NANCY

JEAN-LUC NANCY, COSA RESTA DELLA GRATUITÀ? – MIMESIS, MILANO 2018

Nella sua appassionata introduzione, la filosofa Francesca Nodari, (direttore scientifico della rassegna Filosofi lungo l’Oglio e del festival Fare Memoria), si chiede se sia possibile investigare il concetto di gratuità al di fuori della sfera esclusivamente economicistica, in un’epoca come quella odierna dominata dal consumismo e dall’individualismo. Lo fa commentando un breve ma densissimo saggio di Jean-Luc Nancy (1940), voce prestigiosa dell’intellettualità internazionale, che ha a lungo indagato le problematiche politico-sociali e la funzione della corporalità nelle dinamiche intersoggettive e comunitarie della società moderna. La riflessione di Nancy si intreccia con quella espressa negli anni ’50 da Marcel Mauss nella sua fondamentale ricerca Saggio sul dono, e con le più recenti di Derrida in Donare il tempo, e di altri francesi come Blanchot e Levinas, tutte in qualche modo riferibili alle tesi heideggeriane sull’essere dell’uomo all’interno della comunità, per cui il donare è da considerarsi un’azione di rilievo non solo personale ma soprattutto sociale.

“Cosa resta della gratuità?”, allora, nella società contemporanea dello scambio, in cui ogni individuo è inserito in rapporti di corrispondenza vicendevole con gli altri? Nancy sottolinea «È certo che nessuna forma di scambio può essere gratuita. Le due nozioni si escludono. Lo scambio implica una reciprocità». Se auguriamo “Buongiorno” incontrando qualcuno, ci aspettiamo di essere salutati allo stesso modo; usando il denaro («così desiderabile e così detestabile») ci attendiamo un profitto, sia in un acquisto sia in un investimento. La gratuità, quindi, per l’homo oeconomicus non ha senso: a un dono corrisponde un controdono, e forse solo nella natura esiste un dono senza ritorno (George Bataille diceva che «il sole dà senza mai ricevere»). Anche la generosità più disinteressata attende un beneficio perlomeno simbolico, cioè di essere ricambiata in termini di potere, distinzione, riuscita, identità: in termini di «riconoscimento del debito». Debito che non va circoscritto alla sola sfera finanziaria, ma presuppone comunque il rapporto che intercorre con l’altro in ogni campo dell’esistenza, compreso quello sessuale: un rapporto che è sempre di ostilità o accettazione, di rifiuto o desiderio.

Il do ut des degli antichi rimane pertanto basilare, perché credito e debito creano in primo luogo un legame, un vincolo tra «animali parlanti». Secondo Nancy «noi siamo» nel momento in cui «siamo-con», «co-esistiamo», pretendendo di essere riconosciuti dagli altri, non solo nei termini dell’avere (dell’appropriazione o dello sfruttamento) ma soprattutto in quelli dell’essere. Nessun gesto, in tale prospettiva, può quindi definirsi gratuito: tuttalpiù “grazioso”, nel senso etimologico latino (gratis da gradito, gradevole): «Noi lo diciamo di un gesto elegante, di un fascino, di una vena eroica così come di una tensione trascendente o sublime, di un perdono senza fondamento…». Che, in quanto donato, crea un debito, il quale può essere saldato o non onorato, ammesso o rifiutato, e necessariamente spalanca un baratro tra chi dà e chi riceve, tra chi desidera essere riconosciuto e chi riconosce (o no): «Anche ciò fa parte della strana grazia che ci è fatta di esistere», conclude Jean-Luc Nancy, e di esistere-con.

© Riproduzione riservata      https://www.sololibri.net/Cosa-resta-della-gratuita-Nancy.html                22 aprile 2018

 

FENOGLIO

BEPPE FENOGLIO, EPIGRAMMI – EINAUDI, TORINO 2005

L’epigramma, di cui Leopardi indicava i tratti fondamentali nell’arguzia e nella brevità, ha una tradizione millenaria nella nostra letteratura. Il termine deriva dal greco ἐπί-γράφω («scrivere sopra») e originariamente indicava la breve formula posta sulle lapidi funerarie. In età classica, i pochi versi che lo caratterizzavano si indirizzarono verso composizioni poetiche di vario genere, assumendo toni burleschi, licenziosi, celebrativi o di aspra critica civile e politica.Testimonianza fondamentale dell’epigrammatica greca fu l’Antologia Palatina, una raccolta di autori cristiani e pagani composta a Bisanzio nel X secolo. Nel mondo latino, erano stati soprattutto due i poeti a distinguersi in tali composizioni: Catullo e Marziale, più elegante il primo, decisamente aggressivo e al limite dell’osceno il secondo, che giustificava la licenziosità con cui fustigava i costumi corrotti della Roma dei Flavi, affermando hominem pagina nostra sapit («la mia pagina ha sapore di uomo»): la sua spietata satira metteva in scena, sbeffeggiandoli, vizi pubblici e privati di nobili e plebaglia, senatori e schiavi, matrone e lenoni, soldati e sacerdotesse. La tradizione classica venne recuperata nel corso dell’Umanesimo da Poliziano e Lorenzo de’ Medici, che composero epigrammi in greco e latino; durante i secoli successivi si distinsero in queste fulminee composizioni Buonarroti, Machiavelli, Ariosto, Bembo, Marino, accentuando il carattere polemico dei loro versi. Tra i letterati successivi, questo stile divenne strumento di feroce critica letteraria (ricordiamo che Foscolo definiva Monti «gran traduttor dei traduttor d’Omero»!), e nel ‘900 non si risparmiarono vicendevoli e crudeli attacchi Montale, Ungaretti, Fortini, Sereni, Giudici, Caproni, Bassani, Arpino, Calvino, Ginzburg, Flaiano, Marchesi, Pasolini, Sanguineti, Eco… Anche oggi duelli rimati e non, comici o furenti, vengono combattuti da molti signori e signore della pagina scritta, non si sa con quanto reciproco gaudio.

I più originali e imprevedibili epigrammi scritti nel dopoguerra sono tuttavia quelli firmati da Beppe Fenoglio, celebrato autore di romanzi sulla Resistenza, nato nella cittadina di Alba (1922-1963), a cui fu legato da un viscerale rapporto di amore e odio, disprezzo e totale dipendenza. Proprio nella sua Alba degli anni del dopoguerra l’autore de Il partigiano Johnny ambientò questi versi, paludandoli (se così si può dire) in toghe e calzari dell’antica Roma, utilizzando un linguaggio arcaicizzante e aulico, latinizzando i nomi dei personaggi (che diventano Clodia, Rufo, Decio, Plautina, e così via), mimetizzando automobili e interni borghesi novecenteschi tra portantine e triclini, con la finalità esplicita di stigmatizzare il modus vivendi della comunità albese.

I 144 epigrammi che Fenoglio scrisse nell’arco del 1961 rimasero inediti per molti anni, per venire poi parzialmente recuperati, dopo la sua morte precoce, da Maria Corti nell’edizione critica delle Opere del 1978, ed essere quindi pubblicati nella loro interezza da Einaudi nel 2005, con una approfondita e coltissima introduzione di Gabriele Pedullà, che li ricolloca all’interno della produzione narrativa dello scrittore piemontese, svelandone le ascendenze più o meno remote. L’intento dissacratorio e polemico di Fenoglio era quello di prendere di mira l’ipocrisia, il cinismo e l’apatia dei suoi concittadini che, concluso il periodo dei generosi slanci e delle utopie rivoluzionarie vissuto durante la lotta al nazifascismo, sembravano essere stati risucchiati nel grigiore della routine abitudinaria e sconfortante della vita in provincia, ossessionata dal sesso, dai soldi e dal miraggio del potere. «Varron tribuno ammette che la legge / Passata grazie ai voti del suo gruppo / Lede la libertà, ma leggermente. / Avant’ieri Settimio mi diceva / Riguardo alla figliola signorina: / Lucilla mia è leggermente incinta», «Quel leguleio, che vedi servire / (Levando gloria e mancia a un chierichetto), Non più tardi di ieri a una vedova / Ha tolto anche la tavola e le sedie», «Caco lenone vedi porporato? / La porpora non spregi, stimi Caco», «Ti lagni non ti fruttano i poderi. / Aulo, qual meraviglia? Ari tu il Foro».

Giustamente Gabriele Pedullà sottolinea quanto lo schermo dell’ambientazione romana sia servito a Fenoglio per esprimere tutto il suo sprezzante rifiuto verso il culto della latinità (pomposo, virile e vuoto) celebrato dalla retorica fascista. Tale riluttanza nei confronti della romanità, e quindi di un nazionalismo anche letterario, lo aveva condotto all’amore per la cultura d’oltremanica, a «una terapia intensiva di britishness», al punto da fargli scrivere direttamente in inglese sia Primavera di bellezza sia Il Partigiano Johnny, riconosciuto anche in qualità di straordinario traduttore di poesia inglese e americana. Un Marziale, il suo, risciacquato nello humor britannico, ad evitare la bolsa monumentalità della prosa del ventennio, con l’obiettivo di sferzare i costumi corrotti, ignavi e conformisti di un’italietta che aveva tradito gli ideali della Resistenza.    I vizi presi di mira dagli Epigrammi fenogliani sono quelli comuni a tante epoche e luoghi diversi: L’adulazione: «Secca hai la lingua, ma non ti daremo / Nemmeno un goccio per rifar saliva. / Aduli tu per vizio, non bisogno». L’invidia: «In mascherar l’invidia fai progressi: / Prima inverdivi come il lauro, adesso / Come l’ulivo». La cupidigia: «Dall’aurora al tramonto senza tregua / il gruzzolo ha palpato e numerato. / A notte fonda si risveglia e frigge / Per la necessità di ricontare. / Bussa da me: non gli regalerei / Appena un’oncia d’olio per lucerna?». La vanagloria: «Credete a me, Cepione con le donne / Non compisce al momento, ma compisce / L’indoman, quando a noi ne riferisce». L’avarizia: «La predica che hai fatto all’accattone / Valeva bei soldoni, per sorbirla. / Gli desti – non travidi – un quattrinello». La lascivia: «Come esperto di squillo torinesi / Getulio,almen da noi, non ha rivali. / Tutto sa e narra: le telefonate, / Gli ambienti, le bellezze, le tariffe». L’avidità: «Perdona se non faccio meraviglie, / Arrio, adeguate. Già lo prevedevo / Ai dì che fummo insieme scolaretti. / Mancavati lo stilo? Te ‘l donavo. / Mancava a me? Tre soldi ne volevi». La petulanza: «Nulla di sé mi tace; in pieno foro / Mi arresta per parlarmi dei suoi calli, / Di come vomitò la notte avanti, / Dei mestrui della moglie, e tutto questo / Perché mi stima, dice, sopra tutti». L’inerzia: «Sostiene Lentulo esser tutto vano: / Sposare, ambire, amare ed operare. / Util però ritiene il respirare», «Niente di niente si poteva dire / Avere Nonio fatto nella vita. / Ora ha ereditato. Ha fatto. Basta».

Lo scherno, il dileggio, il turpiloquio mantengono a volte il tono goliardico «dello scherzo tra compagni di classe», come scrive Pedullà, o degli avventori del bar che si danno di gomito vedendo passare uno o l’altro dei compaesani: «Hai, dicono, la bocca come il culo, / Ma di culo sei stitico, talvolta», «Tigellio d’esser calvo si dispera: / Certo, se il cranio col cul sostituisse, / In vantaggio sarebbe di capelli». Numerosi epigrammi appaiono decisamente misogini, rancorosi nei riguardi delle donne che si concedono troppo o non si concedono per niente, che tradiscono fingendo fedeltà. Spose per interesse, vedove falsamente inconsolabili, vergini pudibonde ma smaniose: «Ingiusta fama ha Licia di sgualdrina: / Non sa dire di no, semplicemente», «Serissima Licisca? Non contesto. / Si denudò, si dié supina e prona, / indi si rivestì, senza un sorriso», «A che s’aggira intorno alla palestra? / Partirono in tournée, ora fa un mese / I gladiatori. Restane l’odore», «E così se la son goduta in molti / la tua Drusa, tuissima Drusa. / Incauto Decio, troppo spesso e male / Affermavi che d’alito puzzava», «Tu invece sei per bene, estremamente: / Di te non si può dire proprio niente, / Salvo che ne patisci, Aurunculeia», «Fa’ come me, che da gran tempo tengo / Per vergini le donne che non hanno / Ancora partorito».

Eppure, tra tanta pletora di donnette e donnacce, Fenoglio recupera una figura altera e inavvicinabile, quella stessa Fulvia che avevamo amato leggendo della tormentosa passione di Milton, in Una questione privata. Eccola di nuovo, incubo e sogno, premio e condanna: «C’ero e non vidi. Stavasi in platea / Un’ignota fanciulla somigliante, / Nei sopraccigli, a Fulvia. Altro non vidi», «”Fulvia non è più qui”. Buona ragione / perché debba partirmene per dove / Fulvia mai fu?», «Se un tuo viaggio mi annunci, / Ecco sull’oceano / Un gabbiano stride / Coltello nella carne del mio amore», «Alfin ci riunivamo Fulvia ed io, / Giovani come allora, un po’ più saggi, / Ma di Fulvia apparivo assai più bello. / Morfeo non mi replichi un tal sogno».

Sempre recuperando gli stimoli offertici dall’acuta prefazione di Gabriele Pedullà, dobbiamo considerare quanto il Fenoglio degli Epigrammi abbia tratto ispirazione dall’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, di cui era stato pregevole traduttore. Ma se Masters sceglie un cimitero per rappresentare in ogni singolo epitaffio gli abitanti della stessa città, individuando nel momento della morte il disvelamento di un segreto, di una sofferenza, di una passione o di una colpa individuale, per Beppe Fenoglio è l’indole che si manifesta lungo tutta la vita privata e civile degli albesi che va presa di mira, e giudicata con ironia, indignazione o rabbia: in questo dichiarandosi vero erede dell’inclemente sogghigno di Marziale.

 

© Riproduzione riservata              «Il Pickwick», 20 aprile 2018

 

 

 

 

CAMPETTI

LORIS CAMPETTI, GIORNALISTA E SCRITTORE


In quest’intervista Loris Campetti racconta la sua formazione e il suo apprendistato politico, intellettuale e professionale, senza trascurare di offrirci una sottile analisi dei cambiamenti configuratisi negli ultimi decenni nella società italiana e alcuni interessanti spunti di riflessione sul futuro prossimo di quel che resta della sinistra.

Nato a Macerata nel 1948, consegue la laurea in Chimica nel 1972, insegnando poi a lungo nella scuola media. Entra nel mondo del giornalismo sul finire degli anni Settanta, dirigendo per circa dieci anni la redazione torinese de Il Manifesto, e in seguito occupandosi di economia, lavoro e sindacato come capo-redattore. Tra i suoi libri: “Non Fiat” (Castelvecchi, 2002), “Ilva connection” (Manni, 2013), “Non ho l’età” (Manni, 2015), “Ma come fanno gli operai” (Manni, 2018).

  • In quale ambiente familiare e culturale si è formato?

Sono figlio di un sarto, ex partigiano, comunista (eretico) in una città bianca. Sul muro del municipio è scolpita in pietra la scritta “Civitas Mariae” anche se sotto c’è una lapide dedicata a Giordano Bruno, “vittima della tirannide sacerdotale”. Mio padre è morto quando io avevo appena dieci anni, il suo è stato il primo funerale laico nella storia della città con tanto di bandiere rosse e di porte delle chiese che venivano chiuse al passaggio del feretro e del corteo. Mia madre, anche lei sarta, ha lavorato a testa bassa per consentire a mia sorella e a me di studiare e laurearci. Era la stagione del mito del riscatto sociale (e della cultura), era il tempo oggi scaduto in cui si sapeva che i figli avrebbero vissuto meglio dei loro genitori.

  • La sua scelta politica di schierarsi dichiaratamente e con coerenza a sinistra in che anni è maturata, e seguendo quali Inclinazioni o suggestioni caratteriali e intellettuali?

La mia scelta di campo, con gli ultimi, i più deboli, forse l’avevo già impressa nel DNA, o più probabilmente è maturata negli anni intorno al ’68 e alla rivolta contro tutti gli autoritarismi. All’università occupata di Camerino portavamo a parlare i primi delegati operai eletti e alla notte noi studenti andavamo ai presidi operai davanti alla Lebole e alla Merloni. La laurea in Chimica mi è servita, dopo un periodo in cui ho fatto il collaudatore di automobili, per andare a lavorare in una multinazionale farmaceutica per pochi mesi, il tempo necessario a capire che con un uso puramente speculativo degli ormoni si poteva rovinare la vita di un sacco di persone. Poi la scuola, otto anni di insegnamento accompagnati da lavoro giornalistico volontario, meglio dire militante, e infine Il Manifesto oltre che per piacere per lavoro. Era un giornale dalla parte del torto, il mio giornale.

  • Quali sono stati gli autori e le esperienze esistenziali che hanno inciso più profondamente nella costruzione della sua identità umana e professionale?

Leopardi (tutto), Richard Wright (“Ragazzo negro”), Steinbeck (“Furore”), Che Guevara (“Il diario in Bolivia”), Tex Willer, Pasolini, Brecht, Rosa Luxemburg….

  • Quarant’anni di collaborazione attiva con Il Manifesto che eredità di pensiero e sentimenti le ha lasciato? Ritiene che questo quotidiano abbia ancora una sua funzione di stimolo e critica nella società italiana, o pensa che abbia perso parte della sua capacità propulsiva e propositiva?

Potrei rispondere “sono un comunista non ho altro da dichiarare”, non lo farò. Al manifesto ho dato tanto e ricevuto ancora di più: il pensiero critico, la cultura del dubbio. Credo che ogni cosa abbia un inizio e debba avere una fine una volta esaurita la sua spinta propulsiva; se il nuovo manifesto, quello che si è emancipato dai suoi fondatori e da qualche fondamento, va ancora in edicola credo dipenda da due fattori: il vuoto editoriale a sinistra e la legge sull’editoria.

  • Esiste ancora, ideologicamente e politicamente, un futuro per la sinistra in Europa e nel mondo? Integralismi e populismi troveranno un argine nella coscienza civile internazionale? A molti commentatori sembra che il capitalismo, con le sue feroci leggi del mercato, abbia trionfato ovunque, e il comunismo sia ormai relegato in un ruolo di irrealizzabile utopia egualitaria.

Se sapessi rispondere a queste domande potrei aspirare a guidare la rivoluzione mondiale. Finché ci sarà sfruttamento dell’uomo sull’uomo, finché cresceranno le diseguaglianze, ci sarà bisogno di conflitto e utopia, chiamiamola sinistra o come ci pare. Se un altro mondo sul piano morale, politico, ambientale, umano è desiderabile – e non serve essere comunisti per desiderarlo – e necessario – chiedetelo ai migranti, agli operai e all’orso polare – dovrà pure essere possibile. Il comunismo è un fantasma, se non lo vediamo aleggiare nei cieli d’Europa, sarà per colpa dell’inquinamento? O magari dobbiamo cambiare gli occhiali? Chi si batte per un ideale può essere sconfitto, chi rinuncia a battersi ha perso in partenza.

© Riproduzione riservata   https://www.sololibri.net/Intervista-a-Loris-Campetti.html     18 aprile 2018

CAMPETTI

LORIS CAMPETTI, MA COME FANNO GLI OPERAI – MANNI, SAN CESARIO DI LECCE 2018

In questa interessante inchiesta sulla condizione operaia nelle fabbriche del Nord Italia, Loris Campetti (per quarant’anni redattore de Il Manifesto) indaga le ragioni che hanno portato i lavoratori dell’industria non solo a una indubbia precarietà occupazionale ed economica, ma anche a una marginalizzazione del loro ruolo culturale, sia nella società sia all’interno dei partiti che tradizionalmente li rappresentavano.
Campetti in Ma come fanno gli operai ha raccolto decine di testimonianze tra giovani e meno giovani, specializzati e generici, rassegnati o rabbiosi, in stabilimenti in crisi come in aziende modello e competitive (dalla Luxottica alla Fincantieri, dalla Brembo alla Beretta, dall’Agusta all’Aermacchi, dalla Maserati all’ex Pininfarina), evidenziando come il disagio dei salariati stia aumentando a livello individuale e collettivo.
Di ognuna delle aziende visitate traccia le origini e gli sviluppi, elencandone le varie sedi sparse nel mondo, il numero delle maestranze, gli sbocchi del mercato, i risultati tecnologici raggiunti.
Pur nella differenza dei casi citati, appare simile la situazione economica degli intervistati, tra coloro che vantano lauree scientifiche, come tra gli informatici e i progettisti meccanici: uno stipendio mensile che si aggira dai 1300 ai 1800 euro, un premio di produzione annuale che in genere non supera i 5000 euro, nessuna copertura sanitaria, scarse possibilità di carriera, pressanti richieste di mobilità all’interno dei reparti. Comune è anche la disposizione ideologica, molto critica nei riguardi della politica renziana e del PD, rancorosa verso il jobs act, la riforma Fornero, la cancellazione dell’articolo 18; propensa invece alla novità rappresentata dal M5S, e sensibile all’insofferenza leghista per l’immigrazione. Si avverte tra i lavoratori un’omologazione al pensiero dominante, un individualismo crescente e il venire meno della solidarietà di categoria: il compagno di squadra viene spesso percepito come un minaccioso rivale, l’extracomunitario come un corpo estraneo eccessivamente tutelato. Il sindacato è vissuto in genere come un apparato burocratico indifferente ai reali bisogni degli operai, proiettato invece verso la negoziazione politica e parlamentare, con l’unica eccezione per l’agire concreto e fattivo della Fiom.
Gli esempi offerti da Loris Campetti sono numerosi e vari: dai dipendenti delle Coop emiliane fallite e finite in tribunale, ai rider di Foodora che consegnano la pizza o la spesa a domicilio, arruolati con un sms e pagati a cottimo; dagli elicotteristi di Finmeccanica super-specializzati al personale garantito dal welfare d’eccezione della Luxottica, fino al cassaintegrato cinquantenne e alla facchina con preparazione universitaria che hanno visto crollare l’utopia cooperativa a Reggio Emilia.
Emblematico è il racconto del ventunenne Federico, operaio interinale del weekend (inchiodato alla catena di montaggio solo di sabato e domenica, senza diritto alla mensa e agli straordinari) alla Brembo (BG), leader mondiale dei sistemi frenanti. Federico frequenta l’università a Milano, sogna di diventare ingegnere musicale, di specializzarsi a Londra per poi emigrare negli USA o in Canada, ma accetta una sottoccupazione per motivi di pura convenienza e sopravvivenza. Nessun giovane condivide più la simbiosi con la fabbrica, l’amore viscerale per il marchio dell’azienda nutrito dai genitori e dai nonni: i ragazzi lavorano per vivere, e non viceversa, delegando i propri momenti di felicità al tempo libero, ai viaggi, alla musica, all’amore.
Il volume si conclude con alcune considerazioni amare e perplesse sul mondo del lavoro così come si presenta oggi, e sulle sue prospettive future. Attualmente l’ideologia del mercato e del profitto ha sostituito l’ideale di mutualità e solidarietà, inteso come strumento trasformativo della società; salute, anzianità e sicurezza sul posto di lavoro non sono più garantiti; la competizione tra occupati, sottooccupati e disoccupati anima risentimenti; le assunzioni sono perlopiù a termine; l’attenzione ai consumatori ha prevalso su quella dovuta ai produttori, e la politica si è consegnata a un neoliberalismo sfrenato.
«L’insicurezza produce paura e la paura può diventare il catalizzatore di una guerra tra poveri», cioè tra personale assunto a tempo indeterminato e nuovi schiavi. Un progetto collettivo di cambiamento può sorgere forse da un diverso modello di sviluppo, dalla sensibilizzazione individuale ai diritti di tutti i lavoratori, dalla rinascita consapevole delle organizzazioni sindacali.

© Riproduzione riservata         https://www.sololibri.net/Ma-come-fanno-gli-operai-Campetti.html          18 aprile 2018

ENDO

SHŪSAKU ENDŌ, IL GIAPPONESE DI VARSAVIA –  EDB, MILANO 2018

Al lettore ormai stancamente assuefatto agli artifici retorici e furbastri di molta narrativa contemporanea (il meta-racconto, la citazione colta e cifrata, l’allusione ammiccante allo scandaglio psicanalitico), le tre magistrali storie del giapponese Shūsaku Endō comprese in Il giapponese di Varsavia (con prefazione, traduzione e note di Tiziano Tosolini), sembreranno finalmente un soffio di aria fresca, di scrittura limpida e densa insieme, di riflessione etica sulla problematicità dello stare al mondo, rapportandosi collettivamente e individualmente sia al passato sia al futuro.

Endō è l’autore del voluminoso romanzo Silenzio, che ha ispirato il recente omonimo film di Martin Scorsese sulla persecuzione e il martirio dei cristiani nel Giappone del 1600. Diventato cattolico a 13 anni per volontà della famiglia, lo scrittore nipponico tornò spesso sulla problematicità del suo rapporto con la fede cristiana, sulla difficoltà di aderire ai dogmi e di praticarne i riti, sui dubbi riguardo al valore dei sacramenti. Nel primo (splendido!)  dei tre racconti qui presentati, Un uomo di quarant’anni, ne parla esplicitamente, e in toni che rivelano una sorta di sofferto rancore verso l’imposizione subita, rivalutata nel suo spessore culturale e nell’insegnamento morale solo nella maturità, dopo una vita di sofferenze e privazioni fisiche e materiali: «Io, quando ero un bambino, sono stato battezzato per volere dei miei genitori, non per mia volontà. Proprio per questo ho per molto tempo frequentato la chiesa per formalità e abitudine. Ma da quel giorno in poi sapevo che non avrei ma più potuto sbarazzarmi di quell’abito che non mi calzava e con il quale i miei parenti mi avevano vestito. Con gli anni, quell’abito era diventato parte di me e sapevo che non avrei mai più potuto disfarmene, perché sarei rimasto senza un riparo per il mio corpo e per la mia anima».

L’essere cristiano in Giappone, a confronto con una spiritualità e con cerimonie religiose totalmente diverse dalla propria, e in seguito recependo apporti intellettuali dal cattolicesimo europeo (Endō visse a lungo in Francia), condusse lo scrittore a sviluppare una sensibilità particolare, attenta ai temi del peccato e della grazia, della sofferenza e della redenzione, spesso tormentata dal senso di colpa e dal rovello interiore. Ritroviamo questi motivi nei tre racconti da poco pubblicati da EDB, e in particolare nel primo, che narra la degenza ospedaliera di un quarantenne sottoposto a successive e dolorose operazioni per un cancro all’intestino. L’ambiente asettico della clinica, la reticenza del personale, il costante enigmatico sorriso della moglie, l‘imbarazzo dei parenti in visita avvolgono il malato in un’atmosfera di sospesa finzione («Ognuno sta simulando qualcosa»), e di aspettativa di un esito in qualche modo rivelatore. Suguro è paralizzato non solo dalla malattia e dagli anni di degenza (lo stesso Endō rimase a lungo ricoverato in ospedale per la tubercolosi, e fu a più riprese operato), ma soprattutto per la consapevolezza di una colpa commessa in passato, mai ammessa nemmeno in confessione, da tutti conosciuta e taciuta, che egli sente di poter condividere solo con lo sguardo umano e comprensivo del merlo indiano chiuso in gabbia nella sua stanza di moribondo, più indulgente di qualsiasi prete.

Nel secondo brano del 1965, il protagonista compie un pellegrinaggio turistico alle sorgenti solforose del monte Unzen, dove molti cristiani erano stati torturati e poi bruciati vivi, mentre altri avevano preferito abiurare alla loro fede pur di salvarsi, continuando a vivere però nel rimorso del tradimento e sotto il peso della loro viltà.

L’ultimo racconto, che dà il titolo al volume, allude con intenerita ammirazione alla figura del frate polacco Massimiliano Kolbe, martire ad Aushwitz e canonizzato da Wojtyla, recuperato inaspettatamente nella memoria di alcuni turisti giapponesi in viaggio di piacere a Varsavia. Kolbe era stato missionario a Nagasaki negli anni ’30, vi aveva fondato un convento e creato una rivista; il suo nobile profilo spirituale si impone come un severo e allo stesso tempo paterno monito morale a uno dei viaggiatori durante un incontro notturno con una giovane prostituta polacca: quasi un’epifania, a fondere insieme peccato e assoluzione, corpo e anima, sacro e profano.

© Riproduzione riservata       https://www.sololibri.net/Il-giapponese-di-Varsavia-Shusaku-Endo.html        13 aprile 2018

 

 

 

PUTNAM

HILARY PUTNAM, FILOSOFIA EBRAICA. UNA GUIDA DI VITA – CAROCCI, ROMA 2011

Hilary Putnam (19262016), filosofo e matematico statunitense, si è a lungo occupato di filosofia della mente e filosofia del linguaggio, ma negli ultimi vent’anni la sua ricerca ha seguito un disegno più complesso, spaziando dalla metafisica alla scienza e alla religione. In Filosofia ebraica. Una guida di vita, saggio uscito in America nel 2008, Putnam – ebreo di origine, ma sempre definitosi ateo – esplora le tesi dei tre più importanti filosofi ebrei del ‘900 (Franz Rosenzweig, Martin Buber ed Emmanuel Levinas), a cui affianca marginalmente Ludwig Wittgenstein, cristiano da due generazioni, ma di ascendenze ebraiche, perché comunque interessato ad affrontare il tema della religione come insegnamento morale.

Sia nell’introduzione che nella postfazione, l’autore introduce le sue riflessioni partendo dalla propria esperienza, con l’affermazione perentoria che la religione “o è anche una questione personale, o non è nulla”. Il suo avvicinamento alla pratica religiosa, in età matura e dopo una vita agnostica, non è stato determinato da una conversione, ma da un avvenimento occasionale ed estrinseco: la volontà del figlio Samuel di celebrare il bar mitzvah (la cerimonia con cui i bambini ebrei raggiungono la maturità, a 13 anni), coinvolgendo tutto il nucleo familiare nelle funzioni e nelle formule rituali di preparazione. L’abitudine presa allora di ricorrere quotidianamente a mezz’ora di raccoglimento e di preghiera (in un’epoca in cui era di moda tra gli intellettuali americani rivolgersi alla meditazione trascendentale, alla psicanalisi, al training autogeno e ad altre pratiche di autocoscienza per risolvere il proprio disagio esistenziale), fece del celebre filosofo Hilary Putnam un convinto “ateo credente”. Ateo in quanto negatore di qualsiasi vita ultraterrena e della Provvidenza divina, nella storia e nelle vite individuali; credente perché convinto che la pratica costante della meditazione, della preghiera, dei riti e dei testi millenari dell’ebraismo, e dell’adesione ai precetti morali ad essi sottesi, producessero effetti positivi di miglioramento nelle persone e nella società.

Nei pensatori presenti in questo volume, Putnam recuperava appunto un insegnamento spirituale capace di avvicinare l’uomo al suo prossimo e a una verità oltrepassante la pura materialità dell’esistere. Martin Buber insisteva sulla relazione io-Tu nel rapportarsi con il divino, sostenendo che l’uomo non deve teorizzare su Dio, ma “rivolgersi” a lui. Emmanuel Levinas indicava nella disponibilità e nell’apertura all’altro la “fenditura” che sgretola le categorie individuali e mette in comunicazione con il soprannaturale. Franz Rosenzweig suggeriva di affidare sé stessi a un esercizio di filosofia esperiente, trasformatrice, che conducesse al precetto del “retto fare”. Non è tanto, quindi, l’attività speculativa e teorica che può introdurre a Dio, quanto un atteggiamento di “perfezionismo morale” in grado di porre l’individuo in una disposizione di ascolto, di umile accettazione del magistero biblico, di servizio verso l’altro da sé.

© Riproduzione riservata        https://www.sololibri.net/Filosofia-ebraica-guida-vita-Putnam.html              10 aprile 2018

 

 

 

HINDERMANN

FEDERICO HINDERMANN, SEMPRE ALTROVE – MARCOS Y MARCOS, MILANO 2018

L’editore milanese Marcos y Marcos ha pubblicato all’inizio di quest’anno un’antologia dell’opera di Federico Hindermann (Sempre altrove. Poe­sie scel­te 1971-2012), curata da Mat­teo M. Pe­dro­ni e in­tro­dot­ta da Fabio Pu­ster­la. Hindermann, poeta coltissimo e appartato quanto pochi, nacque in provincia di Biella nel 1921 da padre svizzero-tedesco e madre piemontese, passò la sua prima infanzia a Torino e si trasferì poi a Basilea. Qui e a Zurigo studiò romanistica e letteratura comparata, intraprendendo la carriera giornalistica. Dal 1950 divenne lettore all’università di Oxford e, conseguito il dottorato, ricoprì la carica di professore di filologia romanza all’università di Erlangen. Tornato in Svizzera, si dedicò all’attività di traduttore e di direttore editoriale per la casa editrice Manesse. Morì ad Aarau nel 2012. La sua produzione letteraria iniziò nel 1941 con la pubblicazione di poesie in tedesco, ma dal 1978 proseguì servendosi principalmente della nostra lingua. A cavallo tra la cultura elvetica e quella italiana, Hindermann ha nutrito i suoi versi di apporti dal tedesco, dal francese e dall’inglese, grazie alla frequentazione assidua delle diverse letterature e alle esperienze lavorative in Germania e in Inghilterra. Le sue poesie, oltre a utilizzare termini stranieri, evidenziano eredità culturali che dagli ermetici (Montale, soprattutto) risalgono a Dante, e si nutrono di apporti filosofici e scientifici.

Un’attenzione particolare è riservata alla natura, nei suoi elementi vegetali e animali, indagati e nominati con estrema precisione. Uccelli e insetti, con la loro alata e quasi angelica leggiadria, con la loro effimera, gioiosa e colorata esistenza, abitano i versi come messaggeri simbolici di significati “alti”, di doti morali: farfalle coccinelle libellule, fringuelli allodole colibrì gazze e pettirossi. Piccoli abitanti dei boschi e dei campi, celebrati nella loro innocente fisicità. Giustamente Roberto Galaverni definisce Hindermann «poe­ta an­zi­tut­to di ester­ni, del ve­de­re, dell’os­ser­va­re, del ca­pi­re»: con le creature più piccole vige un rapporto di francescana solidarietà e amicizia, talvolta velato da una pena leggera, dal senso di colpa di chi si riconosce artefice di violenza, padronanza e sopruso: «Perdóno / supplico per la farfallina bionda / che nel suo strano delirio / m’accarezzava la fronte e che uccisi, / senza saperlo, schiaffeggiando a tastoni / nella penombra; perdóno / per quest’altra vittima / del mio ottuso potere, / così infimo eppure sempre / così male usato».

Un rapporto ancora più empatico, di intenso legame affettivo e di reciproca dipendenza, lo lega ai gatti, regali, flessuosi e indipendenti inquilini del tepore domestico. Il micio «impigrito» o «spampanato» che con lui ascolta una sonata di Schubert, o «il gatto che lungo / il vetro sonnecchia e cui scuote / un crampo le ganasce e freme / azzannando nel vuoto / voli lontani»; o ancora Beaux-yeux, il felino di casa, che torna con una piccola preda, rivelando sentimenti di gioia, fierezza e terrore quasi umani: «in uno / sguardo che uguale brilla / nel toporagno e in Beaux-yeux tigrata / che me lo porta in dono ancora vivo. / Forse le fusa e lo stridìo non sono / che voci di un’unica bontà». Animali che patiscono e com-patiscono insieme a chi li osserva, in una comune fragile creaturalità: «i polpastrelli rosa del gatto / raccolto a mazzetto sotto il muso a dormire / come fossero grazia soltanto / e non forse angoscia, preghiera / fiori deposti / in sacrificio anche loro».

Si nota, nelle poesie di Federico Hindermann, la ripetizione frequente del verbo “passare”, non solamente nel significato di trasmettere, mandare segnali da un essere all’altro, ma anche indicando la fugacità lieve di un transito nel vivere, di un tacito percorrere le ore e le giornate. Sono versi, i suoi, nutriti di poche parole, di scarsi colloqui («quanto silenzio bisogna / aver ascoltato, quanto cielo negli occhi…»), e invece pieni di sguardi, lunghi attenti e meditativi, che sanno transitare dall’osservazione incantata di un particolare a una riflessione più filosofica, cosmica, dall’impronta religiosa. Il “Tu” cui spesso il poeta si rivolge non sottintende però alcuna supplica, non richiede l’esaudimento di una preghiera; è piuttosto pura contemplazione dell’altro da sé (alla maniera dei mistici tedeschi citati, Eckhart, Böhme), che si confonde con una riflessione sul tempo e sulla fine del tempo: numerose sono infatti le poesie per i morti, ambientate nei cimiteri o durante un funerale.

La scrittura di Hindermann non sollecita nessuna confidenza, rimanendo algidamente classica, ponderata, discreta; pur nella linearità dello stile sa farsi abissale, concentrandosi nello scavo semantico e nell’interrogazione sospesa sul mistero dell’inspiegabile, del non misurabile, del tragicamente necessario: «Sull’uscio di casa, / appena giunto sull’uscio / già mi conturba il mondo», «S’aggancia al cielo, trascina / in altre logiche che non so seguire / quest’episodio in eterno forse, / scrollando le spalle, riassesto / forse il respiro che rantola, stenta, / o faccio macerie del mondo / che debbo reggere, i piedi puntati / sui sismi, le ondate forse / riposeranno, il capriccio di un attimo basta / per credere che tutto sia». Nelle ultime raccolte in forme brevi chiuse (un quinario e due endecasillabi rimati), il tono si fa più sentenzioso e ironico con l’assumere le forme di mottetti o stornelli, nutriti di richiami biblici, danteschi e carnascialeschi medievali, rimanendo comunque pregno di pensosa malinconia: «Per me diffido / del bene: fatto, non voglio saperne; / del male no: ce l’ho già fin dal nido», «In usufrutto / Dio dona la mela che mordo: perché / la gioia già col rimorso d’un lutto?».

Fabio Pusterla nella prefazione al volume sottolinea quanto il ricorso costante alle antitesi metta in luce due caratteri fondamentali e opposti della scrittura di Hindermann: armonia e contrasto, così come sembrano essere riassunte dal titolo di una sua raccolta del 1980: Docile contro. La voce del poeta, sempre controllata a evitare sbavature emozionali, nutrita di una solennità asseverativa, è però anche pacata, ricca di pietas: docile, appunto, nella capacità di adeguarsi all’esistente, mantenendo però una sua consapevole e orgogliosa alterità.

© Riproduzione riservata           «Il Pickwick», 9 aprile 2018