BENZONI

JEUX DE MASSACRE

Da poco gli amanti sono dissolti
umidi e stanchi. È quasi l’alba.
Ah, io bevo e a mia madre so scippare
dal suo fodero d’abete un po’ di vita ancora
– miserabile calore.
E di te grido, amore, allo stellato incerto
a un’alba di cotone. Ebbra è l’aria e io
posassi la tua mano – penso – sulla mia fronte
la tua mano, quanta morte darei
per un massacro vano. Ma resto solo
e vivo, picchio la testa, come vedi scrivo:
fossero viole le voci, sarei di primavera!
Mi allontano invece, deraglio dalla vita.
Posassi la tua mano – non più per solitudine
per amore infine saprei farla finita.

***

APPENDICE A “UN TU NON IPOTETICO E CARO”

Devo dirti che non l’acqua mi manca
o il pane o il letto dove sfinirsi.
Neppure una donna a seni e alghe.
Non la strada rivoltosa mi manca
o il caffè delle chiacchiere intonate.
Né il privilegio di oziare in contemplazione
mentre fuori la stagione trascolora
e l’edera attecchisce con astuzia senile.
Ho voglia di cose disamorate e vive
– non sogni tastiere evocative – poiché
l’amore, l’imponderabile non vivono
che in te, trafugati e spenti.
È dentro il tuo viso che nasce la devozione
della mia solitudine. Non m’assolvesti
quando un’esenzione chiedevo da quel grumo
d’angoscia in cui sono innestato.
Non è l’amore un ragazzo cieco, violentato:
c’è una logica del profitto anche in amore.
Così per amore torno a contraddirmi.

                                                                                      Ferruccio Benzoni (1949-1997)

BERNHARD

QUEST’ANNO

Quest’anno è come l’anno di mille anni fa,
noi portiamo la brocca e sferziamo la schiena della vacca,
falciamo e non sappiamo nulla dell’inverno,
beviamo mosto e non sappiamo nulla, presto saremo dimenticati
e i versi svaniranno come neve davanti alla casa.

Quest’anno è come l’anno di mille anni fa,
volgiamo lo sguardo nel bosco come nella stalla del mondo,
mentiamo e intrecciamo cesti per mele e pere,
dormiamo mentre le nostre scarpe infangate
invecchiano davanti alla porta.

Quest’anno è come l’anno di mille anni fa,
non sappiamo nulla,
non sappiamo nulla del declino,
delle città sprofondate, del vortice in cui sono affogati
cavalli e uomini.

***

NESSUN ALBERO E NESSUN CIELO

Nessun albero e nessun cielo
ti consolerà,
neanche il mulino
dietro il rumore del legno d’abete,
nessun uccello morente,
neanche il gufo e neanche la starna veloce,

è lunga la via del ritorno,

ormai nessun arbusto ti proteggerà
da fredde stelle
e da rami macchiati di sangue,
nessun albero e nessun cielo
ti consolerà,
nelle corone di inverni in frantumi
cresce la tua morte,
con rigide dita
lontano da erba e da lande selvagge,
nei detti della neve or ora caduta.

                                                                                  Thomas Bernhard (1931-1989)


BERTOLANI

PER UNA BALLATA DI MEZZO INVERNO
 
Non ci ha fermati qui la nevicata
che i passi chiude e abbrevia
usci e finestre,
ma ancora la speranza – la dura a morire.
Le annate sono grame e danno appena qualche onda
pigra di grano
e a scolmarlo provvede in pieno giorno il topo
campagnolo che dal folto, lungo ponti
sospesi di frasche
domestiche liane, balza sul tetto e irrompe
nei tuoi sonni in cui tremano creature
più miti, di più gentile piumaggio.
 
Credo che non vi sia più niente da sperare, o poco,
da queste terre, ma anche che mai usciremo di qui,
mai dalla storia dell’albero tagliato
sotto la giusta luna, o del fuoco che acceso
in quel punto del campo
devia la grandine, tiene le nebbie
dietro la collina, che qui ci troverà l’ultimo giorno
– tanto dura a morire è la speranza.
 
                                                                     Paolo Bertolani (1931-2007)

BERTOLUCCI

FINE D’ESTATE

Come  agosto finisce, la mattina
dopo una notte di pioggia si sente
(il cielo è più profondo ) che l’autunno
sta per venire; ci si guarda intorno
e non si sa che fare: tutto
è fresco, rinnovato da uno smalto
malinconico di perplessità!
Allora si gironzola, si sta zitti,
sappiamo che c’è tempo, ma che pure
l’anno dovrà morire, ed il bel cielo,
il verde verniciato delle piante,
il rosso delle ruote ad asciugare,
l’incudine che suona di lontano,
lento cuore  del giorno, tutto parla
d’una partenza prossima, un addio.
La memoria è una strada che si perde
e si ritrova dopo un’ansia breve,
tranquilla: già nel sole di settembre
scottante sulla schiena è un’altra estate,
che le vespe ronzando sulle ceste
dell’uva bianca indorano, e si mischia
al loro volo il rumore nascosto
e perenne del grano che ventila
un vecchio attento e polveroso.

                                                          Attilio Bertolucci (1911-2000)

BETOCCHI

NON HO PIÙ

Non ho più che lo stento d’una vita
che sta passando, e perduto il suo fiore
mette spine e non foglie, e a malapena
respira. Eppure, senza acredine.
C’è quell’amore nascosto, in me,
quanto più miserevole pudico,
quel sentore di terra, che resiste,
come nei campi spogli: una ricchezza
creata, non mia, inestinguibile.
Nemmeno più coltivabile, forse, ma vera
esistenza; così come pare sperduta
nel cosmo, con la sua gravità, le sue leggi,
il suo magnetismo morente, che lo Spirito
non dimentica, anzi numera.
Non guardatemi, che son vecchio,
ma nel mio mutismo pietroso ascoltate
come gorgheggia , com’è fiero l’amore.

***

COSI’, DA PIU’ OSCURE LATEBRE

Così, da più oscure latebre, si libera

un io sconosciuto, invecchiando, cui
non badammo da giovani, o che intravisto
tememmo, e parevaci il peggio di noi,
il più abbandonato e senza speranza;
eppure era lui, nella sua essenza precaria
era l’uomo, nella triste sua carne,
e mortale destino, e ivi dentro
il suo amore, melanconico e vorace,
e fatuo, indegno di risposta: e ora che il crudo
suo vero rivelasi, tu, anima, specchio
d’eterno, che cosa farai? Così s’interroga
il vecchio, dondolando la testa, mentre
soffre e dubita.

                                                                          Carlo Betocchi (1899-1986)

BORGES

LA COSA

Il bastone, le monete, il portachiavi,
La docile serratura, le tardive
Note che non leggeranno i pochi giorni
Che mi restano, le carte e la scacchiera,
Un libro, e nelle sue pagine l’appassita
Violetta, monumento d’una sera
Certo indimenticabile e già dimenticata,
Il rosso specchio occidentale in cui arde
Un’illusoria aurora. Quante cose,
Lime, soglie, atlanti, coppe, chiodi,
Ci servono come taciti schiavi,
Cieche e stranamente segrete!
Dureranno più in là del nostro oblio;
Non sapranno mai che ce ne siamo andati.

                                                                                  Jorge Luis Borges (1899-1986)

BRECHT

TRA TUTTE LE OPERE

Tra tutte le opere
io prediligo quelle usate.
I bacili di rame ammaccati, appiattiti sugli orli,
le forchette e i coltelli dai manici di legno
che molte mani hanno logorato: queste mi parvero
le più nobili forme. Così anche i selci
che circondano le vecchie case,
smussati dai molti piedi che li calpestarono,
coi ciuffi d’erba che vi crescono in mezzo: queste
sono felici opere.

Entrate nell’uso molteplice, sovente variando aspetto,
migliorano la loro guisa, si fanno pregevoli
perchè sovente saggiate.
Persino i frammenti di sculture
con le loro mani mozze m’incantano. Per me
vissero anch’essi. Furono portati anche se poi lasciati cadere.
Anche se travolti stettero pure a non grande altezza.
Gli edifici mezzo diroccati
riprendono l’aspetto di maestosi disegni
ancora incompiuti: le loro belle misure
sono già intuibili; è necessario però
il nostro intendimento. Eppure
hanno già servito, sono anzi già sorpassati. Il sentirlo
mi rende felice.

                                                                                                                Bertolt Brecht (1898-1956)

BRODSKIJ

CHINATI

Chinati, ti devo sussurrare all’orecchio qualcosa:
per tutto io sono grato, per un osso
di pollo come per lo stridio delle forbici che già un vuoto
ritagliano per me, perché quel vuoto è Tuo.
Non importa se è nero. E non importa
se in esso non c’è mano, e non c’è viso, né il suo ovale.
La cosa quanto più è invisibile, tanto più è certo
che sulla terra è esistita una volta,
e quindi tanto più essa è dovunque.
Sei stato il primo a cui è accaduto, vero?
E può tenersi a un chiodo solamente
ciò che in due parti uguali non si può dividere.
Io sono stato a Roma. Inondato di luce. Come
può soltanto sognare un frammento! Una dracma
d’oro è rimasta sopra la mia retina.
Basta per tutta la lunghezza della tenebra.

                                                          Iosif Brodskij (1940-1996)

CANALI

SUSSULTO

Finire, svanire, deglutire
me stesso, ma finalmente
in un assalto alla vita
leale o fraudolenta,
non in brutale o ipocrita
ritorno alla placenta.

                                                                 Luca Canali (1925-2014)

CAPRONI

SENZA ESCLAMATIVI

Com’è alto il dolore.
L’amore, com’è bestia.
Vuoto delle parole
che scavano nel vuoto vuoti
monumenti di vuoto. Vuoto
del grano che già raggiunse
(nel sole) l’altezza del cuore.

***

LE CARTE

…Imbrogliare le carte
far perdere la partita.
E’ il compito del poeta?
Lo scopo della sua vita?

***

I CAMPI

“Avanti! Ancora avanti!”
urlai.
Il vetturale
si voltò.
“Signore”,
mi fece. “Più avanti
non ci sono che i campi”.
***
VERSICOLI QUASI ECOLOGICI

Non uccidete il mare,
la libellula, il vento.
Non soffocate il lamento
(il canto!) del lamantino.
Il galagone, il pino:
anche di questo è fatto
l’uomo. E chi per profitto vile
fulmina un pesce, un fiume,
non fatelo cavaliere
del lavoro. L’amore
finisce dove finisce l’erba
e l’acqua muore. Dove
sparendo la foresta
e l’aria verde, chi resta
sospira nel sempre più vasto
paese guasto: Come
potrebbe tornare a essere bella,
scomparso l’uomo, la terra.

                                                                         Giorgio Caproni (1912-1990)