OZ

AMOS OZ, IL RE DI NORVEGLIA – ZOOM FELTRINELLI, MILANO 2012

Tra i racconti di Amoz Oz (romanziere e saggista israeliano, nato a Gerusalemme nel 1939, influente intellettuale dalle posizioni politicamente conciliatorie e social-democratiche), questo Il re di Norvegia è uno tra i più felici, per acume psicologico, levità descrittiva e delicata ironia. Si sorride, leggendolo, non si ride: e anzi ci si sente coinvolti in un sentimento di solidale e comprensiva simpatia umana per l’evidente inadeguatezza del protagonista nel rapportarsi con il prossimo.

Zvi Provizor, scapolo cinquantacinquenne, fa il giardiniere nel kibbutz Yekhat, e ama in maniera incondizionata il suo lavoro, a cui dedica ogni attenzione, cura e pensiero. “Si alzava ogni mattina alle cinque, spostava gli innaffiatoi, rastrellava la terra nelle aiuole di fiori, piantava e potava e bagnava, tagliava l’erba con quella macchina rumorosa, spruzzava i disinfestanti chimici, spargeva e interrava letame e fertilizzante”. Emotivamente sensibile e introverso, si rivela particolarmente propenso e interessato a qualsiasi avvenimento tragico accada nel mondo, andando a scovare nei quotidiani e nelle cronache radiotelevisive proprio le notizie più drammatiche, scandalose e catastrofiche che vengono riportate, per poi riferirle a chiunque incontri sul lavoro o al bar: “terremoti, aerei precipitati, crolli di edifici con vittime, incendi e alluvioni”. Raccoglie necrologi e immagazzina nella memoria i lutti di tutto il kibbutz, creandosi così una fama funerea di menagramo tra i colleghi, che tendono a isolarlo anche a mensa, e ne commentano sarcasticamente la riservatezza e la sessuofobia. Inaspettatamente però, Zvi Provizor incontra una vedova, Luna Blank, insegnante dall’indole artistica e romantica, e stabilisce con lei un rapporto di reciproca e casta amicizia, fatta di scarse confidenze e molti sospiri. “Lui si sedeva sulla destra della panchina di sinistra, in fondo al prato, e lei non lontano, sulla sinistra della panchina di destra. Lui le parlava e strizzava gli occhi, lei stropicciava il fazzoletto fra le dita”. Quando tuttavia Luna azzarda un approccio fisico appena più confidenziale, il mesto giardiniere si ritira spaventato, e alla donna delusa non resta che lasciare il kibbutz, rifugiandosi all’estero. Zvi Provizor, quasi sollevato dalla partenza di lei, torna alla sua monotona esistenza, tra fiori e piante grasse, immergendosi con sempre più angosciata e morbosa curiosità nella cronaca nera dei notiziari e dei giornali: per lui la notizia della morte del re di Norvegia, da tempo malato di tumore, rimane il massimo della sofferenza sopportabile con cui confrontarsi.

Amos Oz osserva, racconta, scuote la testa, sorride.

 

© Riproduzione riservata    https://www.sololibri.net/Il-re-di-Norvegia-Oz.html           15 ottobre 2018

 

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LESSING

DORIS LESSING, PASSEROTTI – ZOOM FELTRINELLI, 2011

Se avete un quarto d’ora di tempo e un euro da spendere, non lasciatevi scappare questo piccolo gioiello di lettura: lieve e volteggiante come il suo titolo, Passerotti, tratto dai Racconti londinesi del premio Nobel Doris Lessing (1919-2013). La trama del racconto è in pratica inesistente: si tratta di un lungo sguardo posato su un esterno (un caffè all’aperto nel giardino di Hampstead Heath, situato a nord del centro storico di Londra), animato da varie presenze umane e animali. Tra queste. fondamentale risulta essere quella di un nutrito gruppo di passeri svolazzanti.

Due anziane signore accompagnate da un labrador siedono a un tavolino, ancora bagnato dalla pioggia recente, e sorbiscono il loro caffè guardandosi attorno. Irrompono accanto alcuni adolescenti, dai vestiti e dai capelli colorati, vocianti e festosi. Si affaccia di tanto in tanto dall’interno un cameriere biondo, alto e neghittoso, che osserva i clienti con scarsa voglia di lavorare. Arriva una giovane coppia giapponese con la suocera, portandosi dietro un vassoio ripieno di tutto, per un perfetto breakfast all’inglese. S’inserisce nel quadro complessivo una coppia di mezza età, «raggiante di salute e crema abbronzante», pronta a scattare per fare jogging nel parco. Doris Lessing si limita a descrive con tocco lieve il rapporto che questi personaggi hanno con gli uccellini, e reciprocamente il modo in cui i passeri interagiscono con gli esseri umani. «Le due signore buttavano pezzetti di pane ai passerotti che si radunavano intorno ai loro piedi, affollavano le spalliere delle sedie e si avventuravano persino sul tavolo». Gli sposi giapponesi guardano indifferenti i volatili, mentre la suocera ne è visibilmente infastidita se non addirittura disgustata. Gli adolescenti si spostano continuamente di tavolo in tavolo, lasciando tracce di biscotti e noccioline, facile e invitante preda degli uccelli. La coppia adulta e sportiva discute di etologia.

E i passeri? Ciascuno manifesta un proprio carattere: chi è timoroso e si spaventa ad ogni movimento degli avventori del caffè, chi più audace si lancia sulle briciole lasciate per terra o sulla tovaglia, chi addirittura si posa sulle spalle dei clienti. Gli uccelli più vecchi e spennacchiati zampettano lenti, i piccoli quasi implumi attendono l’imbeccata dei genitori.

«Il piccolo giardino del caffè andava riempiendosi. Il sole si era di nuovo avvicinato al bordo delle nuvole e il cielo era per metà azzurro terso». Ripeto, non succede quasi niente in questo racconto. Eppure ci appare come una lezione di serenità, un invito a guardarsi intorno senza nessuna volontà di dominio o possesso. «E infatti era uscito il sole a riempire d’estate il giardino verde, a far splendere e sorridere le facce della gente».

© Riproduzione riservata                            https://www.sololibri.net/Passerotti-Lessing.html                             12 ottobre 2018

 

 

CECHOV

ANTON ČECHOV, IL MONACO NERO – ZOOM FELTRINELLI, MILANO 2015

“Il professor Andrej Vasilij Kovrin era sovraffaticato e aveva un esaurimento nervoso”. Così inizia il superbo racconto di Anton Čechov, con una frase lapidaria che in poche parole racchiude il destino del personaggio: uno studioso di filosofia stanco ed esaurito, facile preda, quindi, di morbose fantasie ed allucinazioni. Kovrin dunque, depresso e indebolito, seguendo il consiglio del suo medico si trasferisce in campagna per l’estate, presso una cara famiglia che frequentava già dall’infanzia, i Pasockij, proprietari di molta terra, di una grande villa e di un giardino lussurioso. Un giardino ricco di ogni specie di coloratissimi fiori e alberi, vivacemente animato dalla presenza di animali e contadini, che lasciava sempre in chi vi passeggiava un’impressione di serenità e gioia di vivere. Nella casa vivevano un vecchio e irascibile signore, Egor Semënyj, e sua figlia Tanja, “debole, loquace esserino”, che Kovrin ricordava bambina, ed ora ritrova adulta e incantevole. “Il meraviglioso presente e l’impressione del passato che si ridestava in lui si fondevano; e l’anima si sentiva troppo colma, ma felice”.

Un pomeriggio, ritrovandosi solo con Tanja, il professore le narra la leggenda di un monaco nero che mille anni fa, vagando solitario in un deserto orientale, si rendeva contemporaneamente visibile – come un miraggio – in diversi altri punti del globo e del cielo. “Lo vedevano ora in Africa, ora in Spagna, ora in India, ora nell’estremo Nord… Finalmente uscì dai confini dell’atmosfera terrestre, e ora vaga per tutto l’universo senza mai incontrare le condizioni che potrebbero farlo svanire”. Secondo una sinistra profezia, il monaco, essendo trascorso esattamente un millennio da allora, sarebbe tornato tra poco a rendersi manifesto agli uomini. Vedendo Tanja turbata dal racconto, Kovrin si allontana verso il fiume, percorrendo un sentiero tra i campi, quando viene investito da una turbine di vento che presto si trasforma in un’alta colonna, rivelando le sembianze di un monaco vestito di nero, dal volto pallido e magro, con le mani incrociate sul petto, che gli rivolge un sorriso sinistro per poi allontanarsi tra le nubi. Colpito ma non impressionato dalla visione, il professore torna nella sua stanza e alla vita quotidiana con i suoi amici, padre e figlia Pasockij, affiatati ma perpetuamente in tensione tra di loro, e decide di dichiarare il suo amore a Tanja. Tuttavia, il giorno dopo, il monaco nero gli si ripresenta, sedendosi a fianco sulla stessa panchina, e gli comunica un messaggio ultraterreno, con l’apparenza di un’investitura: “Sei uno dei pochi che a ragione si chiamano eletti di Dio. Tu servi la verità eterna. I tuoi pensieri, i tuoi propositi, la tua straordinaria cultura e tutta la tua vita recano su di sé un’impronta divina, celeste, poiché sono consacrati al razionale e al sublime, cioè a ciò che è eterno.”

A questo punto Krovin, considerandosi servitore di un principio superiore, un predestinato che avrebbe reso l’umanità migliore, si sente esaltato nel suo amor proprio, orgoglioso di sé e delle ricerche che torna ad affrontare con rinnovata passione, intensificando nel contempo gli incontri e le discussioni col fantasma del monaco, da cui trae incoraggiamento e beneficio. Dopo le nozze, i suoi deliri e le allucinazioni si intensificano, e i parenti decidono di farlo curare psichicamente. Una volta guarito, tuttavia, il professore si rende conto di aver perso slancio e gioia di vivere, e ogni entusiasmo per gli studi, essendo rientrato nel “gregge dei mediocri”. Čechov accompagna il protagonista in questo ritorno alla normalità con la descrizione del lento appassirsi della natura circostante, e con l’intristita consunzione dei rapporti familiari. “Come furono fortunati Buddha e Maometto o Shakespeare che i buoni parenti e i medici non li avessero curati dall’estasi e dall’ispirazione!”.

L’eccitazione della mente malata di Krovin, la sciocca ansia di primeggiare, l’applicazione smodata allo studio per raggiungere ruoli accademici di prestigio, lo porteranno a scelte distruttive per sé e per la sua famiglia, che il grande autore russo mette in rilievo con malinconica amarezza.

© Riproduzione riservata                https://www.sololibri.net/Il-monaco-nero-cechov.html                     10 ottobre 2018

HEIDEGGER

MARTIN HEIDEGGER, CHE COS’È LA METAFISICA? E ALTRI SCRITTI – goWare, FIRENZE 2018

Nato come lectio magistralis tenuta da Martin Heidegger nel 1929 all’Università di Friburgo, Che cos’è la metafisica?, testo fondamentale della filosofia novecentesca, è stato successivamente arricchito dall’autore con un Poscritto nel 1943 e una nuova Introduzione nel 1949. Oggi viene riproposto dalle edizioni fiorentine goWare con un’ampia prefazione del curatore Federico Sollazzo, e due importanti contributi di Hans-Georg Gadamer e di Armando Carlini, a cui si devono anche la traduzione, le note e il commento del saggio.

Nella sua approfondita presentazione, il prof. Federico Sollazzo (docente di Continental Philosophy presso l’Università di Szeged, Ungheria) introduce i concetti-chiave delle tesi espresse da Heidegger, a partire dalla definizione stessa di metafisica e dalla contrapposizione tra filosofia e scienza, per arrivare alla necessaria inattualità del pensiero filosofico e al recupero della sapienza degli antichi greci.Metafisica è quindi quella specifica forma del pensiero che si interroga sulla relazione tra il “qualcosa” e il “niente”, e sulla domanda “perché l’essente e non piuttosto il niente”, con cui il filosofo di Meßkirch chiude il testo in questione. Metafisica e scienza divergono proprio nell’atteggiamento di fronte al nulla, poiché mentre la prima medita sull’origine della totalità e sull’Essere, l’indagine scientifica è interessata esclusivamente alle cose, ai dati di fatto, “all’essente stesso”, negli ambiti di discipline particolari, spesso sconnesse tra di loro.

Il breve saggio di Heidegger si sofferma soprattutto sull’analisi del concetto di niente, nella sua opposizione all’essente, recepito da noi come “straneità, l’assolutamente altro – dirimpetto al niente”, che ci procura angoscia. Il niente nientifica, perché rimanda al suo opposto, all’essente che scompare nella totalità. Essere, essente, niente appartengono alla terminologia heideggeriana, sempre di controversa interpretazione, quanto mondità e angoscia, e i notissimi “Dasein” e “Sorge”, illustrati in Essere e Tempo. I tre filosofi che in questa pubblicazione commentano il testo (Sollazzo, Carlini e Gadamer), pur sottolineando l’assoluta e dirompente originalità del filosofo tedesco, ne indicano le suggestioni tratte dai greci e dal cristianesimo, da Kierkegaard e Nietzsche, analizzando l’evoluzione delle sue teorie a partire proprio dall’opera esaminata, a cui non risparmiano acute critiche per alcune incongruenze metodologiche. Cosa davvero si deve intendere per Essere? Heidegger non propone nessuna mistica o religione dell’Essere, non pretende di spiegare perché esiste ciò che esiste (un inconoscibile che rimane avvolto nel mistero), ma afferma che tutto ciò che l’uomo può fare è tenersi aperto, e quindi vigile, all’incontro con questo perché. Quella heideggeriana è pertanto configurabile come una metafisica dell’immanenza, che non cede tuttavia al richiamo mondano delle questioni particolari e attuali, non segue le mode rischiando di abbassarsi al buon senso comune, non si impara come un mestiere o una tecnica: “La sola cosa che si possa dire è quello che la filosofia non può essere e non può dare”.

Il pensiero filosofico deve essere inattuale, non deve coincidere con l’oggi, ma mantenersi fuori tempo, senza lasciarsi assorbire dal presente, decaduto da quando ha privilegiato un tecnicismo indifferente e ripetitivo obliando l’Essere. Heidegger svaluta il pensiero rappresentativo, che ha dominato l’occidente da Platone a Nietzsche, in favore di un pensiero riflessivo, rammemorante, evocativo, preplatonico: l’unico capace di farci esperire la nostra appartenenza all’Essere. Non si tratta di rimpiangere il passato, ma di recuperare il “già stato” che perdura, e può sperabilmente rinascere in futuro. Un Martin Heidegger più rivoluzionario che reazionario, quello proposto da questa nuova edizione di Che cos’è la metafisica?, in grado di offrire arricchenti spunti di riflessione, un corredo esauriente di note, una ricca bibliografia e brani significativi della Lettera sull’ “Umanismo”.  

 

© Riproduzione riservata     https://www.sololibri.net/Che-cos-e-la-metafisica-E-altri-scritti-Heidegger. html      9 ottobre 2018

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CANDIANI

CHANDRA LIVIA CANDIANI, IL SILENZIO È COSA VIVA – EINAUDI, TORINO 2018

Chandra Livia Candiani negli ultimi anni ha pubblicato con successo due raccolte di poesie nella collana bianca di Einaudi: La bambina pugile e Fatti vivo. Presso la stessa casa editrice è uscito da poco un suo breve saggio sulla meditazione, Il silenzio è cosa viva, che raccoglie ventitré capitoli luminosi e illuminanti, pacati e dolcissimi. Un avvicinamento laico alla spiritualità, che non si pone in maniera didascalica o imperativa, non mira ad insegnare nulla al lettore: semplicemente offre una testimonianza, raccontando un percorso nel buio della sofferenza e nella luce di una speranza, di una consolazione, di un risveglio.

Partendo da alcune considerazioni sul fine vita, e sulla dolorosa morte della sorella Anna (“l’addio” e il “buon viaggio” come termini chiavi per l’accompagnamento di chi ci lascia), Chandra invita all’accettazione consapevole di ogni afflizione: “Spesso si pensa che la soluzione al dolore sia altrove, ma è nel dolore la soluzione del dolore, sentendolo, abitandolo, assaporandolo, a poco a poco diventa parte di noi”. Accettare, accogliere, aspettare: «Imparare a stare. Imparare a essere vasti e navigare ogni mare e scoprire tra onda e onda un porto». Questo Chandra ha appreso dalla frequentazione della meditazione buddhista, dai suoi viaggi in India alla ricerca di risposte, ma soprattutto alla ricerca del sé più riposto e interiore, in cui poter recuperare la propria verità. Verità che non consiste nel divenire eccezionali, esemplari, eroici, ma solamente nel permettere alle cose di essere così come sono, rimanendo in un atteggiamento di fiduciosa e silenziosa attesa riguardo a ciò che succede in noi e intorno a noi, senza interferire, senza pretendere di modificare. Non ci sono gerarchie di valori nella pratica del pensiero buddhista: il piccolo serve quanto il grande, l’ordinario quanto lo straordinario, e i più banali gesti della quotidianità valgono quanto la più alta preghiera, se li compiamo con il rispetto e l’attenzione che ci richiedono e che meritano.

La stanza vuota che l’autrice ha predisposto nella sua casa per raccogliersi a meditare è diventata un tempio domestico, uno spazio dove coltivare silenzio e fiducia: «L’abilità di stare in una stanza vuota è quella di rendere altrettanto vuoto il proprio cuore, lasciar cadere le proprie opinioni, deduzioni, pregiudizi, lasciar scivolare quelle degli altri su di noi, lasciare che si riveli lo spazio vuoto di abitudini, un’altra possibilità». Così si arriva alla consapevolezza di ciò che si è nel corpo e nei processi mentali, riscuotendosi dal torpore di un pensiero adulterato e addormentato, imposto dall’esterno. Allontanandoci dai luoghi rischiosi e inaffidabili che abitiamo, dalle convenzioni e dalle abitudini logoranti, cancellando in noi brame e attaccamenti eccessivi, possiamo trovare un rifugio, un asilo protetto, una via (“la Via”), da intraprendere utilizzando alcune modalità di comportamento fisico (quali l’inchino a terra, il congiungimento delle mani, la regolazione del respiro, l’attenzione all’ascolto, la cadenza del passo) che ci sollecitano all’umiltà, al superamento di ogni dualismo, al controllo delle emozioni fuorvianti. «Non si tratta di essere imperturbabili, ma imperturbati dal turbamento… Onorare tutto quello che ci attraversa senza diventarne preda».

Chandra Livia Candiani utilizza la sua decennale esperienza di traduttrice di testi buddhisti e di insegnante di poesia nelle scuole elementari, tra i malati e i senza casa, per offrire ai lettori citazioni e spunti di riflessione tratti da testi letterari e filosofici, o dalle splendide e commoventi composizioni dei suoi allievi bambini: per rammentarci che tutto ciò che ci tocca nel profondo ci trasforma, ci aiuta a superare i nostri limiti, a comprendere, a com-patire, ad aprire il cuore.   

 

© Riproduzione riservata        https://www.sololibri.net/Il-silenzio-e-cosa-viva-Candiani.html          9 ottobre 2018

 

RAVASI

GIANFRANCO RAVASI, LA VOCE DEL SILENZIO – EDB, BOLOGNA 2018

Partendo da una rivisitazione di alcune pagine bibliche, il Cardinale Gianfranco Ravasi ci offre una riflessione in sei brevi capitoli sul significato e l’importanza morale e culturale della parola. L’Antico Testamento è la sorgente ispiratrice (orizzonte, punto di riferimento, codice) di tutta la cultura occidentale, nella letteratura e nelle arti: lo è stato per scrittori, filosofi e intellettuali di ogni epoca e credo, se è vero che, come scrisse Blaise Pascal, «La Scrittura sacra ha passi atti a consolare tutte le condizioni, ma ha passi adatti anche a inquietare tutte le condizioni». Fonte di conforto e di tormento, quindi, ma anche di altissima poesia, se si leggono le pagine dei Salmi, del Libro di Giobbe, del Cantico dei Cantici, del Qoèlet. Eppure, questa miniera di sapienza e di poesia della Bibbia è racchiusa in un vocabolario limitato, formato soltanto «da 5.750 parole ebraiche, compresi gli avverbi, i segni dell’accusativo e alcuni segni marginali». Un lessico ristretto, formulato «in lingua pietrosa come il deserto da cui proveniva, una lingua di pastori, espressione di una civiltà nomadica», che tuttavia riesce a comunicare la trascendenza, l’infinito, l’eternità e il mistero.

Privilegiando più la parola che l’immagine, la cultura ebraico-cristiana è riuscita ad esaltare la potenza del linguaggio: è il verbo di Dio (“Dio disse”) che dà inizio alla creazione. Ma il Logos divino per farsi comprendere si deve affidare alla voce umana, fioca, esile, simile a un bisbiglìo (Isaia 29,4). È talmente fragile e inadeguata, la parola degli uomini, che nell’Antico Testamento non può nemmeno proferire il nome del Signore, scritto in quattro impronunciabili consonanti: YHWH. Il nome di Dio per il popolo ebraico va taciuto. Il primo dei profeti biblici, Elia, quando – perseguitato e in fuga, anche da se stesso – teme di avere perso la protezione del cielo, sul Sinai si illude di trovare Dio in una rivelazione prodigiosa, violenta, sensazionale, come nel fulmine incandescente, nel terremoto, nella tempesta: lo trova invece in «una voce di silenzio sottile» (1Re 19,12).

Partendo da questo ossimoro, La voce del silenzio di Gianfranco Ravasi si interroga sul rapporto misterioso e fecondo che lega la parola al tacere, quando la comunicazione più intima e arricchente non necessita d verbalizzazione. È probabilmente la poesia la forma letteraria che, attraverso il suo simbolismo e la sua musicalità, con le sue pause, i ritmi e gli spazi bianchi del verso, meglio riesce a rendere l’enorme potenzialità espressiva della parola, donandoci un’esperienza sensoriale che mette in relazione silenzio e significato, come nella musicalità del Cantico dei Cantici che esprime la tenerezza del dono reciproco dell’amore tra due giovani amanti. Anche la pittura, nell’arco dei secoli, ha sempre innalzato l’osservatore alla trascendenza, spesso utilizzando il repertorio della narrazione biblica, come nel quadro di Paul Gauguin riprodotto nella copertina del volume di cui parliamo, La visione dopo il sermone, del 1888. Marc Chagall scriveva: «La Bibbia è l’alfabeto colorato della speranza, nel quale hanno intinto il loro pennello per secoli i pittori». Arte figurativa, musica, saggistica traggono tutte ispirazione dal sontuoso immaginario biblico, attraverso le modalità dell’attualizzazione, della degenerazione, della trasfigurazione. Ravasi elogia quindi la potenzialità dell’espressione umana, per quanto essa sia labile e manchevole, quando in ogni ambito sappia esaltare la spiritualità, superando «i territori della superficialità, della banalità, della volgarità» della comunicazione contemporanea. Forse da lui e dal titolo del suo libro ci saremmo aspettati un più esplicito elogio del valore del silenzio, così come viene sottolineato da molte splendide pagine bibliche (Pr 10,19; Is 30,15; Mt 5,37-6,7-12,36…): voce sottile che si oppone alla forza del tuono, in una resistenza discretamente attiva.

© Riproduzione riservata          https://www.sololibri.net/La-voce-del-silenzio-Ravasi.html            8 ottobre 2018

 

WILDE

OSCAR WILDE, IL DELITTO DI LORD ARTHUR SAVILE – IL GRANO, MESSINA 2016

Nel racconto di Oscar Wilde, pubblicato nel 1891, sembra prevalere “il fascino dell’abisso” (come scrisse Mario Praz), celato all’interno della vivace rappresentazione di uno spaccato di società futile, ambiziosa, volubile, i cui protagonisti si muovono come inconsapevoli e insignificanti pedine del tragico gioco del destino. «Il mondo è un teatro, ma le parti del dramma sono assai mal distribuite… Non saremmo dunque che pezzi di scacchi, mossi da un potere occulto? Non saremmo se non vasi di argilla che il vasaio modella a suo talento per l’onore o per l’onta?».

Lady Windermere, durante uno degli abituali ricevimenti serali a Bentink House, chiede al suo chiromante personale di leggere la mano agli invitati. Lei rifulge di un indiscusso fascino: «Abbagliava con la sua bellezza, col latteo seno opulento, l’azzurro floreale dei grandi occhi, l’oro dei capelli inanellati… Aveva ora quarant’anni, niente figli, e quella disordinata brama del piacere che è il segreto di chi si conserva giovane». I suoi ospiti, garruli e frivoli, sono finanzieri e politici della Londra che conta, dame di alta classe, prelati libertini, artisti e uomini di scienza, fanciulle e giovanotti aspiranti a nozze convenienti: «maschere della rappresentazione sociale», insomma. Tra di loro, il giovane patrizio Lord Arthur Savile, fidanzato con la nobile (d’animo e di lignaggio) Sibilla Merton, osserva nel chiromante a cui porge in lettura la mano, un turbamento evidente, che presto si tramuta in terrore. Ottenute le spiegazioni richieste, fugge nella notte perdendosi tra le strade brulicanti di vizio e povertà della City più povera. «Assassino! Ecco quel che vi aveva letto il chiromante. Assassino! La stessa notte pareva saperlo e il vento desolato glielo ripeteva».

Sconvolto dal nefasto vaticinio che gli preannunciava la prossima attuazione di un omicidio, Arthur rompe il fidanzamento con Sibilla, e decide di sfidare il fato, avvelenando una vecchia zia ed evitando così misfatti più gravi. Quindi lascia Londra e fugge in Italia, per distrarsi e insieme procurarsi un alibi. La vecchia zia nel frattempo muore davvero, ma di morte naturale: pertanto rimane inesaudita e sospesa sul capo di Arthur, che fa rientro in Inghilterra, la terribile profezia del chiromante. Una Londra indaffarata e indifferente appare agli occhi del tormentato protagonista mutevole come i suoi sentimenti, oscillanti tra paura e speranza: «C’era nella delicata gaiezza dell’alba non so che ineffabile emozione; e pensò a tutti i giorni che spuntano in bellezza e tramontano in tempesta. Quei rozzi uomini, dalle voci aspre, dalla grossolana allegria, dal portamento spensierato, che strana Londra vedevano! Una Londra libera dai delitti notturni, sgombra dal fumo del giorno, una città pallida, spettrale, tristemente seminata di tombe. Si domandò che cosa ne pensassero, e se sapessero dei suoi splendori, e delle sue vergogne, delle gioie sonanti e vistose, della fame orrenda, di tutto ciò che vi si distilla, ribolle e rovina nel breve corso d’un giorno… Eppure, non già il mistero lo colpì, bensì la commedia del dolore, la sua assoluta inutilità, la grottesca assenza di senso comune. Come tutto ciò era incoerente, disarmonico! Che discordia stridente fra l’ottimismo superficiale dei tempi correnti e i fatti reali dell’esistenza».

Arthur tenta nuovamente un secondo omicidio, cercando di far saltare in aria con l’esplosivo un anziano e dotto parente appassionato di collezionismo. Sconfitto ancora da circostanze avverse, riuscirà nell’impresa con la vittima meno prevedibile, liberandosi finalmente dal funereo pronostico e impalmando in gloria la sua amata Sibilla. L’ironia feroce di Oscar Wilde suggella la vicenda con il sogghigno divertito rivolto a maghi, astrologi, truffatori di ogni sorta, e ai loro ingenui o sciocchi seguaci.

© Riproduzione riservata      https://www.sololibri.net/IL-DELITTO-DI-LORD-ARTHUR SAVILE.html        6 ottobre 2018

GINZBURG

NATALIA GINZBURG, LA STRADA CHE VA IN CITTÀ – EINAUDI, TORINO 2018

“Aspro, pungente, pieno di sapori nuovi come un frutto appena un po’ acerbo, La strada che va in città è uno dei libri più belli di Natalia Ginzburg. È un libro senza rughe: non perde mai di freschezza, e mantiene intatta, a ogni rilettura, attraverso gli anni, la sua ruvidezza selvatica e adolescente”. Con queste parole Cesare Garboli presentò nel 1993 il romanzo da poco riedito nella collana economica ET di Einaudi. La Ginzburg l’aveva scritto a venticinque anni, durante il confino in un paesino abruzzese cui era stato condannato il marito Leone per antifascismo: si trattava del suo primo libro di ampio respiro, avendo in precedenza pubblicato solo racconti in rivista. Nel ’42 il romanzo uscì da Einaudi con lo pseudonimo di Alessandra Tornimparte. Giustamente Garboli sottolineava come in questa prima prova fossero già presenti i temi fondanti della narrativa successiva: la famiglia, con i suoi dissidi, scontri e incomprensioni: l’irrequietezza della protagonista femminile; le ambizioni di riscatto sociale; le delusioni sentimentali; il confronto città-campagna. Anche lo stile prelude a quello più collaudato e sicuro delle opere maggiormente note dell’autrice: dialoghi scarni e colloquiali, perlopiù intessuti di domande e risposte concise; scarse descrizioni dei luoghi e degli ambienti naturali, e invece rilievi attenti forniti ai visi, ai gesti, alle andature dei personaggi; linguaggio denotativo, che sembra voler rifuggire da qualsiasi commossa empatia, rifugiandosi nella stessa indifferente inerzia con cui vivono i protagonisti.

La storia è semplice: Delia è una ragazza diciassettenne che vive in un paesino lontano alcuni chilometri dalla città capoluogo. La sua è una famiglia modesta, composta dalla madre sarta, dal padre elettricista “stanco e rabbioso”, cinque fratelli e un cugino: “Si dice che una casa dove ci sono molti figli è allegra, ma io non trovavo niente di allegro nella nostra casa… Odiavo la nostra casa. Odiavo la minestra verde e amara che mia madre ci metteva davanti ogni sera e odiavo mia madre”. L’insofferenza che la giovane prova nei riguardi dei familiari rasenta l’odio, la non sopportazione, e la spinge ad allontanarsi quotidianamente dal paese per raggiungere a piedi la città vicina, dove passa il tempo a passeggiare nel corso, guardando le vetrine o visitando la sorella maggiore Azelia, sposata con un uomo che non ama e che tradisce senza alcun senso di colpa, abbandonandosi spesso a relazioni inconcludenti. Delia vorrebbe fare come lei, sposarsi per allontanarsi dalla famiglia che detesta e di cui si vergogna. Probabilmente ama ed è riamata dal cugino Nini, un operaio sensibile e colto, dedito all’alcol, ma per noia o disperazione si lascia sedurre e mettere incinta da Giulio, figlio del medico del paese. Costretta a nascondersi per evitare pettegolezzi e cattiverie, viene ospitata da una zia, in attesa del matrimonio riparatore continuamente rimandato, vivendo la gravidanza con un sentimento di estraneità e di esibito fastidio. Anche quando alla fine si sposa e partorisce, Delia non esce dal suo torpore, e la nuova esistenza in città, col marito e il bambino in un appartamento elegante, le rimane comunque indifferente: “Passavo le giornate a letto e verso sera mi alzavo, mi dipingevo il viso e uscivo fuori, con la volpe buttata sulla spalla. Camminando mi guardavo intorno e sorridevo con impertinenza”.

La bravura di una Natalia Ginzburg così giovane risiede essenzialmente nell’aver saputo rendere l’apatia sentimentale della protagonista, che di ciò che ha vissuto e vive in ambienti e con persone diverse sembra non comprendere e assimilare nulla, preferendo lasciarsi scivolare addosso gioie e dolori con la stessa noncurante insensibilità.

© Riproduzione riservata     https://www.sololibri.net/La-strada-che-va-in-citta-Ginzburg.html            5 ottobre 2018

KHAYYAM

’OMAR KHAYYÂM, QUARTINE ‒ RIZZOLI, MILANO 2013

Il poeta persiano ’Omar Khayyâm, vissuto intorno al 1100 d.C., fu anche filosofo, astronomo, matematico; la sua produzione letteraria fu piuttosto esigua, ma di grande fascino e profondità. Era costituita in genere da composizioni con finalità didascaliche, esortanti a godere la vita in ogni sua manifestazione, e ad apprezzare la bellezza della natura e dell’arte.

L’esistenza di Khayyâm, protrattasi per quasi un secolo, rimase circondata da un alone di mistero e di leggende: gli si attribuiva un carattere polemico e irascibile, amante del vino e dei piaceri sensuali, poco disposto all’impegno sociale e politico, e invece appassionato di qualsiasi aspetto della ricerca scientifica. Si asteneva dal frequentare la corte imperiale, aborriva l’adulazione e i compromessi a cui erano costretti i poeti panegiristi, preferendo non avere alcun incarico ufficiale che limitasse la sua libertà di pensiero e di espressione. Venne accusato spesso di empietà e di scarsa adesione alle pratiche religiose, ma proprio questa sua particolare indipendenza morale e ideologica lo rendeva caro agli strati più umili e anticonformisti della popolazione (“Tu sei il mio Creatore e sei Tu ad avermi creato così / Folle amante del vino e delle canzoni // Poiché Tu mi creasti molto prima del Tempo, / Perché poi mi getti all’inferno?”).

La poesia di ’Omar Khayyâm si espresse in Quartine composte da due versi, suddivisi in quattro emistichi, di cui tre rigorosamente rimati, scritte soprattutto per essere declamate a voce alta e davanti a un pubblico, con una funzione esortativa o moraleggiante. Numerose sono le composizioni di ’Omar che affrontano il tema della morte, da cui nessuno può sfuggire: ma la fine della vita non viene sentita dal poeta come un fatto tragico o temibile, poiché appartiene al corso naturale dell’esistenza, e ne garantisce la liberazione da mali e affanni: “Che sia di duecento, trecento o mille anni la tua vita / Da questo vetusto palazzo sarai fatalmente cacciato. // Il sultano e il mendico del bazar: / Tutti e due avranno un valore solo, alla fine”. Molto frequente è anche il tema della memoria, così come l’ammonimento a non preoccuparsi troppo per il futuro, angustiando il presente con preoccupazioni vane: “O Amico, che cos’è tanta ansia del futuro / Con cui affliggi l’anima e il corpo? // Vivi felice e trascorri il tuo tempo in letizia / All’inizio non ti misero in mano le briglie del mondo!”

Poiché il senso ultimo della vita è inconoscibile, e i disegni del destino sono imperscrutabili, l’unica strada percorribile dall’uomo è il godimento di ogni attimo di felicità: “O cuore, fa’ conto d’avere tutte le cose del mondo, / Fa’ conto che tutto ti sia giardino delizioso di verde, / E tu su quell’erba fa’ conto d’esser rugiada / Gocciata colà nella notte, e al sorger dell’alba svanita”; “Con bella fanciulla in riva a un ruscello, con vino e con rose / Finché mi è concesso farò bella vita e sarò in allegria. // Fintanto che fui, sono e sarò in questo mondo / Ho bevuto, bevo e berrò sempre del vino”.

La sottile ironia spesso esercitata da Khayyâm assume le sembianze della burla giocosa contro le persone troppo rigide e tronfie, e vuole perlopiù essere un monito e un invito alla leggerezza e al sorriso; lo stile scorrevole e pacato, lontano da ogni formalismo, è esso stesso un suggerimento a evitare quanto più possibile ogni inutile difficoltà e sofferenza. Da filosofo e poeta qual era, ’Omar Khayyâm riuscì ad innalzarsi a figura di maestro, e come tale continua a essere letto, tradotto e ammirato in tutto il mondo.  

© Riproduzione riservata      https://www.sololibri.net/Quartine-Khayyam.html                   2 ottobre 2018

 

 

 

CONSACRAZIONE DELL’ISTANTE

CONSACRAZIONE DELL’ISTANTE

                                                                                       For must of us, there is only the unattended / Moment, the moment in and out of time

                                                                                                                                                            Eliot, The Dry Salvages V, 206-207

 

 

 

È qui, presente; o forse sta per nascere.

Segreta ancora, ancora immaginata

solamente. Non certa, non decisa;

potrebbe ripensarci, fuggire,

rinunciare, preferire l’assenza.

O non esistenza, scegli ‒ ti prego ‒

di esserci. Appari come sei:

chiara, evidente.

*

Prova a pesare un pugno di sabbia,

e poi mezzo pugno, così leggero.

Tieni tra le dita solo qualche granello,

e il resto lascialo scorrere, mia mano clessidra.

Non lo fermi, il tempo, e quello che è successo

non puoi fare che non sia accaduto;

ma misura l’istante, la sua sfida

all’eterno. Il solo granello rimasto

fermo tra pelle e unghia:

l’adesso che dura e non si è perduto.

*

Impaziente di essere, diventa vero

e arde e si consuma; improvviso

bagliore, inaspettato pensiero

folgorante (o voce, o battito

di ciglia, o corpo esploso;

corpo in frantumi, incendio).

Abisso dell’ignoto, stella cometa,

lancinante traccia nel buio, nome

appena suggerito:

rivelazione, ascesa, intuito.

Baratro e infinito.

*

L’occupazione dei santi: tendere

(attendere) al punto in cui il tempo

incontra il non tempo, e si perde,

si annulla, conduce all’istante

bloccato nel nero del nulla.

L’aspirazione dei santi: scoprire

nel buio feroce, crudele, severo,

la sua negazione. La luce.

*

Ma quando tutto è immobile,

e non succede niente: l’aria è ferma,

il caldo sopportabile, e un tale silenzio

mi impressiona come fossi morta

senza essermene accorta. Quando nemmeno

il moscerino sull’orlo del piatto si muove,

né l’albero in giardino scuote

le sue foglie. E il cielo è azzurro tutto,

sgombro, terso; il lago liscio,

non c’è bava di vento che lo sfiori.

Allora penso, come una tentazione,

di essere un incidente nel creato,

inessenziale e assurdo; e supplico

un evento qualsiasi, una dimostrazione

della mia esistenza reale.

Ed ecco, accade. Qualcosa accade,

fuori di me e dentro. Un urlo,

un tremito, il merlo che gracchia

tra i rami, e vola via.

*

Affronta l’eterno, vi affonda,

scompare: così inessenziale

e minuto, così puntiforme

e casuale.

Ma in lui, nell’istante,

c’è uno spazio

concreto.

Pensiero, sospiro, offesa, carezza.

Più vero, vivo e reale

di ogni assoluto.

*

Improvviso, l’istante di pace.

Di ordine e tranquillità,

nel sole che scompare al di là

di un muro indefinito di nebbia,

e sospesa la luce non ci offende.

Allora dico no alle parole,

e ripeto no all’istinto

rapace che vorrebbe assorbire

ogni fuori esistente.

Sta buono, mio udito. Mia vista,

abbassati. Lasciate che sia

solo suo, ciò che appare

e attende una resa clemente.

*

Il momento prevale. L’evento.

L’adesso, il qui.

Presente-riassunto del prima, del poi

(degli altri, di noi).

E non te ne andare,

minuto-secondo-istante

del tutto: sii punto.

*

I miliardi di persone che non siamo

– il vecchio cinese curvo sulla ciotola

di riso, la ragazza brasiliana

che cammina sulla spiaggia.

Un bambino londinese, la donnina

messicana al mercato.

Non ci siamo riusciti, a essere

altro, o altri: ma solo la piccola

cosa che viviamo. Qui, e qui;

magari altrove, a volte. Sempre

con le nostre mani, il nostro fiato;

i minimi trionfi del passato,

e un domani previsto e prevedibile.

Gonfi di abitudine,

delusi da tante viltà

che non perdoneremo.

Forse un istante,

uno solo, verrà – in ritardo,

a salvarci.

“Esisto”, diremo,

tagliando un traguardo insperato,

da non condividere.

*

Dall’assenza, da ciò che prima non c’era:

semplicemente, il niente.

Da lì veniamo,

dalla non esistenza. E in essa torniamo,

incoscienti, nemmeno spaventati.

Muti, stupiti del silenzio che ci aspetta,

del moto che rallenta e poi si ferma.

Noi che eravamo presenti

– ad occhi spalancati, a mani tese.

In un istante, assenti.

*

Ci apparirà, come dicono,

tutta la vita che abbiamo

vissuto, e sprecato,

nell’istante finale, oscuro;

nel necessario momento

dell’unico giudizio,

del solo tribunale.

Perché

da soli ci condanneremo

o ci perdoneremo,

quando il futuro intero

svanirà nel passato.

*

Avvicinarsi,

stringere il cerchio.

Puntare dritto al bersaglio,

sforzando la vista.

In prossimità della meta,

del dichiarato impenetrabile:

sia buio respingente

o intollerabile luce.

Verità intravista appena,

il niente che acquieta.

*

Furtivamente arriva,

quasi ladro,

approfittando di un’assenza, di difese.

Gli basta una fessura, e penetra

nel tempo, nel silenzio; tacito irrompe

luminoso, violento. Schiarisce

l’angolo più buio della stanza,

della mente: impone la sua folle

danza in un istante.

Imploso

dentro un colpo di vento,

poi sparisce.

*

Intercettare dio,

il dio della pazienza e del conforto,

il dio che aspetta, e sa, e non ha fretta;

fermo nella potenza,

a sé risorto; visibile

in una chiara, arresa

trasparenza. Così arpionarlo,

con dita scorticate

tremanti, innamorate:

pretesa indifferibile

dopo una vita avara.

*

Qualsiasi momento si ribella;

anche il più insignificante è sovversivo,

dichiara guerra al nulla

e al sempre, è vivo,

arrogante e fiero

della sua unicità:

pronto a sparire,

ma attento a sé,

presente.

L’istante, il vero.

 

 

In Nazione Indiana, 2 ottobre 2018