BAUMAN

ZYGMUNT BAUMAN, MEGLIO ESSERE FELICI – CASTELVECCHI, ROMA 2017

Di Zygmunt Bauman (1925-2017), sociologo e filosofo polacco di origini ebraiche, Castelvecchi pubblica, nella sua meritoria collana economica di saggistica breve “Irruzioni”, un libriccino introdotto da Massimo Arcangeli, che affronta un argomento discusso e indagato dagli albori della civiltà e della cultura umana. Teorico e critico dei fasti nefasti della globalizzazione, della modernità liquida, della sessualità estetizzante e della piovra consumistica, Bauman in Meglio essere felici non vuole additarci la via per raggiungere e afferrare saldamente la felicità, obiettivo quanto mai incerto e sfocato. Ci invita invece, proponendoci “molte più domande che risposte”, a riflettere sulle cose positive che abbiamo, piuttosto che a tormentarci per ciò che non possediamo e probabilmente non possederemo mai.

Partendo dalla considerazione condivisa universalmente che è “meglio essere felici che infelici”, afferma che le definizioni di cosa sia la felicità si sprecano, anche se sostanzialmente nell’opinione comune sembrano ridursi alla promessa di una vita con meno disagi e svantaggi, priva di preoccupazioni (come ci illude la modernità, nell’avanzamento del progresso tecnico e scientifico), impantanata in una quotidianità appagata ma noiosa. In realtà, noi non siamo mai felici in modo continuativo, ma solo nel momento in cui superiamo il dolore, il fastidio fisico, una delusione o un disappunto. Felici per poco tempo, però intensamente, proprio quando lottiamo contro le difficoltà e riusciamo a superarle. Verissimo che “c’è un effetto diretto tra la situazione in cui siamo nati, la nostra cosiddetta sorte, e l’abilità di perseguire e conquistare la felicità”: ognuno di noi è delimitato da condizioni fisiche, sociali, economiche di partenza, su cui è arduo se non impossibile intervenire. Però possiamo modificare il nostro carattere, in modo da indirizzare la nostra esistenza verso condizioni migliori di quelle stabilite per noi dal fato. Ma perché, se non riusciamo a raggiungere lo stesso successo dei modelli che ci vengono imposti culturalmente, diventiamo infelici, scontenti di noi, complessati? Molti filosofi, da Max Scheler a Alexis de Tocqueville, hanno attribuito proprio all’illusione democratica dell’uguaglianza questo diffuso senso di inadeguatezza che rende le persone insoddisfatte, in quanto spalanca davanti ai loro occhi un enorme ventaglio di possibilità di realizzazione che tuttavia rimangono spesso un miraggio irraggiungibile. Ne nascono invidie, rivalità, sensi di colpa e di inferiorità paralizzanti. Attraverso internet tutti possono spiare nelle esistenze degli altri, valutare i loro standard di vita, vedere dove abitano, dove vanno in vacanza, come si vestono: ne deriva un’ansia continua di confronto e il timore di non essere all’altezza delle aspettative proprie e altrui.

Bauman così commenta: finiamo per “comprare con i soldi che non si sono guadagnati cose di cui non abbiamo bisogno per fare una buona impressione – che non durerà – a persone di cui non ci importa nulla”. Vivere assorbiti in una spirale ansiogena che ci ossessiona con la seduzione del potere, dell’acquisto, della moda, del successo, ci rende proni agli imperativi consumistici del mercato che ci vuole insoddisfatti e sempre più desideranti, quindi potenziali clienti di prodotti innovativi. Bisogni indotti, infelicità immotivata, assuefatta all’idea che tutto si possa comperare: amicizia, amore, successo, compagnia. C’è Amazon, c’è Facebook, ci sono i talent show che promettono fama e soldi: ma, ci ammonisce Bauman, se vogliamo veramente stare bene, con noi stessi e con il mondo che ci circonda, la felicità dobbiamo cercarla in quello che abbiamo già: in casa nostra, con la nostra famiglia, con gli amici veri non casualmente incontrati sui social. 

© Riproduzione riservata            www.sololibri.net/Meglio-essere-felici-Bauman.html       30 ottobre 2017