AAVV – ANTOLOGIA DI POESIA FEMMINILE AMERICANA CONTEMPORANEA

AAVV, ANTOLOGIA DI POESIA FEMMINILE AMERICANA CONTEMPORANEA – ENSEMBLE, ROMA 2018

Con la traduzione di Alessandra Bava, è uscita presso l’editore romano Ensemble una interessante Antologia di poesia femminile americana contemporanea, che raccoglie testi di 13 poetesse, alcune delle quali già pubblicate in Italia in riviste e blog letterari, vincitrici di importanti premi e molto presenti online, altre più defilate o dissidenti. La scelta della curatrice ha inteso rappresentare voci e stili provenienti da diverse etnie e zone geografiche degli Usa (dalla costa occidentale alla California), accomunati tuttavia dallo stesso background culturale, fondato sulla poetica di Emily Dickinson, Walt Withman e Sylvia Plath, sulla musica jazz, blues, country e rock del ’900, sulle esperienze di tutta l’arte visiva moderna: pittura, cinema, fotografia, televisione.

Il taglio dell’antologia è ovviamente femminile, nel senso che dà rilievo a contenuti relativi alla fisicità della donna, spesso negata quando non addirittura offesa nella pratica e nell’immaginario maschile, oppure a temi politico-sociali che riguardino direttamente “l’altra metà del cielo”. Il corpo, molto presente nelle composizioni antologizzate, viene raccontato poeticamente nelle sue varie età, e nei momenti topici della nascita e della morte, della maternità e della vecchiaia, del desiderio e del rifiuto sessuale. Sono presenti anche motivi di grande interesse collettivo: dagli scandali di costume, alla violenza sui bambini, al razzismo. Ci sono versi erotici e religiosi, altri che traggono ispirazione dalla storia, dal mito o dalle favole, dalla scienza o dalla fantascienza. Lo sfondo su cui si muovono le immagini poetiche è prevalentemente quello domestico, interno a spazi privilegiati della casa: la cucina, in modo particolare. Ma non mancano richiami alla natura, in genere ritratta in ambienti di rasserenante armonia (laghi, fiumi, campagna).

Nell’introduzione, Maria Adelaide Basile presenta singolarmente le tredici autrici, segnalando i caratteri fondamentali della loro scrittura, e le opere che meglio le definiscono. Così, di Francesca Bell si cita la poesia più scandalosa e provocatoria (I Long to Hold the Poetry Editor’s in my Hand), insieme a quella piena d’affetto per la madre sorda. Maggie Smith è presente con tre testi dedicati alla relazione madre-figli, Alexis Rhone Fancher accenna a rapporti sado-maso o richiama lo sperimentalismo futurista, Diane Seuss recupera ricordi biografici e letterari (commovente il suo ritratto della Plath), Patricia Smith offre ricette culinarie o dichiara riconoscenza alla voce  – corposa e spirituale insieme – di Aretha Franklin, Wendy Xu esprime lo straniamento di chi proviene da una cultura e da una lingua differente, in grado di arricchire con originalità l’esperienza compositiva.

Tutte le tredici poetesse rappresentate (13 come le righe della bandiera americana, fa notare Alessandra Bava) manifestano nella loro produzione una evidente propensione all’utilizzo orale, vocale, recitativo della parola poetica, preferendo all’accademismo la frequentazione dei festival, dei social network, delle gare di slam-poetry, in un confronto diretto e coinvolgente con il pubblico. La specificità di questa antologia, la prima – con testo inglese a fronte – dedicata all’universo poetico femminile contemporaneo, arriva a colmare un vuoto negli studi italiani di americanistica.

© Riproduzione riservata   https://www.sololibri.net/Antologiadipoesiafemminile-americana- contemporanea-vari.html   21 marzo 2019

JEAN-PIERRE VERNANT

JEAN-PIERRE VERNANT, LE ORIGINI DEL PENSIERO GRECO ‒ SE, MILANO 2019

Jean-Pierre Vernant (1914-2007), storico della filosofia e delle religioni, si è occupato in modo particolare della mitologia nel mondo antico. Fu autore di un libro-cult quale Mito e pensiero presso i greci (Einaudi, 1978), in cui utilizzava gli strumenti della psicologia e dell’antropologia per esplorare l’evoluzione dell’uomo arcaico da una cultura mitologica-religiosa a una più politica, scientifica e filosofica, nel percorso che condusse il pensiero dei greci dal soprannaturale-magico alla scoperta della razionalità.

Nel volume scritto nel 1962 e appena riedito dalle edizioni milanesi SE, Le origini del pensiero greco, Vernant indaga settecento anni di storia ellenica, dal dodicesimo al quinto secolo, cioè dal crollo dei regni micenei determinato dall’invasione dei Dori, fino all’apogeo della civiltà ateniese. Nei tre capitoli iniziali del volume ricostruisce il quadro storico della civiltà micenea, fiorita tra il 1500 e il 1100 a. C.. In questo periodo di massima operosità, i micenei apparivano strettamente associati alle genti del Mediterraneo orientale, con vivaci scambi culturali e commerciali con il mondo asiatico. La vita sociale era accentrata attorno al palazzo del re (anax), che praticava un controllo rigoroso sulla popolazione, appoggiato da un’aristocrazia bellicosa, ed esercitava un dominio assoluto, impedendo di fatto qualsiasi autonomia non solo dei sudditi, ma anche dei dignitari e dei funzionari di corte. Tutto il sistema di potere si fondava sulla scrittura e la costituzione di archivi, organizzati da scribi cretesi passati al servizio delle dinastie micenee, che avevano trasformato la scrittura “lineare A” usata nel palazzo di Cnosso, adattandola al dialetto dei nuovi signori (lineare B). Tale grafia, decifrata da due archeologi inglesi solo intorno al 1950, rimase patrimonio di cerchie intellettuali rigidamente chiuse, che fornirono al sistema palazziale le tecniche e i quadri dell’amministrazione e dell’erario.

Con l’invasione dorica, si ruppero i legami con l’Oriente, provocando la conseguente diminuzione degli scambi commerciali e il ritorno a un’economia di sussistenza: scomparvero scrittura e architettura, e dal 1200 all’800 (il cosiddetto Medioevo ellenico o età oscura) la Grecia conobbe un periodo di totale depauperamento culturale, economico e istituzionale. Il graduale passaggio all’epoca dei poemi omerici e delle città-stato (poleis), fu segnato da una progressiva perdita di mistero nel rapporto tra gli uomini e le divinità, da una laicizzazione dell’autorità regale, da un cambiamento nelle usanze funerarie (con la rinuncia all’inumazione in favore della cremazione), da una stilizzazione dell’arte ceramica. Vernant situa proprio a partire dall’VIII secolo la separazione tra il mondo dei mortali e quello degli dei, sancito poi dalla poesia epica, che diede avvio a un effettivo affrancamento dal mito.

Fu soprattutto l’apparizione delle poleis a comportare un reale mutamento nella vita e nella cultura della Grecia, trasformando la vita sociale e le relazioni tra i cittadini. La parola, la discussione libera, il confronto dialettico diventano fondamentale strumento politico di democrazia; la cultura e il possesso di conoscenze specifiche si rendono fruibili per un numero sempre più vasto di uomini, anche grazie alla scrittura con cui si redigono leggi, si divulgano nuove idee e scoperte tecniche, si sottopongono a critica e interpretazioni diverse anche le funzioni religiose. Persino l’organizzazione militare si modifica, celebrando non solo l’eroismo individuale, bensì lo spirito di sacrificio e obbedienza nel combattimento collettivo. In particolare tre innovazioni teoriche, nate nella colonia di Mileto, in Asia Minore, nel VI secolo, segnano il passaggio dal pensiero mitico a quello scientifico: il carattere profano e positivo (non più sacro-rituale) assegnato ai fenomeni naturali, l’idea di un cosmo ordinato che obbedisce a leggi di regolarità, e infine la visione geometrica delle scienze allora conosciute (astronomia, geografia), collegate tra loro da relazioni simmetriche. Tali caratteristiche costituiscono la grande novità che differenzia la nuova cultura della Grecia rispetto a quella passata o del Vicino Oriente. L’analisi di Jean-Pierre Vernant ci conduce progressivamente a individuare i momenti nodali che portarono i greci a modificare la loro condotta morale, il loro universo mentale, i rapporti sociali e le basi dell’economia, dando infine origine al pensiero occidentale moderno.

© Riproduzione riservata    https://www.sololibri.net/Le-origini-del-pensiero-greco-Vernant.html      18 marzo 2019

 

 

DE PISIS

FILIPPO DE PISIS, ADAMO O DELL’ELEGANZA – ABSCONDITA, MILANO 2019

In questo “libretto innocuo e gentile” Filippo De Pisis chiarisce cosa si debba intendere per eleganza, soffermandosi in particolare su quella maschile. Per una estetica nel vestire, recita il sottotitolo: quindi eleganza non solo nella gestualità, nella conversazione, nella maniera di rapportarsi agli altri, ma soprattutto nell’abbigliamento. L’autore non teme la facile critica di chi volesse accusarlo di futilità o frivolezza, e nella premessa difende con forza la propria convinzione che qualunque argomento “sia egualmente leggero e profondo a seconda del modo in cui viene trattato”. L’abito fa il monaco, e “l’esteriore influisce più di quanto qualcuno potrebbe credere sull’interiore”. D’altra parte, già Omero nel VI libro dell’Odissea scriveva che in conseguenza dei bei vestiti “eccellente fama si sparge tra gli uomini”.

“L’eleganza vera (come ogni opera fine dello spirito!) è una cosa profonda e capziosa e perciò non può essere apprezzata che dai giudici competenti, i quali non possono essere che pochi. Il senso del colore (che à gran parte in essa!) non è cosa certo degli spiriti piatti o superficiali e che si acquisti così da un giorno all’altro. Ma non basta: l’eleganza deriva da un complesso di cose, è fatta di sapienza e di grazia, di armonia e di squisitezza, di distinzione e di semplicità, ed è cosa che sopra tutto deriva dalla razza. Difficilmente si regge la raffinatezza esteriore senza quella interiore. Anche dall’esteriore lustrato, con un certo garbo o con una certa astuzia, trapela subito la rozzezza e l’impaccio”. Affermazioni che indicano un’evidente propensione all’elitarismo, all’esclusività del privilegio orgogliosamente rivendicato come diritto degli happy few.

Con palese dispregio vengono bollate le eccentricità e le ostentazioni, la mancanza di gusto negli accostamenti dei colori, la scarsa cura nella scelta degli accessori, la pacchianeria di una ricercatezza esibita. Dallo studio discreto dei particolari si riconosce il vero signore: l’eleganza richiede personalità e dedizione continua, preparazione e non dilettantismo. Eppure, l’amore gratuito per la bellezza lo si può trovare anche nello straccione che infila una rosa appassita all’occhiello della giacca, nella suora di clausura che stira meticolosamente la sua tunica per far sparire le odiose spiegazzature, nell’innamorato indeciso sulla camicia da indossare per conquistare una ragazza… In una trentina di capitoletti, De Pisis, perfetto arbiter elegantiarum (come veniva chiamato Petronio alla corte di Nerone), indica quali siano i capi di vestiario cui gli uomini debbano prestare più attenzione, e la maniera più opportuna di indossarli: dalle cravatte ai cappelli, dalle scarpe ai foulard, dalle spille alle tute da lavoro. E la galleria fotografica offerta al lettore (come in ogni volume intelligentemente curato dalle edizioni Abscondita) ci mostra un De Pisis  “in posa”, dagli anni giovanili alla maturità, in atteggiamento da squisito dandy, oppure con travestimenti seriamente giocosi (da umanista, da gondoliere, da carrettiere romano: a Parigi, a Venezia, a Ferrara, a Cortina, nella capitale): sempre concentrato sull’esposizione all’occhio fotografico, in un’ideale sfilata di moda con sé stesso come unico protagonista. Risulta evidente e mai rinnegata l’aristocraticità della persona, il proprio amor sui, l’impegno costante nella costruzione del personaggio pubblico: “candido reazionario”, come lo definì Paolo Milano, non faceva mistero di ispirarsi a Oscar Wilde, suo modello di vita e di pensiero.

Filippo De Pisis, pittore tra i più noti del nostro Novecento, nacque a Ferrara nel 1896, e morì in provincia di Milano a sessant’anni. Laureatosi in lettere a Bologna, fu scrittore e poeta, critico d’arte e saggista, anche se la sua fama maggiore gli derivò ovviamente dalla pittura, inizialmente di impianto metafisico sulle orme di De Chirico, quindi più originalmente orientata verso una poetica di sottile sensualità, accentuata da un’acuta sensibilità descrittiva: l’amicizia parigina con Julius Evola lo portò ad approfondire interessi esoterici che trasferì nel suo tratto artistico, con un uso più gestuale e spezzato del colore, evidente nella scelta di tutti i soggetti: nature morte e fiori, paesaggi urbani, nudi maschili e figure di ermafroditi.

In Adamo o dell’eleganza (composto frammentariamente a partire dagli anni ’20, uscito postumo e pubblicato per la prima volta nel 1980 con introduzione di Alberto Arbasino, riproposto nell’attuale edizione con il commento conclusivo di Sandro Zanotto), Filippo De Pisis si diffonde generosamente in consigli sulle necessarie “combinaisons” dell’abbigliamento, quali oggi siamo abituati ad ascoltare da diversi pulpiti televisivi attraverso la voce di fashion adviser, consulenti d’immagine, influencer d’opinione, maestri di bon ton: evitare i contrasti stridenti, utilizzare poche tonalità di tinte, scegliere tessuti pregiati e fatture curate, sottrarsi a qualsiasi appariscente preziosismo. E poi badare al taglio dei capelli e della barba, maneggiare ombrelli e bastoni da passeggio con studiata nonchalance, scegliere spille-gemelli-bottoni-ciondoli poco vistosi ma ricercati.

A scanso di accuse da parte di seriosi moralisti, il pittore-esteta ammette candidamente: “Potrà non fare bella impressione a molti dei miei lettori, ma io potrei confessare che in generale i miei simili mi interessano molto di più per l’esteriore che per l’interiore, vale a dire le doti dell’animo e del cuore, della mente, dello spirito, etc… le immagini nella vita sono quelle che infine ànno il maggior valore perché ne ànno uno più pretto e immediato… Per l’eleganza si arriva fino al punto di non andare con l’amico perché à una cravatta che stona con la tua”. In questo, Filippo De Pisis fu eccezionale precorritore dei nostri più celebri blogger e testimonial di marketing, e più di loro in grado di offrire una base teorica alle proprie opinioni estetiche.    

© Riproduzione riservata              «Il Pickwick», 15 marzo 2019

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

NABOKOV

VLADIMIR NABOKOV, L’OCCHIO ‒ ADELPHI, MILANO 2014

Ritenuto uno dei più importanti testi di critica letteraria del ’900, è recentemente uscito da Adelphi in una nuova edizione Lezioni di letteratura, che Vladimir Nabokov aveva dato alle stampe negli Usa a partire dagli anni ’40: sette splendidi ritratti di capolavori delle letterature occidentali, da Mansfield Park di Jane Austen all’Ulisse di Joyce, raccontati esplorando non solo i moduli narrativi, gli artifici stilistici, i tic linguistici dei narratori, ma anche ricostruendo i luoghi interni ed esterni in cui i vari romanzi sono ambientati, con un’appassionata attenzione ai dettagli, e alla magia che si sprigiona dalla descrizione del particolare: sapendo che l’opera d’arte deriva dall’unione di esattezza e incanto,  che collega «la precisione della poesia e l’intuizione della scienza», secondo le parole dello stesso autore.

Nabokov (San Pietroburgo,1899Montreux, 1977) proveniva da un ambiente nobile e benestante, ebbe un’educazione raffinata, oltreché in russo, anche in inglese e francese, e dopo il trasferimento della famiglia in Gran Bretagna per sfuggire alla persecuzione comunista, si laureò a Cambridge in letteratura slava. Spostatosi poi a Berlino (dove suo padre venne assassinato probabilmente da sicari leninisti), quindi a Parigi, si inserì, frequentandola assiduamente, nella cerchia degli emigrati russi. Nel 1940 con la moglie Vera e il figlio Dmitri espatriò negli Usa, ottenendo la cittadinanza americana, e insegnando in diverse università. Visse gli ultimi anni in Svizzera, morendovi nel 1977. La sua ricca produzione letteraria, in russo e in inglese, affrontava temi diversi, dalle problematiche sociali alle ossessioni psichiche, dalla sessualità alla fantascienza, nutrita di stimoli e competenze scientifiche ad alto livello, soprattutto per ciò che riguardava l’entomologia e la teoria scacchistica. La fama internazionale gli arrise soprattutto con la pubblicazione di Lolita ‒ avvenuta negli Usa nel 1955 ‒, che suscitò reazioni sia scandalizzate sia entusiastiche, anche nelle successive trasposizioni cinematografiche (Kubrik 1962, Lyne 1997).

L’occhio, scritto nel 1930 e poi riscritto in inglese nel 1965, è un romanzo breve ambientato tra gli émigrés russi in una vivace Berlino che allora si presentava come un centro culturale di attrazione per l’intera intellettualità europea. Intorno all’enigmatico personaggio principale, Smurov, ruotano infatti una quantità di figure eterogenee, ognuna delle quali conferisce al protagonista doti e caratteristiche particolari, in una singolare proiezione e sovrapposizione di desideri e aspirazioni. Nella prefazione, Nabokov scrive provocatoriamente: «Sono sempre stato indifferente ai problemi sociali, mi sono semplicemente servito del materiale che avevo a portata di mano, così come un commensale spensierato può disegnare a matita un angolo di strada sulla tovaglia o disporre una mollica e due olive in posizione diagrammatica tra menu e saliera». I commentatori più impegnati hanno rimproverato allo scrittore russo «questa indifferenza per la vita di gruppo e per l’irrompere della storia», accusando i suoi libri «di una totale mancanza di rilievo sociale». In realtà, anche in questo «ghirigoro di racconto», come l’autore definisce L’occhio, l’attenzione alla società e ai suoi ruoli codificati esiste, eccome! sebbene l’ottica privilegiata sia quella più strettamente psicologica e della critica di costume, spesso polemica e beffarda.

I personaggi che animano il romanzo hanno origini e caratteri disparati. A partire dal narratore, che nelle pagine iniziali (di sapore intensamente cechoviano) si presenta in prima persona come un giovane precettore vulnerabile e impacciato, che improvvisamente e per taedium vitae decide di spararsi dopo essere stato selvaggiamente picchiato da uno sconosciuto. Il suo risveglio in ospedale rimane fluttuante in uno stato di semi-veglia, sospeso tra morte apparente e sogno, svincolato dal corpo ma in una condizione di lucido sonnambulismo. E in tale stato di coscienza-incoscienza riprende a vivere in una casa abitata o frequentata saltuariamente da molte altre persone. Tra di loro, due raffinate e sensibili sorelle, Evgenija e Vanja, danno vita a un salotto in cui si incontrano banchieri e industriali, militari vanagloriosi e aspiranti intellettuali, una dottoressa pacifista e sfaccendati dal passato misterioso, come appunto il protagonista Smurov. Il quale si dichiara a volte eroe di guerra, altre volte avventuriero, artista, combattente rivoluzionario: timido, aggressivo, bugiardo, imbroglione, cleptomane, seduttore, delicato, eccitabile, a seconda dell’interlocutore con cui si intrattiene in conversazione. Innamorato della gentile Vanja, si trastulla nottetempo con una cameriera dalle abitudini furfantesche e disinibite, nello stesso tempo rivelandosi sessualmente inibito e volubile.

Il narratore, reduce da un maldestro tentativo di suicidio, definisce sé stesso «freddo, insistente, instancabile occhio», che tutto vede e registra, senza sprecarsi in troppi commenti: il titolo russo del racconto di Nabokov suonava infatti Sogljadataj, termine militaresco per indicare “l’osservatore, la spia”. La vicenda si dipana con tranquilla agilità (tra rivelazioni a sorpresa, scambi di persona, riconoscimenti a incastro) fino all’epilogo, imprevedibile e illuminante, che dovrebbe sperabilmente svelare la reale natura di Smurov. Ma «l’inferno di specchi» in cui si riflettono i vari personaggi in realtà non è che la moltiplicazione del medesimo tipo umano, una proiezione dello stesso occhio narrativo, una fantasia post mortem che già negli anni ’30 presupponeva l’esistenza di avatar ingannevoli. Chi è il narratore e chi il narrato? Il suicidio si è realizzato concretamente, oppure è stata una messinscena, l’illusione di un cervello malato? E infine, l’occhio che guarda sarà quello di Smurov, dell’io narrante, o di Nabakov stesso? Come a dire che la vita è sogno, inganno, miraggio.

«C’è un gusto stuzzichevole nel chiedersi, guardando al passato: ‘Che cosa sarebbe successo se…’, sostituendo un avvenimento fortuito a un altro, osservando come, da un attimo grigio e sterile del proprio tran-tran quotidiano, germogli un evento meravigliosamente roseo, che nella realtà non era riuscito a sbocciare. È un mistero, questo ramificarsi della vita: avvertiamo, a ogni istante trascorso, strade che si dividono, un ‘quindi’ e un ‘altrimenti’, con innumerevoli, vertiginosi zigzag che si biforcano e si triforcano sul fondo oscuro del passato». Da un tempo trascorso e perduto lo sguardo contempla un presente fasullo, che si propaga per inerzia al di là dell’esistenza concreta, addirittura pevalicando la morte individuale, su un palcoscenico in cui si muovono inconsistenti e fragili comparse, «farfallio su uno schermo»: l’unica felicità possibile finché si è al mondo, sapendosi destinati a sparire nel nulla, «sta nell’osservare, spiare, sorvegliare, esaminare sé stessi e gli altri, nel non essere che un grande occhio fisso, un po’ vitreo, leggermente iniettato di sangue».

 

© Riproduzione riservata              «Il Pickwick», 12 marzo 2019

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

BALZANO

MARCO BALZANO, LE PAROLE SONO IMPORTANTI – EINAUDI, TORINO 2019

«Le parole sono importanti!», urlava un arrabbiatissimo Nanni Moretti in Palombella Rossa. E Le parole sono importanti intitola Marco Balzano (romanziere, poeta e insegnante, nato a Milano nel 1978) questo suo ultimo volume edito da Einaudi.

Dopo aver vinto nel 2018 il Premio Bagutta con Resto qui, (intenso racconto civile ambientato in Val Venosta), Balzano ci fa scoprire il fascino del linguaggio che usiamo quotidianamente, spesso senza accorgerci di quanto sia carico di storia e di significati molteplici ‒ colpevolmente ignorati o trascurati, nell’uso limitativo e impoverente di una terminologia sempre più abusata. Attraverso il recupero del senso nascosto di una parola, possiamo arrivare a “padroneggiare la lingua nella sua storicità”, creare metafore e similitudini, confrontarci con altri linguaggi (verbali o visivi), scoprire relazioni con luoghi lontani, evitare l’appiattimento e la semplificazione del nostro modo di esprimerci, renderci più attenti a un utilizzo rispettoso del parlato, inteso come strumento etico di vicinanza a chi è altro da noi. A questo serve lo studio dell’etimologia, a individuare l’origine dei vocaboli che adoperiamo distrattamente, chiarendocene l’uso improprio, mistificante, superficiale: “chi parla bene, pensa bene”, e viceversa. Sarebbe opportuno che la scuola dedicasse maggiore spazio a questa disciplina, antica e dimenticata, e non solo nelle materie letterarie: «Quando ci raccontano un’etimologia, qualcuno ci svela cosa c’è dentro la parola e da semplice referente la trasforma in un mondo da esplorare, un mondo pieno di elementi che erano sotto i nostri occhi ma che non avevamo mai notato».

Balzano propone in questo volume dieci scavi etimologici per altrettante parole comuni, che tutti noi pronunciamo abitualmente e senza soffermarci sul loro significato intrinseco: alcuni di questi termini appartengono con più diritto di altri alla vita professionale dell’autore (scuola, social, parola), ma in maggior quantità sono da ritenersi di pubblico e inflazionato dominio.uando ci raccontano un’etimolgi Da ogni termine preso in esame si diffondono a raggiera altri vocaboli ad esso contigui per somiglianza od opposizione, ampliando così la ricerca delle sue origini e dei suoi sviluppi, talvolta imprevedibili e curiosi; l’analisi viene poi suffragata da citazioni testuali di filosofi (Aristotele, Kant, Rousseau, Bergson, Levinas, Gadamer…) o di scrittori celebri (Dante, Leopardi, Montale, Borges, Pasolini, Rushdie…).

Molte etimologie di parole comuni suscitano curiosità o addirittura sconcerto: ribelle da re-bellis (colui che ritorna a fare la guerra), tradire da tràdere (abbandonare qualcuno, consegnarlo altrove), sicuro da sine-cura (senza preoccupazione), desiderio da de-sidus (mancanza della stella), ricordo da re-cor (ritorno al cuore), divertire da de-verto (allontanarsi): Marco Balzano elenca numerosi vocaboli, in una catena che si inanella quasi autonomamente, per spontanea associazione mentale. Forse l’accezione più inattesa è svelata dalla parola “felicità”, cui l’autore attribuisce un valore culturale da manuale di antropologia. Felix infatti «ha la stessa radice di fecundus ed è un termine riferito alla capacità di generare»: è un aggettivo legato alla fertilità, spesso associato agli alberi da frutto. Si tratta di «una parola seminale… che evoca la creazione e il nutrimento, … con un campo semantico non solo femminile, ma più precisamente materno. La felicità è donna e madre»: ben aldilà della funzione puramente edonistica oggi prevalente, nasconde in sé il senso profondo di cura altruistica e di dono.

 

© Riproduzione riservata      https://www.sololibri.net/Le-parole-sono-importanti-Balzano.html         5 marzo 2019

 

 

 

 

 

PARESCHI

SILVIA PARESCHI, I JEANS DI BRUCE SPRINGSTEEN – GIUNTI, FIRENZE 2016

Il mito americano, così com’è stato vissuto, alimentato e condiviso da generazioni intere in tutto il mondo dall’800 a oggi, recupera una sua voce vivace nelle pagine del libro di Silvia Pareschi I jeans di Bruce Springsteen, sospese tra il reportage e il resoconto diaristico, emozione e denuncia, nostalgia e irritazione, fascino e disinganno. Gli Usa, e in particolare la California, e in particolare San Francisco ‒ con il sottofondo di musica rock, blues, gospel o jazz, e le voci di Nina Simone e Grace Slick – raccontati da chi li conosce benissimo, perché ci vive e ci lavora da molti anni, traducendone gli scrittori più famosi per importanti case editrici italiane: Jonathan Franzen, Don DeLillo, Cormac McCarthy, Denis Johnson…

Silvia Pareschi alterna narrazioni di esperienze personali ad animate descrizioni paesaggistiche, risentiti commenti politici a dialoghi con personaggi tanto stravaganti da sembrare inventati. Così leggiamo divertiti di lezioni yoga in stanze affumicate dalla marijuana, bar gay frequentati da armoniosi ballerini e rudi camionisti, sozze lavanderie a gettone in cui si perdono slip e calzini, dentisti esosi, fast food automatizzati, uffici insonorizzati, decappottabili sportive e scassati pick-up, studi cinematografici specializzati in porno e chiese metodiste che organizzano mense per i poveri. La California che esce da queste pagine appare sempre più dominata dai techies, giovani automi che lavorano per i Big Five (Facebook, Google, Microsoft, Apple, Amazon), guadagnando stipendi astronomici; anche San Francisco appare stordita da una rivoluzione culturale che ne ha trasformato i lineamenti: “Dev’esserci qualcosa nell’aria, la polvere delle ossa dei cercatori d’oro che si mescola al vento dell’oceano e crea un’alchimia che rende tutto estremo, libertà, follia, genio, ricchezza, miseria. E tutti vengono qui attratti dall’estremo, ma dopo che hanno smesso di diventare beat, hippy o predicatori folli sono tornati a cecare quello che cercavano i cercatori d’oro: la ricchezza”.

Non solo dollari, però, non solo finanza fanno degli States il continente che più di ogni altro nutre l’immaginario collettivo mondiale. Ci sono dissestate autostrade a cinque corsie, città affollate e villaggi abbandonati, solitudini estreme di zone desertiche, foreste con querce enormi e sequoie, oceani e fiumi impetuosi, uragani catastrofici, monti in cui scorrazzano coyote, orsi e puma, l’urbanizzazione più sfrenata e la wilderness più primitiva, l’intellettualismo più snob e il fanatismo delle sette religiose.

E poi c’è lui, il mito dei miti: Springsteen, che fece toccare “vette di estasi mistica” a Silvia Pareschi adolescente, al punto da indurla a percorrere centinaia di miglia, coast-to-coast fino al New Jersey e alla città natale, Freehold, per  visitarne la casa, la scuola, la pizzeria preferita, e infine il sarto, da cui ottenne in regalo un paio di jeans scoloriti, appartenuti al divino. Taglia 38. Magari Bruce li indossava a dodici anni: reliquia comunque preziosa.

© Riproduzione riservata                 https://www.sololibri.net/I-jeans-di-Bruce-Springsteen-Pareschi.html              4 marzo 2019

 

WELLS

WELLS, NEL PAESE DEI CIECHI – ADELPHI, MILANO 2008

 “Tra le più selvagge solitudini delle Ande ecuadoriane, giace, separata dal mondo degli uomini, quella misteriosa vallata montana, il Paese dei Ciechi”. Pochi termini (solitudini, selvagge, misteriosa, montana) immettono il lettore nell’atmosfera straniante di questo racconto scritto nel 1904 da H.G.Wells (1866-1946), tra i più noti e prolifici scrittori di fantascienza della prima metà del ’900 (La macchina del tempo, La guerra dei mondi, L’uomo invisibile), che seppe delineare nuovi orizzonti immaginativi con pungente ironia critica sulla società e la politica della sua epoca.

Il protagonista de Nel paese dei ciechi, “uomo acuto e intraprendente”, scalatore esperto di nome Nuñez e di professione guida turistica, precipita accidentalmente da una cima rocciosa e innevata in una valle dall’aspetto idilliaco, che “aveva tutto ciò che un cuore umano può desiderare: acqua dolce, pascoli, clima costante, declivi di fertile suolo bruno con macchie di arbusti che davano un frutto eccellente, e su un lato grandi boschi scoscesi di pini che trattenevano le valanghe”. Osservando più acutamente il paesino situato all’interno della verde conca, si accorge stupito che case e strade sono dipinte e tracciate in maniera informe e arbitraria, quasi gli abitanti avessero la vista offuscata. Avvicinatosi ad alcuni di loro scruta “le loro palpebre chiuse e incavate, come se, sotto, i globi oculari fossero disseccati e svaniti”. Gli torna alla mente una leggenda centenaria riguardante un paese di ciechi, la cui popolazione era stata colpita da un morbo sconosciuto o da una malattia genetica che la privava della capacità di vedere, probabilmente a causa di una maledizione per una colpa o trasgressione commessa collettivamente. Introdotto nella comunità, tra paura e diffidenza reciproca, accarezza l’idea di poter approfittare della propria superiorità di vedente rispetto ai suoi ospiti, secondo il noto proverbio: “In terra di ciechi il monocolo è re”, che continua a ripetere a sé stesso come un mantra. In realtà, la sua presunta supremazia è presto sconfitta dall’eccellenza sensoriale degli indigeni, che sanno muoversi nel loro ambiente con più naturalezza e ingegnosità.

Da aspirante dominatore, Nuñez diventa ostaggio degli abitanti, e i suoi racconti del mondo esterno e delle bellezze di una natura che essi non possono osservare, vengono considerati stravaganze deliranti di un pazzo. Nemmeno l’amore per una giovane del luogo riesce a farlo accettare dalla cittadinanza, che gli propone l’unica possibile “normalizzazione”, e il solo adeguamento sociale possibile, attraverso l’asportazione dei bulbi oculari, “questi corpi irritanti” che lo rendono folle e di “rango inferiore”. Quasi convinto a farsi operare al fine di poter sposare la bella Medina, in un’improvvisa reviviscenza dello stato privilegiato di vedente, Nuñez decide di scappare, inerpicandosi faticosamente attraverso i pendii montani da cui era precipitato, per addormentarsi serenamente (per sempre o fino a una nuova alba di salvezza? H.G.Wells non lo rivela): “giaceva immobile, sorridendo come fosse semplicemente soddisfatto di essere scampato dalla valle dei Ciechi, dove aveva creduto di essere re. Il bagliore del tramonto si spense, e scese la notte, ed egli giacque contento, pacificato, sotto le fredde stelle”.

Nella postfazione al piccolo volume adelphiano, Sandro Modeo dà conto delle tre principali interpretazioni che i critici hanno offerto di questo famoso racconto: “quello storico-antropologico (il rapporto tra la «civiltà» dei coloni spagnoli e la presunta «barbarie» dei nativi, coi ciechi a incarnare pregi e limiti del relativismo culturale); quello specificamente politico (sul carattere utopico, nel bene e nel male, di ogni comunità autarchica e isolazionista); e quello (più azzardato) delle irradiazioni metaforiche, che può portare a leggere nella vista di Nuñez un correlato dell’immaginazione artistico-poetica (non a caso in parte compresa solo dalla donna che lo ama) e nel villaggio l’ottusità anti-intellettualistica delle società borghesi”. Anche se la morale pare essere di un’evidenza quasi banale: coloro che si pretendono “monoculi in terra caecorum” sono destinati al dileggio, alla persecuzione e nel migliore dei casi all’esilio. Nuñez pertanto, nella sua presunzione di superiorità e dominio, è costretto ad ammettere la propria cocente sconfitta. 

© Riproduzione riservata        https://www.sololibri.net/Nel-paese-dei-ciechi-Wells.html             28 febbraio 2019

 

 

JOHNSON

DENIS JOHNSON, JESUS’ SON – EINAUDI, TORINO 2018

Gli undici racconti raccolti in Jesus’ son sono stati scritti da Denis Johnson nei primi anni Novanta: da essi è stato tratto nel ’99 il film omonimo diretto da Alison Maclean. Denis Johnson, nato a Monaco di Baviera nel 1949, è cresciuto in Giappone e nelle Filippine prima di stabilirsi a Washington. Ha pubblicato narrativa, poesia e un libro di saggi, vincendo il National Book Award nel 2007 con il feroce romanzo Albero di fumo, implacabile resoconto della guerra in Vietnam. Testimone di crudeltà e follie private e collettive, ha viaggiato nei luoghi più caldi del pianeta. È morto in California, a Gualala, nel 2017.

In Jesus’ son droga, alcol, vagabondaggi in auto scassate, inseguimenti, sangue, scazzottate, spari, rapine, sesso ripetitivo e anonimo sono vissuti con l’indifferenza della casualità, ai margini di una società a cui non solo ci si oppone, ma che si ignora con totale ed esibito disinteresse, con cinica apatia. Il mondo degli altri (incompreso, schifato, stramaledetto) è la polizia, l’anziana vicina di casa che protesta per il rumore, le famigliole prive di domande e inquietudini: il mondo che agisce in sintonia con Testadicazzo è invece tutto il resto, un universo alterato, psicotico, rabbioso, in cui l’attimo rivelatore (un incidente mortale in auto, un omicidio non programmato, il furto finito male) esplode come un incendio improvviso, un cortocircuito che brucia esistenze sprecate, e la stessa pagina scritta. Pagine che riflettono ‒ in uno stile denotativo, privo di metafore e di inventività linguistica, con dialoghi smozzicati e ridotti ai minimi termini ‒ la voluta assenza di pensiero, l’annullamento di ogni progettualità razionale in cui si trascinano i protagonisti.

Non ci si affeziona a questi personaggi, perché l’autore non ce li fa conoscere nella loro specificità fisica o caratteriale, intercambiabili come sono tra loro, privi di spessore emotivo, ciondolanti in cantine o rimesse poco illuminate («in un’inquietante luce sulfurea»), appartamenti luridi, vicoli malfamati, bar equivoci. Bar, soprattutto, caffè di ogni tipo e nome, nelle metropoli come in paesi semiabbandonati, lungo autostrade malridotte o nel traffico notturno delle city, con clienti che sembrano scappati da un ospedale psichiatrico, o crollati in coma etilico: «Ma ogni volta che entravo in quel posto c’erano facce offuscate che promettevano tutto, e che subito dopo rivelavano la propria monotonia e ordinarietà, alzando lo sguardo su di me e commettendo lo stesso errore», «Chi entrava nei bar di First Avenue abbandonava il proprio corpo. Da quel momento erano visibili solo i demoni che vivevano in noi. Qui venivano riunite le anime che si erano ferite a vicenda. Lo stupratore incontrava la sua vittima, il figlio rifiutato ritrovava sua madre. Ma niente si poteva guarire, lo specchio era un coltello che divideva ogni cosa da se stessa, lacrime di falsa amicizia gocciolavano sul banco. E cosa mi farai adesso? Con cosa, di preciso, intendi spaventarmi?». Il Vine è il luogo di ritrovo per eccellenza («un locale lungo e stretto, come la carrozza di un treno che non andava da nessuna parte»), ma gli altri posti (Pig Alley, Vietnam Bar, Kelly’s, Jimjam Club…) gli assomigliano tutti, nello squallore delle solitudini incomunicanti raccontate nei quadri di Edward Hopper.

Se questo è il dentro in cui si consumano le storie di Denis Johnson, il fuori non è meno deprimente e scialbo: «Era un lungo rettilineo che correva a perdita d’occhio tra campi inariditi. Sembrava che in cielo non ci fosse aria e che la terra fosse fatta di carta… Cosa si può dire di quei campi? Uccelli neri volavano in cerchio sopra la propria ombra, e sotto di loro le mucche gironzolavano annusandosi il culo a vicenda… Nella notte dei tempi quella regione era stata stretta nella morsa dei ghiacciai. Ora la siccità andava avanti da anni, e sopra le pianure si stendeva una bronzea nebbia di polvere. Il raccolto della soia era morto di nuovo, e gli steli di granturco guasti e avvizziti erano allineati sul terreno come file di biancheria intima».

La vita animata che si incontra in Jesus’son è costituita da spacciatori, ladri, infermieri e medici impasticcati, malati psichici, zombie, spose abbandonate mentre abortiscono, coppie anabattiste, feti animali stritolati per distrazione, rapporti dopati: «Facevamo l’amore a letto, mangiavamo bistecche al ristorante, ci bucavamo al cesso, vomitavamo, piangevamo, ci accusavamo, ci imploravamo, perdonavamo, promettevamo e ci portavamo in paradiso a vicenda». Una quotidianità vissuta fisicamente, corporalmente, che esclude qualsiasi orizzonte o ansia metafisica: «Di solito, se proprio mi veniva da riflettere sul senso della vita, al massimo arrivavo a considerarmi la vittima di uno scherzo. Nessun contatto con l’orlo del mistero, nessun istante in cui qualcuno di noi – be’, parlo solo per me, immagino – si sentiva i polmoni pieni di luce e roba del genere». I pochi attimi di felicità, o «di gloria», come li chiama Testadicazzo, sono sprazzi abbaglianti e confusi, in una continua allucinazione che non vuole saperne dei contorni nitidi della realtà: «Stava piovendo. Felci gigantesche pendevano su di noi. La foresta digradava giù per una collina. Sentivo un torrente correre tra le rocce. E voi, gente ridicola, voi vi aspettate che io vi aiuti».

I feel like Jesus’ son, cantava Lou Reed in Heroin, e non voleva conoscere niente (di Tizio, di Caio, di politici, di città morte, di cadaveri ammassati), sognando di navigare attraverso mari oscuri per raggiungere il suo regno, cullato da un annebbiante veleno.  

 

© Riproduzione riservata          «Il Pickwick», 28 febbraio 2019

 

 

 

 

 

 

 

 

JOHNSON

DENIS JOHNSON, TRAIN DREAMS – MONDADORI, MILANO 2013

Denis Johnson (nato a Monaco di Baviera nel 1949, cresciuto in Giappone e nelle Filippine prima di stabilirsi a Washington, morto in California nel 2017) ha scritto narrativa, poesia e saggi, vincendo il National Book Award nel 2007 con il romanzo Albero di fumo, resoconto implacabile della guerra in Vietnam. Train dreams è un romanzo breve, che può ricordare nello stile altri famosi autori americani (Steinbeck, Faulkner e soprattutto McCarthy), e alcune ambientazioni dei film dei fratelli Cohen, in particolare per la descrizione del paesaggio naturale ‒ tra monti boscosi e ripidi torrenti ‒ e della popolazione scontrosa e indurita dal lavoro nelle cittadine desolate dell’Idaho.

Il protagonista del racconto si chiama Robert Grainer, è un uomo semplice e rude, con cui la vita non è mai stata tenera. Persi i genitori nella prima infanzia, adottato da lontani parenti, alla morte di questi comincia a lavorare come taglialegna e operaio nella costruzione di ponti e ferrovie che arriveranno a cambiare l’intero paesaggio del West, in una colonizzazione rapida e spietata dei territori più incolti e abbandonati dell’America degli anni ’20. “Combattevano contro la foresta dall’alba fino all’ora di cena, abbattendo i giganteschi abeti e segandoli in pezzi di dimensioni appena maneggevoli, compiendo imprese… analoghe a quelle delle piramidi, cambiando il volto delle montagne, parlando poco, comunicando a urla, vivendo con la sensazione appiccicosa della pece nella barba, con il sudore che scioglieva via la polvere dai mutandoni e la incrostava nelle pieghe del collo e delle giuntura, e con l’odore della pece così forte che scorticava la gola e irritava gli occhi, coprendo perfino la puzza delle bestie e dello sterco”.

Robert Grainer in ottant’anni di vita laboriosa e onesta patisce di tutto: si scontra con la violenza e l’abbrutimento del prossimo, con il fuoco che gli distrugge la casa e la famiglia, con l’artrosi  che gli scardina le ossa, con bambini-lupo e fantasmi reincarnati, con tentativi di linciaggio e suicidi: in un orizzonte fisico e mentale privo di qualsiasi ansia metafisica, si riduce a una solitudine condivisa solo con una cagnolina dal pelo rosso, con l’ululato dei coyote e l’osservazione del cielo solcato da uccelli rapaci. Muore nel sonno, anziano e malato, e il suo cadavere viene scoperto dopo mesi, sepolto poi nella terra inospitale che aveva contribuito a rendere più docile e benevola. Lo stile asciutto di Denis Johnson, privo di enfasi e retorica, accompagna la vicenda esistenziale di un uomo semplice, che accetta con rassegnazione qualsiasi avversità, sentendosi parte inessenziale e sostituibile della natura che lo circonda: natura indifferente o addirittura ostile alla presenza umana.

© Riproduzione riservata          https://www.sololibri.net/Train-dreams-Johnson.htm        25 febbraio 2019

 

BERBEROVA

NINA BERBEROVA, ALLEVIARE LA SORTE ‒ FELTRINELLI, MILANO 2019

«I piedi elastici fanno presa sul selciato. Cammina nel buio delle strade, nell’oscurità della città, verso il sonno pesante degli Astašev, per andare fresco e riposato, il mattino dopo dall’aviatore, in banlieu, nel sole, nel vento, con la bombetta pulita, più avanti, sempre più avanti, col suo passo fermo, agile, cittadino, contribuente, consumatore (ma non soldato!), oltre la gente, oltre le frontiere, con un povero passaporto in una tasca, la penna stilografica nell’altra, cammina nella nebbia, nell’afa, sotto la pioggerella grigia, unò-dué, sinist, sinist, scivolando come un’ombra su tutto quello che incontra, offrendo sigarette, alludendo, rammentando, inchinandosi fino a terra, lasciando la sua traccia, più avanti, sempre più avanti, all’infinito, ormai un poco fiacco, un poco stempiato, con un dente d’oro nel largo sorriso, il respiro più pesante, facendo tremolare le pallide guance grassocce da bambino, per le scale, per i vicoli, per le strade dove sfreccia un’automobile, per i binari dove passa il treno, ancora, ancora, oltre il cimitero, le donne, i monumenti, i tramonti».

«Mia sorella si chiamava Ariadna. Avevo nove anni quell’anno indimenticabile, di neve, di fame, in cui lei finì la scuola e divenne adulta e, da che quello stesso anno in una clinica fredda e vuota di Pietroburgo morì mia madre, in soli due mesi tutta la nostra vita cambiò e cambiammo noi stesse».

Quelli qui riportati sono rispettivamente le frasi finali e iniziali di due splendidi racconti di Nina Berberova, Alleviare la sorte e Pianto, pubblicati nella collana Universale Economica Feltrinelli nel 2004. I protagonisti delle due novelle sono accomunati dallo stesso implacabile e avverso destino, anche se affrontato con indole ed esiti differenti.

Alësa Astašev è un giovane pietroburghese che il padre avvocato ha abbandonato quando aveva dieci anni, lasciando lui e la madre nella più assoluta indigenza per unirsi a una sedicente artista, animatrice di salotti cittadini in cui imbastire affari economici e sfruttare conoscenze importanti. Il ragazzo vive l’adolescenza scisso tra le due donne, la mamen’ka povera e sdentata e la matrigna futile seduttrice che lo ospita nel suo elegante appartamento per il fine settimana: «Il sabato, dalla mammina numero due era giorno di ricevimento, in salotto gli ospiti bevevano il tè, scherzavano e spettegolavano». Occhi azzurri slavati in un viso rotondo e fanciullesco, Alësa cresce vuoto di carattere e di ideali, badando solo a sfruttare qualsiasi occasione gli sembri propizia a una riuscita professionale, o a un godimento sessuale senza scrupoli e responsabilità, odiando il comunismo livellatore del suo paese «privo di strade e abitato da un popolo che sgusciava semi di girasole e si soffiava il naso nella mano». Quando entrambe le sue madri si trasferiscono a Parigi per sfuggire allo stalinismo, Alësa Astašev ha venticinque anni, nessun lavoro ma molta ambizione e voglia di riscatto sociale. Confina la mamen’ka vera in uno squallido bilocale periferico, e frequenta il circolo di amici e amanti della matrigna, cercando appoggi per la propria affermazione personale. Progredisce economicamente procacciando alla sua società assicuratrice clienti a cui con abile e persuasiva loquacità propone polizze sulla vita: rimane tuttavia un omuncolo servile e mediocre, che nemmeno la dedizione innamorata di una ingenua ragazza, da lui sedotta e spinta al suicidio, riesce a convertire in un individuo migliore.

La sfavillante Parigi vagheggiata nei suoi sogni di esule non lo cambia e non lo salva, come non riesce a salvare la protagonista del secondo commovente racconto, la piccola Saša. La bambina vive con la sorella maggiore e il padre, impazzito dopo la morte della moglie, in un appartamento invaso da altri coinquilini in seguito alle sommosse popolari. «Quel lungo inverno del venti ci vide tutti e tre riuniti in una stessa camera, nel nostro tinello di un tempo, in mezzo al quale c’era una stufa di ferro». Improvvisamente catapultata in una vita da adulta, Saša si fa carico della sopravvivenza materiale e morale di quella «parvenza di famiglia», soprattutto dopo che l’adorata sorella Ariadna decide di lasciare la casa per andare a convivere con un attore, che la introduce nel mondo precario e velleitariamente rivoluzionario dei teatrini di provincia. «Cominciavo la mia giornata instancabile come un topo, tenace come una formica. Lavavo il pavimento, facevo la coda nei negozi, andavo a ritirare le razioni, preparavo da mangiare e lavavo la biancheria… Unico scopo della mia vita di bambina era racimolare da qualche parte qualcosa di mangiabile e portarlo a casa». Derubata dell’infanzia e di ogni suo legittimo desiderio o fantasia, non sa immaginare un’esistenza diversa dalla sua e da quella che vivono le persone intorno a lei, per cui ripone nell’idea di un trasferimento all’estero ogni speranza di sopravvivenza, di «tepore e quiete». Parigi, tuttavia, non corrisponde alle attese. Il quartiere operaio che accoglie lei e il padre malato non si differenzia granché da quello lasciato a Pietroburgo: strade sporche e buie, abitazioni fredde, bambini impauriti e vecchi lasciati soli. Saša vive anni anonimi, lavorando come stiratrice, risparmiando su tutto, rassegnata a un’esistenza priva di amori e amicizie, ma fedele all’idea che in qualche parte del mondo e del tempo possano aprirsi spiragli di bellezza e poesia, se non per lei, per altre persone con cui ha condiviso pochi attimi di felicità. «Prima avevo tredici anni, ora andavo per i trenta, ma a volte mi sembrava di essere sempre la stessa, di non avere imparato nulla, non avere studiato nulla, di non avere scoperto nulla qua, che tutto quello che avevo in me c’era già : la conoscenza della vita, la disperazione della solitudine, i miei sentimenti segreti ed elevati, le lacrime, le idee, il coraggio tenuto di nascosto a tutti: tutto ciò lo avevo portato con me, tutto ciò mi era stato donato in Russia, ed ero rimasta così per sempre».

Nelle vicende dei protagonisti dei due racconti, Alësa e Saša, come in quelle della maggior parte dei personaggi dei suoi romanzi, emigrati russi in Francia o in America, Nina Berberova rispecchia la sua particolare vicenda umana. Figlia unica di un funzionario del Ministero delle Finanze, (San Pietroburgo, 1901 – Filadelfia, 1993), fu costretta a lasciare il paese con la sua famiglia nel 1922, in seguito alle persecuzioni sovietiche contro gli intellettuali e i quadri dell’antico regime. Dopo tribolate peregrinazioni, si stabilì a Parigi fino al 1950, quando si trasferì negli Stati Uniti, avviandosi a una carriera accademica a Yale e a Princeton. La sua storia di emigrée, comune a molti scrittori e poeti suoi compatrioti, incapaci di integrarsi nelle società occidentali e nostalgici di un passato irrecuperabile, venne da lei descritta nell’autobiografia Il corsivo è mio, pubblicata nel 1957. L’ambientazione della maggior parte dei suoi romanzi ruota principalmente intorno ai destini di cittadini russi costretti dalla violenza del potere politico a rinunciare al proprio futuro, alla famiglia e alla casa rifugiandosi in altri paesi, e vivendo perpetuamente scissi tra nostalgia e rancore, desiderio di rivalsa e rassegnazione.

Recentemente, Guanda ha ripubblicato Il caso Kravcenko, cronaca del processo per diffamazione intentato nel 1949 dall’omonimo funzionario (transfuga negli Usa e violentemente critico nei riguardi del regime sovietico) contro le accuse rivoltegli da un settimanale francese. Nina Berberova aveva seguito e raccontato l’evento come cronista, commentandone le testimonianze guidate, vessanti e persecutorie, di comunisti russi e francesi in un’atmosfera giudiziaria di bieca intolleranza, e schierandosi apertamente dalla parte dei perseguitati dallo stalinismo. Una sorte non facile, la sua, affrontata tuttavia con coraggio e spirito di indipendenza, e alleviata da una costante e felice dedizione alla scrittura, che a noi lettori di oggi risulta ancora dopo tanti anni (e grazie anche alla sensibile traduzione di Bruno Osimo), concretamente definita e nello stesso tempo armoniosamente poetica.

 

© Riproduzione riservata                             «Il Pickwick», 19 febbraio 2019