CAPRONI

GIORGIO CAPRONI, IL TERZO LIBRO E ALTRE COSE – EINAUDI, TORINO 2016

Il «Terzo libro» e altre cose di Giorgio Caproni, edito da Einaudi nel ’68 e da poco ripubblicato, ha il pregio di presentare una scelta di versi limitata ma significativa e – secondo quanto scrisse allora l’autore – indicativa della direzione della sua ricerca negli anni dal ’44 al ’54, «anni di bianca e quasi forsennata disperazione».
Il volume, con una puntuale prefazione di Enrico Testa e un esaustivo saggio di Luigi Surdich, è tratto dalle raccolte del ’56, ’59 e ’65 (Il Passaggio di Enea, Il seme del piangere, Congedo del viaggiatore cerimonioso), e comprende otto distinte sezioni.
In nuce si rintracciano tutti gli stilemi e i temi presenti nelle prove successive di Caproni: la stessa poesia dicibile, transitiva, diretta, formalmente nuova benché ancorata alla tradizione, con l’uso convinto e ribadito della rima, l’iterazione di figure retoriche, i versi a gradino, le frequenti parentetiche, gli esclamativi e interrogativi, il lessico volutamente dimesso, l’attenzione descrittiva agli ambienti e ai personaggi, l’affidamento a una musicalità mai banale o scontata.

Tra i contenuti più tipici, ritroviamo Genova e il mare («La mia città dagli amori in salita, / Genova mia di mare tutta scale, / e, su dal porto, risucchi di vita / viva fino a raggiungere il crinale / di lamiera dei tetti», «a un tratto al sole / ahi quale orchestra frange fresca il mare / col suo respiro di plettri!»), da cui sempre hanno tratto ispirazione e linfa i versi del poeta.
Incombe anche l’incubo ossessivo nato dal contrasto vita-morte, in cui la presenza di una realtà oscura e minacciosa (dapprima quella della guerra, in seguito quella della separazione, della lontananza, della difficile sopravvivenza materiale) costringe l’esistenza quotidiana, insidiata dal vuoto e dalla distruzione. L’ambiente fisico è spesso raggelato in rappresentazioni di freddo invernale, di vapori mattutini nei bar, di venti che premono nei portoni, di ululati di cani e colori grigi che spengono qualsiasi «vano / desiderio del sole». Questa livida secchezza viene sottolineata dalla sapiente utilizzazione degli aggettivi, anch’essi ripetuti e inquietanti (ermo, deserto, distrutto, soffocato, acre, arido…). Ad attacchi luminosi che hanno nella loro morbida solarità qualcosa di mediterraneo, di gitano, di caldo («Le carrette del latte ahi mentre il sole / sta per pungere i cani!», «Una chitarra chi accorda in un bar») seguono finali freddi di nebbia, di “tremori” e “tremiti” nordici, in albe sospese tra echi di fucilazioni lontane. La guerra «penetrata / nell’ossa» pare aver dissolto e impedito ogni giovane speranza di vita, coprendo con la sua notte «una fede senza scampo».
Altro argomento che affiora nella raccolta è l’interrogarsi sul ruolo del poeta e sull’opportunità e l’onestà di scrivere ancora poesia «Pastore di parole, la tua voce / che può? Io che via / via sto calando nell’anno che inclina / già alla sua fine, in una conceria / nauseabonda perché trovo la mia / voce – trovo campane d’acqua, e in cima / ai rami assiderati tanta brina?»

Ma è soprattutto nella descrizione della figura femminile che riscopriamo il gentile pudore, il tenero abbandono proprio di tutta la poesia caproniana. Ecco quindi «le giovinette così nude e umane / senza maglia sul fiume ragazze il cui sciame discende / fresco le scalinate.Ragazze ormai aperte e vere / in vivi abiti chiari / (ragazze come bandiere, / già estive, balneari)», di cui il poeta non riesce tuttavia a condividere la gioiosa adesione alla fisicità, sempre in preda com’è a un’implacabile malinconia, a una meticolosa introspezione che lo blocca in qualsiasi slancio vitale.
La donna è anche tentazione manchevole, cedimento a una sensualità corruttrice: «e ad aprirmi / veniva sempre (impura / e agra) una figura / di donna lunga e magra / nella sua veste discinta». Oppure àncora di salvezza, epifania, resurrezione: «…perché il mio amore (il mio amore) / l’ho conosciuto tardi: / l’amore mio che stava ad aspettarmi / solo su una panchina».

Le figure femminili assumono quindi molteplici aspetti e significati: sono la Proserpina di Interludio, Alcina de Le biciclette, Euridice del Passaggio d’Enea, presenze sempre giustificate e giustificanti, da cui Caproni aspetta un gesto che illumini («la mattina / è lei che apre alla nebbia»), anche se compiuto con ottusità inconsapevole e incolpevole («e nebbia ha / nella cornea la donna che in ciabatte»…). Il ruolo definitivo della donna è comunque quello protettivo e rassicurante dei versi dedicati alla madre, tra i più intensi e commossi non solo di questo volume, ma dell’intera produzione letteraria del nostro secondo novecento: «Con lei mi metterò a guardare / le candide luci sul mare. / Staremo alla ringhiera / di ferro – saremo soli / e fidanzati, come / mai in tanti anni siam stati. / E quando le si farà a puntini, / al brivido della ringhiera, / la pelle lungo le braccia, / allora con la sua diaccia / spalla se ne andrà lontana: / la voce le si farà di cera / nel buio che la assottiglia / dicendo: “Giorgio, oh mio Giorgio / caro: tu hai una famiglia”. // E io dovrò ridiscendere, / forse tornare a Roma. / Dovrò tornare ad attendere / (forse) che una paloma / blanca da una canzone / per radio, sulla mia stanca / spalla si posi».

L’universo maschile narrato da Caproni è invece quasi sempre stranito, disilluso, titubante, incapace di forti azioni e reazioni. I suoi sono “uomini miti”, sconfitti dalla vita; uomini innocui dai movimenti cauti, rassegnati alla loro insignificanza: «Uomini miti che di soprassalto / sobbalzati dal letto, con la borsa / sgusciano nell’albume – di soppiatto / scantonano dai vicoli, e in rincorsa / scandendo il primo tram la cui campana / già ha squillato sui selci, parlottando / soli raggiungono l’area lontana / dei loro minimi traffici».

Quella raccontata da Caproni, con un’empatia e una solidarietà più sentimentale che intellettuale, è un’umanità che si teme abbandonata, probabilmente anche da Dio («Cristo ogni tanto torna, / se ne va, chi l’ascolta…»), costretta a vivere in un presente mortificato, e privo di qualsiasi riscatto futuro. Così, nella splendida Lamento (o boria) del preticello deriso spetta a un prete dubbioso offrire un minimo spiraglio di speranza in una possibile-impossibile trascendenza catartica: «Capii a quali danni / portassero gli immondi affanni. / E mi sentii morire, / credetemi, con un’irreligione / che, senza fare eccezione, / pone nell’arricchire / (e nel riuscire) il solo / scopo delle sue mire. //… (io, vi giuro: le mani / mi tremano) non so più agire / e prego; prego non so ben dire / chi e per cosa; ma prego: / prego (e in ciò consiste / – unica! – la mia conquista) / non, come accomoda dire / al mondo, perché Dio esiste / ma, come uso soffrire / io, perché Dio esista».

Nei personaggi a cui dà voce poetica, negli ambienti urbani o marini che descrive, nell’incertezza di un destino indecifrabile comune a tutti i viventi, Giorgio Caproni si fa portavoce del più umano dei timori, quello di non contare nulla, di non avere scopo: eppure di questa insensatezza dell’esistenza sa – e riesce a comunicare al lettore – la gratuita e grandiosa bellezza. «Sapevo che non si trattava / di partenza, e nemmeno / d’arrivo; né sapevo / se cane fosse o treno / o cuore (o la rosa, forse, della mia inesplosa / domanda) l’avventura / morta che mi legava al palo / morto della mia paura». Con Giorgio Caproni abbiamo perduto uno dei nostri massimi poeti: Il «Terzo libro» e altre cose ce lo ricorda con la stessa discreta mitezza che apparteneva alla sua persona, ma anche con l’uguale, incancellabile forza che traspare dalla limpidezza di un pensiero mai omologato, e di una rara, preziosa sensibilità.

 

© Riproduzione riservata     www.sololibri.net/Il-terzolibro-Giorgio-Caproni.htm     16 aprile 201

«Poesia» n.315, maggio 2016