’angoscia del vivere altrui, quasi catalizzatori del male e del dolore di tutti.  Attraverso “percorsi indecifrabili”, dall’aldilà vogliono riscattare la sofferenza patita e inferta, facendo riscoprire la gioia a chi è rimasto nel mondo, e vaga confuso, rabbioso, senza meta. Nei loro viaggi si interrogano e interrogano vecchi, bambini, donne abitanti nelle latitudini e nelle condizioni più estreme, sui valori morali e sulle ingiustizie, sui desideri e sugli imperscrutabili disegni divini, nel generoso tentativo di convertire i viventi al bene a alla felicità. Ci riescono, alla fine della favola? Forse solo per un breve momento, in cui tutto viene illuminato da variopinti arcobaleni spruzzati con bombolette spray sui muri delle fabbriche, nelle metropolitane, sui marciapiedi di squallide periferie, che improvvisamente risplendono in un’atmosfera benevola e purificata.   

 © Riproduzione riservata    https://www.sololibri.net/Dialogo-dei-ragazzi-morti Caminoli.html    26 luglio 2018