LOEWENTHAL

ELENA LOEWENTHAL, DIECI – EINAUDI, TORINO 2019

Dieci sono i comandamenti che Jahvè detta a Mosè sul Sinai, e dieci sono i capitoli che Elena Loewenthal dedica al loro commento nel suo ultimo saggio, intitolato appunto Dieci. Elena Loewenthal (Torino, 1960) insegna Cultura Ebraica allo Iuss di Pavia e all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, collabora a “La Stampa”, e ha pubblicato numerosi volumi e studi sulla tradizione religiosa, culturale e letteraria di Israele. Le citazioni bibliche e talmudiche presenti in questo piccolo libro einaudiano sono state da lei tradotte con una particolare adesione morfologica e sintattica al testo originale: da ciò è derivata una lettura capace di prendere coraggiosamente le distanze dall’esegesi più tradizionale.

Il primo capitolo si apre sottolineando le due differenti versioni di Genesi sulla creazione (“Nella sua breve essenzialità, è stata fonte inesauribile di ispirazione, interpretazioni e travisamenti”), per analizzare poi più approfonditamente il dialogo tra Dio e Adamo nel giardino dell’Eden, fatto di richiami e nascondimenti, di delusioni e timori (l’uno in cerca della sua creatura, l’altro che rispondendogli pronuncia per la prima volta il pronome personale “io”). Un dialogo tra il Signore e l’uomo che si ripropone nel corso di tutto il Pentateuco: spesso impositivo, conflittuale, intessuto di silenzi. Jahvè è qol, voce che parla e propone una comunicazione: Adamo, Abramo, Giacobbe, Mosè ascoltano. Impauriti, dubbiosi, confidenti o recalcitranti. “Ascolta, Israele” (“Shemà, Israel”, Dt 6, 4-5: “Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore”) è una preghiera tuttora pronunciata dagli ebrei due volte al giorno. Dopo aver ascoltato, questi uomini biblici rispondono, attuando una dinamica di confronto e di ricerca reciproca fatta di parole udite e scambiate, di obbedienza e disobbedienza, di rispetto e di ira: ovvero, di libertà.

Sulla consegna delle tavole a Mosè (“il momento centrale di tutta la Bibbia ebraica”, “scena di grande mobilità, carica di forza narrativa”), Elena Loewenthal si sofferma enucleando alcune incongruenze, e molti interrogativi. Per due volte i dieci comandamenti (devarim: cose, parole, pronunciamenti) vengono affidati al profeta, incisi su tavole di pietra. La prima redazione, distrutta da Mosè stesso in un impeto di rabbia, era stata scolpita su due lastre dalla mano di Jahvè: di essa non rimane alcuna traccia. Il testo delle seconde tavole, recuperate in una successiva salita sul Sinai, è riportato nella Bibbia due volte, con poche variazioni, in Esodo 20, 2-17 e Deuteronomio 5, 6-21: stesure simili ma non uguali. Due sono anche i toponimi della montagna in cui è avvenuta la rivelazione: Sinai e Choreb. “Tutta la rivelazione è all’insegna della doppiezza”, postilla l’autrice del commento. L’imperfezione della Torah, con le sue aporie, si adatta all’imperfezione dell’uomo, richiedendogli un intervento interpretativo. “Il mondo è, dunque, l’irruzione dell’imperfezione dentro la perfezione, il tutto che è Dio”.

Il testo della legge ‒ assolutamente normativo, poichè impone cosa fare e cosa non fare, come succede con altre raccolte di regole comportamentali e liturgiche negli ultimi tre libri del Pentateuco ‒ è solo consonantico: ad esso è stato aggiunto in epoca medievale il sistema vocalico, che lo ha reso più melodioso all’orecchio (ancora una volta, “Ascolta, Israele”). Elena Loewenthal ne sviscera i molteplici significati, rimarcando il peso che tutto l’ebraismo ha da sempre attribuito alla parola, scrigno del sapere e del potere, ponte che collega cielo e terra.  Così, se la Bibbia inizia con la seconda lettera dell’alfabeto, bet, i dieci comandamenti esordiscono con la prima, alef, che contrassegna il pronome “io”: “Io sono il signore Dio tuo”. Io, anokhí, pronome di persona singolare pronunciato per la prima volta da Adamo. “Qualcosa di profondo e cruciale lega i due passi, nella trasgressione e nell’obbedienza, dal giardino alla montagna, da una voce all’altra”.

E poi c’è il “tu”, poiché ogni comandamento è diretto a una seconda persona singolare (“Non farai”, “Non dirai” …), sempre maschile: soggetto e oggetto della comunicazione sono decisamente maschi, essendo la donna nominata fuggevolmente solo come proprietà o conquista. Il dialogo è comunque a due, un discorso diretto tra due individualità. Si tratta inoltre di imperativi negativi, di proibizione, che raffigurano un Dio possessivo, minaccioso, punitivo, addirittura geloso. Succube delle passioni come le sue creature (“Non avrai altri dèi al mio cospetto. Non alzare il nome del Signore Dio tuo invano”). Nel cuore del Decalogo stanno i due unici comandamenti positivi: “ricorda” e “osserva”. Poi tornano i divieti: cinque “non”, relativi al controllo delle azioni in un ambito più sociale e collettivo che personale.

Quindi, il silenzio. Jahvè ha parlato, si è pronunciato. Ma al Decalogo, suggerisce Elena Loewenthal, andrebbe aggiunto un undicesimo comandamento: “Non causare dolore”. Il silenzio sul dolore degli uomini e delle donne rende il messaggio di Dio imperfetto, non conchiuso, in attesa di un compimento “nella giustizia e nel bene”.

 

© Riproduzione riservata          https://www.sololibri.net/Dieci-Loewenthal.html      11 dicembre 2019

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CONOCI

GIUSEPPE CONOCI, FONDATORE DELLA CASA EDITRICE ANIMA MUNDI

 

 

FERRONI

GIULIO FERRONI, LA SOLITUDINE DEL CRITICO – SALERNO, ROMA 2019

“Siamo nel tempo della moltiplicazione, della pluralità, dell’eccesso: costipazione degli oggetti, delle informazioni, dell’esperienza, delle possibilità, delle lacerazioni, della comunicazione”. Così inizia La solitudine del critico, pamphlet che Giulio Ferroni, Professore Emerito di Letteratura Italiana all’Università La Sapienza di Roma, ha dedicato ai processi della critica letteraria degli ultimi decenni. Anni troppo pieni di tutto, quelli in cui ci troviamo a vivere, quindi anche di libri, di linguaggi e teorie interpretative diverse.

La figura del critico letterario, che in passato godeva di un notevole prestigio, facendo pesare le sue scelte e i suoi giudizi nelle sedi deputate (case editrici, riviste, quotidiani, corsi universitari, dibattiti nei media) e aspirando al ruolo di maître à penser anche in ambito etico, filosofico e politico, si vede oggi privata di autorità da parte delle istituzioni, e di credibilità da parte del pubblico dei lettori. Tale mortificante esautorazione è forse derivata sia dal cambiamento dei metodi comunicativi, (dominati dalla rete e dai media), sia dalla caduta dei modelli umanistici, sia da due opposte tendenze affioranti nella critica contemporanea: l’arroccamento in discipline specifiche da un lato, il dilagare in campi eterogenei e onnicomprensivi dall’altro, in una sorta di “espansione tuttologica”. Attualmente prevale poi la moda di sottoporre qualsiasi prodotto editoriale a statistiche, classifiche, sondaggi, valutazioni tramite “like” e stelline, per cui l’intellettuale che pure aspiri a impegnarsi in una seria ermeneutica del testo, si vede assoggettato alle esigenze del mercato, e finisce per ridursi a megafono pubblicitario.

L’excursus che Ferroni offre ai lettori sugli sviluppi della critica, prende l’avvio dagli anni ’60, anni di grandi trasformazioni sociali, di apertura democratica e di impegno politico: comparvero allora le tesi innovative e spesso contrastanti di Goldmann, Girard, Adorno, Jakobson, Todorov, Bachtin. Nel decennio successivo furono lo strutturalismo e la semiologia (Barthes e Derrida) a imporre un nuovo approccio alle opere, chiamando in causa tutte le scienze umane: filosofia, antropologia, sociologia, psicanalisi. In seguito, fu il decostruzionismo di Deleuze-Guattari a suggerire modalità alternative di avvicinamento al testo.

In Italia, dall’interpretazione tradizionale e storicizzata di Sapegno e Binni, si passò a quella militante di Debenedetti a quella psicanalitica di Orlando, quindi alla semiologia di Corti e Segre. Una serie successiva di mode culturali e di letture particolari dissezionanti forma e contenuto secondo ottiche diverse, misero in crisi l’idea di letteratura intesa come “senso integrale del mondo”, nelle sue tensioni, aspirazioni, angosce. Ne è derivata “una fase di disorientamento e di anarchia”, tra ibridismi di vario genere, complicata dalla crisi economica e politica, che ha allontanato i lettori dal reale rapporto con il libro, espunto da ogni orizzonte esistenziale e storico.  Così nell’ultimo ventennio la passione per la teoria è andata scemando, e con essa l’illusione della scientificità della critica, soprattutto per il repentino stravolgimento dei metodi di conoscenza imposti da internet e dai social. La volontà di ridare significato e sostanza all’esperienza della lettura, aldilà dei tecnicismi esasperati dello strutturalismo, fu espressa dalle voci discordanti di Cases, Lavagetto, Berardinelli, Di Girolamo, Brioschi, Bertoni.

A circoscrivere in un cono d’ombra la critica letteraria sono state negli ultimi decenni altre discipline di orientamento: la linguistica, in primis, con la sua pretesa di ricondurre a puri sistemi funzionali e formali ogni struttura comunicativa. Anche la proliferazione dei cultural studies, intenti a promuovere l’espressione di tutte le minoranze (sociali, di razza e di genere), e di qualsiasi forma espressiva, indipendentemente dal suo effettivo rilievo culturale, ha contribuito a ridimensionare l’attività interpretativa del critico. Insieme alle neuroscienze ‒ che riducono la creatività artistica e l’esperienza estetica a meccanismi cerebrali ‒, alla geocritica e all’ecocritica, più sensibili all’habitat in cui le opere vengono prodotte che alle loro connotazioni stilistiche.

Quale la ricetta suggerita da Giulio Ferroni per ridare fiato a una disciplina che molti considerano ormai agonizzante, se non definitivamente morta? La indica già il sottotitolo del libro: “leggere, riflettere, resistere”. Leggere perché i libri “ci parlano di ciò che non abbiamo”, aiutandoci a mitigare le nostre ansie e a inseguire i nostri desideri. Riflettere “sull’inafferrabile oggettività del mondo”, che essendo altro da noi chiede di essere capito e interpretato. Resistere all’omologazione imposta dal mercato, che ci vorrebbe assuefatti alla comunicazione dominante, alla pubblicità ipnotica, all’impero “del pensiero unico economico e computazionale”. In questo compito di sensibilizzazione il critico letterario non deve essere lasciato solo.

 

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www.sololibri.net/La-solitudine-del-critico-Ferroni.html             9 dicembre 2019

POLESE


CINQUE DOMANDE A RANIERI POLESE

Ranieri Polese è nato nel 1946 a Pisa; ha studiato filosofia e, dalla fine degli anni Settanta, è membro del sindacato Critici cinematografici. Ha scritto per le pagine culturali di diversi giornali (La Nazione, L’Europeo). Dal 2006 ha curato l’Almanacco Guanda. È stato caporedattore cultura e inviato del Corriere della Sera, a cui ancora collabora. Tra i suoi libri: Il film della mia vita, Rizzoli 2005; Almanacco Guanda. La bugia: un’arte italiana, Guanda 2013; Per un bacio d’amor, Archinto 2017; Tu chiamale, se vuoi…, Archinto 2019.

 

  • Le origini familiari, gli studi, le passioni culturali. Firenze e poi Milano. Cosa ci può raccontare della sua formazione?

A Firenze mi laureai in Filosofia morale su un dimenticato filosofo hegeliano (Angelo Camillo De Meis), amico di De Sanctis ma politicamente molto conservatore. In quegli anni Sessanta, anche se davo esami sugli scritti giovanili di Marx, sulla Fenomenologia di Hegel ecc., cinema e canzoni erano ugualmente importanti. Al cinema si vedeva tutto: da Bergman alle farse italiane di Franco e Ciccio, da Godard e Fellini fino a 007. E il Festival di Sanremo era un’altra cosa da cui non si poteva prescindere. Erano anni che stimolavano la curiosità, tutto era cultura, passato e presente si intrecciavano (per il cinema c’era la funzione benefica dei Cineclub: lì si vedevano gli Espressionisti tedeschi, Renoir, Carné, Duvivier, i capolavori del cinema giapponese; oggi, su internet, si trova quasi tutto, ma chi dice ai ragazzi di oggi di cercarsi Murnau o Mizoguchi?).

  • Cinema, musica, costume. Quali tra questi tre importanti aspetti della cultura italiana ha segnato maggiormente il suo percorso intellettuale?

Come giornalista, ho lavorato sempre per le pagine spettacoli e cultura. Collaboratore e critico cinematografico (quando ancora il n. 2 doveva firmare: Vice), poi redattore, caposervizio e, a Milano, caporedattore della cultura al Corriere. Negli anni – tanti – sono cambiate molte cose, e non solo in cultura e spettacoli… Per esempio c’è stato un periodo in cui nessun argomento/personaggio si poteva trattare/intervistare se non desse adito alle polemiche. Oggi, fortunatamente, l’epoca della “Controversialità” mi sembra un po’ tramontata, ma restano sempre vecchi vizi: l’anteprima, l’esclusiva, il retroscena. Del resto, la politica è fatta ogni giorno così, e non mi sembra che le pagine di politica dei quotidiani servano a far capire molto il punto a cui siamo. Quando cominciai a scrivere di cinema, come Vice, era la grande stagione del cinema italiano di Serie B: Alvaro Vitali, Bombolo, Cannavale e le commedie sexy; e i poliziotteschi, con annessa parodia del sotto-genere con Tomas Milian, er Monnezza.

  • Ci può indicare almeno due nomi di elezione, suoi riferimenti mitici, per ognuno dei tre campi d’indagine citati?

CINEMA- A qualcuno piace caldo (ma in realtà tutto Billy Wilder); Otto e mezzo (ma anche La notte dei morti viventi, di Romero). MUSICA- Classica: Brahms, Ciaikovski, Puccini (decisamente romantico!). Pop rock: Rolling Stones; Ornella Vanoni. (Un solo cantautore: Gino Paoli). E tutti i songs di Brecht-Weill, magari cantati da Lotte Lenya, e molta Edith Piaf. DIVI E DIVE- Marlene Dietrich SÌ; Greta Garbo NO; Marilyn SÌ, Meryl Streep (bravissima) ma NO…

  • Com’è cambiato il giornalismo di costume dai suoi esordi professionali a oggi?
    Consiglierebbe a un giovane laureato di intraprendere la carriera di giornalista?

All’epoca, quando cominciai, c’era una grande attenzione ai titoli: spesso calembour, giochi con le parole, furti non sempre innocenti da canzoni e cinema. Era un esercizio molto divertente, poi tutto si è abbastanza appiattito. C’è solo Carlo Verdelli su Repubblica (e anche l’Espresso) a riprendere quel metodo, bravo! Cosa consigliare ai ragazzi di oggI? Leggere, studiare, guardare i grandi film di ieri, ascoltare canzoni e cantanti che oggi il rap/trap ha fatto scomparire, non fidarsi dei social, leggere quotidiani stranieri (Guardian; Le Monde; i grandi tedeschi), lasciar perdere gli/le influencer.

 

  • Nel suo ultimo volume indaga il rapporto tra poesia e canzone. Ci vuole illustrare in breve motivazioni e finalità di questa ricerca?

Continuando il libro sui baci, con l’attenzione per il grande patrimonio culturale/linguistico che la canzone rappresenta per l’Italia (i soli testi memorizzati in un’epoca, in una scuola che ha proibito lo studio a memoria dei poeti), ho voluto documentare quanto i testi di canzoni siano – quasi fino a oggi – debitori della cultura cosiddetta alta. Per scoprire che anche nelle “canzonette” si conservano echi di autori importanti.

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https://www.sololibri.net/Cinque-domande-Ranieri-Polese.html       3 dicembre 2019

 

 

 

 

 

 

 

POLESE

RANIERI POLESE, TU CHIAMALE, SE VUOI…  – ARCHINTO, MILANO 2019

Già autore nel 2017 di un interessante volume sulla rilevanza del bacio nei testi della canzone italiana, Ranieri Polese pubblica ancora con Archinto “Tu chiamale, se vuoi…”, una documentata ricerca sull’utilizzo di citazioni letterarie nella produzione musicale del nostro ’900.

Lo scambio di parole o frasi tra letteratura e canzoni è stato quasi sempre unilaterale: più frequenti sono le tracce di poesie nei testi delle canzoni (echi, titoli, analogie, recuperi) che viceversa. I modi in cui si attua questa trasfusione lessicale sono sostanzialmente quattro: reminiscenze, imitazioni, allusioni nascoste, citazioni. Inoltre, ci possono essere accostamenti inconsapevoli, addirittura inconsci, in quanto il patrimonio musicale di un paese deriva da una koinè d’uso sia generalizzata sia personale, per cui ogni fruitore può cogliere individualmente una risonanza emotiva, ignorata da altri.

La lingua usata nelle canzoni italiane tra il 1920 e il 1960 era modulata su una metrica tradizionale, disseminata di espressioni auliche, rime, assonanze, parole tronche, verbi accentati, dislocazioni di termini: lontanissima, quindi, dal parlato comune. Utilizzava sia l’eredità del melodramma, con i libretti d’opera cristallizzati in espressioni convenzionali e retoriche, sia calchi dei poeti minori dell’800, artificiosi ed enfatici, che per decenni influenzarono il lessico familiare e più estesamente quello popolare dell’intera nazione. Il canone letterario di riferimento delle canzoni nella prima metà del secolo era decisamente classico: Dante, Petrarca, Leopardi, nella maniera in cui venivano recuperati dai ricordi scolastici, secondo “gli ovvi stereotipi e i vieti luoghi comuni” del poeta innamorato e infelice, o più raramente ripresi con intento satirico o dissacratorio (Petrolini, Cattaneo, Battiato).

Dante, “Top of the Pop”, è il più citato dai parolieri nostrani, non solo nel recupero di versi e locuzioni, ma anche come personaggio, figura esemplare inserita nell’ambiente fiorentino trecentesco e memorizzata collettivamente. Nella sua Danthology, Polese ricostruisce cronologicamente tutti gli apporti danteschi al canzoniere nazionale dalla metà dell’800 ad oggi. Ricostruzione ardua, vista la scarsa reperibilità di testimonianze affidabili, parzialmente ovviata dal nascere di siti specifici su internet e dalla diffusione della Divina Commedia (soprattutto del primo, quinto e ventiseiesimo canto dell’Inferno) nella cultura contadina del passato e nella conoscenza scolastica tradizionale. L’accurato confronto tra i testi e la fonte dantesca riserva al lettore più di una sorpresa: nella miniera del sommo poeta hanno attinto a piene mani Garinei e Giovannini, Rascel, De André, Venditti, Vecchioni, Guccini, Jovanotti, Ligabue, Nannini, Baustelle. Così da tutto il repertorio dello Stilnovismo (il giovane in ginocchio di fronte alla donna angelicata, il sentimento mistico e sublimante, il messaggio amoroso divulgato al mondo intero) hanno tratto ispirazione le più note canzoni di Nilla Pizzi, Claudio Villa, Tony Dallara, Gianni Morandi, Little Tony, Lucio Dalla. Nei brani sanremesi ha spesso imperato la spiritualizzazione dei sentimenti: il sostantivo “anima” ricorre 205 volte dall’inizio della rassegna canora, a indicare la trasfigurazione quasi metafisica prodotta dall’innamoramento, proprio sulla scia dell’esempio stilnovistico.

Anche i lasciti della poesia petrarchesca sono evidenti nei testi delle nostre canzoni: il predominante e quasi esclusivo tema dell’amore irrealizzabile o perduto; la sofferenza per la lontananza; l’autoanalisi del protagonista maschile; il linguaggio medio, mai innovativo o sperimentale, accessibile a tutti i livelli; il riferimento alla natura e agli animali; la puntualizzazione temporale (ore, giorni, mesi, stagioni); il nome di Laura ripreso in molte composizioni (Nek, Michele, Tony Renis, Vasco Rossi, Vecchioni).

Per quanto riguarda l’influenza di Giacomo Leopardi nella letteratura, nel cinema e nelle canzoni, Ranieri Polese parla addirittura di “leopardimania”, per i continui richiami alla giovinezza fugace, ai palpiti del cuore, al cielo e alla notte, all’infinito e all’eternità, alla solitudine, alla morte e alla rinascita che ritroviamo ovunque: allusioni se non esplicitate, perlomeno riscontrabili nella ricreazione di atmosfere particolari. Pure qui, gli esempi offerti dall’autore del volume sono numerosi e puntuali.

Nelle due appendici finali vengono affrontati i casi in cui le canzoni riprendono versi o titoli di libri di autori stranieri (Villon, Lee Masters, Ginsberg, Poe, Baudelaire, Sagan) o recepiscono echi della poesia erotica di Catullo e Saffo. A testimonianza della vastità degli interessi culturali di Ranieri Polese, spazianti attraverso epoche e argomenti diversi, arricchiti da dettagliate informazioni bibliografiche e di cronaca, resi in uno stile vivace e accattivante.

 

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https://www.sololibri.net/Tu-chiamale-se-vuoi-Polese.html             2 dicembre 2019

 

 

 

 

 

 

 

 

RILKE

RAINER MARIA RILKE, SILENZIO E TEMPESTA – MARCO SAYA EDIZIONI, MILANO 2019

 

Tra le innumerevoli pubblicazioni in italiano dell’opera di Rainer Maria Rilke (Praga 1875-Montreux 1926), l’ultima in ordine di apparizione è un’antologia che propone, con testo a fronte, un centinaio di poesie d’amore tratte da varie raccolte composte tra il 1897 e il 1908. Edito per i tipi milanesi di Marco Saya, il volume Silenzio e tempesta è stato curato e pregevolmente tradotto da Raffaela Fazio. In maniera pregevole, sottolineo, perché i versi di Rilke, già di per sé musicalmente irradianti, vengono resi qui con un’attenzione particolare al suono, e anche perché la traduttrice (poetessa, studiosa di iconografia e di storia delle religioni) riesce a completarne la fascinazione timbrica e semantica attraverso sensibili intuizioni trasformative.

Per fare subito un esempio di questa particolare abilità di Rafaela Fazio, nella prima poesia del libro, dove Rilke scriveva “Komm du mit mir. Es solls kein Morgen wissen” (Vieni con me. Nessun mattino lo deve sapere), la versione proposta suona: “Vieni. Il mattino non avrà sospetto alcuno”. Troppa libertà? Non mi pare. Semmai un’interpretazione emotivamente partecipe che mira a ricreare un’atmosfera di tacita e solidale alleanza tra i due amanti.

Tutte le poesie qui raccolte esalano appunto l’atmosfera di silenzioso, quasi segreto, accordo tra due attese, non comunicabile al resto del mondo, incapace di comprendere la delicata intensità del trasporto che le lega: la traduzione tende proprio ad accentuare il sentimento talvolta addirittura estenuato, tipico della poesia erotica rilkiana. Poeta ossessionato dall’amore, spesso elevato a una spiritualità disincarnata, priva di ogni ansia di possesso e dominio, ma trasfigurante il dato reale in favore dell’invisibile, dell’irraggiungibile, di un’armonia che si serve di indizi e formule terrene per arrivare all’ultraterreno: “La campagna è chiara, il pergolato scuro. / Tu parli piano e un miracolo è imminente. / La mia fede dispone ogni tua parola / come sacra icona sul viottolo silente. // Ti amo. Sulla sdraio del giardino sei distesa; /
dormono in grembo, bianche, le tue mani. / Spola d’argento, la mia vita riposa / in loro potere. Fa’ che il filo si dipani!”, “La mia anima come trattenerla / che la tua non sfiori? Come elevarla, / sopra di te, ad altro?”.

La passione, il tormento che sfibra le anime e i corpi di chi si desidera, sembra in realtà quasi per il poeta un pretesto letterario, nella sua classica e studiata solennità: “Solleviamo silenzio e tempesta / e questi ci formano entrambi. / Tu ‒ come seta il silenzio ci veste. / Io ‒ fatto torre dalle tempeste…”. Ci sono descrizioni fisiche, nelle liriche qui raccolte, ma rare, e talmente sublimate da risultare eteree, immateriali: “Così, se tu venissi, per placarmi / mi basterebbe sfiorare appena / la giovane curva della tua spalla / o il punto dove il seno preme”, “Alle tue labbra non lasciarmi bere: / sulle bocche è la rinuncia che ho bevuto. / Nelle tue braccia non farmi sprofondare: / dalle braccia io non sono trattenuto”, “Dalle tue ascelle ho scacciato grigi serpenti / d’amore. Ora, come su pietre cocenti, / su me riposano, intenti / a digerire grumi di piacere”, “O sorriso, primo sorriso, il nostro. / Era una sola cosa: respirare il profumo dei tigli, / ascoltare la quiete del parco, guardarsi / di colpo negli occhi, stupirsi fino al sorriso”.

Nella postfazione, Massimo Morasso commenta così i versi antologizzati: “una lettura amorosa dei testi d’amore del più amoroso fra i più significativi poeti lirici del ’900 tedesco”, ed esprimendo ammirazione per la versione “rivitalizzante… post-novecentesca” della Fazio, ne loda il tono “umile e concentrato” in grado di re-inventare il linguaggio rilkiano.

Allora, a proposito di questa intraprendenza traduttiva, è interessante segnalare almeno un’altra originale riscrittura della curatrice, audacemente intesa a preservare l’eco di rime e assonanze dell’originale: “Mir ist, als ob ich alles Licht verlöre. / Der Abend naht und heimlich wird das Haus; / ich breite einsam beide Arme aus, / und keiner sagt mir, wo ich hingehöre.” (alla lettera: “Per me è come se perdessi ogni luce. La sera si avvicina e nel segreto sta la casa; io solitario allargo le braccia, e nessuno mi dice a dove appartengo”). Trasposizione risolta in questo modo: “Mi sento come se perdessi ogni luce. / La casa si fa segreta. È quasi sera. / Apro le braccia, solo: dov’è la mia dimora? / Nessuno parla, nessuno me lo dice”. Senz’altro più vicina al gusto dei lettori di oggi.

 

© Riproduzione riservata             «Il Pickwick», 1 dicembre 2019

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

BERARDI

FRANCO BERARDI (Bifo), RESPIRARE. CAOS E POESIA – LUCA SOSSELLA EDITORE – BOLOGNA 2019

Franco Berardi, più conosciuto come Bifo (Bologna, 1949), saggistafilosofo e agitatore culturale, è stato protagonista della rivoluzione studentesca, operaia e alternativa che dal  ’68  si è protratta fino al movimento del ’77. Militante di Potere Operaio, fondatore dell’emittente libera Radio Alice e di numerose riviste di opposizione, ha vissuto per molti anni all’estero (soprattutto a Parigi e in California), e oggi, tornato a Bologna, si occupa prevalentemente di didattica e del rapporto tra movimenti sociali e nuove tecnologie di comunicazione.

Contro il lavoro è stato il suo primo libro, uscito nel 1970 da Feltrinelli: da allora ha continuato a impegnarsi culturalmente per la riduzione al minimo del lavoro salariato, per il pieno sviluppo dell’automazione, per un ampio incremento del tempo libero, della cura solidale, dell’arte.  La pubblicazione più recente, Respirare. Caos e poesia, edita da Luca Sossella, risulta piuttosto anomala nella sua produzione. In essa infatti si demanda alla creazione poetica la funzione di riscatto e liberazione una volta affidata alla lotta di classe.

Partendo dall’emozione suscitatagli dalle ultime parole pronunciate dall’afro-americano Eric Garner (“I can’t breathe”, non riesco a respirare), mentre un poliziotto nel 2014 gli stringeva la gola fino a strozzarlo ‒ parole ripetute poi per mesi da migliaia di dimostranti americani ‒, l’autore attribuisce a quel grido di protesta una indubbia pregnanza contestativa contro il soffocamento esercitato dal potere economico, politico e ideologico a livello mondiale. Uomini e donne che non riescono più a respirare (a causa dell’inquinamento globale, dello sfruttamento lavorativo, della precarietà occupazionale, della ferocia delle guerre, della persecuzione razziale, delle troppe ingiustizie sociali) in che modo possono riprendere coraggio e speranza, dirigendo autonomamente la propria esistenza verso l’indipendenza e la felicità, individuale e collettiva? Quale può essere, oggi, il soffio vitale che ridia fiato a un’umanità sull’orlo dell’apocalisse, invasa da “flussi di infelicità e di violenza”, in cui “la scena sociale si oscura progressivamente, declinando verso il buio della demenza”?

Se nel 1977 si urlava “la fantasia al potere”, anche oggi per Bifo deve rimanere intatto il desiderio utopico di una creatività redimente, sprigionante energia e gioia. L’unica terapia salvifica non è politica, né va cercata nel progresso tecnologico o economico: soltanto la poesia può creare frizione nella regolarità meccanica della storia, ribellione contro il tecnicismo e la funzionalità produttiva.

Il ritmo poetico “è la vibrazione più intima del cosmo, e la poesia è un tentativo di sintonizzarsi con la vibrazione cosmica, con la vibrazione del tempo che viene e ritorna”: un mantra capace di suscitare immagini, colori, suoni, caos, e ‒ appunto ‒ respiro. “La poesia è l’eccezione che rompe il limite e che sfugge alla misura… è la rivelazione di una sfera di esperienza possibile ma non ancora esperita”: lavorando con l’inconscio e l’indicibile, è per sua natura eccessiva e irriducibile al senso comune. Essa sa farsi grimaldello scardinante l’ordine delle convenzioni sociali, del linguaggio scontato e prevedibile dei rapporti di interesse, poiché promette gratuità, amicizia, invenzione, ricerca, libertà.

Secondo Berardi, è stato Friedrich Hölderlin (poeta quanto mai raffinato ed elitario, chiuso in una torre che lo escludeva dal mondo, prigioniero della sua stessa follia) colui che ha saputo opporre la logica della poesia alla logica del concetto. Lo stesso Hölderlin che scriveva “Bisogna abitare poeticamente la terra…”, nelle sue liriche era così allusivamente criptico che nemmeno Heidegger, in lunghi anni di esegesi critica, riuscì a sviscerarne completamente la molteplicità riverberante dei significati (mi pare arduo però attribuirgli la valenza destabilizzante di un Rimbaud o di Baudelaire…),

Comunque, la poesia apre varchi, sempre. Schiude un “orizzonte di possibilità”, indicando una luminosa linea di fuga cui si oppongono (sempre!) gli ancoraggi brutali e asfissianti del reale. Franco Berardi ripercorre, con intelligenza e ironia, la storia culturale dell’umanità, nelle sue varie ramificazioni disciplinari – letteratura, lingua, musica, religione, scienza, filosofia ‒ sottolineando come tutte siano fondate sulla istituzione di limiti performanti e produttivi, di codici da rispettare. Solo l’immaginazione poetica può riuscire ad abbattere i muri costruiti da ogni ideologia di potere, permettendoci di tornare a respirare. Un compito gravoso, quello affidato alla più negletta delle arti: poco riconosciuta, per nulla ricompensata, pragmaticamente inutile. Ma generatrice di domande e desideri non appiattiti su un presente da amministrare, aperti invece al sogno e alla creatività.

 

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https://www.sololibri.net/Respirare-Caos-e-poesia-Berardi.html        28 novembre 2019

 

BOBIN

CHRISTIAN BOBIN, LA PRESENZA PURA – ANIMAMUNDI, OTRANTO (LE), 2019

Aforismi, meditazioni, riflessioni poetiche, preghiere laiche… Come definire le prose di Christian Bobin, scrittore francese nato nel 1951, autore negli ultimi decenni sempre più tradotto, letto e ammirato anche in Italia? Filosofo e maestro di pensiero, oscillante tra un cristianesimo di tipo francescano e un buddismo meditativo, offre ai lettori la sua visione del mondo con una pacatezza gentile e discreta, priva di qualsiasi boria o pretesa di conversione. Parla della natura e di Dio, del rapporto con il prossimo e con il tempo che scorre, della grazia dei gesti e della riconoscenza che dobbiamo al semplice fatto di esistere.

Nell’ultimo volumetto pubblicato dalle edizioni pugliesi Animamundi, La presenza pura, il tema fondamentale è la capacità di interrogare sé stessi attraverso il dialogo sommesso con interlocutori muti. Un albero piantato di fronte alla finestra della sala, solido e severo custode dei giorni e delle notti dello scrittore, gli impartisce quotidianamente insegnamenti silenziosi attraverso lo spuntare e il cadere delle foglie, l’ombra stagliata sul terreno, lo stormire dei rami nella tempesta. La sua presenza è rassicurante anche nella notte, “come per il bambino perduto nel sonno la voce dei genitori nella stanza accanto”. L’albero accoglie senza ribellione l’alternarsi di luce e buio, i passeri che si nascondono tra le sue fronde, il vento che si abbatte sul suo tronco: così fermo e indifeso come il padre dell’autore, malato di Alzheimer e ricoverato in una clinica di lunga degenza, assistito malvolentieri da infermieri impazienti, ridotto al silenzio: l’albero e il vecchio padre, entrambi immobili e fuori dal tempo. “C’è in me una tomba”, breve frase pronunciata dall’anziano genitore, e subito cancellata dalla sua memoria. Il figlio lo va a trovare, spesso senza essere riconosciuto, lo prende per mano e lo accompagna in refettorio o a passi brevi in giardino, gli parla e non ottiene risposta. Presenza viva e inanimata come quella dell’albero, che si accontenta anche solo di respirare. Nel ricovero non si vede “nient’altro che la vita secca, ciascuno aggrappato al suo piccolo scoglio finché la fatica convince di abbandonare la presa – allora è l’inghiottimento, la grande onda della morte bianca”. Intorno cambiano le stagioni, d’inverno la neve attutisce ogni suono e ogni dolore: anche le urla dei degenti, che spesso chiamano la mamma, tornando bambini. Sono “re senza cortigiani”; regale, solitario, zitto è anche l’albero amico.

Nell’intensa prefazione al libro, Lorenzo Gobbi mette in luce la dote più rilevante di Christian Bobin: il pudore con cui si avvicina a cose e persone, “nel timore di essere importune”: lo sguardo umilmente empatico, intenerito e insieme intimo con cui sa descrivere “la presenza pura” di ogni esistenza, prestando attenzione soprattutto a quello che è piccolo e sottovalutato: “Ciò che in noi è ferito chiede asilo alle più minute cose della terra, e lo trova”. Simone Cristicchi, che firma la pagina iniziale del testo, saluta Bobin “canale di bellezza e meraviglia … la cui poesia ha radici piantate in cielo”.

 

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https://www.sololibri.net/La-presenza-pura-Bobin.html             26 novembre 2019

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

«Ciò che in noi è ferito chiede asilo alle più minute cose della terra, e lo trova». (C.B., p.21). “Bobin ha una virtù rara: il pudore assoluto. Il candore bruciante del racconto è la modalità naturale con cui lo sguardo sa farsi parola per proclamare la sovranità delle cose, la loro regalità indiscutibile. (…) Il riconoscimento dell’autorità di un filo d’erba o di una foglia caduta porta a rivolgersi agli uomini con semplicità. (…) Con frasi brevi e cristalline, Bobin si confida con noi come un amico chiederebbe consiglio. (…) In un’intimità consapevole, le parole cercano con lo sguardo i nostri pensieri e li invitano gentilmente a dichiararsi: avvertiamo una stima, un rispetto, una discrezione che non abusano della confidenza. Le frasi si spogliano di qualsiasi orpello letterario per raggiungere un sorprendente equilibrio formale. La qualità altissima della scrittura disegna l’unità di un impegno insieme etico, estetico e conoscitivo.” (dall’introduzione di Lorenzo Gobbi) – Il volume ha una nota introduttiva di Simone Cristicchi.

 

 

 

 

 

 

RONCHI

 

 

 

BETTIN

GIANFRANCO BETTIN, CRACKING – MONDADORI, MILANO 2019

In questi giorni in cui Venezia e il suo hinterland sono saliti drammaticamente alla ribalta, il nuovo romanzo di Gianfranco Bettin (Marghera 1955) ci introduce nei sulfurei meandri di un sistema produttivo e culturale veneto rischiosamente alterato, tra fabbriche dismesse, acque inquinate, effluvi di gas cancerosi, giovani allo sbando e un sottoproletariato rabbioso, nella tradizione di narrativa industriale che la letteratura nostrana ha colpevolmente abbandonato. Bettin nel 1989 aveva ottenuto un lusinghiero successo con Qualcosa che brucia – pubblicato da Garzanti e ripreso da Baldini Castoldi nel 2003 -, romanzo in cui descriveva la degradazione della Venezia mercantile, tra l’abbrutimento del lavoro nei capannoni, consumo e spaccio di droghe, rapporti interpersonali ridotti a violenza, sopraffazione, sfruttamento.

In Cracking, uscito quest’anno da Mondadori, persiste nel suo determinato e riconosciuto impegno civile e politico, già attestato da una lunga militanza nel Partito dei Verdi e nella sinistra radicale, e da un’attività di scrittore transitante dal reportage alle collaborazioni giornalistiche e ai romanzi di invenzione.

Cracking narra la vicenda umana di Celeste Vanni, operaio in pensione del Petrolchimico di Porto Marghera, ossessionato nella quotidianità e nell’inconscio dall’incubo degli effetti venefici provocati dall’inquinamento dell’ambiente naturale e sociale. In una gelida notte d’inverno del 2014, il protagonista, protetto da un pesante abbigliamento da scalatore, si arrampica sulla ciminiera più elevata della zona portuale della laguna di Venezia. Dall’alto osserva lo spettrale panorama che gli si apre davanti: i pochi impianti rimasti in funzione, e poi tralicci, gru, torri di raffreddamento, la centrale elettrica. Più in là, nel porto, le luci dei cantieri navali, i transatlantici in attesa, i carriponte con i nastri trasportatori; la ferrovia con i treni in transito e i binari morti coperti dalla vegetazione. Una visione spettrale che, avendo fatto da sfondo alla sua vita intera, adesso riconsidera con affettuosa malinconia mista a rancore, abbandonandosi ai ricordi della giovinezza e del suo passato lavorativo.

Cosa ci fa un robusto pensionato sessantenne, appollaiato nel buio stellato e ventoso di gennaio, a 150 metri dal suolo, in un temerario atteggiamento da cospiratore, avvolto dalle “sapide esalazioni che salgono dalla terra incarbonita: arsenico, furani, diossine, metalli pesanti”? E soprattutto, chi è Celeste Vanni? Bettin ne ripercorre la vicenda esistenziale, comune a molti operai nati nel dopoguerra e cresciuti sul litorale veneto all’epoca dell’industrializzazione incontrollata: vita scissa tra un’occupazione ripetitiva e sfibrante, l’impegno politico e sindacale, il volontariato, con poche pause ricreative offerte dallo sport, dalle scarpinate in montagna, dalle cene con gli amici. Accanto a lui, a sostenerlo con fedele dedizione, la moglie Rosi, sua compagna dall’adolescenza. Entrambi orfani presto, figli dello stesso retroterra povero e rivoltoso, lei lo aveva aspettato quando era finito in carcere per rapina, convertendolo a una realtà più laboriosa e tranquilla. Celeste faceva i turni al Petrolchimico, Rosi la cameriera nella locanda dello zio. Alla morte della moglie per cancro, lui si ritrova solo e spaesato, ma deciso ad agire per salvare quello che resta della dignità di un territorio calpestato.

La storia privata del protagonista si intreccia, nella narrazione secca e puntuale di Bettin, con la storia sociale e politica della nostra nazione, nelle sue pieghe più drammatiche e scandalose, con la strage dei morti sul lavoro, la contaminazione dell’ecosistema a lungo negata, le malattie professionali derivate dagli effetti tossici del cloruro di vinile e di altri agenti chimici. L’indignazione dell’autore, militante ecologista, si fa tangibile nella descrizione documentata dell’avvelenamento metodico e programmato dell’intera laguna, in un lungo elenco di acidi, solventi e fosfati dai nomi impronunciabili. Poi il suo punto di vista si allarga su diversi fatti tragici che dagli anni di piombo fino al nuovo millennio hanno colpito Marghera e il basso Veneto: le attività criminali della banda del Brenta, l’uccisione di due dirigenti e di un commissario di polizia da parte delle Brigate Rosse, l’infiltrazione capillare di mafia e ’ndrangheta nella regione. La malavita nei decenni si era evoluta: dalle rapine e dallo spaccio di droga aveva allargato i suoi tentacoli sullo smaltimento dei rifiuti, sulle operazioni di bonifica e il riuso dei terreni inquinati, sulle gare di appalto, sulla conversione di fabbriche decotte. Nemmeno gli ingenti flussi di turismo verso Venezia erano rimasti indenni da corruzione e delinquenza organizzata.

L’industria chimica lentamente e inesorabilmente era stata smantellata secondo un preciso piano politico-finanziario-industriale, falcidiando vittime tra gli operai e le loro famiglie. Celeste Vanni pensa a loro, alla fabbrica cui ha regalato decenni di vita, all’unico reparto di cracking rimasto in funzione per spezzare le molecole pesanti del petrolio trasformandole in composti organici più leggeri, di idrogeno e carbonio. Pensa ad altri “cracking”, a fallimenti personali e collettivi che gli hanno sconvolto l’esistenza. Ha in mente una “cosa semplice ed estrema”, un atto dimostrativo di solidarietà verso i compagni che hanno perso il lavoro. Indossa l’imbracatura da montagna e con una lunga fune si cala fuori dalla ringhiera di protezione, lasciandosi penzolare nel vuoto.

Centocinquanta metri più sotto si radunano poliziotti, giornalisti, lavoratori. I video e le foto che lo ritraggono “appeso là in alto, messo a fuoco in primo piano, che sembri un Cristo in cielo…”, vengono trasmesse sui media internazionali. L’anziano operaio Celeste Vanni, oscillante nel buio della notte come un’ultima e coraggiosa bandiera di libertà e ribellione, diventa simbolo di lotta, resistenza e denuncia, contro un’economia corrotta, pronta a sacrificare uomini in favore del profitto economico.

 

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20 novembre 2019