HIGHSMITH

PATRICIA HIGHSMITH, LA SPIAGGIA DEL DUBBIO – BOMPIANI, MILANO 2002

Un romanziere americano, Howard Ingham, (trentaquattrenne, alto e piacente, umiliato dalla recente separazione dalla moglie e timoroso di impegnarsi con la nuova fiamma Ina) viene scritturato da un giovane regista newyorkese per scrivere una sceneggiatura televisiva ambientata in Tunisia.
Arrivato nel paese africano passa alcuni giorni nella capitale per ambientarsi e cercare spunti ed eventuali protagonisti da utilizzare nella trama del film. È il 1967, ed è appena imprevedibilmente scoppiata la guerra dei sei giorni tra Israele ed Egitto; il clima politico si sta surriscaldando, nonostante la presidenza di Bourghiba tenda a modernizzare al massimo il Paese e a limitare gli eccessi di fanatismo religioso. Temendo rappresaglie da parte della popolazione araba nei confronti degli occidentali, Howard si trasferisce ad Hammamet, dapprima alloggiando in un lussuoso hotel, quindi sistemandosi in un bungalow.

Patricia Highsmith, maestra non solo nel creare atmosfere sospese tra fiduciosa apertura verso le situazioni nuove e dubbiose incertezze riguardo allo spessore morale dei protagonisti, risulta al lettore molto abile nel tratteggiare ambienti ed abitudini locali, turbamenti psichici e convinzioni ideologiche su cui appoggiare gli avvenimenti: in questo romanzo è più evidente l’introspezione psicologica che la suspense, mancando gli ingredienti base del thriller che si rispetti.

“Case bianco calce con persiane azzurre… Mai una porta chiusa, così puoi vedere stanze con tappeti a terra, bambini a quattro zampe, bracieri accesi e nonne che vi sventolano davanti i lembi dei loro scialli”.

È estate, le spiagge e gli alberghi sono pieni di turisti, uomini d’affari, cammellieri in turbante, studenti in cerca di avventure, ricchi arabi oziosi.
La vicenda si complica da subito perché Howard, non riuscendo a mettersi in contatto con New York e non ricevendo alcuna comunicazione dal regista e dalla fidanzata, si vede costretto a temporeggiare nell’inattività, senza riuscire a stabilire alcun tipo di reciproca simpatia con la gente del posto e interagendo abbastanza superficialmente solo con i turisti suoi vicini nell’hotel. Venuto a conoscenza di strani e luttuosi avvenimenti successi in America (il suicidio del suo amico, innamoratosi infelicemente di Ina) decide di prolungare il suo soggiorno in Tunisia, dedicandosi a un progetto di romanzo. La tensione interiore, i sospetti sul reale sentimento che lo lega alla fidanzata e sulla lealtà di lei, una serie di violenze a cui assiste e soprattutto l’ostilità avvertita tra gli arabi, lo rendono ansioso e spaventato, al punto da spingerlo a reagire con un omicidio a un tentativo di furto effettuato nel suo bungalow da un ladruncolo del luogo.

La scrittura di Patricia Highsmith, più lenta e farraginosa nella descrizione degli eventi di quanto sia sua abitudine, si addentra nei meandri mentali del protagonista, attanagliato da sensi di colpa, disprezzo per il Paese ospite e i suoi abitanti, desiderio di fuga e volontà di rimozione. Finché il succedersi di inquietudini soprattutto sentimentali lo irretiscono in una rete di incertezze esistenziali e di dubbi sulla propria moralità, per cui La spiaggia del dubbio tunisina diventa a tutti gli effetti da torridamente concreta a tormentosamente persecutoria.

© Riproduzione riservata            https://www.sololibri.net/La-spiaggia-del-dubbio-Highsmith.html         21 gennaio 2018

 

 

LEARDINI

ISABELLA LEARDINI, UNA STAGIONE D’ARIA – DONZELLI, ROMA 2017      

Isabella Leardini, nata a Rimini nel 1978, presente in diverse antologie italiane e straniere, nel 2002 ha pubblicato il volume di poesie La coinquilina scalza, premiato e bene accolto da importanti critici. Con questa seconda prova si cimenta in un canzoniere amoroso che ambisce a mettere in scena non solo la sua tensione e sofferenza individuale, ma anche la condizione generazionale di tante giovani donne italiane, bloccate tra un’educazione tradizionale soffocante (fatta di aspirazioni limitate e di docile accettazione del proprio destino) e un desiderio di autonomia difficile da raggiungere.

Le cinque sezioni che compongono Una stagione d’aria mantengono una coerenza stilistica rigorosa, lontana da qualsiasi volontà di sperimentalismo, e anzi fedele alla musicalità del metro più classico della nostra letteratura, l’endecasillabo, con cui si aprono quasi tutte le composizioni, richiamato anche all’interno di esse. Sembra quasi che il rumore costante del mare (così presente in questi versi) abbia dettato la sua cadenza, cullante e regolare, alla voce poetica dell’autrice. E risulta di non poco contrasto la moderazione pacata e dolce della resa formale, con la durezza rassegnata e quasi affranta del narrato. Lo scenario su cui si dipana la rappresentazione è quello della riviera romagnola che ha nutrito la vicenda umana di Isabella, e la stagione raccontata è ovviamente quella estiva, che nell’immaginario collettivo si ricollega al turismo e alle vacanze, alla musica, ai flirt da spiaggia. Un’esistenza che mantiene in sé qualcosa di irreale e sospeso, lusinga di distrazione inesauribile, specchio di superficialità esibita, di disimpegno e piacevole futilità. 

Paradossalmente, invece, l’ambiente riminese diventa per chi ci vive una sorta di trappola, una condanna all’insegna della precarietà e di promesse intraviste ma continuamente rinviate. Non suona strano, quindi, l’ossessivo ripetersi nelle poesie di verbi quali “restare”, “rimanere”, “piantare”, “tenere”, declinati in tutti i tempi e modi; di sostantivi che rimandano a un impedimento (blocco, muro, ringhiera, chiodi), di immagini che indicano l’impossibilità di una fuga liberatoria, ma insieme la necessità di ancorarsi e radicarsi a un terreno che si teme instabile e inghiottente: «E noi restiamo qui come le radio / dimenticate accese in piena notte, / insegne che hanno perso qualche luce / ma cercano lo stesso di brillare», «Rimango nel disordine, l’estate / ritorna con le sue mattine sole».

La parabola di crescita dell’autrice, la sua giovinezza sognante avviata ora a un’età adulta che inizia a tracciare un bilancio del vissuto, pare tutta racchiusa nella dimensione di un amore sofferto e deludente, di un progetto futuro mai realizzato, di un’attesa perpetua. “Vuoto” e “buio” sono termini che si rincorrono spesso, e rinviano a una storia di solitudine e di fiducia tradita: «Non sai qual è il buio dei passi / di chi continua a cadere dal nido / e credere che l’aria sarà un volo», «Noi due restiamo appesi alle pareti / come quadri che aspettano solo / il giorno in cui cadranno all’improvviso», «Resto sospesa come le tende / che aspettano che il vento le apra», «Come una pianta che con poca luce / sappia fiorire molte volte senza cure / ho deciso di aspettarti ancora», «Sono quella che rimane a letto / dentro un buio di parole buie».

Un destino, quindi, di abbandono che sembra riflettere quello della sua stessa città di mare, impazzita di gioia e di vivacità nei pochi mesi dell’estate, e rassegnata al silenzio e all’isolamento nel resto dell’anno. Nella sua storia privata, Isabella Leardini riscrive quella della famiglia, titolare per decenni della pensione “Irene”, affollata di ospiti nella stagione balneare, e poi contesa dagli eredi, per venire infine venduta ad estranei. Le spiagge deserte, gli ombrelloni chiusi, il mare che lascia sulla battigia conchiglie e rifiuti, aspettando un nuovo inizio, una rinascita con i primi tepori di maggio: «Sono una stagione che si rivolta / ce l’ho in faccia come un inganno / quest’aria aperta da città di mare». Il destino di giovane donna sola, con «l’aria di chi ha perso ancora prima / che inizi la partita», è lo stesso di molte altre ragazze della sua riviera, «le gelose, le mai abbastanza amate», «le mogli dell’ombra… // Ferme come le sedie in una casa / dove in fondo non si siede mai nessuno»: una sorte che accomuna nella malinconia, in una rassegnata e antica remissività, un’intera generazione di donne fuori tempo, non più giovani e non ancora mature, in un disagio esistenziale e sentimentale di cui la poetessa si fa sirena: «Siamo una razza che non esiste più / quelle ragazze con la lanterna accesa / che non vogliono, non sanno addormentarsi».

© Riproduzione riservata          «Nazione Indiana», 20 gennaio 2018     

 

DABROWSKA

KRYSTYNA DĄBROWSKA, LA FACCIA DEL MIO VICINO  – VALIGIE ROSSE, VECCHIANO (PI), 2017

La poetessa polacca Krystyna Dąbrowska (1979) ha pubblicato diverse raccolte di poesie, tradotte in molte lingue e insignite di prestigiosi riconoscimenti. Con questo volume ha vinto il premio Valigie Rosse 2017, ed è appunto l’omonima casa editrice toscana che l’ha pubblicato, con una approfondita introduzione del curatore Leonardo Masi.

Masi nel sottolineare la vitalità della poesia novecentesca in Polonia (ricordando i tre celebrati maestri Miłosz, Herbert e Szymborska, e i più recenti Zagajewski e Lipska), evidenzia come la nuova generazione – aprendosi anche a un più coraggioso sperimentalismo e all’assimilazione di influenze soprattutto statunitensi – si stia caratterizzando per un deciso rinnovamento semantico e un’acquisizione di stili più audaci e originali. Tra i giovani poeti, proprio Krystina Dąbrowska si è messa in luce per la semplicità della sua scrittura, vivace e ironica, attenta alle persone, curiosa verso ogni avventura del cuore e del pensiero, estranea alla metafisica e alla profondità meditativa: una scrittura energica, in movimento, immersa nel quotidiano. La sua poesia, così legata alla visualità, è debitrice a una formazione artistica di tutto rispetto: Krystyna, esperta di pittura, viaggiatrice e fotografa, si è laureata all’Accademia delle Belle Arti di Varsavia, e proprio nel ritratto ha trovato il suo particolare accento interpretativo.

«Variazioni sul tema dello sguardo, di uno sguardo declinato in tanti modi diversi», commenta Leonardo Masi: «Da che punto guardare per vederti? / Da vicino o da lontano? E da che tempo? / Se mi allontano per inquadrarti / dalla testa ai piedi, come una tela sul cavalletto, / sento che sei tu a prendermi, / a cambiarmi, aggiungere e togliere colore».

Il guardare della poetessa si misura con il fuori da sé: nella metropolitana («Il lampo di uno specchietto. Come in un piccolo acquario / si presentano occhi, sopracciglia, bocche voraci. / Nella folla che spintona, una ragazza con mano sicura / traccia una linea sulla palpebra, si trucca le ciglia. // Giornata calda. Coppia di anziani, tesi, in silenzio, / con un nipote magrolino, tutto imbacuccato. / Nel vagone quasi vuoto stanno davanti alla porta / come se dovessero scendere tra un attimo. Ma vanno oltre»). A Gerusalemme, davanti al Muro del Pianto, dove i vecchi rabbini pregano su sedie di plastica bianche. Il ballerino di flamenco truccato da donna per ricordare la sorella uccisa durante la guerra. Due persone nel parco e due uccelli sugli alberi, diversi e uguali nell’essere indifferentemente coppie. Una venditrice di scope. O il bellissimo trittico dedicato al vicino di casa, «un professore / a cui è morta la moglie // … un signore impeccabile / che attraversa la sua vita ordinata / come ogni mattina attraversa il cortile».

Tante facce, in questi versi, e dietro le facce tante storie. Anche la storia di una Polonia ferita, divisa, straziata da persecuzioni e dittature, ma raccontata con inquadrature di sbieco, spiazzanti e pudiche, come in improvvisi flash di Polaroid recuperate da un ripostiglio. Allora l’omaggio a Henry Cartier-Bresson, «il tale con la Leica», è doveroso e riconoscente, perché il maestro fotografando «Era loro ed era a lato, girovagava, scrutava, / paziente, veloce, modesto e sfacciato // … Che conosceva la gente / lo si capiva da come ne mostrava l’assenza». Così si propone di fare Krystina, nei suoi versi, fissando facce e gesti, silenzi e urla, solitudini e affollamenti. Con un occhio che è il suo, e avvicinandola agli altri contemporaneamente la allontana, distanziandola anche da chi ama ed è amata: «Non so dire noi, a meno che noi / non sia quel trattino fra l’io e il tu / che conduce la scintilla e a volte / è il prolungamento di una linea».

AD UN INCROCIO

 All’incrocio di due strade strette e trafficate / ‒ una ripida come cascata / si rovescia impetuosa nella corrente dell’altra ‒ / stanche e affamati facciamo una sosta. // Nella vetrina luminosa di un bar, il padrone / scuote la saliera come un aspersorio / sul cartoccio con le melanzane / e i fiori di zucca caldi in pastella. // Cornucopia croccante! Ci sediamo davanti al bar / sugli sgabelli come trampoli fra la spazzatura / e guardiamo la gente. Donne sugli scooter / nella folla di pedoni, coi bimbi penzoloni come scimmie, // un branco di ragazzine alla caccia serale, / gli ombelichi all’aria, come mirini all’erta. // Emigranti: africani, slanciati come alberi / (la gente del posto al confronto sono cespugli tozzi) // e donne del Pakistan che con la fiacca negli occhi, / portano il silenzio nel clamore. Ad un incrocio / la gioia che si incontrano i nostri sguardi, / si biforcano e convergono, distanti e intrecciati. // Tu vedi gli strati, le tribù, / io pesco le singole facce, / come se insieme dipingessimo un quadro. / E in questi quadri abbiamo una casa in comune.

 

© Riproduzione riservata           «Il Pickwick», 18 gennaio 2018

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Bibliografia:

 

AAVV, Inattese vertigini. Antologia della poesia polacca dopo il 1989, Forum Edizioni, 2010

AAVV, Il vetro è sottile. Poeti polacchi contemporanei tradotti da poeti,

             Casagrande, Bellinzona, 2012

 

www.valigierosse.net 

 

 

 

MERIGGI

GIORGIA MERIGGI, RIPARARE IL VIOLA – MARCO SAYA, MILANO 2017

Riparare il viola è il primo volume di versi pubblicato da Giorgia Meriggi (Milano, 1966), e vista la densità e la compattezza letteraria che esprime, possiamo supporre che l’autrice abbia voluto pazientemente e sapientemente lasciar sedimentare a lungo dentro di sé forme e significati del suo dettato poetico. Alla poesia viene demandata la missione riparatrice e ordinatrice del viola dell’esistenza, magma oscuro di cui spesso si tinge la realtà opprimente che ci circonda, come osserva giustamente Antonio Bux sulla quarta di copertina: “È un lento riparare le fratture / di questi muri, riempire le crepe / con ciò che è andato in pezzi: erbacce, vezzi, / ossa di teiere, sillabe avanzate / dai versi, resti di macelleria. // Con le metafore poi si sutura, / sono emostatiche”.

Sofferenza e disagio paiono evidenti nella scelta di termini che esprimono un malessere fisico riflesso in un’immedicabile infelicità interiore: “scordatura atriale”, “insonnia”, “infarto”, “acufeni”, “infezione” vengono sottolineati dal riproporsi di vocaboli aggressivi, taglienti, feroci nella loro graffiante ruvidezza (rovi, crepe, spini, solchi, doglie, strappi, croste, scaglie, amputazioni, inferriate, trincee, lance, cocci, uncini, carta vetrata…). E allora, l’unico scampo al dolore del corpo e dell’anima può venire dall’osservazione attenta dell’esterno, di ciò che nella natura continuamente cresce e fiorisce, del verde salutare in grado di promettere guarigione e rinascita: “Ecco che inizia a ricoprire l’erba / le malefatte dell’inverno…”.

Se pure il mondo vegetale soffre (“le radici incarcerate”, le “stanchissime foglie”, “i fiori stinti”), indagato com’è con applicazione quasi chirurgica, chi scrive riesce a ipotizzare un approdo salvifico cui aggrapparsi solo nell’enumerazione classificatrice di piante e fiori, nel silenzio degli orti, dei campi e delle serre, in una sorta di religiosità panica e naturale: “i boschi sono chiese senza / un tetto, create dai mantra di insetti / notturni”. Addirittura sembra affiorare un’immedesimazione del corpo ferito nella fisicità arborea: sangue-linfa, braccia-rami, piedi-radici, pelle-corteccia (“Quando io cammino / qui sono una quercia. // … Quando io cammino qui io so / di essere un faggio”, “La pazienza di stare in un vaso, / per durare fino a un altro giardino”, “Dondolando sopra un noi / rinforzo i punti sulla faccia. / Il filo / si rompe, canfora e paglia escono / dalle cuciture”, “L’esperienza in amputazioni aiuta / a tenere il giardino ordinato”). In queste metamorfosi vegetali (come non pensare a Ovidio?) si cela il desiderio di fuggire il male (“Vedi nel mondo il serpente, o vedi / la corda”), spesso incarnato in minacciose figure maschili, talvolta crudelmente indifferenti, quando non addirittura brutalmente sopraffattrici.

La parola piena ed esatta di Giorgia Meriggi, terragna e mai eterea, priva di qualsiasi indulgenza o retorica, riesce ad aderire in concretezza all’immagine: essa stessa fatta corpo, materia.

© Riproduzione riservata        https://www.sololibri.net/Riparare-il-viola-Giorgia-Meriggi.html        16 gennaio 2018

 

PAGNANELLI

REMO PAGNANELLI, QUASI UN CONSUNTIVO – DONZELLI, ROMA 2017

Remo   Pagnanelli, poeta e critico letterario, nacque il 6 maggio 1955 a Macerata, dove morì suicida il 22 novembre 1987, trentaduenne. Fondatore nel 1980 della rivista «Verso», esordì l’anno successivo come poeta con la plaquette Dopo, cui fecero seguito Musica da Viaggio, Atelier d’inverno e il poemetto L’orto botanico, per il quale ottenne il premio internazionale “Montale 1985”. Vennero pubblicati postumi l’ultima raccolta di versi Preparativi per la villeggiatura ed Epigrammi dell’inconsistenza. Tra i suoi scritti critici, due studi su Vittorio Sereni e su Franco Fortini. Nel 2000 Daniela Marcheschi curò per “Il lavoro editoriale” l’antologia Le poesie, e oggi la stessa Marcheschi ripropone per Donzelli una ricca scelta di versi di Pagnanelli tesa a indicare al lettore la compattezza tematica, la profondità meditativa e gli sviluppi della ricerca formale della sua scrittura, mettendo in luce come il giovane intellettuale marchigiano abbia vissuto la cultura “con uno slancio di integrale umanità, con una serietà di studi e generosità rare, [facendo] della poesia il crogiuolo della sua esistenza e dell’intera sua esperienza di uomo”.

Pagnanelli lesse con attenzione critica la maggior parte dei poeti italiani contemporanei, ricavandone insegnamenti estetici e morali, convinto com’era che la letteratura fosse necessariamente maestra di vita e occasione di crescita interiore: ad essa demandava soprattutto la riflessione sulle domande fondamentali dell’esserci, interrogandosi laicamente sul destino dell’uomo e sulla morte, sull’inconsistenza del reale e sull’imprevedibilità del caso, sul rapporto con la propria corporeità e sull’amore. Leggere oggi le sue poesie, così eticamente severe e crudelmente interrogative, alla luce della sua scelta finale è ovviamente pretestuoso e sbagliato: eppure la delusione per la banalità del quotidiano, per la sordità dei più verso la bellezza della natura e dell’arte, per la decadenza corrotta della politica per cui aveva nutrito ingenue aspettative, fece presto di lui e della sua lotta contro la banalità un combattente spuntato, sfinito. «L’hidalgo è stanco», scriveva in una delle ultime composizioni. Che possiamo commentare forse proprio partendo da quella che conclude il volume in questione, dal titolo umilmente dichiarato (Quasi un consuntivo): «La luce più vasta è il buio, / questo già lo sapevamo, / non la più penetrante però…, / come la luna ch’è un faretto, / sul palcoscenico all’aperto. / Centra e si sposta ovunque, / al contrario non si muove / ma è dappertutto la medesima. / Detto tutto».

La luce, il faro a cui guardare perché illumini la nostra strada, aldilà di ogni illusoria e semplicistica fede, è un richiamo costante in questi versi: «quella luce non la potrai raccontare / non c’è uomo o donna assiepati ad ascoltarla / dato che estremamente muore e dice addio…», «mi godo questa Luce ultima / della fine senza fine. // Profonda / quanto più nel ritrarsi / pare scalfire. / Che non possiede, / che spossessa le cose e te, / riducendo all’osso e al bianco. // Quant’altra sotto ne dorme / che la pioggia non offusca».

Consapevole della sua estraneità nei riguardi dell’esistenza comune («Mia ombra mio doppio, / talvolta amico ma più spesso / straniero che mi infuria ostinato, / mio calco che nessuna malta riempie…»), Remo Pagnanelli  sapeva di non poter contare su alcuna «divinità felpata» protettrice o consolatrice («Riprova Zaccheo, risali sul sicomoro / per vedere il Signore se mai passi»), e allora tentava di appellarsi alle persone intorno: amici, parenti, donne da amare, già certo di non poterne ottenere ascolto o aiuto: «Che altro di strabiliante chiedevo per me, / da lasciarvi tutti così sorpresi e non piacevolmente, / niente che già non si sapesse e di cui fosse / taciuto e da tanto», « ‒  starò, è certo, fra amici ma non / volevo dire questo, domandavo / ben altro». Eppure, superando ogni delusione, ogni ostica resistenza esterna, da poeta dell’interiorità qual era, riusciva a comunicare nella sua scrittura la splendida gratuità di ogni apparizione naturale, della luna come della vegetazione più minuta, delle sfumature umbratili del paesaggio, delle movenze leggiadre di «strane fanciulle», dell’attesa delle festività, del ricordo di gioie infantili: insomma qualsiasi «beltà ornata e beltà disadorna», erede in questo del luminoso esempio dell’amato Leopardi. «In questa fase dell’anno tutto sanguina. / Il fiume sfinendosi non s’inazzurra più, / lo percorre un alito di schegge cenere / che espelle gli ori del tramonto. // pare impossibile, ma dalla magrezza /degli olivi tremanti, dalla magrezza / arida e esangue, fluisce non so che / polline o sudore».

In uno stile tutto suo, classico senza essere tradizionalista, limpido e consueto nel lessico, indifferente a metrica, rime e artifici sintattici, rivelando talvolta qualche eco montaliana (ad esempio nel bellissimo trittico I lari), ma fatta propria e riassimilata con originalità, Pagnanelli si affidava a un ritmo modulato dal pensiero, perché era proprio la riflessione filosofica a costituire l’ossatura del suo poetare, condizionandolo, sorvegliandone le soluzioni stilistiche, con coerenza stringente. Testamentaria e tombale, indice del «rigore insanguinato» di cui si sapeva orgogliosamente vittima, ci appare una sua austera e razionale definizione della morte, che potrebbe essere assunta ad esergo dell’intero volume: «La morte sta nell’eliminazione di ogni suono e residuo linguistico. Di conseguenza non sarebbero praticabili incontro con ombre, dèi, fate, cioè alcuna consolazione da scribi. Attraverso questa porta senza referenti si può dimenticare e essere dimenticati, non possedere né essere posseduti. Addio storia, addio natura». Non dimentichiamolo, questo giovane favoloso e inflessibile. Continuiamo a leggerlo, a capirlo.

© Riproduzione riservata      «Il Pickwick», 13 gennaio 2018

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Remo Pagnanelli

Quasi un consuntivo (1975-1987)

Donzelli, Roma 2017

pp. 162

 

 

 

 

Bibliografia:

 

Pagnanelli, Remo – Studi critici. Poesia e poeti italiani del secondo Novecento,

                                Mursia, Milano 1991

 AAVV, In quel punto entra il vento. La poesia di Remo Pagnanelli nell’ascolto di oggi,

               A cura di G. Garufi, F. Davoli, Quodilibet, Macerata, 2009.

Archivio contemporaneo Bonsanti. Gabinetto Scientifico-Letterario G. P. Vieusseux di Firenze

                                        

www.remopagnanelli.it

 

BENEDETTI

MARIO BENEDETTI, TUTTE LE POESIE – GARZANTI, MILANO 2017

Garzanti ha da poco pubblicato Tutte le poesie di Mario Benedetti (Udine, 1955), poeta schivo e non conosciuto quanto merita, che dagli anni ’70 ha seguito un suo percorso autentico e originale di scrittura, fedele a una interpretazione umile e partecipe della realtà e del proprio vissuto. Il volume raccoglie per la prima volta le sue opere più rappresentative, da Umana gloria (2004) a Pitture nere su carta (2008), fino a Tersa morte (2013) e all’inedito Questo inizio di noi (2015), ed è prefato da tre illustri poeti e amici (Antonio Riccardi, Stefano Dal Bianco, Gian Mario Villalta), che sottolineano con affetto e stima non solo la qualità letteraria dei versi di Benedetti, ma anche la tensione etica che li anima, radicata nei dati sofferti della sua vicenda biografica.   

La madre originaria di una Slovenia impoverita, il padre invalido, il mondo contadino di Nimis con la sua lingua non esportabile, il terremoto del’76, gli studi a Padova e il trasferimento in una Milano proletaria e indifferente, la malattia autoimmune che si aggraverà nel corso di tutta l’esistenza per evolvere poi in sclerosi e infine nell’ictus che lo costringe oggi a una vita dimidiata, solitaria, impossibilitata a esprimersi: motivi sufficienti a spiegare “l’energia fredda e compressa e mista di intransigenza” di questo autore, i “sentimenti di inadeguatezza, inappartenenza e precarietà”, la “durezza” e lo “smarrimento” di cui parlano i suoi commentatori. In un’intervista radiofonica del 2012, Mario Benedetti diceva di sé “Sono nato malato… anche da bambino… avevo sempre qualcosa»: ma la sua pare al lettore una malattia più dell’anima che del corpo, l’impossibilità di adattarsi al reale, il sentirsi eternamente fuori luogo, in uno stato di perenne provvisorietà”.

Se leggiamo le poesie tratte da Umana gloria (quale gloria, c’è da chiedersi, se non quella sconfortata e avvilita della pura sopravvivenza), troviamo ripetuto il simbolo del muro: scrostato, “strappato”, che più che a proteggere serve a rinchiudere, a limitare, a imprigionare. Intorno, erbe, sassi, campi da dissodare, la fatica di un lavoro pesante e senza parole. L’infanzia, regno mitico del ricordo, è malinconia e stupore, un domandarsi impauriti perché si è sulla terra, a fare cosa e come, maldestri nei gesti e nell’espressione: “non so come dire”, “Dove sono? / io dove sono?”, “perché sono qualcuno?”, “Servirebbe guardare da lontano, pensare che si guarda. / Pieno un pomeriggio di dormiveglia voglio stare”, “Mattine senza sapere di essere in un posto, dentro una vita / che sta sempre lì”. Le persone si muovono con lentezza e rassegnazione; sono i nonni, i genitori, il fratello, e altre comparse di cui si citano i nomi, tanti nomi paesani oggi in disuso (Dino, Vanni, Agostino, Ernesta, Rina, Giacomino…) quasi fossero a disagio anche nel solo sentirsi chiamare. Se il poeta si allontana dal paese per andare in altre città più grandi, o all’estero (la Bretagna e il mare del Nord tornano spesso, con i loro freddi) rimane comunque estraneo ai luoghi, confuso, in attesa di una identificazione che non arriva mai, senza alcuna volontà introspettiva o di scavo psicologico. Il lessico semplicissimo, lo stile volutamente dimesso, la sintassi sconvolta, con frequenti anacoluti e tautologie, sembrano voler sottolineare l’incapacità di adeguarsi alle aspettative di chi legge. Questa volontà spiazzante e provocatoria della lingua è tanto più evidente in Pitture nere su carta, in cui Benedetti approda a una scrittura sincopata, scarnificata, quasi celaniana, che denuncia l’assurdità del vivere, poiché è la morte che alla fine vince, e tutto si dissolve nel turbinoso rincorrersi di anni, secoli, millenni, di cui solo i musei, i cimiteri e i reliquari manterranno testimonianza: “Ma nessuno è qualcuno, niente la notte, nessun mattino”, “Infinite mattine, infinite notti. / Va dolce il nulla, // il dolcissimo nulla”, “Non l’ascolto, sta la veglia, senza. / Carriole di muri, non raccontate”. Il verso diventa balbettio, chiede soccorso a termini stranieri, alla pittura di Goya, di Cézanne, di Mondrian, alla storia e alla preistoria, alla teologia: “Rinnegato il canto. / Gli altari. / Perché tutti possano udire”.

La riflessione sul tempo cede il passo, nell’ultima raccolta Tersa morte, al pensiero ossessivo della morte, al disfacimento dei corpi che diventano ossa, teschi, putridume, assediati in ospedali e case di riposo, tra personale impaziente, cateteri, diarree. Il poeta, o il suo sosia (poiché non è lui davvero che fa visita al padre, alla madre malati, agonizzanti: il dolore lo costringe a uscire da sé, a costruirsi una controfigura), si muove come sonnambulo, in una incomunicabilità totale con gli altri per pudore e vergogna della propria fisicità, aspettando una liberazione o una condanna: “Morire e non c’è nulla vivere e non c’è nulla, mi toglie le parole”, “Il gas dei corpi, / i vestiti smangiati, i femori, / le mascelle, i denti, il loro sorriso, / il bacio dei denti, senza labbra”, “Non è valsa la pena affaccendarsi”.

Siamo sostituibili, irrilevanti, e nemmeno la poesia ci salva, come ammoniscono questi versi testamentari e purtroppo profetici: “Non saprai di essere morto, / non sarai, quel nulla che nella vita diciamo / non sarai, non ci sarai più, non saprai di te. / Perfetta assenza. Non distrarti, non eludere / la pura inconcepibile assenza, non distrarti”, “Ma io nella mia vita non ho scritto nessuna poesia, / io nella mia vita non ho letto nessuna poesia. / E questa nessuno l’ha scritta, nessuno l’ha letta”.

© Riproduzione riservata        «Nazione Indiana», 12 gennaio 2018

 

 

 

 

 

 

 

 

 

HANDKE

PETER HANDKE, POMERIGGIO DI UNO SCRITTORE – GUANDA, MILANO 2016

Peter Handke pubblicò nel 1987 Pomeriggio di uno scrittore, racconto che ricorda nel tema quello dello svizzero Robert Walser (“La passeggiata”, 1917). Due scrittori in cammino, che raccontano il loro vagare solitario, immerso in pensieri e visioni, tra sporadici e imbarazzati incontri con i loro simili, e una difficile adesione al pulsare della vita dei più.

“Perché sentiva una partecipazione così pura soltanto quando era solo? Perché poteva capire quelli che gli stavano vicino soltanto quando se n’erano andati, e quanto più erano lontani, tanto meglio?”;
“quando io, da quanti anni ormai?, mi sono isolato e mi sono messo in disparte per scrivere, ho confessato la mia sconfitta come individuo sociale; mi sono escluso dagli altri per tutta la vita”.

Lo scrittore narrato in terza persona da Peter Handke è evidentemente un alter ego, amato e detestato, che ha fatto dello scrivere la ragione e il perno della sua intera esistenza, sacrificandola non tanto alla fama e al successo letterario, ma piuttosto alla ricerca di un modo per salvarsi dalla mediocrità e dalla falsità dei ruoli sociali.
Se obbliga se stesso ad uscire di casa, a camminare per le strade del centro, o in periferia, o in montagna, lo fa con disagio, temendo sia di essere riconosciuto sia di essere ignorato, fuggendo da voci e rumori, oppure implorandoli e avvinghiandosi ad essi come all’unica traccia vitale nelle sue ore silenziose.
Distanziandosi dall’ossessione di sé, trova a fargli compagnia la prima neve, il mendicante folle che urla la sua rabbia nel traffico, i fiori che resistono all’inverno, qualche timida conversazione in un’osteria: tornato alla sua solitudine, sono solo i tasti della macchina da scrivere, o l’annunciatore della radio, o il rubinetto che gocciola a scandirgli il tempo da vivere.

“Non era strano che quasi soltanto i momenti in cui scriveva potessero dilatare a tal punto il luogo in cui risiedeva? Allora ciò che era piccolo diventava grande; i nomi non contavano più…”

© Riproduzione riservata   https://www.sololibri.net/Pomeriggio-di-uno-scrittore-Peter-Handke.html    11 gennaio 2018