BANTI

ALBERTO MARIA BANTI, IL BALCONE DI EDOUARD MANET  – LATERZA, ROMA-BARI 2013

Alberto Mario Banti (Pisa,1957), professore ordinario di Storia Contemporanea all’Università di Pisa, ha pubblicato nel 2017 da Laterza un coinvolgente, polemico e voluminoso saggio sull’industria culturale del ’900 – Wonderland. La cultura di massa da Walt Disney ai Pink Floyd – , che spazia dal cinema e dal fumetto degli anni ’30 (con la loro idea consolatoria e buonista dell’intrattenimento, e l’imperativo del lieto fine) alla controcultura di massa degli anni Sessanta, (attraversata dai nuovi fenomeni del rock, del cinema e del teatro alternativo, dei movimenti per i diritti civili, del femminismo, della protesta afroamericana), fino agli ultimi decenni rifluiti in una produzione più addomesticata, e omogenea agli interessi del capitalismo internazionale. Ma non è di questo volume che qui mi interessa scrivere, bensì di un libro un po’ più datato, dalla prosa elegante e sfumata, acquistabile in un economico e-book.

Il balcone di Edouard Manet propone un percorso interpretativo snodantesi tra l’iconografia, la storia di genere e la storia sociale dell’Ottocento, a partire dal commento di un dipinto-capolavoro del 1868, esposto al Musée d’Orsay di Parigi. Già dal sottotitolo (Sguardi maschili e corpi femminili nell’Ottocento borghese) possiamo tuttavia intuire che non si tratta solamente di un libro di critica d’arte, ma di una vera e propria decodificazione filosofica delle “differenti strategie dell’apparire”, così come si identificano nella descrizione dei diversi ruoli sessuali e sociali. Il quadro di Edouard Manet, definito da Banti “magnifico ed enigmatico”, ritrae in primo piano due donne e un uomo affacciati al terrazzo di una casa, avvolti da “un velo di astratta tristezza”. Le signore indossano abiti candidi, vaporosi, ornati di ricami e di trine; l’uomo, invece, è vestito in modo austero: camicia bianca sotto un completo nero, cravatta blu scuro. I tre personaggi indicano nel loro abbigliamento e nella capigliatura una “sintassi dell’apparenza” profondamente diversificata.

Da questa divaricazione strategica del costume si diparte la riflessione dell’autore sui differenti ruoli sociali tra i sessi imposti all’interno delle famiglie alto-borghesi nel XIX secolo. Uomini e donne erano chiamati a impegni diversi, che richiedevano atteggiamenti interiori ed esteriori antitetici: i vestiti maschili – abbastanza simili a quelli odierni – dovevano assicurare praticità, serietà, comodità, per permettere a chi li indossava di svolgere le proprie mansioni pubbliche. Le fanciulle, mogli e madri, chiuse nello spazio ristretto della domesticità, o tutt’al più limitate alla frequentazione di salotti, caffè eleganti, raffinati negozi (Émile Zola descrisse, nel romanzo Al paradiso delle signore del 1883, le distrazioni alla moda delle dame francesi), erano obbligate a vestirsi e a pettinarsi in modo consono, ricercato e vistoso insieme, decorato da fronzoli e nastri, accessoriato pesantemente, poiché da loro non si pretendeva lo svolgimento di alcuna attività produttiva, ma una funzione puramente di accompagnamento e di esibizione. Ecco quindi lo sfoggio di gonne ampissime, cappellini, parasole, scarpette, boccoli, gioielli che avevano l’unico scopo di mettere in risalto la ricchezza e lo stato sociale dei padri o mariti da cui figlie e spose dipendevano.

Le donne dell’800 erano “marginalizzate non solo dalle pratiche sociali in uso, ma anche dalle leggi”. A loro si chiedeva solo di rispondere al requisito essenziale della rispettabilità, coerente con “l’onore, la castità, la virtù, la costruzione di un matrimonio equilibrato, finalizzato alla riproduzione e all’educazione dei figli”. Alberto Mario Banti mette in luce come i concetti di amore, matrimonio, fedeltà si siano modificati tra il ’700 e l’800, secolo in cui alla leggerezza e volubilità dei costumi precedenti si sostituì una morigeratezza di facciata e una sostanziale misoginia che impediva alle donne qualsiasi indipendenza non solo sessuale, ma anche intellettuale. Tale rigido moralismo regolava anche la visibilità dei corpi femminili, che andavano coperti e addirittura nascosti nelle occasioni pubbliche diurne, e potevano invece mostrarsi nella loro ammiccante sensualità nei ricevimenti e nei balli riservati tra persone dello stesso ambiente sociale, in cui scollature e nudità si prestavano come oggetto al desiderio maschile. Il corpo della donna per l’occhio dell’uomo diventa un attributo fondamentale della pittura ottocentesca: mentre il nudo maschile nei quadri dell’800 sparisce del tutto, trionfa quello femminile, purché senza riferimenti alla contemporaneità. Dominano “il nudo esotico, di prevalente ambientazione orientale; il nudo mitologico; il nudo di ambientazione storica, possibilmente collocato in una indefinita antichità classica. Questa regola serve a creare un effetto di straniamento, che allontana ogni eventuale senso di colpa dalla mente di chi guarda” (cfr. L’Odalisca o Il Bagno Turco di Ingres).

“Mani maschili che dipingono corpi nudi di donne giovani e belle, a esclusivo beneficio di occhi maschili”: la volontà di dominio e possesso virile sull’universo femminile è reso esplicito, secondo l’autore, proprio dall’arte figurativa, che ama ritrarre donzelle in pericolo salvate da eroici cavalieri, o mercati di schiave. Fu proprio Edouard Manet a compiere due clamorosi gesti di ribellione, infrangendo la morale maschilista dei suoi colleghi pittori in due quadri: Colazione sull’erba e Olympia, entrambi del 1863; entrambi criticatissimi perché collocavano una donna senza veli in un contesto contemporaneo, violando così una delle regole fondamentali del nudo pittorico ottocentesco. La provocazione di Monet era decisamente politica, e rivolta agli spettatori uomini, accusati di un voyeurismo farisaico che ammetteva la fisicità di Veneri classiche e odalische arabe, ma rifiutava scandalizzato ogni riferimento alle disinvolture sessuali maschili dell’800.

Se il clamore suscitato dai due dipinti convinse il pittore francese a evitare per il futuro temi suscettibili di critica morale, il suo insegnamento venne invece riprodotto e sfruttato dai meccanismi pubblicitari dell’epoca, per convincere il pubblico ad acquistare prodotti voluttuari. E le nascenti associazioni femministe fecero proprie la sfida polemica di Monet ai benpensanti servendosi di dimostrazioni eclatanti: come quella dell’attivista venticinquenne Mary Richardson che il 10 marzo del 1914 alla National Gallery di Londra distrusse a colpi di mannaia la Venere allo specchio di Velázquez, perché disturbata da come gli uomini guardavano il corpo di donna lì raffigurato.

 

© Riproduzione riservata        «Il Pickwick», 15 luglio 2019

BOCCADORO

CARLO BOCCADORO, ANALFABETI SONORI – EINAUDI, TORINO 2019

Leggendo il pamphlet che il compositore e musicologo Carlo Boccadoro ha dedicato alla ricezione contemporanea della musica, mi sono tornate alla mente alcune riflessioni del grande critico letterario George Steiner, che riteneva il linguaggio musicale non umano, addirittura aldilà dell’umano perché alieno da verità e menzogna, e quindi estraneo all’asse della moralità: “La musica può governare la psiche umana con una forza di penetrazione forse paragonabile soltanto a quella dei narcotici o della trance di cui parlano gli sciamani, i santi e i visionari… ci può far impazzire e può curare la mente ferita… essa si collega all’internet dei nostri recettori in una chimica sottilissima eppure imperiosa”.

In Analfabeti sonori Boccadoro si occupa appunto di questo: quanto la qualità originale di un evento musicale viene rispettata e preservata nell’attuale trasmissione informatica, spasmodica, vastissima, incontrollata, pervadente? All’utente di Spotify viene garantita una fruizione intelligente, meditata, consapevole di ciò che ascolta? E al compositore di adesso, cui si offrono opportunità esplorative prima inesistenti, è assicurata la capacità di mantenere una creatività genuina, non contaminata?

Partendo da premesse generali sui dati sconfortanti che riguardano la promozione e la diffusione della musica classica ‒ in particolare di quella contemporanea ‒, l’autore constata quanto poco spazio le venga riservato dai media, scarsamente propensi a educare e informare il pubblico (brevi righe sono state dedicate dalla stampa alla morte di Pierre Boulez o di Miles Davis, rispetto ai fiumi d’inchiostro versati sulla scomparsa di icone del pop). La musica colta è considerata “un reperto sopravvissuto a un passato certamente illustre ma ormai costoso e inutile”, priva di futuro perché difficile da capire, male insegnata nelle scuole, poco sfruttata come evento culturale, nonostante si realizzino oggi molti nuovi lavori operistici, sinfonici e da camera di alto livello. Il repertorio attuale è ignorato per la diffidenza di sovrintendenti e direttori artistici che ambiscono soprattutto a riempire i teatri, ma anche per la scarsa iniziativa, la pigrizia mentale e il sospetto di direttori d’orchestra, strumentisti e cantanti, i quali temendo fischi e contestazioni non si azzardano a proporre o a riproporre opere ritenute troppo innovative e di difficile collocazione.

Tanti sono i pregiudizi che precludono alla musica classica contemporanea l‘accesso alle sale di concerto: il primo è ovviamente quello della sua complessità, che ridurrebbe il suo bacino d’utenza (ma anche gli spartiti di Mozart o di Beethoven erano strutturati con estrema perizia formale, e non sono tuttora di semplice esecuzione!). Poi l’idea che la musica debba solo intrattenere, divertire, emozionare o consolare, mentre dissonanze e incomprensibili stravaganze finirebbero per urtare e irritare chi ascolta (tuttavia, il compito di chi scrive musica non è quello di rassicurare, bensì di porre interrogativi). Infine, che la musica d’avanguardia non si impegni ad avvicinare un pubblico più vasto, mentre è risaputo che numerosi compositori stanno azzardando nuove contaminazioni con il jazz e il rock, i generi popolari e minimalisti, le realizzazioni al computer o le suggestioni del mondo teatrale.

In realtà “per alcuni esecutori è molto più comodo adagiarsi sul repertorio tradizionale, senza dover studiare lavori che chiedano di estendere le proprie capacità percettive e tecniche… e molti organizzatori pensano unicamente in termini di business e numeri, usando questi ultimi come pretesto per eliminare tutto ciò che non ha un riscontro rapidissimo e di facile digeribilità”.

Carlo Boccadoro, che ha patito sulla sua pelle discriminazioni da parte di discografici e direttori artistici (come molti altri colleghi italiani: Giovanni Sollima, Luca Francesconi, Ivan Fedele, Fabio Vacchi, Giorgio Battistelli) parla delle sue esperienze con pacata amarezza, rilevando come da noi si tenda da sempre a penalizzare ogni novità, e a essere prevenuti per incompetenza. Molti sono invece i contemporanei felicemente e frequentemente eseguiti all’estero: non solo i più noti Arvo Pärt, Philip Glass, Osvaldo Golijov, John Adams, Michael Nyman, (conosciuti e trasmessi anche dalle nostre radio), ma gli altrettanto eccellenti Haas, Rihm, Widmann, Larcher, Glanert, Mazzoli, Abrahamsen, MacMillan, Adès, noti in Italia quasi solo agli addetti ai lavori. Non sono pertanto gli autori, ma i responsabili delle istituzioni culturali che dovrebbero incoraggiare una programmazione moderna costante, consapevole, varia e di qualità, per incrementare l’ascolto di musica classica d’avanguardia.

A questo scopo, un ulteriore stimolo potrebbe venire dalla rete, che ha completamente modificato il modo di produrre musica e di fruirne, permettendo a tutti di ascoltare qualsiasi melodia in diretta streaming, di assistere a concerti e registrazioni collegandosi a YouTube, di mescolare differenti generi musicali su Spotify. L’avvento dell’informatica nella composizione ha fornito nuove possibilità di esecuzione e di diffusione del suono, creando poliritmie ed espandendole spazialmente in luoghi chiusi o all’aperto, e ciò rappresenta indubbiamente una grande opportunità per chi scrive sul pentagramma. Ma quali sono i pericoli in agguato per i consumatori di brani online? Ogni novità viene frammentata in pre-ascolti su iTunes o in compilation offerte da altre piattaforme digitali, per lassi di tempo brevissimi poiché sembra che gli utenti non riescano a concentrare l’attenzione se non per pochi minuti, esaurendo ogni interesse verso qualsiasi tipo di approfondimento. Evidentemente, l’accelerazione della vita quotidiana e le troppe distrazioni imposte dai social e dall’uso del cellulare stanno abituando le persone alla facilità di proposte culturali ovvie, ripetute, veloci e circoscritte. Un’opera lirica o un’intera sinfonia vengono così inserite in internet solo se frazionate, e nei brani più memorizzabili, mai nella versione integrale che risulterebbe indigesta. Ciò produce negli ascoltatori “un vero e proprio analfabetismo sonoro di ritorno rispetto alle capacità di seguire strutture musicali che richiedano un tempo significativo per esistere”.

Così molti compositori, temendo di non riuscire a captare l’attenzione del pubblico, tendono a ripetere formule stereotipate che li rendano immediatamente identificabili e riconoscibili nella peculiarità del loro stile, e a ogni esibizione finiscono per riproporre solo moduli collaudati. Si ottiene in tal modo un azzeramento della qualità musicale, in una uniformità banalizzante e superficiale, come sta avvenendo in altri settori del mercato produttivo (moda, cucina, letteratura). A questo punto, forse solo la musica classica può rappresentare una ribellione all’omologazione preconfezionata che ci propinano i media e la rete, aiutandoci a fare della nostra vita qualcosa di più autentico e arricchente.

 

© Riproduzione riservata                   «Il Pickwick», 11 luglio 2019

 

 

 

 

 

GRUENBEIN

DURS GRÜNBEIN, I BAR DI ATLANTIDE – EINAUDI, TORINO 2018

Dei quindici saggi compresi in questo volume einaudiano, alcuni sono direttamente autobiografici: in essi Durs Grünbein non utilizza pretesti narrativi per parlare di sé e della sua produzione in versi, ma racconta semplicemente come è nata la sua vocazione di scrittore, negli anni «grigio cenere» dell’adolescenza a Dresda, quando si imbatté per caso in Novalis e Hōlderlin. O ancora prima, quando bambino imparava dal nonno, valente enigmista, «l’appetibilità che hanno le parole». Nella conclusiva Postilla su me stesso offre poi ai lettori una lucida decifrazione del senso e della funzione della scrittura poetica. «Scrivere poesie è anzitutto un esercizio di radicale autoesplorazione»: da questo assiduo e severo scandaglio interiore, ogni poeta, «eremita in mezzo alla società», impara «a essere solo, non conforme, senza obblighi verso nessuno, ‒ verso nessun potere esterno, verso nessun principio superiore (religioso o filosofico), neppure verso una corrente letteraria predominante». Purché la poesia non si riveli puramente ornamentale o cerimoniosa, ma sappia mostrare «i propri muscoli, il proprio ghigno irriverente, la dolcezza che si prova nel distruggere le forme», allertandosi nell’osservazione dell’attimo rivelatore, dei dettagli sparsi nelle «piccole cose tragiche come pure nelle grandi cose comiche della vita». Fedele a questa intuizione, descrive allegrie e naufragi, disastri e trionfi della storia e della natura, nel modo in cui la poesia universale ce li ha tramandati. Sia che parli con entusiastica ammirazione delle teorie evoluzionistiche di Darwin, o con turbamento dell’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C., o ancora dell’utilità della citazione in grado di ispirare il processo creativo; sia che rappresenti come metafora letteraria il mondo sottomarino da lui esplorato nello sport subacqueo, o commenti in maniera puntuale ed empatica La Giostra di Rilke, o illustri la meraviglia di un diorama zoologico, Grünbein riesce sempre a mettere in collegamento qualsiasi acquisizione culturale (sua personale o dell’umanità intera) con il prodigio dell’invenzione poetica. Il processo mentale che conduce alla composizione di una lirica viene smontato nei suoi labirintici e arcani percorsi, dalla genesi alle scelte formali fino al risultato conclusivo. Particolarmente in un saggio, Il mio cervello bionico, l’autore utilizza gli ultimi risultati della neurobiologia e della fisiologia per approfondire i meccanismi che determinano le opzioni stilistiche di chi scrive in versi. «Il poetare comincia come stratificazione di stadi della coscienza dapprima del tutto senza senso che il singolo deve attraversare a fatica o a passo di danza, senza curarsi di causalità e cronologie». In modo frammentario, a salti, «in balia dei suoi attacchi improvvisi», recuperando memorie, immagini, esperienze, passioni amorose o politiche, il poeta trasforma gli stimoli più vari e confusi in visione, sincronizzando «in un atto di immaginazione fulminea» la sua percezione personale con il pensiero di tutti, al fine di organizzare «nello spazio più esiguo il massimo dei riferimenti». Perché il poeta è, e deve continuare a essere, anche filosofo, in grado di conciliare cielo e terra, l’ideale con il concreto, producendo nei suoi versi «una mescolanza di amore per l’aldiqua e di curiosità per la metafisica»: fenomenologo che lavora per arricchire l’immaginario di ciascuno di noi.

© Riproduzione riservata                   https://www.sololibri.net/I-bar-di-Atlantide-Grunbein.html               10 luglio 2019

BORDINI

CARLO BORDINI, EPIDEMIA – KIPPLE OFFICINA LIBRARIA – TORRIGLIA (GE) 2015 (e-book)

Carlo Bordini è poeta anti-istituzionale, poeta-contro e poeta-pro. Contro le élite intellettuali e letterarie (ha sempre pubblicato presso case editrici minori, con tirature limitate) e a favore di ogni marginalità, esistenziale e politica. È stato definito dai critici “poeta narrativo dal passo stilistico crudo e micidiale”, “poeta dell’eccesso e della resistenza… poco rassicurante e forse diseducativo”. Senz’altro è uno scrittore che non si è mai adeguato al pensiero accomodante, maggioritario, conformista di chi cerca il successo. Un ribelle? Un provocatore? Forse, ma portatore di un’etica indulgente e comprensiva, che usa le armi dell’ironia e dello sberleffo per opporsi alle convenzioni mentali, alle modalità di un sentimentalismo banale e consolatorio.

In anni recenti sono uscite presso l’editore bolognese Luca Sossella due antologie che raccolgono versi e prose di Bordini, I costruttori di vulcani e Difesa berlinese. Ma chi nulla conoscesse di questo autore, può iniziare a leggerlo in un e-book a prezzo quasi zero del 2015, Epidemia, che contiene toni e temi propri di tutta la sua produzione: l’indignazione morale e la pietà per chi subisce la violenza della storia, un’orgogliosa estraneità ai compromessi e lo sdegno verso ogni sopraffazione sugli indifesi e gli ultimi.

Il testo contiene due differenti brani poetici, composti nello stile narrativo che ha spesso identificato con originalità la produzione del poeta romano: non i versi cui siamo abituati, che ubbidiscono a precise regole metriche e a figure retoriche o invenzioni fonetiche (rime, allitterazioni, anafore…). Piuttosto una prosa cadenzata da una riflessione interiore, produttrice di una modulazione ritmica. L’epidemia di cui si parla nella sezione di apertura ha evidenze sia materiali e fisiche, sia metaforicamente ideali. Prendendo spunto dal contagio della mucca pazza che interessò gli allevamenti bovini italiani nel 2001, Bordini compie un’operazione linguistica straniante e provocatoria, sostituendo al termine “capo” (usato asetticamente negli articoli giornalistici dell’epoca per definire la bestia malata), la parola “schiavo”, quasi a indicare che animali e esseri umani costretti in cattività e subordinati alle esigenze del mercato, rispondono allo stesso tragico destino di assurda e ingiustificata violenza. Nessuno è innocente, sembra suggerire l’autore: chi si nutre di carne, chi la commercia, chi macella, chi svende corpi umani.

Il secondo capitoletto si intitola La genesi di un pensiero, e segue le tracce delle considerazioni del poeta riguardo alla profezia del Massachussets Institute of Tecnology, tenuta segreta, secondo cui entro cinquant’anni il mondo sarà condannato a un’eclissi definitiva, poiché “ogni civiltà quando raggiunge la capacità tecnica di autodistruggersi, lo fa”. La rabbia, la pena, la frustrazione che il poeta prova all’idea della catastrofe irragionevole e spietata che attende l’umanità, si mescola all’amarezza di altri ragionamenti più immediatamente politici: una finanza capitalistica impazzita, il surriscaldamento climatico, l’utopia pacificamente rivoluzionaria dei giovani manifestanti a Genova contro il G8 repressa nel sangue nel 2001. Tutto appare ingiusto, crudele e incomprensibile, al punto che al poeta sembra preferibile sparire, avendo portato a termine la sua parabola esistenziale: “se fossi morto non avrei perso nulla”.

Alex Tonelli, nella sua empatica prefazione, intuisce nelle parole di Carlo Bordini il senso di un’impotenza disperante, che si interroga sull’assurdità di esserci, qui e ora, per non esserci improvvisamente più subito dopo, in un’epidemia fisica e mentale che conduce “all’inutilità manifesta del nulla”. Nei due giorni successivi alla conclusione della silloge, l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre sembrò voler porre un sigillo angoscioso e tombale alle parole del poeta.  

© Riproduzione riservata     https://www.sololibri.net/Epidemia-Bordini.html          25 giugno 2019

 

BORDINI

CARLO BORDINI, SCRITTORE E POETA


Intervista allo scrittore Carlo Bordini

Tra le sue pubblicazioni:

Dal fondo, la poesia dei marginali (Savelli, 1978); Strategia (Savelli, 1981); Manuale di autodistruzione (Fazi, 1998); Polvere (Empirìa, 1999); Pezzi di ricambio (Empiria, 2003-2019); Pericolo, Poesie 1975-2001 (Manni, 2004); Gustavo, una malattia mentale (Avagliano, 2006); Sasso (Scheiwiller, 2008); I costruttori di vulcani (Luca Sossella, 2010); Memorie di un rivoluzionario timido (Luca Sossella, 2016); Difesa berlinese (Luca Sossella, 2018).

  • Da quale ambiente familiare e culturale provieni? Come e quanto gli studi, le amicizie e gli amori hanno influenzato la tua scrittura?

Una famiglia autoritaria ha fatto di me un ribelle. Questo spiega il lungo periodo (nove anni) di militanza politica. Ma sono un ribelle anche in letteratura. Non amo l’istituzione letteraria, non amo le regole, non amo le mode di scrittura, non faccio parte di nessun gruppo o tendenza. Sono un po’ anarchico, in campo letterario. Leggo quello che mi interessa e non leggo quello che, al primo incontro, non mi interessa. Non cerco di assomigliare a qualcuno e non imito. In America Latina alcune persone si definiscono così: “Laureato in filosofia della vita studiata nell’università della strada”. Io, letterariamente, mi sento un po’ così.

  • Nella tua vita, viene prima l’impegno politico o quello letterario e come le due passioni si confondono e si nutrono vicendevolmente?

Questa domanda mi obbliga a riflettere. Nel periodo della militanza politica non ho scritto nulla. Pensavo, come lo pensavano in molti, che era più utile un mediocre rivoluzionario che un buon scrittore. Quando ho ricominciato a scrivere, essere di sinistra è rimasto dentro di me, ma come un velo. Come una nebbia leggera. Come qualcosa che dava un colore delicato ad altre cose. Come una sorta di etica. Abbinata alla coscienza che l’idea di cambiare in meglio il mondo è un’utopia che si ripresenta puntualmente nella storia come una perenne illusione. Quasi una religione.

  • Quali sono i poeti, i narratori e i filosofi che più hanno nutrito la tua produzione? Cinema e musica hanno un rilievo importante nella tua quotidianità?

Amo molto Apollinaire. È il mio poeta preferito.

  • Che cosa rimpiangi di più dell’atmosfera culturale e politica in cui ti sei formato?

Il senso di libertà e di provvisorietà. Adesso essere provvisori è un lusso molto pericoloso. Un tempo era un lusso piacevole, possibile, e anche creativo ed appagante. Era possibile essere contro e fare esperimenti. Cioè: fare esperienze che erano anche esperimenti…

  • Qual è il tuo libro a cui sei più legato e cosa ti piacerebbe ancora scrivere e pubblicare in futuro?

Credo di aver scritto un unico libro, in tutta la mia vita, che poi si è diviso in varie occasioni editoriali. E credo che continuerò a fare la stessa cosa anche in futuro. Posso dire che l’unico libro che sono andato scrivendo fin dalla nascita è composto da una serie di domande, da una serie di interrogazioni su me stesso, e sul mondo che mi circonda. Credo che troverò sempre risposte parziali che mi lasceranno insoddisfatto e che continuerò a cercare. Ma le domande vengono da sole. Non bisogna forzarle. Se vogliamo invece passare al piano editoriale, i miei libri più importanti sono I costruttori di vulcani, che contiene tutte le mie poesie fino al 2010, e Difesa berlinese, che contiene quasi tutta la mia produzione in prosa. Entrambi i libri sono stati pubblicati da Luca Sossella.

  • Sei molto presente nei festival, nelle performance e nei raduni letterari. Credi che queste manifestazioni pubbliche aiutino la diffusione della poesia o viviamo in tempi irrimediabilmente prosaici e indifferenti?

Attenzione. Qualcosa sta cambiando. Nonostante il mondo sia governato da forze sempre più oppressive, esiste (anzi, sta crescendo) una forma di resistenza. Minoritaria ma in crescita. In Italia la cultura è stata privata di ogni appoggio economico e il populismo la considera qualcosa di negativo. Ma si sta moltiplicando tutta una serie di iniziative, anche se sono piccole e prive di mezzi. E una parte minoritaria ma consistente di giovani comincia ad esserne attratta. A Roma è impossibile star dietro a tutto, ci sono un sacco di cose in contemporanea, c’è una vita culturale intensa.

 

© Riproduzione riservata       https://www.sololibri.net/Intervista-a-Carlo-Bordini.html       25 giugno 2019

 

 

 

 

FLAUBERT

GUSTAVE FLAUBERT, LETTERE D’AMORE A LOUISE COLET – SE, MILANO 2018

Chissà se André Gide diceva la verità, quando scrisse, a proposito dell’epistolario flaubertiano “Se l’opera intera di Flaubert dovesse essere messa su un piatto della bilancia, la sola Corrispondenza, gettata sull’altro, la supererebbe; e se mi fosse permesso di conservare soltanto l’una o l’altra, io sceglierei quest’ultima”. È certo comunque che queste Lettere d’amore a Louise Colet, pubblicate dalle edizioni milanesi SE, sono di una bellezza struggente, di un’accesa intensità emotiva, oltreché di superba raffinatezza formale.

Gustave Flaubert (Rouen 1821-Croisset 1880), autore di capolavori universalmente riconosciuti, aveva ventiquattro anni e solo vaghe ambizioni letterarie, quando nell’estate del 1846 incontrò Louise Colet nell’atelier parigino dello scultore Pradier, dove si era recato per ordinare due busti funerari per il padre e la sorella morta di parto, e dove lei posava come modella. Trentaseienne, sposata e madre di una figlia, già amante del filosofo Victor Cousin e corteggiata da molti, animatrice di salotti culturali, scrittrice e poetessa affermata, Louise era bellissima. Capelli castani lunghi e morbidi, occhi di un azzurro cupo, collo e spalle armoniosamente disegnati, voce suadente e sorriso aperto, temperamento altero e impulsivo: così descriveva sé stessa e veniva descritta dagli ammiratori. L’attrazione reciproca tra Gustave e Louise sfociò subito in una relazione tempestosa, fatta di slanci e rimproveri, premure e accuse, sensualità irruente e improvvise freddezze, animata da un fitto scambio epistolare, prolungatosi per una decina d’anni e scandito in due fasi: la prima, accanita e sofferta, dal 1846 al 1848, la seconda dal 1851 al 1855, più riflessiva e incentrata su temi intellettuali e letterari.

Il volume qui presentato riporta esclusivamente le lettere del primo biennio, in cui i due amanti si concessero solo sei incontri, interrotti spesso da scenate di reciproca gelosia e puntigliose recriminazioni. Successivamente, Flaubert si regalò distrazioni, viaggi, e un lungo periodo di formazione esistenziale e culturale in Medio Oriente, in Grecia e in Italia. Tornato dall’esperienza esotica psicologicamente trasformato e deciso a dedicarsi in maniera esclusiva alla propria arte, nelle più sporadiche e distaccate missive a Louise manifestava le sue teorie estetiche, vantando soprattutto la sua dedizione al romanzo che lo consacrerà a una fama mondiale. Il progressivo allontanamento tra i due si rivelò inevitabile. Gustave era appassionato ma incostante, incapace di rinunciare alle proprie abitudini domestiche, agli affetti familiari e alle amicizie, alle frequentazioni letterarie, all’ossessione della scrittura coniugata a un’ambizione divorante. Louise, femminilmente più istintiva e generosa, incline al sospetto e possessiva, era però disposta a sacrificarsi nel quotidiano pur di salvare l’impeto del rapporto amoroso.

Le lettere di lei sono andate perdute, o più probabilmente sono state distrutte: dovevano essere febbrili e ulcerate come l’inquietudine che la struggeva. La sua vendetta dopo l’abbandono venne consegnata a due romanzi, in cui scherniva le grettezze e gli egoismi dell’amante, mentre Flaubert si servì più scaltramente della vicenda sentimentale e dell’esperienza epistolare nella composizione del suo chef d’oeuvre, Madame Bovary.Le frasi e i saluti di commiato vergati da Gustave indicano il fervore che lo animava nei primi mesi della corrispondenza: “Addio, addio. Tutte le tenerezze che vorrai”, “Addio, addio, poso la testa sui tuoi seni e ti guardo dal basso in alto come una madonna”, “Addio, ti bacio dove ti bacerò, là dove ho voluto. Vi ci metto la bocca, mi rotolo su di te, mille baci. Oh! dammene, dammene!”, “Tuo, dalla sera al mattino, dal mattino alla sera”, “Tuo, tuo corpo e anima”, “Ho ancora sete di te. Non sono sazio, sai! Addio, addio”, “Tuo che ami e che t’ama”, “Addio, tuo, su di te”, “Che il Dio dei sogni ti mandi da me”.Tanta passione inizia però a raffreddarsi già nel secondo anno della relazione, i baci diventano più casti e quasi fraterni, per poi ibernarsi del tutto nel saluto del biglietto conclusivo, quando da tempo i due si davano ormai del “Voi”: “Grazie del dono. Grazie dei bellissimi versi. Grazie del ricordo. Vostro.” (Flaubert non si firmava, forse per prudenza verso lo stato coniugale dell’amante).Le lettere scritte quotidianamente nei primi mesi seguiti al loro incontro, indicano quanto intenso e radicato fosse il trasporto del giovane verso l’affascinante dama parigina: è divertente notare come i messaggi reciproci venissero recapitati in giornata, nonostante la distanza tra Croisset, in Normandia ‒ dove lui risiedeva con la madre, il fratello, il cognato e due nipotine ‒, e la capitale dove viveva lei con marito e figlia. Incredibilmente, così Gustave raccomandava a Louise: “quando mi scriverai la domenica, impostala presto; sai che gli uffici chiudono alle due”. Qual era il valore di queste pagine per Flaubert? Quasi feticistico; le conservava in un cassetto come reliquie, insieme al fazzoletto, alle pantofoline, a una ciocca di capelli dell’amata: “le rileggo, le tocco. Una lettera è come un bacio, l’ultima è sempre la migliore. Quella di stamattina è qui. Fra la mia ultima frase e questa non ancora finita me la sono riletta per rivederti più da vicino e sentire più forte il profumo di te. Penso alla posa che devi avere mentre scrivi e ai lunghi sguardi vaghi che getti voltando le pagine. È sotto quella lampada che ha fatto luce ai nostri primi baci, e su quella tavola su cui scrivi i tuoi versi. Accendila la sera la tua lampada d’alabastro, guardane la luce bianca e pallida ricordando la sera in cui ci siamo amati”.Le manifestazioni di affetto sincero, di ammirazione, di desiderio fisico si alternano con considerazioni più generali sulla vita domestica, sulla morale (“Non cerchiamo tutti quanti di soddisfare la nostra natura secondo i nostri diversi istinti?”), o con valutazioni sull’arte (“Fra tutte le menzogne è ancora la meno menzognera”), sulla letteratura (“Non bisogna sempre credere che il sentimento sia tutto, nelle arti non è nulla senza la forma”), sulla propria scrittura (“Mi sono sempre proibito di mettere qualcosa di personale nelle mie opere, eppure ve ne ho messo molto. Ho sempre cercato di non rimpicciolire l’Arte per soddisfare una personalità isolata. Ho scritto pagine tenerissime senza amore, e pagine incandescenti, senza alcun fuoco nel sangue”, “Il grottesco triste ha per me un fascino inaudito. Esso corrisponde agli intimi bisogni della mia natura buffonescamente amara”).Rimane comunque preponderante in chi legge l’interesse per il vincolo che legava i due personaggi, la dedizione incondizionata di lei, e la difesa dell’indipendenza di lui, talvolta giustificata dall’esigenza di non lasciare sola l’anziana madre, più spesso (al di là di ogni appassionata dichiarazione d’amore) dalla consapevolezza del proprio ineliminabile egoismo, dell’allergia ai legami soffocanti, di un’orgogliosa autosufficienza emotiva.In una delle ultime lettere, seguita a un violento litigio, Gustave scriveva: “Avrei voluto amarti come mi amavi tu, ho lottato invano contro la fatalità della mia natura, niente, niente. Il cardo non è buono che per gli asini, tanto peggio per quelli che vi si sdraiano sopra come si fa su un prato… Io che amo sopra ogni cosa la pace e il riposo non ho trovato in te che il turbamento, burrasche, lacrime o collera… Hai voluto, tu, trar sangue da una pietra. Hai scalfito la pietra e ti sei fatta sanguinare le dita. Hai voluto far camminare un paralitico, il suo peso è ricaduto tutto su di te ed è diventato ancor più paralitico. No, non c’è acredine, né collera, né odio, ma un profondo e triste convincimento… C’è sempre una devozione pronta e, se la parola non ti ferisce, una smisurata gratitudine. Mi chiedi che almeno i nostri ricordi mi riportino qualcosa; ebbene, come la prima sera un casto bacio sulla fronte. Addio, immagina che sia partito per un lungo viaggio. – Ancora addio, incontra qualcuno più degno, per dartelo andrei a cercarlo in capo al mondo. Sii felice”.Poco prima del silenzio definitivo, Louise confida a Gustave – che non vedeva da molto tempo – una notizia inaspettata, probabilmente quella di una nuova gravidanza. Flaubert reagisce con educata comprensione ma sostanziale indifferenza: “Qualunque cosa accada contate sempre su di me. Anche quando non ci scrivessimo più, anche quando non ci vedessimo più, ci sarà sempre fra di noi un legame che non si cancellerà, un passato di cui sopravviveranno le conseguenze”.

Se Sartre nella sua severa biografia flaubertiana L’idiota della famiglia ebbe a definire l’odiosamato autore dell’epistolario “un incurabile nevrotico”, al lettore contemporaneo rimane invece l’impressione di aver disigillato attraverso queste pagine la natura scorticata di due anime sprofondate in un baratro di rancore e incomprensione mentre tentavano di raggiungere la vetta dell’intensità amorosa, pretendendo troppo da sé stesse e dal sentimento illusorio e spietato che le aveva unite.

 

© Riproduzione riservata                  «Il Pickwick», 20 giugno 2019

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FATICA

OTTAVIO FATICA, VICINO ALLA DIMORA DEL SERPENTE – EINAUDI, TORINO 2019

Ottavio Fatica, nato a Perugia e tornato a vivere in Umbria dopo lunghi anni trascorsi a Roma, è considerato tra i maggiori traduttori italiani dall’inglese e dal francese. Collabora con molte case editrici, e ha curato testi classici e contemporanei (Melville, Poe, James, Kipling, London, Fitzgerald, Joyce, Tolkien, Auden, Cassian, Céline, Girard…), vincendo importanti premi nazionali. Oggi, consulente editoriale per Adelphi, insegna pratica del tradurre letteratura. Nella collana bianca di Einaudi aveva pubblicato nel 2009 un primo volume di versi, Omissioni, e ora propone questo funambolico Vicino alla dimora del serpente. Funambolico non solo perché la figura dell’acrobata e la metafora dell’equilibrismo siano ricorrenti nelle poesie, ma perché stile e temi si susseguono compositi e frammentati, poliedrici e provocatori, sempre sul fil di lama – per dirla in termini montaliani – di una soluzione prima perseguita e poi raggirata. L’illusione di una ricomposizione contenutistica e formale viene irrisa continuamente: a ragione nella quarta di copertina si fa riferimento alla poesia di Ripellino come antesignano di questa inventività ironica e spiazzante. Soprattutto sembra venir presa di mira la coerenza stilistica, poiché le sei sezioni di cui si compone il volume utilizzano timbri poetici diversi e persino discordanti.

In alcune pagine iniziali la finalità che si propone il poeta appare principalmente etica: una riflessione sconfortata sul destino dell’uomo, in bilico tra bene e male, volontà di purificazione e di espiazione da un lato, attrazione verso la colpa e la dannazione dall’altro. Il lettore si trova davanti a un continuo moto ascendente e discendente, a un innalzarsi e a un precipitare nell’abisso: la metafora dell’affondamento, del diluvio, dell’alluvione rovinosa che si abbatte e non lascia scampo, travolgendo tutto, fa da pendant al volo in un empireo sconfinato e indifferente, per nulla protettivo, in «cieli senza rete»: «l’arduo / gioco che dalla base terra / avrà l’ardire e l’ardenza / del cielo come meta», «Poi in un baleno / viene giù il Diluvio e poi / il lutulento / lento decorso, la / conta dei danni e / dei condannati», «l’universo / favo ronza e bulica / sulfureo in un via vai di fuchi / e di operai spersi / per i buchi sporchi di morchia / di materia oscura / di materia losca / del bugno».

I sostantivi utilizzati esprimono perlopiù minaccia e aggressione (squarcio, schianto, sbrago, torchio, graticola, rovi, lama, forbici, crepaccio, gabbia), inganno e sporcizia (morchia, mucillagini, catrame, crosta, ragnatela). Chi scrive avverte «tutto il peso del mondo», e come suggerisce il titolo, si riconosce Vicino alla dimora del serpente. Frequenti sono i rimandi alla Sacre Scritture, mai con intenzioni consolatorie, poiché prevale invece l’immagine demoniaca di un Lucifero spaesato, quasi vittima di se stesso più che di una divinità indecifrabile: «e io da scuro / a scuro scorribanderò / anima scalza / di balza in balza», «come / faremmo senza fuoco o morte?», «pure una sera / insieme al gregge reduce / allo speco / non mancherò al raduno / ad uno ad uno in tempo / per soffriggere».

Ma aldilà della pregnanza metafisica dei versi, si avverte in Ottavio Fatica la lusinga dell’esibizione linguistica, la giocosità della sorpresa nell’uso ossessivo delle rime e delle allitterazioni, negli enjambement imprevedibili, nella vistosa negazione della punteggiatura, nel flusso di associazioni visive e sonore, nei sapienti arcaismi e neologismi. Il gusto del grottesco lo avvicina a una poetessa da lui tradotta recentemente, Nina Cassian, che si era addirittura inventata una lingua tutta sua (lo “spargano”), con l’evidente volontà di stupire il lettore, in uno pseudo-surrealismo basato sulla fascinazione della parola recitata, canzonatoria e sarcastica: «come il roggio / in ruggine si strugge / la ragione / la vita che rifugge», «per questo quello / invoca invano invidia / inventa Tazio / o no?», «quand’è tutt’un / mondo che duole / che vuole far male / e che può (si salvi / chi può) non va più / non va proprio giù», «per entro uno sghembo pertugio / ridotto o rifugio / per tutti e anzitutto / per me sotterfugio / perché quest’assolo spergiuro / perento / che indugia al centro».

Proprio riguardo al suo apprezzatissimo “mestiere” di traduttore, paventando di non possedere parole proprie, e temendosi esiliato dalla sua stessa esistenza e lingua, scrive: «come una spia un ipocrita / un transfuga un liberto / come tutti il traduttore / lotta per avere ragione / della ragione / della ragione e lascia / il certo per l’incerto e torna / schiavo e come tutti più / di tutti muore irrassegnato». L’idea di esclusione e autoesclusione dal mondo è spesso ribadita, e riconosciuta come colpa personale e collettiva, che chiude il genere umano in un’autoreferenzialità autistica («A bordo dello scafo / non si scorge nessuno / che ami nessun altro / più di sé», «Risucchiato / ti avviti su te stesso», «c’è mondo e non / c’è modo di smentirlo / con la vita»). Tuttavia la salvezza può insperabilmente arrivare dall’istintività ingenua del mondo animale, da un abbandono più disarmato e fidente alla vivezza del sentimento amoroso, o al ricordo dell’infanzia e di luoghi cari. Così nelle ultime sezioni del libro prevalgono temi più docilmente affettivi (l’immagine di una «gattina smarrita», un «bestiario onirico» aggirantesi in boschi fiabeschi, una gara ciclistica, la memoria di Natali trascorsi, una «musichetta stenta», i fiocchi di neve, il primo amore degli undici anni), e toni che corteggiano la filastrocca, la cantilena, lo stornello, l’aforisma moraleggiante o perfino l’elegia: «Qui sotto la mia cupola / di cielo i panni stesi / indorano al tramonto / sanno d’aria / di luminosità».

Se l’esperienza della scrittura appare spesso incomunicabile («Il cieco scrive / e dovrà farsi leggere / quello che ha scritto / se altri capirà / o capiranno / le zampe d’uccelletto / sulla neve»), resta salda la vocazione all’innamoramento fugace, alla comprensione della bellezza nell’altro da sé («noi / nostalgici ostaggi / un mondo d’ansie e primule / fatto per struggerci», «Vita diletta, anima / finitima alla mia / cuore pulsante / d’intima estraneità / mi duole di tristezza / tutto il corpo»). E rimane il dovere di esprimersi comunque: «io lancio sassi / contro i vetri del cielo / così imparo / a fare sempre meglio / quello che / non si può fare e che / pure va fatto». Ottavio Fatica in questo suo libro così pieno di immagini, voci, echi letterari, sapienza meditativa, ci ricorda continuamente la nostra caducità e la nostra immortalità, corpi animaleschi e angelici come siamo: «la vita è un piede a terra / e uno al piano nobile».  

 

© Riproduzione riservata                             «SoloLibri», 18 giugno 2019

 

 

 

 

 

STRAZZABOSCO

STEFANO STRAZZABOSCO, L’ESERCIZIO IPSILON – RONZANI EDITORE, VICENZA 2018

L’esercizio ipsilon è una tecnica di allenamento messa in atto nel gioco del rugby per dribblare con finte gli avversari. È anche il titolo scelto da Stefano Strazzabosco per la plaquette recentemente pubblicata dall’editore vicentino Ronzani.

Avversari interni ed esterni, subdoli e minacciosi, sono quelli continuamente evocati da queste venti poesie: si aggirano tra un dentro che non offre riparo né consolazione, e un fuori pronto all’agguato. Versi tesi in una dimensione di denuncia e di allarme civile e politico, sebbene mai retoricamente altisonanti o proclamatori, e invece allusivi a un pericolo oscuro, accanito (“Sanno tutto / di te che non li vedi”, “Osservano / dalle vetrine trasparenti”). Talvolta la persecuzione è però plateale, esibita, fiera di sé; una vera “Santa Inquisizione dei Carnefici”: “Sia aperta la caccia alle streghe. / Si versi un po’ d’olio bollente / sugli eretici e i tristi”, “Qualche volta si toglie / la pelle all’indiziato, / gli si cavano gli occhi”.

Giustamente scrive Paolo Lanaro nell’introduzione che in Strazzabosco viene ribadita la contrapposizione tra un “loro” fatto di sopraffattori e un “noi” costituito da vittime, separati più che da una differenza di classe da una differenza antropologica. La realtà a cui conduce questa distinzione non è però immediatamente decifrabile, dato che la terminologia ricorre frequentemente a sostantivi e attributi che indicano vaghezza, intangibilità, inconsistenza (sabbia, cenere, pulviscolo, remote nuvole), oppure prigionia, chiusura, buio (cantina, tana, sonno, notte, macerie, ghiaccio, ingranaggio, soppressione, detenzione). La successione temporale non è definita con nitidezza (“L’altra volta / è questa stessa volta”, “questa notte o l’altra”), causa ed effetto si invertono nelle azioni e nei pensieri (“poi una / rosa rossa trapassa una spina”, “l’aratro è lì, davanti ai buoi”), ad aumentare sconcerto e timore.

Necessario nella sua evidenza è pertanto l’esergo alla silloge tratto dai Four Quartets eliotiani: “We had the experience but missed the meaning”, a confermare l’insignificanza e l’incomprensibilità delle storie quotidiane e personali, come di quelle collettive. L’influenza di Eliot, e l’omaggio alla sua poesia, non si limita all’epigrafe iniziale, o alla citazione del “giardino delle rose”: percorre forma e contenuti di tutti i componimenti qui presentati. Nel ricorrente passaggio tra io-tu-noi-essi, in una certa sentenziosità eticamente rigorosa, nell’utilizzo di neologismi e vocaboli stranieri (fotoshoppato, raion, spritz, sim, monitor, bancomat, sneaker), nell’ironia verso l’ambiente circostante (“Si dorme / col pigiama di orsetti in questa bella / città”, “la testa / mozzata continua a guardare le / vetrine rotolando”), e soprattutto nell’uso della sintassi, frammentata e spesso involuta, e nello sguardo di chi scrive, osservando e valutando da una posizione distaccata, con uno sconforto che non si riduce alla condanna (“vanno / capiti anche loro”), ma rivela apprensione, turbamento. Insieme alla consapevolezza che se la voce del poeta non serve, non basta a cambiare lo stato delle cose (“Tu, / cosa vuoi”), rimane comunque indizio di resistenza.

 

© Riproduzione riservata         https://www.sololibri.net/L-esercizio-ipsilon-Strazzabosco.html       12 giugno 2019

 

 

 

CATI

ANDREA CATI, FONDATORE DI INTERNO POESIA

Intervista ad Andrea Cati, fondatore di Interno Poesia

 

  • Brevemente, ci puoi indicare il percorso di studi e gli interessi culturali che ti hanno portato a occuparti di poesia?

L’incontro con la poesia è avvenuto durante l’università: nel 2005 mi iscrissi al corso di laurea triennale in Filosofia ad indirizzo estetico, presso l’Università di Bologna. Avevo un’idea, molto confusa, sull’importanza dello studio della filosofia per la vita di tutti i giorni e trovavo le letture dei testi poetici vicini ad un’altra mia passione adolescenziale: la musica.

  • Quando è nato il blog Interno Poesia, con quali collaboratori e soprattutto con quali finalità?

Il blog Interno Poesia è nato ad aprile 2014 a Bologna. A distanza di pochi mesi dalla nascita del blog ho chiesto ad alcuni amici poeti che stimavo di aiutarmi nella scelta dei testi da pubblicare quotidianamente, offrendo la possibilità di avere sul sito uno spazio settimanale dedicato alla pubblicazione di un testo edito o inedito di propria composizione. Sono allora arrivati subito Valerio Grutt, Franca Mancinelli e Giovanna Rosadini. Nel corso del tempo si sono aggiunti altri collaboratori, poeti, critici letterari e traduttori, con gli ultimi arrivati in ordine di tempo, come Andrea Sirotti e Giorgia Sensi, entrambi professionisti dell’editoria di poesia anglofona. Più che finalità Interno Poesia ha avuto sempre una tendenza: selezionare poeti editi e inediti, italiani e stranieri, contemporanei e del passato, seguendo il gusto personale di ogni membro della redazione, in totale indipendenza, con la sola voglia di offrire quello che per noi è degno di essere letto.

  • Che genere di poesia vi proponete di far conoscere e di diffondere con la vostra attività online e a quale pubblico di lettori vi rivolgete?

Interno Poesia (blog e casa editrice) è un progetto di divulgazione e promozione della poesia; è un progetto attento alla cultura pop, ma anche alle sperimentazioni linguistiche più ardite; è un progetto generalista, che ha il desiderio di guardare a tutto il mondo della poesia, che vuole scoprire le molteplici polifonie linguistiche, estetiche e mediatiche che vivono o hanno vissuto intorno alla poesia. Per fare un esempio: abbiamo ospitato e continueremo a farlo, poeti agli antipodi come Adriano Spatola e Rupi Kaur.

  • In che modo, con quali prospettive di successo e riscontrando quante difficoltà la redazione di Interno Poesia ha assunto l’iniziativa di fondare una casa editrice? Quali autori avete proposto finora e qual è il vostro volume che ha riscontrato più consenso, sia di critica sia di vendite?

La casa editrice Interno Poesia è nata a settembre 2016, due anni dopo la nascita del blog. Nel corso dell’attività di blogger avevo riscontrato un continuo e crescente interesse verso la nostra attività giornaliera, tanto da farmi credere che un altro passo era possibile compierlo, realizzando il mio desiderio di aprire una vera e propria attività editoriale. Le prospettive e le difficoltà erano e sono le speranze e le paure, i dati positivi e le fragilità strutturali di un mondo, quale è quello della poesia, piccolo, ma molto attivo e in continuo fermento, in cui la gioia di scoprire un nuovo autore si scontra con la difficoltà di trovare una platea di lettori disponibile a leggere e acquistare i libri pubblicati. Fino ad oggi, però, i risultati sono stati confortanti e di crescita costante, tanto che a partire da novembre 2018 Interno Poesia è entrata nella distribuzione di Messaggerie Libri, il principale player per la distribuzione organizzata di libri in Italia. I tre libri che hanno ottenuto maggiori risconti in termini di consenso e di vendite sono “Mia vita cara” di Antonia Pozzi (2019), “Coppie minime” di Giulia Martini (2018), “Salutarsi dagli aerei” di Alessandro Burbank (2018).

  • In che maniera pubblicizzate i vostri prodotti: festival, letture, fiere del libro, stampa, internet? Credi ci sia spazio per un’affermazione maggiore del mercato editoriale che si occupa di poesia?

Credo che la pubblicità, anche nella piccola realtà editoriale della poesia, conti tanto. Da quando siamo nati come casa editrice le attività promozionali sono state sempre molteplici: inizialmente facevamo il crowdfunding dei libri in corso di pubblicazione, ormai da più di un anno facciamo solo la prevendita dei volumi che stiamo per pubblicare e ciò rappresenta il primo, essenziale, momento di promozione intorno all’opera che verrà pubblicata. Un altro fattore importante è l’organizzazione di presentazioni del libro e la partecipazione a fiere di settore: quest’anno siamo stati con un nostro stand a Book Pride Milano e al Salone del Libro di Torino, conseguendo, in entrambi i casi, buoni riscontri in termini di pubblico e di vendite. Sono altresì essenziali attività di ufficio stampa con invio del volume alle redazioni delle principali testate nazionali e alle riviste specializzate.

Difficile invece rispondere alla seconda domanda: occorre capire bene di quale poesia si sta parlando quando si fa riferimento ad una maggiore affermazione nel mercato editoriale. In termini generali credo che i lettori di poesia aumenteranno nel corso del tempo, non so però se gli stessi lettori leggeranno la cosiddetta poesia “alta”.

  • Tu stesso sei autore. Quali sono i tuoi scrittori e poeti di riferimento?

I miei poeti di riferimento, dai tempi dell’università, sono più o meno definiti: Eugenio Montale, Pier Paolo Pasolini, Giorgio Caproni, tra i contemporanei Milo De Angelis e Valerio Magrelli; tra gli stranieri Osip Mandel’štam, Adam Zagajewski, Iosif Brodskij. Il mio scrittore preferito e più letto è Philip Roth. Ma le principali letture sono nella filosofia e nella saggistica: leggevo e leggo ancora Friedrich Nietzsche, seguo con attenzione (come potrei farne a meno) Roberto Calasso.

 

https://www.sololibri.net/Intervista-Andrea-Cati-Interno-Poesia.html        6 giugno 2019

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