EUGENIO BORGNA, DI ARMONIA RISUONA E DI FOLLIA – FELTRINELLI, MILANO  2012

Le affermazioni che definiscono il senso e i fini della psichiatria, in questo volume del Professor Eugenio Borgna, sembrano essere molto più recise ed esplicite che nei suoi lavori precedenti (che nell’ultimo ventennio hanno indagato sempre, con estrema e profonda sensibilità, tutte le pieghe delle malattie dell’anima: dalla depressione alla schizofrenia, dalla solitudine alla malinconia): e forse è il caso di citarne alcune, nella loro convinta ed esigente severità.

«La psichiatria o è psichiatria sociale o non è psichiatria… scienza umana e non solo scienza naturale», «La psichiatria, quando si fa cura, non è se non incontro, dialogo, colloquio, comunità di destino, e non solo comunità di cura; … incontro fra un io e un tu che si realizzano fino in fondo solo nel noi, al di là di ogni categoriale distinzione fra malattia e non malattia, fra normalità e patologia…», «dilatare l’area della normalità nella follia, e della follia nella normalità».

Fautore appassionato di una psichiatria che sappia «scendere nelle strade», farsi ascolto empatico del dolore del paziente, Eugenio Borgna, da sempre considerato tra i più importanti clinici e studiosi della malattia mentale, a lungo solidale con la lotta di Franco Basaglia contro i manicomi («luoghi di sorveglianza e di esclusione»), esprime con categorica indignazione il suo rifiuto nei riguardi di cure farmacologiche e ospedalizzazioni che, evitando approcci più umani, attenti e partecipi alla sofferenza psichica, finiscono per produrre un «vortice di ostinati e persistenti fenomeni di emarginazione che trascinano con sé isolamento sociale e solitudine radicale». In questo libro l’autore si propone di indagare non solamente la malattia mentale in sé, ma anche quelle particolari fragilità, inquietudini, timidezze, ipersensibilità, emozioni ferite «oggi considerate come esperienze inutili e svuotate di senso: inconciliabili con le esigenze di efficienza e di produttività che sono gli idoli della modernità».
Da questi stati d’animo di accentuata emotività possono nascere anche folgoranti manifestazioni creative, non solo negli artisti più geniali, segnati talvolta da dolorose crisi psichiche, ma anche in comuni pazienti affetti da patologie: Eugenio Borgna include allora nelle sue pagine brani di diario, poesie, riflessioni strazianti e di fulgida bellezza di adolescenti autistici, di giovani anoressiche, di donne schizofreniche pietrificate nella non comunicabilità di un male oscuro e terribile, da lui avute in cura all’Ospedale Maggiore di Novara. E accanto a queste angoscianti espressioni e richieste di aiuto dei suoi pazienti, esplora con una partecipazione che è pure ammirata condivisione di eccellenze artistiche, le creazioni sublimi di poeti e narratori, pittori e registi, filosofi e mistici toccati da esperienze neurotiche o psicotiche di particolare gravità. Ecco quindi l’insondabile tormento espresso dai versi di Nelly Sachs e di Paul Celan, entrambi lacerati dalla tragedia della Shoah, o di altri poeti smarriti in una loro dolorosa e annientante solitudine come Hölderlin, Leopardi, Sylvia Plath, Antonia Pozzi, Georg Trakl (da una sua poesia è tratto il suggestivo titolo del volume). Poeti che sono arrivati talvolta ad immolarsi nell’estremo rifiuto del suicidio. Filosofi come Kierkegaard o Nietzsche o Simone Weil, scrittori come Virginia Woolf e Etty Hillesum, pittori come Van Gogh e Modigliani, straziati dalla follia, o altri in grado di rappresentare la malinconia con «affascinate risonanze emozionali»: Friedrich, Böcklin, Corot, e il nostro Daniele Ranzoni. Registi quali Lars von Trier o Bergman; grandi mistiche che hanno sperimentato l’estasi e il dubbio, la presenza luminosa e il silenzio di Dio: Teresa d’Avila, Teresa di Lisieux fino a Madre Teresa di Calcutta. Di ciascuno di loro Eugenio Borgna ci sa restituire le parole più disperate e toccanti, le più indifese e fragili, nella loro adesione alla ricerca dell’infinito e allo scandaglio del mistero che ci circonda. Esprimendo così la speranza che «anche un libro possa avere un suo significato nel sottolineare drasticamente la dignità della sofferenza psichica».

 

«Qui Libri», luglio 2013