BRUGNARO

FERRUCCIO BRUGNARO, VOGLIONO CACCIARCI SOTTO – BERTANI, VERONA 1975

Presso l’editore Bertani di Verona, è uscito l’anno scorso nella collana Letteratura Operaia il primo libro di Ferruccio Brugnaro, Vogliono cacciarci sotto. Bertani si è da tempo qualificato con una serie di iniziative culturali che inserite nel panorama della nostra editoria, e in particolare di quella veneta, possiamo definire senz’altro coraggiose. Editore dichiaratamente “di sinistra”, a lui Dario Fo ha affidato la stampa di tutti i testi de La Comune, e sta iniziando un lavoro di recupero dei patrimoni culturali popolari, non ufficiali, contadini e operai: altre sue pubblicazioni si definiscono “di intervento militante”. Questa premessa era forse necessaria per spiegare che il libro di cui voglio parlare si inserisce in un preciso campo ideologico e la scelta dell’editore non lascia spazio a dubbi sulla posizione dell’autore. Per presentare Brugnaro a chi non ne avesse mai sentito parlare (L’Espresso lo ha citato più volte in inchieste sulla letteratura “subalterna”), possono bastare queste brevi note biografiche: nato nel 36 a Mestre, da 20 anni lavora come operaio a Porto Marghera, membro del suo Consiglio di Fabbrica; prima di questo libro diffondeva le sue poesie tramite ciclostilati nelle fabbriche e nei quartieri. Lui stesso nell’introduzione precisa (sembra con l’imbarazzo e il pudore di chi non è abituato al “mestiere” di poeta), come la sua poesia si proponga come MEZZO, e non FINE, come non creda all’assoluta catarsi affidata al messaggio artistico: «la poesia è utile se nasce come strumento di lotta, di riflessione e azione, strumento di intervento reale… essa diventa per me e per i miei compagni un momento di riflessione, di arresto per poi ripartire subito con più chiarezza, con più forza». «Solo per un attimo / che tutto sia semplice / concreto», dice in un verso: e in omaggio a questa concretezza e semplicità, Brugnaro fa un discorso piano, chiaro, se vogliamo modesto, nel senso che non si propone mete irraggiungibili, ma traguardi concreti, definiti: «Voglio dire ancora che lo scrivere versi per me non significa altro che fare delle azioni di lotta; azioni concrete perché la società in cui viviamo abbia a cambiare presto, perché gli uomini e il mondo vengano sottratti presto alla cecità e alla sete di sangue del capitalismo. Non potrò mai intendere una poesia che non tenga conto di questa realtà, della realtà bruciante quotidiana dell’uomo». Zanzotto, in una nota al libro, afferma che la poesia di Brugnaro, forse spingendosi oltre (o contro) le sue intenzioni, è anche “atto poetico”, invenzione di forma. Fa un parallelo indovinato con il primo Ungaretti, non solo per certi moduli stilistici, ma soprattutto perché la realtà di fabbrica dell’uno si può avvicinare alla realtà di guerra (ossessiva, tragica, squallida) dell’altro.

Premesso tutto questo, leggendo Brugnaro ci si aspetterebbe una poesia molto più “arrabbiata”: invece troviamo dei versi che fanno tesoro di alcune cadenze ed espressioni tra le più borghesi della nostra letteratura, che si avvicinano a volte alla tenerezza di affetti espressa dai crepuscolari: «Noi conoscemmo la luce / del silenzio come nessuno, sentimmo come / nessun altro venire con la notte / l’amore degli astri e il cuore morire»; «Di silenzio ora / l’anima è al completo / come una vasta / distesa di neve». E ciò stupisce. Siamo lontanissimi dalle denunce di Vincenzo Guerrazzi, dagli sfoghi rabbiosi di Vogliamo tutto e altra letteratura industriale. Della condizione di operaio, viene messa in luce la brutalità, la disumanizzazione, ma con un accento di rassegnazione accorata, di sconforto che è nuovo: «Siamo pronti a soccombere / sino in fondo / senza alcun gesto di protesta»; «Avremmo dovuto forse odiare, / ma non pensammo neanche lontanamente»; «Non stancatevi, cari; date / date tutto sempre quanto / vi chiedono! / Non piangete / sulla mano che vi recide».

Per spiegare tutto questo, credo sia necessario richiamarsi all’origine veneta di Brugnaro: un operaio di diversa provenienza avrebbe scritto, credo, diversamente le sue poesie. Radicata è invece in Brugnaro la mitezza dei padri, la discrezione, il misticismo proprio della sua razza. Scrive poesie d’amore, e non di rabbia; fa dell’amore un obiettivo concreto da raggiungere: «il mio pensiero guarda solo all’amore: /con lui solo discorre / giorno e notte e va per la terra»; «Non un istante della mia vita / deve andare più perduto. Voglio / spenderla tutta in amore». Non c’è in lui odio di classe. Parla di Dio, di Cristo, come presenze illuminanti, vere: il suo bisogno di preghiera e di luce è intensissimo: «Tu che ascolti i poveri, / Tu che segui quelli che piangono / e più di tutti hai pianto, / insegnami che altri giorni / ha la vita, non questi, / residui d’ombre / per poco ancora tolti alla morte»; «Ho una voglia di pregare / stamane / che non ho mai avuta prima. / Non ho mai sentito / così vivo desiderio d’inginocchiarmi»; «Alzate le braccia, compagni, in segno di gioia / fate rumore senza infrangere nulla del profumo notturno… / Fate festa! Fate festa! / Attorno l’icona sbiadita / dei nostri visi / palpiteranno in milioni e milioni i cuori»; «Sono tremendamente felice ora. / Non avrei mai creduto poter / ricevere in questo angolo / la vista del sole».

Il Brugnaro operaio assume contorni più decisi e polemici in due sezioni del libro: Mattine di sciopero e Quotidianamente: qui scopre la solidarietà nella lotta, la durezza impietosa del nemico, la dignità della sua persona in fondo alla condizione di sfruttato. E all’operaio (che in più di una poesia viene avvicinato alla figura di Cristo, proprio perché portatore di un messaggio di riscatto sociale), affida un compito gravoso e sublime: «Raccogliete tutte le ferite / i colpi a tradimento / gli sputi. La terra attende da molto / raccogliete il messaggio / d’amore, raccogliete il grido del mondo più vero»; «Un seme dobbiamo piantare / compagni / sotto queste valvole, queste tubazioni. / Un albero grande deve crescere subito…»; «Il muro di solitudine, di secoli / si sta sbrecciando / sta venendo verso di noi un gran sole»; «Ma non sanno, non sanno / – è loro sfuggito – che il sole / vive proprio qui tra noi. Non sanno, non sanno / delle nostre conversazioni silenziose / col sole / ogni mattina / del nostro grande progetto di lotta, di vita».

Per «distruggere il fuoco immenso delle fabbriche», Brugnaro invoca altro fuoco, per sé, per i compagni; invoca un’arma che non ha nulla a che vedere con la dinamite, con la rivoluzione storica, materiale: il suo è un appello di una purezza e di un’ingenuità sconcertante, il richiamo ai primissimi valori cristiani, alla solidarietà. Quando fa sciopero, lo fa contro la fabbrica, non contro gli interessi e i padroni della fabbrica: sembra dolersene come di una violenza che non è consona al suo carattere. Poesie, quindi, le sue, di un uomo mite, violentato dalla realtà, che trovano i loro accenti più veri in certe descrizioni desolate di ambienti nudi, disumani, nella pena dei compagni abbrutiti, uccisi addirittura dalla violenza delle macchine: un S.Francesco di Marghera, Ferruccio Brugnaro, un poeta che fa l’operaio, e non il contrario, come vorrebbe, come la sua coscienza ideologica gli imporrebbe. Alla fine del libro, ci si accorge che le premesse teoriche sono state capovolte, oppure che per noi, borghesi disincantati, intellettuali scafati, il mondo «semplice concreto» di un operaio e della sua poesia non riesce a mantenere il suo fascino sottile, leggero. E la colpa, in questo caso, si intende che è nostra.

«La Tenda», anno IV, n.6, giugno 1976