LAMARQUE

VIVIAN LAMARQUE, LA GENTILÈSSA – STAMPA 2009, BRUNELLO (VA) 2019

La poesia dialettale milanese ha una lunga e celebrata tradizione letteraria, a partire già dal medioevo per arrivare ai giorni nostri. I poeti lombardi che hanno scritto versi in vernacolo si esprimevano preferibilmente in italiano nelle loro composizioni ufficiali, destinate a un pubblico di lettori più vasto (dal seicentesco Carlo Maria Maggi, a Giuseppe Parini, Alessandro Manzoni, Tommaso Grossi, Emilio De Marchi), forse in considerazione del fatto che la poesia dialettale si è sempre scontrata con il pregiudizio di utilizzare temi folkloristici, sentimentali, nostalgici o buffoneschi, prediligendo la descrizione di personaggi stereotipati, ridotti perlopiù a macchiette. Unica eccezione, il grande Carlo Porta (1775-1821), di cui recentemente Einaudi ha ripubblicato tutte le poesie, che ha composto esclusivamente in milanese, assurgendo a livelli di meritata fama nazionale. Nel ’900, due sono stati i poeti più importanti tra i “meneghini”, Delio Tessa (1886-1939) e Franco Loi (1930), la cui produzione si è riscattata dal bozzettismo, affrontando argomenti etici e di costume, di critica sociale e di affetti familiari, per lo più venati di un’inquietudine malinconica e assorta. Negli ultimi trent’anni, la poesia in dialetto ha conosciuto nel nostro paese una rinascita e uno specifico interesse anche da parte della critica più impegnata, che ha visto in essa una superiorità espressiva e un’originalità di contenuti in grado di opporsi all’omologazione culturale, contrapponendosi ideologicamente alle mode livellatrici e inautentiche del linguaggio ufficiale.

Vivian Lamarque, nata a Tesero (Trento) nel 1946, dall’età di nove mesi vive a Milano, dove ha lavorato come insegnante e traduttrice, autrice di testi per l’infanzia e collaboratrice di importanti testate giornalistiche, segnalandosi soprattutto in quanto poetessa tra le maggiori e le più originali del nostro paese. Nel 2009 ha pubblicato La gentilèssa, una raccolta di venti liriche dialettali, ora riproposta dalle edizioni Stampa 2009, con la prefazione di Maurizio Cucchi e un’interessante intervista rilasciata a Mary Barbara Tolusso. La sua scrittura in un milanese urbano, garbato (che magari ci riporta un po’ l’atmosfera e le ambientazioni di alcune canzoni di Gaber, di Jannacci, dei Gufi), ha le stesse tonalità sospese, leggere, delicatamente cantilenanti che troviamo in molte delle sue poesie in lingua:  «Milàn  brütta bèlla / lassem andà / ‘l me amur ‘l m’ama no / ‘l me amur  m’ama no», «adèss l’è grand / ‘l gh’à ‘lso de fa / i lusert de cercà / i bus de scavà / ‘l pustin de baià…».

Sono poesie che Vivian ha scritto molto tempo fa, tra il 1972 e il 1975, «in anni oscuri» in cui ha sofferto e fatto soffrire, come scrive in esergo. Allora il dialetto diventa la lingua che accoglie e accarezza, benché non sia quella nativa della poetessa, nata in Trentino e poi adottata da una coppia milanese: ma è comunque una lingua respirata nell’aria degli anni ’50, tra la gente in strada, nei negozi, nei cortili dei giochi. Come giustamente commenta Cucchi “è un ulteriore tentativo naturale di portarsi a una condizione primaria di innocenza”: lingua del sogno, della fiaba, della memoria e dell’innamoramento.

Le immagini che si rincorrono nelle pagine risultano commoventi nella loro discrezione, mai retoriche o abusate. Sia quando descrivono l’attesa di una lettera con un’intestazione affettuosa («la data / e sott la parola ‘cara’ / cara e ‘l me nom visin»), ma che non si apre temendo un addio, o l’emozione di una telefonata a cui per troppa gioia non si sa rispondere, o la richiesta al papà di poter fare un giro in bici («Sto ferma ferma / moeuvi no i gamb / mèti no i pé in di roeud / parli no / famm fa un gir in bicicletta / gh’oo ses an / pesi minga tant, papà»).

Il libro è omaggio alla virtù ormai tanto trascurata, quando non vilipesa, della gentilezza: nei rapporti con le persone, con gli animali, con la città, il cielo e le nuvole. Gentilezza che è anche comprensione, indulgenza, fine attenzione ai sentimenti altrui, e che fa sorridere il cuore, gli occhi e persino gli occchiali: «Come me pias a mi la gentilèssa / come me pias diventi matta / duu parulitt al moment giust / ‘n attenzion minimissima de nient / ‘l foo parè no ma diventi matta / me riden el coeur i ceucc / e financa i occiaj / come l’è bèlla la gentilèssa / come l’è gentil / la me fa tant ben ma tant / denter de mi / che diventi matta».

Vengono in mente, leggendo queste poesie esili e cortesi di Vivian Lamarque, due bei versi di un altro poeta gentile, Sandro Penna: «La tenerezza tenerezza è detta / se tenerezza cose nuove dètta».

 

© Riproduzione riservata           https://www.sololibri.net/La-gentilessa-Lamarque.html           20 maggio 2019

 

 

TODOROV

Tzvetan Todorov, L’identità europea – Garzanti, Milano 2019  

“Il continente europeo porta il nome di una giovane, Europa, di origine straniera, senza radici, un’immigrata involontaria: abita ai confini, lontano dal centro delle terre, su un’isola. Il pluralismo delle origini e l’apertura agli altri sono diventati l’emblema dell’Europa”.

Così Tzvetan Todorov, in un piccolo libro del 2009, L’identità europea, giustamente riproposto da Garzanti in quest’anno di elezioni. Todorov (Sofia 1939-Parigi 2017) è stato un critico letterario, un linguista e un saggista di fama internazionale, che nei primi anni della sua carriera ha contribuito a diffondere in Europa gli studi dei formalisti russi, basilari nell’influenzare la cultura strutturalista degli anni Sessanta. Trasferitosi a Parigi nel 1963, intorno agli anni ’80 prese le distanze dalla critica scientifica del testo per orientarsi verso interessi storici, antropologici, artistici ed etici, aprendosi al dialogo tra diverse culture e all’incontro con l’«altro». Per un trentennio esplorò eventi di cronaca e storia europea e americana, riflettendo su democrazia e totalitarismo, su civiltà e barbarie, sui destini del nostro continente di fronte al multiculturalismo e alle migrazioni.

Appunto di quest’ultimo problema si occupa nel testo in questione, indagando le motivazioni che hanno spinto nel dopoguerra alcune nazioni a fondare l’Unione Europea, e le prospettive con cui essa si propone oggi di rinsaldare i propri principi costituenti, potenziando la sua influenza nel mondo. Se è vero che la UE costituisce una realtà sul piano economico, giuridico e amministrativo, è altrettanto vero che non riesce ancora a giocare un ruolo di primo piano tra le grandi potenze, assediata com’è dai colossi americani, russi e cinesi e dalle aspirazioni sovraniste di alcuni stati membri.
Todorov suggerisce che potrebbe essere la cultura a dare un impulso supplementare al ruolo politico del nostro continente: culla della filosofia, della poesia, dell’arte e della musica già dall’antichità, patria di geni universali, cementata da un’uguale spiritualità e sensibilità religiosa, resa incredibilmente unica da capolavori architettonici e plastici, aperta a influenze di pensiero provenienti da realtà lontane nel tempo e nello spazio, crocevia di scambi commerciali.

L’associazione tra i vari paesi è stata resa possibile dalla loro disposizione geografica, con distanze facilmente superabili e un territorio frammentato da mari, monti e fiumi che preserva l’autonomia e l’autogestione, garantendo l’indipendenza dei singoli stati ed evitando qualsiasi tentazione di sopraffazione da parte dei più forti o l’instaurarsi di un potere antidemocratico, come già avevano intuito Hume, Montesquieu e Voltaire. Differenze sostanziali che rendono invece più difficoltosa l’aggregazione solidale tra i 28 paesi sono il grande numero di lingue parlate, la pluralità di costumi e tradizioni regionali, i diversi orientamenti politici, i caratteri stessi delle popolazioni e le loro particolari memorie storiche: ciò sembra rendere insostenibile l’idea di un canone culturale europeo comune.

Ma Todorov ritiene che proprio da questa pluralità di identità nazionali si possa raggiungere un’unità di intenti, qualora si riesca a gestire le specificità peculiari a ogni stato facendone uno stimolo alla competizione. Le nazioni europee sono “sufficientemente simili per dimensioni e potenza perché nessuna di esse possa sottomettere le altre”. Ciascuna nella sua indipendenza conserva libertà di giudizio e pensiero, mantenendo legami economici e politici, in un equilibrio di unità e pluralità che fa dell’Europa un caso unico tra i continenti. Così un tratto che potrebbe sembrare negativo, quale quello dell’eccessiva differenziazione tra i paesi membri, in realtà si trasforma “in qualità positiva assoluta, la differenza diventa identità e la pluralità unità”. L’identità europea si configura dunque nell’accettare le diversità tra gli aderenti, traendone il massimo profitto possibile.

Le spinte sovraniste attuali, nazionaliste sul piano istituzionale ma europeiste nella rivendicazione di radici storiche e religiose comuni, in realtà tendono a legittimare l’esclusione di chi, arrivando da zone povere e conflittuali della terra, preme ai confini, e chiede di essere accettato portando il proprio contributo di lavoro e di sapere. È quindi in un cosmopolitismo capace di integrare “le diverse maniere di vivere l’alterità culturale” che l’Unione Europea può riconoscere la sua identità come eredità del passato e prospettiva per il futuro.

 

© Riproduzione riservata              https://www.sololibri.net/L-identita-europea-Todorov.html                17 maggio 2019

 

VANNINI

MARCO VANNINI, MISTICA, PSICOLOGIA, TEOLOGIA – LE LETTERE, FIRENZE 2019

 “Non ci sono date oggi che menzogne”, scriveva Simone Weil. Questa sua lapidaria e sconfortata constatazione viene riportata come esergo nell’ultimo libro di Marco Vannini, in cui si contestano due false scienze della contemporaneità, la psicologia e la teologia, assurte a mito e/o verità rivelata nell’immaginario collettivo, nei media e nella pubblicistica culturale totalizzante (o totalitaria?).

Marco Vannini (San Piero a Sieve, 1948) è oggi considerato il più importante studioso italiano di mistica cristiana e di Meister Eckhart, di cui ha curato tutte le opere, latine e tedesche. Si è occupato e ha tradotto molti autori spirituali (Agostino, Giovanni Gerson, François de Fénelon, Margherita Porete, Giovanni Taulero, Anonimo Francofortese, Martin Lutero, Angelus Silesius), indagando la fenomenologia mistica dal punto di vista teoretico e storico anche in altre religioni: induismo, buddismo, ebraismo, islamismo. Del cristianesimo ha messo in rilievo il rapporto con la fede popolare e con la ragione, collaborando a inchieste condotte con autori dichiaratamente atei, come Corrado Augias e Massimo Polidoro. L’ottica originale e innovativa con cui ha guardato all’esperienza mistica ‒ svincolandola da tutte le dottrine e pratiche religiose, e facendone invece un metodo di conoscenza e di libertà spirituale ‒ ha suscitato dibattiti e contestazioni da parte dell’ortodossia cattolica, con cui lo studioso fiorentino non ha mai cessato di confrontarsi e di polemizzare, convinto che per essere fedeli al messaggio evangelico si debba andare oltre lo stesso cristianesimo e i suoi condizionamenti storico-ideologici (cfr. Oltre il cristianesimo, Bompiani 2013): dogmi, encicliche, celebrazioni, istituzioni, riti, miracoli.

In questo nuovo volume Vannini riprende i temi che gli sono propri: il richiamo al ruolo fondamentale dello spirito, la necessità di svuotarsi della propria egoità, la fede come allontanamento dalle opinioni comuni, la concezione di un Dio privo di attributi, pura luce. Rifiutando una Chiesa che privilegia un credo esteriore, sociale, politicizzato, e una fede consolatoria e superstiziosa, ribadisce con forza la convinzione che la verità possa essere raggiunta solo attraverso lo scavo nell’interiorità e il distacco da ciò che è molteplice, vano, perituro. Se la mistica va intesa come ricerca della libertà interiore ed esteriore, al di là di ogni suggestione culturale o morale, due filosofi ne sono stati profetici portavoce: Eraclito e Nietzsche, entrambi consapevoli che non è la minima vicenda umana dell’individuo a dover essere indagata e perseguita, né ciò che nella storia è relativo e contingente, ma che è necessario trascendere materia e tempo, contingenza e finitezza, per risvegliarsi allo spirito.

Proprio lo Spirito (“l’elemento essenziale dell’anima, il più elevato e, insieme, il più profondo”) è il grande trascurato, il grande esiliato dalla cultura moderna. Invece è da esso che si deve ripartire per trasformarsi ontologicamente, per “essere l’essere”, fatto di intelligenza e amore universale. Ciò che ci distrae dall’accogliere in noi l’eterno che siamo e l’eterno che è, sono le sirene dell’egomania, gli abbagli menzogneri del prestigio personale ed economico, l’adesione a modelli imposti mediaticamente. “Due sono oggi le fonti primarie della menzogna in cui siamo immersi: psicologia e teologia. La prima in quanto falsa scienza dell’anima; la seconda in quanto falsa scienza di Dio… Fonti primarie dell’alienazione contemporanea”.

Durissime e derisorie sono le parole con cui Vannini demolisce psicologia e psicanalisi, discipline ingannevoli che illudono le persone di poter potenziare il proprio mutevole io, che in realtà è solo un agglomerato di contenuti mentali ‒ labili e condizionati dall’esterno ‒, con il miraggio di un’affermazione sociale e di un’emancipazione da complessi fisici e caratteriali, e con l’esaltazione del corpo e della sessualità. Nel ridimensionare l’invenzione novecentesca di Freud, l’autore si rifà non solo agli insegnamenti dei mistici, ma anche al pensiero di filosofi classici e moderni (Platone, Plotino, Böhme, Spinoza, La Rochefoucauld, Hegel, Kierkegaard, Wittgenstein, Weil, Guénon), con la certezza che l’ipertrofia dell’ego non porta alcun appagamento, e anzi finisce per ingabbiare nelle pastoie della soggettività e della volontà auto-affermativa. Al contrario, è proprio nell’uscire dall’amor sui, nel distacco dalle passioni e dagli accidenti esteriori, che si può ambire alla pace interiore, alla liberazione da ogni dipendenza ambientale e culturale: “Il mio regno non è di questo mondo” (Gv18,26); “Distàccati da tutto” (Plotino); “Se vuoi udire in te la Parola eterna / Devi prima del tutto sottrarti all’udire” (Pellegrino Cherubico); “La cosa migliore per l’anima è stare in un libero nulla” (Eckhart); “Non ottiene l’uomo perfetta beatitudine, / Se prima l’unità non ha risucchiato l’alterità” (Silesius); “Chiunque entri dicendo ‘io sono il Tal dei tali’, lo percuoterò sul viso” (Rūmī).

Tra i condizionamenti più pericolosi, Marco Vannini segnala quelli suggeriti o addirittura prescritti dalle religioni ufficiali, dalla teologia, dalla psico-teologia contemporanea, che hanno cercato di impadronirsi di Dio per metterlo al servizio di una società, di una morale, di un singolo popolo, degradandolo così a idolo da utilizzare secondo i propri bisogni e fini. L’uso politico della religione, finalizzato al conseguimento e al mantenimento del potere, è evidente sia nell’ebraismo che nell’islamismo, nati entrambi da un’idea di conquista e dalla pretesa di essere gli unici depositari della verità.  Dopo aver creato artificiosamente leggende fondative “per porsi al riparo dalla ragione”,  queste dottrine hanno parlato con presuntuosa arroganza di Dio (che è inconoscibile) o addirittura a nome di Dio.

Anche il cristianesimo, che pure si manifesta in una dimensione più umana, con un Dio Padre che offre la vita del Figlio per la salvezza delle creature, mantiene in sé caratteri di affermatività dell’ego, di appropriazione e attaccamento: nella preghiera di esaudimento, nel desiderio di sopravvivenza ultraterrena, nel concetto di una divinità personale pronta all’ascolto e all’intervento, nella speranza di resurrezione come ripristino della corporeità, nel miracolismo come evento magico.  Se Gesù predicava il distacco dalla carne e dalla psiche e la rinuncia a sé stessi per nascere a una nuova vita, il cristianesimo odierno si è invece ridotto a filantropia, melenso sentimentalismo e generico moralismo, poiché privilegia l’aspetto sociale e temporale del messaggio evangelico, anziché il superamento della particolarità che, come insegna la mistica, libera lo Spirito in un assoluto luminoso e lieve, nell’eternità del tutto.

 

© Riproduzione riservata            «Il Pickwick», 14 maggio 2019

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

TESIO

ENRICA TESIO, FILASTORTA D’AMORE – GIUNTI, MILANO/FIRENZE 2019

Già autrice di due romanzi (La verità, vi spiego, sull’amore e Dodici ricordi e un segreto), blogger seguitissima, rubrichista su “La Repubblica”, la scrittrice piemontese Enrica Tesio pubblica per Giunti un volume di “rime lievi e prose fluide”, che con ironico understatement ha intitolato Filastorta d’amore.

Si tratta infatti di una trentina di componimenti, perlopiù a rima baciata o alternata, che sulla pagina si distendono nella misura dei versi (cantabilissimi endecasillabi, dodecasillabi, settenari) con gli a-capo di prammatica, oppure si mimetizzano in brani narrativi molto ritmati, e spesso ancora rimati, dall’andamento appunto di filastrocche, cantilene, ninne nanne, ritornelli: tutti insieme a comporre un divertente canzoniere amoroso, dedicato «alle donne e a tutti quelli che non ce la fanno, e poi invece sì, ma che fatica…».

Illustrato spiritosamente dai disegni di Giulia Richetta, il libro strizza l’occhio in particolare al pubblico femminile, che ovviamente si riconosce nella voce recitante di una donna non più giovane e non ancora matura, separata con due figli, stretta tra mille doveri e scadenze, tanti interessi e desideri, infinite stanchezze, e qualche rimpianto, qualche rancore, lacrime inconsolabili e scoppi improvvisi di allegria. Ci sono quindi i ricordi di amori passati, l’illusione di legami futuri, addii e voglie di vendetta, recriminazioni e perdoni, rifiuti espressi e patiti, telefonate interrotte e lettere cestinate, rituali del corteggiamento e del sesso: «Tu sguardo indecente, noi due buoni a niente, tu sei il mio mandante, io sono il movente, mi impugni dal collo e ogni bacio è uno sparo, guardo in faccia la fine, tu onesto, io baro», «Io sono la frase che rimane sospesa, / non gioco d’attacco, sono forte in difesa. / Sono quella ‘tranquillo, la risolvo da sola’, / e finisco a far fiocchi coi miei nodi alla gola. / Ma se pesti i miei sogni poi paghi il pedaggio // E adesso amami, avanti, se ne hai ancora il coraggio», «C’è il mio corpo sul letto. / Appoggia l’orecchio al mio petto, / lo senti questo cuore alveare? Ascolta il frastuono, si è rimesso a ronzare».

C’è poi l’impegno, gravoso e gratificante, di mamma: chioccia o sfinita, petulante o severa, delusa se i figli crescono diversi da lei, contrita con i vicini disturbati dal chiasso mattiniero o serale, ma sempre pronta a capire, a difendere, a giustificare: «Col mio corpo puoi farci un mantello, / il mio braccio come cintura / te lo slacci se il tempo è bello, / te lo stringi se hai un po’ paura», «C’era una mamma, una madre madrona, / la mano a saetta, la voce che tuona. / Più che un bambino voleva un soldato, / ma poi crebbe un hippie tutto arruffato», «Se sapessi, Vicino, che urlo potente l’amore che parla e nessuno lo sente… Ma sono una madre, io urlo ovvietà».

Donna moglie-madre-figlia-amante-professionista-casalinga, e soprattutto donna-donna: con le rughe meritate e conservate, i trucchi e le borsette, i lavori domestici e i pettegolezzi con le amiche, la solidarietà femminile e le rivendicazioni femministe: «Amiche mie belle, compagne di viaggio, quand’è che arriviamo? La meta è vicina, ti guardo le spalle, respira e cammina».

L’ironia talvolta si vela di inevitabile sarcasmo, la nostalgia di tristezza, ma la voglia di resistere emerge anche dalla leggerezza con cui viene affrontata la pagina, con il fastidio per la banalità e la volgarità propinata quotidianamente dall’esterno, e soprattutto con l’impegno verso il mondo, la sua bellezza da salvare, la sua pulizia da mantenere: «Rassetto le stanze di questa mia vita / per qualcosa di nuovo, dell’aria pulita. / E butto i rapporti scaduti e scadenti: / è l’ecologia, dei miei sentimenti».

 

© Riproduzione riservata        https://www.sololibri.net/Filastorta-d-amore-Tesio.html          14 maggio 2019

IN CORNICE

IN CORNICE

“Incorniciamo momenti” riflette. “Non visi, non parole”. Sono solo i momenti che pretendono la nostra memoria, anche se poi si confondono, sfumando i contorni del tempo in cui li abbiamo vissuti. Cos’era stato, e quando, il primo sguardo innamorato di Enrica? In che anno aveva mentito per difendersi, a che età si era scottata la lingua bevendo il caffè, in quale mare si era tuffata con gli amici di notte? Adesso cammina, aspetta un aprile, una nuova estate, un altro autunno. È appena mattina. Non sa esattamente dove andare, a chi accompagnarsi. Si guarda intorno come non avesse mai preso coscienza di quello in cui inciampa: con i piedi, con gli occhi. Una certa vaghezza lentamente le occupa l’anima, quasi si stesse allontanando da tutto, persino dai suoi confini di pelle. Ma vuole resistere, e in questa resistenza tenera e tenace, esistere. Arriva un autobus, il 94. Enrica sale, paga il biglietto, si siede nell’unico posto libero in fondo, che pare attendere proprio lei. Fronte appoggiata al finestrino, il fuori della strada le scorre davanti con la vivacità di svariati colori, movimenti, suoni. Lei non li possiede, non sono suoi. Non le appartiene il battito sprecato del mondo, la vita incosciente che brucia senza accorgersene.
Un ragazzo in motorino sfreccia tra le auto in colonna, sgusciando in spavalde gimcane a ostacoli per provocare con la propria insuperabile agilità imponenti fuoristrada, ridicole utilitarie, lussuose decapottabili. Si becca improperi da bocche inutilmente spalancate, occhiate furiose, stizziti ululati di clacson: sorridendo impavido solleva il braccio destro, alza il dito in un gesto di scherno. Al rosso prolungato di un semaforo, trionfa spudorata e chiassosa la pubblicità di un negozio di scarpe: Svendita eccezionale, annunciano cartelli cubitali, Saldi! Saldi! Saldi! Saldare, cosa significa? Enrica ripassa mentalmente sinonimi – unire, fondere, risarcire, cicatrizzare, liquidare… – per attutire il sobbalzo del cuore che resuscita un dolore sepolto. Davanti a un palazzone, sede probabile di qualche ufficio amministrativo, si è formato un capannello di persone già stanche prima di iniziare la giornata: si troveranno di fronte impiegati irritabili, moduli incomprensibili da compilare, litigi per la precedenza nella fila. In vacillante equilibrio presso la porta posteriore dell’autobus si spintonano quattro o cinque donne, ansiose di precipitarsi all’esterno per unirsi al pubblico dei questuanti. Tra loro, una ragazza con gli auricolari canticchia una canzone famosa, a voce bassa, ma ben udibile da chi le è vicino: «Yesterday, all my troubles seemed so far away». A Enrica sembra un presagio, un’indicazione inviatale dal destino, e le viene da proseguire sulle stesse note con le parole successive: «Now I need a place to hide away…». Lei sa dove conduce il 94, lontano dai rumori della città, verso una periferia campestre: lo sanno i pochi passeggeri che sono rimasti seduti, sparsi nella vettura: taciti, immobili nei loro pensieri, in attesa. Sa cosa si nasconde in fondo allo stradone sterrato, che dall’ultima fermata si allunga tra prati incolti, pozzanghere, muri di case abbattute. I suoi pochi compagni di viaggio si dirigono lì. Scende con loro. Ma quando svoltano verso l’abbazia, non li segue. Vanno a pregare, a chiedere conforto, a ringraziare per il dono di un miracolo insperato. Sarebbe ipocrita e vile, adesso, domandare aiuto a qualsiasi dio. Meglio convincersi di non valere nulla per nessuno, nemmeno per improbabili divinità, e accettare di essere inessenziali. L’aria intorno comincia a illuminarsi, a intiepidirsi. Enrica va, procede nei viottoli che si intrecciano, sassosi, tra folte barriere di verde scomposto. Cerca uno spiazzo d’erba, una radura ospitale tra i rovi. La trova. Si siede sull’erba ancora umida di rugiada notturna. Poi si sdraia, occhi al cielo striato di nuvole sottili, bianche. Silenzio e profumo di terra. Si farà sentinella di questo profumo e di questo silenzio. Lascerà che le crescano dentro, che la avvolgano fuori, rendendola invulnerabile. Via rancori, paure, malinconie. Attraverserà il mondo protetta da una pacificata solitudine. Grazia è dimenticarsi, aveva scritto qualcuno.

 

Dal romanzo In cornice. (Ultimo capitolo)

Ensemble Edizioni, Roma 2019

 

CVETAEVA

MARINA CVETAEVA, SETTE POEMI – EINAUDI, TORINO 2019

Introdotti da un accurato e appassionato saggio della curatrice Paola Ferretti, sono da poco usciti per Einaudi Sette Poemi di Marina Cvetaeva, che la poetessa compose durante i primi anni del suo esilio dalla Russia. La scelta di oltrepassare la misura ristretta della lirica breve, fu determinata dall’esigenza di arricchire la materia del suo canto attraverso l’esplorazione temporale del passato (con apporti di temi folkloristici e fiabeschi), del presente (traendo spunto dalla cronaca caotica, febbrile e violenta di quegli anni), e di un futuro proiettato in una visione più utopica e spirituale. Il filo collante che aggrega i vari motivi presenti nelle sette composizioni è comunque quello della ossessione amorosa, talvolta più pensata che vissuta, più desiderata che osata, come nel rapporto intenso con Boris Pasternak e Rainer Maria Rilke, o con altri giovani letterati, entusiasticamente idealizzati. Sullo sfondo di questo sentimento dominante risalta la presenza fisica degli ambienti, quelli naturali (la montagna, il mare, l’aria, il cosmo) e quelli urbani e domestici (le scale, le stanze).

«Con dirupi e tornanti si avventava / di sotto ai piedi, la Montagna. // Con fiere grinfie di titano / ‒ con le conifere, gli arbusti ‒ / l’orlo arpionava, la Montagna», «Coralli di granchi, leggi: gusci. / Gioca il mare, chi gioca – è grullo. // … Giochiamo, allora / a conchiglie», «Dalle imposte verrà l’indizio? / Stanza allestita a precipizio, / sul fondo grigio – bianco sporco, / stanza minuta, stanza brogliaccio», «Scaffale? Caso. Stampella? Caso. / Caso pure quello spauracchio / di poltrona. Sterpume e seccume ‒ / bosco d’ottobre bello e buono!».

Come si evince dai versi riportati, il tono di questi poemi è concitato, esaltato, oracolare e insieme frantumato in un respiro ansioso, sottolineato dai continui punti interrogativi ed esclamativi, quasi la poetessa cercasse in sé e in chi legge o ascolta conferme e risposte a domande lanciate nel vuoto, con la speranza di una realizzazione del desiderio o con l’angoscia di una sofferenza inutilmente repressa. Esponente di spicco del simbolismo russo, in un primo momento vicina all’energica oratoria di Majakovskij, poi rivolta a una riflessione più controllata ma sempre audacemente innovativa, Marina Cvetaeva utilizzò nei Poemi un linguaggio di grande forza espressiva, basato sull’uso della metafora, della ripetizione e della negazione, con un’originale e accorta attenzione agli effetti fonici e all’ordito sonoro dei versi, all’impiego di rime provocatoriamente facili e di costruzioni sintattiche disorientanti.

Nata a Mosca nel 1892, figlia di un filologo e di una musicista, crebbe in un ambiente colto e raffinato, iniziando prestissimo a scrivere versi. Nel 1911 sposò uno studente di filosofia, Sergej Efron, che arruolatosi allo scoppio della rivoluzione nella Guardia Bianca, fu in seguito coinvolto in atti di terrorismo, per venire infine imprigionato e fucilato come traditore nel 1941. Con il marito e i figli era emigrata dapprima a Praga, quindi a Berlino e a Parigi, per poi tornare in Unione Sovietica nel 1939. Qui visse per altri due anni tormentata da problemi economici, dalla censura stalinista e dall’ostilità degli intellettuali di regime: difficoltà dolorose che la indussero a togliersi la vita, impiccandosi il 31 agosto 1941 all’ingresso dell’izba che aveva affittato nel villaggio di Elabuga. Nel suo Poema della fine si avvertiva già il presentimento della morte ineluttabile e liberatoria: «Casa, ovvero; da casa via, / dentro la notte. / (A chi dirò / la mia mestizia, la sventura, / l’orrore, più che gelo verde? … )  // … Non si deve, dunque. / Non si deve, allora. / Piangere non si deve. // … Con cocente sangue / si paga – non si piange. // … Il corpo c’era, vivere voleva. / Non vuole vivere, ora. // … E via, dentro i flutti cavi / di tenebra – cadenzato, ricurvo ‒ / senza far motto, senza scia – / come affonda un vascello».

Così scrive Paola Ferretti nell’importante introduzione a questo volume di Marina Cvetaeva, «I Poemi degli anni Venti traboccano di reciproche risonanze, vibrano degli stessi, elettrici impulsi, dominati come sono dalla volontà di oltrepassare le barriere della finzione per generare accadimenti e incontri palpabili, porre riparo a eventi già occorsi, istituire orizzonti inediti».

 

© Riproduzione riservata       https://www.sololibri.net/Sette-poemi-Cvetaeva.html       3 maggio 2019

AAVV – LE OPERE DELL’UOMO I FRUTTI DELLA TERRA

AAVV, LE OPERE DELL’UOMO I FRUTTI DELLA TERRA – CROCETTI, MILANO 2015

Un libro importante e raffinato, questo che Nicola Crocetti ha curato e pubblicato nel 2015, con presentazione di Jérôme Lambert (CEO Montblanc) e postfazione di Daniele Piccini. Il volume è stato ideato e prodotto in occasione dell’Expo di Milano, seguendo i contenuti tematici proposti all’interno del percorso espositivo del Padiglione Zero, ed è illustrato con immagini di incisioni rupestri provenienti dai maggiori siti archeologici mondiali. Si tratta di un’antologia di poesie, con testo originale a fronte, che hanno come tema principale le varie modalità con cui l’uomo si è procurato il cibo, utilizzando agricoltura, caccia, pesca e allevamento, a partire dall’Antico Egitto fino ai giorni nostri. 

I versi d’apertura, nel loro afflato di sacralità, sono tratti dall’Inno al Nilo, databile intorno al 2100 a.C. («Signore dei pesci, che conduci moltitudini di uccelli selvatici /… tu generi le messi di grano, porti l’orzo, assicurando vita eterna ai templi, / ma se in quella stagione non ti manifesti, / allora manca il respiro a tutto ciò che esiste»); quelli conclusivi sono stati scritti da due poeti brasiliani nel 1982, e lamentano le condizioni lavorative dei braccianti nelle piantagioni di caffè («Svegliati negro per sgranare il caffè. / Negro sono già le cinque / È ora di alzarsi /… Negro piange / Piange per conservare la sua fede»).

Se gli antichi poemi indiani celebrano latte e miele come l’Esodo, il nostro Virgilio glorifica l’uva, le spighe, le greggi, rendendo grazie agli dei munifici, ai Fauni e alle Costellazioni. Ovidio e Ausonio decantano l’animato brulichio di vita nei mari e nei fiumi, elencando le varie specie di pesci che vi nuotano, e offrendo consigli ai pescatori («Fondali rocciosi, bada bene, richiedono / canne flessibili, ma lungo le spiagge tranquille / usa pure le reti»).  I raccoglitori di riso in Cina già esibivano la proverbiale propensione asiatica alla tranquillità dell’anima e del corpo («Non è forse duro il lavoro dei contadini?…  / Affaticare tutt’e quattro le membra equivale però ad ammalarsi. / Lavarsi e riposare sotto la gronda, slacciare il colletto / e rilassarsi con acquavite nel bicchiere»).

Il persiano Abu Nuwas nell’800 d. C. esalta l’ubriachezza: «La vita dell’uomo sta in questo: una sfilza di sbornie; perché se anche è lunga, la vita, il tempo è pure breve. / Se sobrio tu mai mi vedessi, sarebbe l’imbroglio; se invece barcollo, già fradicio, è questo il guadagno». Gnocchi, zuppa, formaggio, salsicce e polpette sono glorificate da Teofilo Folengo in pieno Rinascimento; i poeti svizzeri cantano i pascoli montani, le mandrie pasciute, le stalle, la mungitura e il caglio nei secchi di ferro; gli inglesi dell’800 onorano eleganti scene di caccia («La vecchia volpe s’ingegna invano / Mentre segugi e corni la incalzano / Ora lascia il bosco per la pianura / Il corno ne suona l’avvistamento»). 

E il barbuto Walt Whitman? La sua ode al cibo è come sempre un peana glorioso rivolto all’America: «Parole esultanti, parole alle terre della Democrazia. / … Terra del carbone e del ferro! Terra dell’oro! Terra del cotone, dello zucchero, del riso! / Terra del grano, della carne bovina e suina! Terra della lana e della canapa! Terra della mela e del grappolo! / Terra di pascoli, tu pascolo del mondo!». Gabriele D’Annunzio nell’Alcyone presta voce a un vecchio agricoltore orgoglioso dei prodotti del suo campo; Antonio Machado glorifica aranci e limoni andalusi; Sergej Esenin si perde malinconicamente tra i boschi e le paludi della sua sconfinata Russia; Francis Ponge ritrae con perizia pittorica la bellezza di un’ostrica; Pablo Neruda, reso familiare ai telespettatori da un famoso spot pubblicitario sul pomodoro, qui canta la cipolla «chiara come un pianeta». E poi il pane, le patate, il vino, tutto quello che la terra ci dona, mantengono nelle parole dei poeti il sapore, il gusto e l’odore delle cose buone e sane.

Come raccomanda Khalil Gibran, se dobbiamo cibarci di carne, ricordiamoci che anche noi siamo fatti di carne: «Ma giacché dovete uccidere per mangiare e rubare al nuovo nato il latte materno per estinguere la vostra sete, sia allora il vostro un atto di adorazione. E la vostra mensa sia un altare sul quale i puri e gli innocenti della foresta e dei campi sono sacrificati a ciò che è più puro e più innocente nell’uomo». Giustamente conclude Daniele Piccini nella postfazione: «Il cibo, la fatica e la cura nel procurarselo, nel modificarlo, nel prepararlo costituiscono uno degli elementi culturali identificativi dell’uomo… Ciò che l’uomo usa come cibo, entra in una grammatica culturale, in un sistema di segni».

Segni incisi nei versi millenari, e nei graffiti preistorici riportati in questa preziosa e originale antologia.  

 

«Il Pickwick», 29 aprile 2019

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

TOSCO

ORSO TOSCO, FIGURE AMATE – INTERNO POESIA, LATIANO (BR) 2019

Orso Tosco (Ospedaletti, 1982) ha esordito come romanziere con il volume Aspettando i naufraghi, pubblicato lo scorso anno da Minimum Fax e molto lodato dalla critica: racconto apocalittico e distopico, con sconfinamenti nel fantastico, che invita il lettore a meditare sulla sofferenza e sulla speranza, sulla depressione e sulla salvezza dalla depressione. Ora pubblica presso Interno Poesia il suo primo volume di versi, Figure amate, in cui ancora esplora i territori del dolore dell’anima, nel distacco graduale dal padre molto amato, fino all’addio definitivo. Trenta poesie attraversate, secondo la prefatrice Franca Mancinelli, da una “corrente lirica e visionaria”, in cui “gli aghi e le parole si confondono”: aghi di iniezioni e di flebo, parole che curano e condannano.

Dalla sofferta esperienza biografica vissuta nel 2015, Orso Tosco aveva tratto suggestioni e stimoli già per la sua prova narrativa, qui ripercorsa con il desiderio filiale di recuperare un vissuto, dando testimonianza dell’“amore irrimediabile” verso chi se ne sta andando. Il corpo malato, osservato nella sua materialità più concreta, smembrato negli organi interni solitamente meno menzionati in un testo poetico (bile, intestino, teschio, scroto, ghiandole, prostata), quasi costringendosi a un’osservazione asettica che argini la commozione, viene continuamente correlato all’ambiente ospedaliero in cui è ingabbiato. “Letti di carta”, “piastrelle feroci”, liste di farmaci e strumentazioni mediche (benzodiazepine, morfina, cateteri, pitali, clisteri): i parcheggi di cemento osservabili dalle finestre si oppongono crudelmente al ricordo del mare ligure, profumato di lavanda, in un interscambio spietato tra l’infermità interna e l’impossibile salvezza dell’esterno: “Costruire la forma della morte come fosse un luogo, / una stanza da rivivere”. Dentro e fuori, presente e passato, speranza e rassegnazione si inseguono nell’esplorazione dei lineamenti tormentati del padre, figura cristica con “il palmo delle mani verso l’alto”, occhi gonfi, caviglie fredde, faccia come “un portacenere ruvido”, il corpo “lisca allucinata”.

La descrizione volutamente obiettiva in terza persona cui si obbliga il figlio, cede tuttavia presto il passo all’abbraccio di un colloquio diretto, dapprima rabbioso e incredulo (“Tu sei la melodia dei versamenti / pericardici, delle occlusioni / della progressione dei carcinomi”), e poi sempre più intenerito e affettuoso, e allora il padre adorato è accudito con pietosa dedizione, e poi consolato in un clemente invito all’abbandono del sonno: “Puoi lasciare, adesso, puoi lasciare / se sei stanco, se sei troppo stanco / per il troppo male, puoi lasciare”, “non preoccuparti, lasciati dormire / sotto le carezze, non avere paura, / ne abbiamo così tanta noi, lasciala a noi”. Un rapporto che è stato intenso non può finire, continuerà a riaffiorare nella memoria che è l’unica sopravvivenza possibile: “Tornerà il mare e torneranno / le mie mani di bambino / aggrappate alla tua schiena enorme. / Torneremo giovani… // torneremo / a stringerci / a occhi aperti nel respiro, / immergendoci torneremo / a stringerci, dolcemente”.

Con questi versi che sono una preghiera laica, Orso Tosco restituisce a sé stesso e ai lettori “Figure amate”, strette in una relazione inscindibile e sempre recuperabile, aldilà di qualsiasi fisica interruzione.

 

© Riproduzione riservata         https://www.sololibri.net/Figure-amate-Tosco.html            26 aprile 2019

CHLEBNIKOV

VELIMIR CHLEBNIKOV, 47 POESIE FACILI E UNA DIFFICILE –  QUODLIBET, MACERATA 2009

«Sklovskij diceva che era un campione, Jakobson diceva il più grande poeta del Novecento, Tynjanov diceva una direzione, Markov diceva il Lenin del futurismo russo, Ripellino diceva il poeta del futuro, e avevan ragione, secondo me, tutti, però avevano torto, anche, secondo me, e avevano torto perché, secondo me, Chlebnikov è molto di più».

Così Paolo Nori scrive di Velimir Chlebnikov nella postfazione a 47 poesie facili e una difficile, libro edito da Quodlibet nel 2009 e da poco ristampato. Nori si è laureato su questo poeta, e ne ha raccontato la vita nel romanzo Pancetta e in un recital musicale: la sua introduzione rivela l’entusiasmo e l’ammirazione non solo dello studioso e del traduttore, ma dell’innamorato, per un artista che seppe coraggiosamente opporsi a ogni stereotipo sociale, politico e culturale: «Chlebnikov doveva rimanere, per me, una specie di culto privato, rappresentava e rappresenta ancora, in buona parte, un sentimento che è al di là dei confini del linguaggio, è nell’indicibile, è qualcosa che c’è nella mia pancia e che va trattato bene, con cura, bisogna dargli dei fiori, farlo entrare nelle proprie preghiere e accontentarsi di quello…».

Velimir Chlebnikov (Chanskaja Stavka di Astrachan, 1885Santalovo di Novgorod, 1922), fu tra i fondatori del più importante gruppo futurista russo, Hylaea, insieme con Vladimir Majakovskij, che nel suo necrologio lo definì «un poeta per poeti». Poeta non facilmente inquadrabile, apprezzato e compreso da un pubblico ristretto. Dopo aver studiato matematica all’università di Kazan, si era trasferito a Pietroburgo frequentandovi l’ambiente letterario, che si impegnò ad affrancare dal simbolismo attraverso diverse prospettive: lo sperimentalismo linguistico (basato su una continua invenzione fonetica, sull’utilizzo di neologismi e paronomasie, sulla ricerca etimologica), lo studio e il recupero delle radici arcaiche della letteratura russa, l’impiego di tecniche figurative cubiste, un esotismo incantato e visionario, il sogno di una lingua universale e profetica basata sull’allegorismo dei numeri e delle lettere. Fu propugnatore della poesia transmentale (Zaum’), fatta di puri suoni privi di un significato preciso. Autore di saggi utopistici in cui prevedeva un futuro rivoluzionato da nuove modalità di comunicazione, di trasporto, di urbanizzazione, venne travolto dalla sua stessa inquieta ansia di libertà e ribellione, che lo condusse a una vita nomade, di stenti e fame e impieghi precari, conclusa a 37 anni per una paralisi dovuta a inedia: «Quando stanno morendo, i cavalli respirano, / quando stanno morendo, le erbe intristiscono, / quando stanno morendo, i soli si spengono, / quando stanno morendo, gli uomini cantano».

Nei suoi versi troviamo scherno, ironia, divertimento puro («Senti il rumore, eh, amico mio? Questo qua è Dio che salta dentro un pio», «Bobeòbi si cantavano le labbra. / Veeòmi si cantavano gli sguardi. / Pieéo si cantavano le ciglia. / Lieeéi si cantava l’aspetto. / Gsì gsì gséo si cantava la catena. / Così, sulla tela di alcune corrispondenze / fuori della continuità viveva il Volto», «Quando c’era Adamo e Eva, / Chi vinceva, chi perdeva?»). Troviamo elegia («Poco, mi serve. / Una crosta di pane, / un ditale di latte, / e questo cielo / e queste nuvole», «Le ragazze, quelle che camminano, / con stivali di occhi neri / sui fiori del mio cuore. / Le ragazze, che hanno abbassato le lance / Sul lago delle proprie ciglia. / Le ragazze, che si lavano i piedi / Nel lago delle mie parole»). Oppure rabbia («Dal sacco / si sparsero al suolo le cose. / Ed io penso / che il mondo / è soltanto un sogghigno, / che luccica fioco / sulle labbra di un impiccato»).

Ma è soprattutto nell’irrisione della politica ufficiale, del Potere massificante e oppressivo, dell’ortodossia ideologica che sbandiera le sue verità fasulle (Chlebnikov fu arrestato dalla Guardia Bianca negli anni della guerra civile, e costretto a vagabondare mendicando qualsiasi umile lavoro), che il poeta trova i suoi accenti più feroci, in una sorta di canto anarchico inneggiante alla libertà. «Per me è molto più piacevole / Guardare le stelle / Che firmare una condanna a morte. / Per me è molto più piacevole / Ascoltare la voce dei fiori, / Che sussurrano “È lui” / Chinando la testolina, / Quando attraverso il giardino, / Che vedere gli scuri fucili della guardia / Uccidere quelli / Che vogliono uccidere me. / Ecco perché io non sarò mai, / E poi mai, un Governante», «Basta, cavallo, senti, col dovere / Via l’aratro. Sferza e spacca l’acquazzone. / Senti, ci aspettano, fino al mattino, / Sono stalla e ammirazione», «I governi sono in brodo di giuggiole. / Il brodo di giuggiole governativo / fa strage di cavoli novelli. / Le loro code si alzan più in alto di quelle dei vitelli». 

La Russia, patria amata nelle sue tradizioni popolari, nelle sue origini asiatiche, negli spazi sconfinati delle pianure, è però detestata nella gabbia ideologica imposta agli individui, nella sua indifferenza verso l’arte, nella censura promulgata contro il pensiero indipendente: «A migliaia di migliaia la Russia ha dato la libertà. / Non c’è cosa migliore. / A lungo la ricorderanno per questo. / Io invece mi sono tolto la camicia, / E tutti i grattacieli di specchi dei miei peli, / Tutte le fessure / Della città del corpo / Hanno esposto tappeti e tessuti rossi. / Le cittadine e i cittadini / Del Me – stato / Si sono affollati alle finestre dei riccioli dalle mille finestre. / Le Olghe e gli Igor’, / Non per convenienza, / Rallegrandosi del sole, hanno guardato attraverso la pelle. / Era finita la prigionia della camicia. / Mi ero semplicemente tolto la camicia / E avevo dato il sole al popolo del Me. / Ero nudo, vicino al mare. / Così ho regalato la libertà ai popoli, / Alle genti che prendevano il sole».

Attraverso le parole, usate con ironia e irriverenza, sperava si potesse attuare una trasformazione della società in una dimensione più democratica e moderna, ed esprimeva tale aspirazione in brevi prose graffianti e aforismi, oppure occupandosi di aspetti minimi e irrilevanti dell’esistenza, di personaggi umili e degli animali (Lo zoo: «Giardino, giardino, dove lo sguardo di una bestia conta di più di mucchi di libri letti»). Con la stessa leggera e sprezzante improntitudine offriva ai lettori un ritratto impietoso e canzonatorio di sé stesso: «Son più dorato di un’abbronzatura, / più velenoso dell’ossido carbonico», «E gli altri io li guardo come sega, / Io sono un poco putrido e cattivo», «Io ah ah ah e ih ih ih, / E raramente, più semplicemente, solo eccì», «Io, non sono Čechov».

Difficile tradurre una poesia così frantumata, immaginosa e stravagante come quella di Velimir Chlebnikov. Paolo Nori ci è riuscito con eleganza e levità, aderendo al testo il più fedelmente possibile: e quando non gli è stato possibile, inventando. Come confessa con divertita umiltà.  

 

© Riproduzione riservata                               «Il Pickwick», 23 aprile 2019