I SASSI

I SASSI             

La suora aspettava. Seduta, dietro la cattedra, con le mani incrociate intorno al rosario, con gli occhi bassi: pregava. Ogni tanto alzava lo sguardo da topo, in fretta, passandolo sulle nostre teste, a controllare che nessuna parlasse, o si distraesse. Aveva imposto: silenzio!, sollevando in aria il mento e il braccio a indicare qualcosa che doveva scendere dal soffitto (benché non ci fossero buchi o aperture di sorta) o entrare dalle finestre, nonostante fossero chiuse.

Era un pomeriggio tranquillo, dopo la ricreazione in cortile eravamo risalite in aula tutte sudate, scalmanate. E nel brusio lei, la suora, aveva dato quell’annuncio tremendo. «Gesù ha qualcosa da dire a ognuna di noi. Ad alcune parla sempre, ad altre ha parlato in occasioni speciali, ad altre ancora parlerà, quando meno se lo aspettano». E aveva preso a ruotare gli occhi sulle nostre facce, a esplorarci i pensieri. Io avevo abbassato sguardo e idee, spenta ogni riflessione: temevo che le parole di lei fossero preludio a una sofferenza che già oscuramente presentivo.

«Quando meno se lo aspettano»: doveva essere il mio caso. Escludevo la possibilità che Gesù mi avesse parlato, in passato, senza che io me ne fossi accorta. Sapevo che avrebbe dovuto farlo, per esempio, dopo la Prima Comunione: me l’avevano assicurato a dottrina. Ma nessuna voce dall’alto si era fatta sentire, e nessun bisbiglio dall’interno del cuore. Se dei pensieri mi erano venuti, in un’occasione così mistica, m’avevano spaventato per la loro irriverenza. Del tutto profani, del tipo «Uffa, questa Messa non finisce mai…», oppure «Chissà come sono venuta in fotografia?». Non me li aveva certo mandati Gesù.

«Chiamiamolo, Gesù, che scenda tra noi, e ci parli. A ciascuna deve dire qualcosa. Chiamiamolo, preghiamo». Ci fece alzare e recitare preghiere che con Cristo c’entravano poco, anche un Eterno Riposo e un’Avemaria. La Clotilde Borghese, la più tremenda e irrispettosa, glielo fece notare, alla suora. Che per chiamare Gesù bisognava pregare solo Gesù, e non i suoi parenti. Ma lei aveva scosso le spalle, si era stretta nello scialle nero, e alzando l’indice «Eccolo, eccolo, è già tra noi – aveva detto – Sedetevi, chinate la testa, pregate. Si avvicinerà al vostro banco e vi parlerà. Fate silenzio. Concentratevi».

Mi erano venuti i brividi, mentre cercavo di osservare se fosse cambiato qualcosa intorno a me, tra le compagne, in classe. Possibile che una tale presenza non si facesse in qualche modo notare?

Il silenzio era quasi assoluto, tutte sembravano impressionate. Quasi tutte. Vidi le spalle della Clotilde sussultare in un riso nervoso, il suo ciuffo muoversi tra le mani in cui aveva nascosto la faccia. Veniva da ridere anche alla Giannina, sua compagna di banco. Mentre un’altra si allacciava la scarpa.

«Gesù verrà vicino a chi di voi saprà e vorrà ascoltarlo. Solo a chi sarà puro di cuore. Se ridete, se pensate ad altro, lui se ne accorgerà. E vi punirà con il suo silenzio. Quando sarete sicure di aver sentito la voce di Gesù, quando le sue parole vi saranno entrate nell’anima, verrete alla cattedra, e mi racconterete cosa vi ha detto».  

Ebbi la precisa sensazione che da quel momento sarebbe iniziato per me un supplizio destinato a durare chissà fino a quando; che quella specie di ago che mi sentivo pungere dentro ogni volta che mi consideravo in colpa, avrebbe ripreso, da adesso, a farmi male. Mi misi seduta con le mani giunte. Guardai un attimo la mia compagna di banco, bellissima come sempre, e in posa come sempre: con gli occhi rivolti al cielo, le labbra che bisbigliavano, le dita intrecciate con forza. La Clotilde e la Giannina continuavano a ridere, a scoppi, come se stessero per soffocare. Cercai di raccogliermi nelle mie riflessioni, chiusi gli occhi.

«Gesù parlami. Per favore, questa volta almeno, parlami. Dimmi qualcosa, oggi è più importante di sempre. Dimmi quello che vuoi, sgridami. Ma fatti sentire. Devo riferirlo alla maestra». Pregavo con un’ansia che a Gesù, se fosse stato davvero lì, avrebbe dovuto far pena. In che modo chiamare Gesù? Come farsi ascoltare? Anzi no, stavo sbagliando: non ero io a dover parlare, era lui. Non era lui che doveva ascoltare, ero io. Quindi non dovevo pregare, dovevo tacere. Tacere. Tacere anche con i pensieri, che non mi portassero lontano, come al solito. Non pensare a niente. Come fossi morta. A niente. Provai. Come si fa a non pensare? Anche pensare di non pensare è già un pensiero. Cercai di immaginarmi davanti agli occhi uno spazio bianco, tutto bianco. Il niente. O la neve. Che però si porta dietro troppe cose. Via, scacciare dalla testa la neve. NIENTE. Come un cartellone vuoto parato dentro il cervello, pensare a niente.

Dal suo banco si alzò la Graziella, avvicinandosi alla cattedra, alla suora stupita che le chiedeva «Ti ha già detto qualcosa?» E lei faceva cenno di sì e le sussurrava nell’orecchio. La Graziella era tra le più brave della classe, aveva i quaderni più ordinati, con tanti bei disegnini: era come il suo nome, aggraziata, anche nel camminare, tanto che faceva dondolare il grembiule; anche nella voce, che trascinava gentile in cantilena. Sfido che Gesù l’aveva scelta per prima, e chissà cosa le aveva detto di bello, perché la suora, adesso, sorrideva.

Cominciò una quieta processione di bambine che, con regolarità, senza affannarsi, andavano a riferire alla suora il loro messaggio personale. Io ero rimasta al mio posto, immobile, sempre con le mani giunte. Ma ero in buona compagnia. Tentai di rituffarmi nella concentrazione di prima: forse la cosa migliore era cercare di immaginarsi Gesù, con la sua faccia, la sua veste, le sue labbra: ecco! Soprattutto le sue labbra. Pensarle intensamente finché si fossero dischiuse, avessero articolato qualche parola. Ma, per prima cosa, quale Gesù? Gesù bambino o Gesù in croce? La questione sollevava enormi differenze.

Mi distrasse di nuovo lo scattare in piedi, improvviso, della mia compagna di banco. «Anche lei!» pensai, mentre si dirigeva devotamente alla cattedra. Eravamo rimaste un gruppetto di cinque o sei, ci controllavamo l’un l’altra, esitanti: io già sul punto di piangere, terrorizzata al pensiero di rimanere l’unica inchiodata al suo posto, segnata a dito. Si alzarono altre due compagne. Una era la Giannina che aveva smesso di ridere. Mancava la Clotilde, e questo mi consolava: Gesù non poteva scegliere lei prima di me, io ero più buona, da sempre, la preferita della maestra. Perché non doveva parlarmi? Per cosa punirmi?

In verità aveva detto, la suora, «solo ai puri di cuore». Ero pura? Io sapevo benissimo quali e quanti pensieri – inconfessabili e tuttavia da confessare, pena l’inferno – venivano a tormentarmi in continuazione, sapevo bene con quale rammaricata indulgenza cedevo a loro. Mi chiusi il viso tra le mani, cercando di nascondere e rinfrescare insieme la pelle che scottava. Si alzò anche la Terracciolo, proprio la Terracciolo, ripetente, che in quarta faceva ancora fatica a leggere. L’ansia mi si era trasformata in panico, non vedevo più niente, mi sentivo tutti gli occhi della classe addosso e continuavo a premermi le mani sulla faccia. 

«Adesso. Vieni adesso. Ti supplico. Salvami».

Si avvicinarono alla cattedra le due che erano rimaste, la Clotilde per ultima, sempre ridacchiando. La suora mi chiamò con molta dolcezza. «Vieni, vieni anche tu. Sei la sola a non avermi detto che cosa Gesù ti ha comunicato. Vieni».

Perché non capiva, lei così vecchia, lei maestra, perché non capiva che non avevo niente da riferire? Voleva che le raccontassi una bugia? Mi avvicinai e mi afferrò per un braccio, premendomi contro il suo corpo, facendomi abbassare la bocca sulla sua cuffia. «Dimmi – diceva – Dimmi…» Le dissi, come voleva. «Niente» mi umiliai. E tornai al posto, disperata.

La vidi, un po’ contrariata, peggio, forse addolorata, aprire la finestra, invitarci a scendere in giardino. Non ricambiò il mio sguardo. Scesi, con le altre, e con un mattone sul cuore. Passandomi vicino la Clotilde accennò di nuovo a una risatina, ma io la bloccai furiosa «Buffona, pagliaccia!», urlandole contro. Alzò le spalle, facendomi cenno col dito che ero matta. Non ce l’avevo con lei, ma con chi l’aveva preferita a me, dopo tutto quel ridere. E con la suora che mi aveva costretto a rivelarle quello spaventoso nulla, quel vuoto di comunicazione cui ero stata, io sola, condannata. Andai a sedermi su una panchina, all’ombra, mentre le altre si disperdevano tutt’intorno, leggere, esaltate nel loro stato di grazia…

Mi chinai e, con un gesto che ripetevo ormai da mesi, mi infilai tre sassolini in ogni scarpa. Non avevo patito abbastanza, se ancora non ero riuscita a diventare “pura di cuore”. Mossi i piedi in modo che almeno un sassetto finisse sotto le dita, dove faceva più male. In tal modo mi punivo, da tempo, con tanta ferocia mortificavo la carne e con tanto fanatismo esaltavo lo spirito, che mia madre spaventata aveva consultato il nostro vecchio pediatra, ricevendone risposte rassicuranti: «Cambierà, cambierà…» Ma la suora, durante un colloquio coi genitori, aveva preso i miei in disparte, mettendoli al corrente commossa del suo presentimento che rasentava ormai la certezza: io mi sarei donata a Dio, avrei offerto la mia esistenza alla Chiesa. Mia mamma mi aveva guardato con tale apprensione, riferendomi le supposizioni della maestra, che mi ero sentita in dovere di smentirle, di sbeffeggiarle addirittura. Da allora, tuttavia, mi vedevo spiata, controllata, sia a casa sia a scuola: e facevo attenzione a non comportarmi diversamente dalle sorelle, dalle compagne.

Per accontentare tutti, stavo imparando a essere una bambina infelice.

Mi si avvicinò la Clotilde, aggredendomi con la solita sfrontatezza: «Sei rimasta male perché Gesù non ti ha parlato?» Come faceva, mi chiedevo, a essere tanto indelicata, a non capire che mi feriva? «Chi ti dice che non mi abbia parlato?» «Io credo che non abbia detto proprio un bel niente a nessuno». «Cosa dici? Tutta la classe ha ripetuto alla maestra le parole di Gesù». «Si saranno inventate tutte una frase, come ho fatto io. Sai cosa ho detto? Che Gesù era contento di me, e mi raccomandava di continuare così».

A una tale mostruosità, balzai in piedi spaventata: «È un sacrilegio!» Vedevo aprirsi davanti alla Clotilde l’abisso infernale, alzarsi le fiamme che lambiscono gli spergiuri e gli infedeli. Lei rideva del mio stupore, del mio terrore. «Anche la Giannina si è inventata la risposta. Me l’ha confessato poco fa». «Stai dicendo un’eresia! Gesù ha parlato. Magari solo alle pure di cuore. Però ha parlato. Io lo so». «Come vuoi. Sei tu sola a crederci. L’unica a non esserti inventata la frase, e l’unica a credere a tutto quello che dice la suora: come una bambina di prima elementare. Credi sempre alla suora perché vuoi farti suora». Questa rudezza mi colpì come una sberla, ma mi ripresi e tentai di ributtarle addosso il suo sarcasmo: «Mi fai ridere. Mi fai proprio ridere». Non ridevo, invece. Ero costernata. Mi sentivo truffata dal mondo intero. «Non voglio più parlare con te. Io, suora!» Feci qualche passo per allontanarmi. I sassi mi facevano male. Dovevo far finta di niente: continuai a camminare dritta come un fuso. Che la Clotilde non capisse, non mi smascherasse ancora più crudelmente.

Accennai qualche saltello. Soffrivo. Appena al di là della siepe mi chinai a svuotare le scarpe.    

(1984)

 

In Appuntamento con una mosca, Stamperia dell’Arancio, San Benedetto del Tronto 1991, e in Inverni e primavere (e-book), 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL PRESEPIO SOTTO LA MAIELLA

IL PRESEPIO SOTTO LA MAIELLA     

Mio figlio cammina davanti a me, spalle spioventi, riccioli lunghi sul bavero del giaccone da pastore. Se accelero il passo e mi metto al suo fianco certo riesco a vedergli il cerchietto d’oro infilato all’orecchio sinistro, che quando mia madre l’ha scoperto si è portata la mano sugli occhi, senza dire niente. Ma io ho capito cosa pensava. Si può odiare un figlio? Dicono di no, e io Nicola non lo odio: non mi piace, vorrei che non fosse così. Speravo che il figlio mio fosse un’altra cosa, no questo ragazzo che si fa chiamare Niki, e si firma come Lauda, e parla più svizzero che italiano: perché non vuole, perché non lo sa.

Nicola cammina dondolandosi, con le mani in tasca, senza voglia. Non gli piace il paese, non gli piace il Natale, e neanche venire a Messa. Neanch’io ci vado, a Messa, neppure stanotte che è Natale; ma li accompagno fino alla chiesa per far felice mia moglie. Li accompagno fino in piazza, loro tre, e li aspetto fuori a godermi questa notte freddissima di Lama, a guardarmi la Maiella incappucciata: proprio come facevo da ragazzo, quando sognavo la fidanzata e il lavoro e di andarmene per il mondo. Nicola, piuttosto di starsene fuori con me, se ne entra con la madre e la sorella: ha paura di dovermi parlare, o che io gli faccia i miei soliti discorsi. Mi chiedo com’ero io, a diciassette anni, e concludo: diverso. Leggevo tanto, invece a mio figlio chi gliel’ha mai visto un libro in mano? Non sapevo ballare, e lui sa fare solo quello: con movimenti da epilettico, immagino, ma non potrei giurarlo perché non sono mai stato in discoteca con lui. Io credevo nel comunismo. Qui a Lama, duemila abitanti, avevamo aperto una sezioncina, e andavamo in giro col distintivo sulla giacca. Duro, poi, abituarsi alla Svizzera degli anni ’60, da comunista. Ci credo ancora. Siamo rimasti in pochi. Nicola non crede a niente. Mi guarda ironico, se commento alla mia maniera il giornale. Non lo dice, ma mi prende per scemo. Pensa sia un illuso, un ingenuo.

Lama è cambiata, in venticinque anni. Hanno costruito le scuole, anche le medie, hanno ripavimentato le strade, fatto parcheggi perché ormai ci sono quasi più macchine che persone. Molti di quelli che erano venuti via con me sono ritornati a vivere qua per sempre. Io non me la sento, ho paura di sbagliare: per me, che sono ancora giovane, ma soprattutto per loro, per i ragazzi.

Si avvicina uno col montone, la moglie in pellicciotto. «Benedetto!» mi urla. Grandi pacche sulle spalle, le due signore si baciano. Nicola alza gli occhi al cielo. Non lo riconosco, ma faccio finta di sì, aspettando che quello che dice mi aiuti a riscostruire la sua storia. «Hai messo su pancia!» fa. Anche lui, penso, ma chissà, forse l’ha sempre avuta. Le donne si prendono a braccetto, chiacchierano veloci. Lui si mette a raccontare della sua Alfa 164 che ha lasciato in garage per paura che gliela graffiassero, vuole sapere che auto ho io. «Siamo venuti in treno» gli rispondo, e lo vedo piccato. Dice che si è ristabilito a Lama da quattro anni, che ha aperto una fabbrica di oggetti in peltro, e che gli affari gli vanno benino: ma si vede che bluffa, guadagnerà tre volte quello che prendo io come capocantiere a Lucerna. I miei ragazzi camminano davanti a tutti, io glieli mostro, da dietro, lui mi dice che purtroppo non hanno figli, ma due nipoti maschi che lavorano con lui gli danno grandi soddisfazioni. Comincio a intuire chi può essere, da giovane lo chiamavamo Carlino, non aveva finito la naia per un’ernia, e poi era vissuto in Germania per vent’anni.

Siamo quasi arrivati alla chiesa. L’hanno ridipinta di quel colorino rosa che va tanto di moda adesso, e che io non posso sopportare. Dentro una chiesa non ci metto piede da quando mi sono sposato. Diciotto anni.   C’è un sacco di gente, mancano dieci minuti a mezzanotte.

Vedo mio fratello più giovane, che fa l’animatore in parrocchia: non ci siamo mai capiti. Mi fa un cenno con la mano. «Auguri, auguri». «Auguri, auguri». Mi sento lontano da tutti, diverso da tutti. Mia moglie, eccitata come se andasse al veglione, mi stringe il braccio. «Dai, Benedetto, vieni anche tu». Io scuoto la testa, ci vorrebbe proprio questa, mi viene sulle labbra una parolaccia che trattengo a fatica. Carlino o come si chiama sorride incredulo: «Ancora la stessa idea? Caro mio, guardati intorno!» «Intorno?» penso, per vedere facce pasciute come la sua, mio figlio che accenna un sorrisino beffardo, mia moglie che starnazza: «No, no, è cambiato: adesso è diventato pidiessino…». Brutta oca che non capisce niente; non hai mai capito niente di partiti e deve dire la sua su tutto. La ragazzina mi guarda, un po’ spaventata un po’ solidale, la mia Tania: ha tredici anni ed è la più in gamba della famiglia.

Piano piano entrano tutti, sempre belando come pecore, commentandosi a vicenda, sparlando di chi gli sta di dietro, da bravi cristiani. Io mi siedo sui gradini, fuori dalla chiesa. Un poco discosto da me, due vecchi si raccontano le loro storie, guardandomi ogni tanto, come volessero coinvolgermi nei loro discorsi. Hanno addosso i mantelli neri che si usavano trent’anni fa, il cappello calato sugli occhi. Da dentro si sentono le note dell’organo, suonato sempre dalla signorina, ormai settantenne, che mi faceva lezione di catechismo quando ero piccolo. Sono canzoni che ricordo ancora. Mira il tuo popolo, Salve Regina, Noi vogliam Dio. Fumo una sigaretta e me le ripasso, così com’erano scritte sul libriccino madreperlato di mia sorella, e sorrido quando mi ritorna in mente quell’espressione riferita alla madonna, ‘avvocata nostra’, che mi riempiva di ammirazione e stupore per le abilità legali di Maria, mai sospettate.

Il cielo di Abruzzo è sempre lo stesso, anche a dicembre, anche di notte. Mi sembra così diverso da quello di Lucerna, sarà che là non lo guardo mai: chi si mette a contare le stelle, in Svizzera? Invece qui è vicino, sembra che se alzi un braccio puoi immergere la mano nel blu-nero, e ritirarla felice e scottata come se avesse toccato il paradiso. “O falce di luna calante” … Una volta sapevo il mio D’Annunzio a memoria, adesso mi ricordo pochi versi: “Senza mutamento è l’aria”, o quello che mi sono ripetuto tante volte, quando non riuscivo ad addormentarmi per la nostalgia, ma mi commuove ancora: “Ah perché non son io co’ miei pastori?”

Eccomi qui, coi pastori che non ci sono più, con la Maiella che incombe, e due vecchi che mi osservano. Uno di loro mi si avvicina: «Freddo, eh?», ma non aspetta risposta. «Siete comunisti?» gli domando, e loro si guardano, un po’ spaventati, in silenzio. «Perché non entrate in chiesa?» proseguo. «E te perché non entri?» mi ribatte il più spiritoso dei due. Ridacchio, mi stringo nel cappotto. «Sono comunista» rispondo; che strano, come se fosse una sfida, con orgoglio e presunzione. «Non credo in Dio» continuo, pronto a fargli una lezione, di filosofia e di politica insieme. «Dio…- alza il dito ad ammonirmi il più timido – Dio è in ogni luogo. In cielo, in terra e in ogni luogo. Anche nei comunisti». «E poi una cosa è Dio, una cosa Gesù Bambino che nasce stanotte» rincara l’altro. Scuoto le spalle, penso di essermi imbattuto in due veterani di Comunione e Liberazione. Schiaccio la sigaretta sotto la scarpa. «Anche noi abbiamo le nostre canzoni». Fischietto “L’Internazionale”. Loro non mi degnano più di uno sguardo. Passo alle note di “Fischia il vento”, che fa sempre presa, è corale e buona come la loro “Ostia divina”. Mi viene in mente una delle ultime sfilate per il Primo Maggio, in Svizzera. Ormai non ci vado più, sono diventate patetiche. Ma dieci anni fa era ancora rischioso, e tutti insieme lì, coi compagni, a sventolare bandiere, ad applaudire, ti sentivi tessera di un mosaico, strumento essenziale di lotta. Tu e i compagni e il partito e la rivoluzione. Eravamo comunisti. Adesso siamo pidiessini. Ci schedavano. Adesso vengono a patti, ci danno anche ragione. Forse abbiamo vinto. 

Dalla chiesa non arriva più musica, né voci. Sarà il momento della predica o della comunione. Loro sono stati più abili di noi nell’inventarsi dei segni, dei simboli. Noi, in fondo, oltre al pugno chiuso, alla falce e martello che non esiste più, alla bandiera rossa che è stata ammainata, non abbiamo altro. Loro hanno la croce, la confessione che li libera da ogni peccato e tutte le volte che vogliono ritornano puri, intatti. Hanno la comunione con Dio, possono diventare Dio. Chi li vince, a questo punto?

Mi fumo, con la nuova sigaretta, lo sconforto, la delusione di me ragazzo e uomo che ha sperato e creduto nel sol dell’avvenir: ed ecco che improvvisamente gli dicono «Compagno, non era vero niente, abbiamo scherzato…». Mi alzo a sgranchirmi le gambe. I vecchi hanno ripreso a parlottare, poi si avviano verso il portone di legno della chiesa. Vorranno prendere la benedizione finale. Li guardo, curvi sotto i loro cappelli, più vicini degli altri alla terra che presto raggiungeranno.  Hanno bisogno di credere nella resurrezione dei corpi, io invece so che rimarrò polvere in eterno, e chi si è visto si è visto. Mi avvicino al presepio che hanno messo lì in una nicchia esterna della chiesa.  

Da bambino mi piaceva il bue per le grosse pieghe che ha sul collo: sembrava tanto annoiato di dover stare seduto quindici giorni in mostra, a masticarsi una manciata insipida di fieno. E poi, tra il popolo accorso a fare festa, amavo il pastore con l’agnellino sulle spalle e il cappello verde sulle ventitré, e la contadinella con le trecce e col bastone che custodisce le oche. Pensavo fossero fidanzati, e ogni giorno li avvicinavo un po’ di più, e a Natale li mettevo proprio appiccicati, piedistallo contro piedistallo. Ci sono anche in questo presepio sotto la Maiella. Mi passo la mano sugli occhi, sto diventando vecchio.

Si schiude il portone di legno, cominciano a uscire alla spicciolata, e con la gente escono le note dell’organo, le voci stridule delle donne: “Tu scendi dalle stelle”. Sono convinti di essere diventati più buoni.

Me, non mi avranno mai.

(1990)

 

In Fine dicembre, Le Onde, Chianciano Terme 2010  e in Inverni e primavere (e-book), 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA LEPRE ALPINA

LA LEPRE ALPINA   

Aveva scelto il momento di maggior affollamento delle piste: le undici e mezzo, con il sole che batteva sulla neve riflettendosi in bollicine azzurre e gialle oro, ai confini della montagna tagliati di netto contro il cielo tersissimo, e le sagome vivaci multicolori di ragazzi e ragazze sfreccianti dai pendii, zigzaganti dal colmo di cunette all’avvallamento del lato opposto. Si era messa la tuta più leggera, la sua bella giacca nuova di un verde brillante e i calzoni elasticizzati ormai sfruttati da diversi anni, ma ancora così comodi per affrontare gite impegnative come quella che si proponeva di fare. Lo zainetto zeppo di cibarie. Cioccolata, soprattutto, di cui era golosissima, e poi succhi di frutta, un paio di guanti di riserva, occhiali da sole, creme, la mappa dei sentieri fuori pista e dei rifugi. In fondo a tutto, il borsellino con una cifra che giudicava dignitosa. La fila allo skilift era, come al solito, caotica e vociante; bambini velocissimi col casco si insinuavano in ogni spazio lasciato vuoto tra due persone.

Davanti a lei, una specie di orso in tuta da sci nera, con cappuccio col pelo e bavero rialzato, in modo che della sua faccia si distinguevano solo le lenti scure e i baffoni folti, si spostava goffo e ammiccante, di qua e di là, quasi dovesse scusarsi con chi gli stava vicino della propria corpulenza invadente. Dall’altoparlante, dolciastre musiche natalizie a ricordare che sì, era proprio il 25 dicembre, ma non gliene importava niente a nessuno: tutti avrebbero rinunciato alla messa al pranzo in famiglia alla tombola per una discesa in più, per un’abbronzatura invidiabile. Si trovò fianco a fianco con l’omone in nero, sempre impacciato e timoroso, pronto ad afferrare l’ancora che li avrebbe trascinati in alto con la foga di un naufrago cui si getta il salvagente. La sbilanciò non poco il guizzo di lui, e si ritrovò a ondeggiare verso destra, infastidita e supponente. «Faffondo?» le chiese lui, proprio così, legando verbo e complemento oggetto, con un accento non certo di lì, piuttosto romano, o abruzzese. «Faffondo?» Lei non rispose ma alzò una gamba come a dirgli “non vedi?”, con quegli sci ai piedi cos’altro poteva fare? «Bbello» si rispose da solo. «ce vo’ coraggio, e passione». Non la smuoveva dal suo silenzio ostile, e allora prese a mugolare dietro alla musica con il carillon di Jingle Bells, battendo il tempo al punto che il filo dello skilift ballonzolava in maniera impressionante. La salita sarebbe durata quasi dieci minuti, e all’idea di sentire il suo vicino canticchiare a quel modo per l’intero percorso, le venne improvvisa l’ispirazione di tagliare per la Trosa, spingendosi fuori pista e risalendo da sola fino al bosco. Diede uno scarto improvviso di lato, mollando l’ancora al peso non più controbilanciato del compagno. Sentì una mezza imprecazione di lui, e poi un più indulgente «Bonnoel, bonnoel!», che forse la credeva francese. Alzò il braccio quasi a scusarsi, o a salutarlo, o a mandarlo a quel paese, e scivolò leggera e felice sulla neve candida, invidiata dagli sguardi delle formichine telecomandate rimaste appese allo skilift.

La neve era perfetta, né molle né dura, sfrigolava appena al contatto con i suoi sci, ma era un fruscio dolcissimo e discreto, amico all’orecchio e al pensiero innamorati del silenzio. Non era stato nemmeno necessario puntare le racchette, scendeva diagonalmente inaugurando una strada nuova, e lasciando dietro di sé due tracce sicure nella loro parallela essenzialità. I suoi sci erano come lei: stretti, lunghi, elastici e resistenti. E poi, come lei, amavano correre da soli, da soli faticare, lontani da solchi già tracciati, indipendenti e superbi. Il bosco era a quindici minuti buoni di marcia, sembrava aspettarla quieto e misterioso, volerle promettere un rifugio sobrio, di legno e foglie aghiformi e resina. «Sarà il Natale più bello della mia vita» pensò contandosi i suoi ventitré anni addosso. «Un Natale senza parole». Il silenzio era infatti la presenza più tangibile, ritmato com’era dal respiro di lei, non ancora affannoso, ma già più pesante, e dal sibilo degli sci. Un Natale con Dio, lontano dalle creature di Dio: la montagna sopra di lei incombeva immobile e consapevole della sua perfezione, distante come il cielo azzurrissimo, irraggiungibile. «Nessuno sa che sono qui», si consolava al pensiero di ciò che aveva evitato, bacioni ai parenti, regali ai nipotini piagnucolosi, e il cotechino e il panettone.

Beveva l’aria fresca a sorsi ghiotti, sentiva i suoi polmoni espandersi, macchine impeccabili, così autonome dalla sua volontà; i muscoli delle braccia e delle gambe rispondevano automaticamente a messaggi involontari della sua mente, si muovevano regolari e spediti, orgogliosi del loro esemplare funzionamento. Mancavano ormai circa trecento metri al primo gruppo di abeti. Il sole batteva forte e le tirava la pelle sugli zigomi. Si sentiva scottare la faccia, e goccioline di sudore scendere lungo la fronte. Si fermò un attimo, piantando i bastoncini nella neve e appendendosi, quasi, alle manopole: si lasciò oscillare, spingendo gli sci avanti e indietro, in una sorta di ginnastica fanciullesca e ripetitiva. Si scopriva bambina scappata dalla sorveglianza adulta; prese una manciata di neve, se la strofinò sulla faccia e se ne riempì la bocca. Poi si strappò via il berretto di lana, liberando i capelli oppressi e impigriti, scosse la testa a farseli cadere sulla fronte, e di nuovo si innevò completamente, “sono un albero di Natale”, pensando, sbattendo le palpebre sotto la frangia bagnata.

Entrò nel bosco zitto, nell’aria zitta, e a bocca chiusa e zitta riprese il passo veloce di prima, lungo una stradina tra gli abeti che aveva percorso altre volte, ma sempre in compagnia: questa volta così sola, si sentiva sorella di ogni abete, una ragazza gnomo padrona e signora dell’intera vallata. Aspettava che qualche scoiattolo si calasse dai rami a renderle omaggio, e allora anche lei si sarebbe prostrata ad adorare la natura e il suo regno. Scivolava evitando i fusti che le venivano incontro improvvisamente, muti: ogni tanto spezzava una fronda e allora la investiva cadendo una massa soffice di nevischio, sparpagliandosi poi molle e cancellando le tracce dei suoi sci, così che del passaggio di lei non rimaneva niente. Sciava da due ore e non era stanca, decise però di uscire dal fitto degli abeti, costeggiando il versante sud della montagna, in direzione del rifugio. Le fu facile orientarsi, calarsi dritta giù nella valle e lasciarsi la boscaglia più fitta alle spalle. Quando il sole le fu di nuovo addosso imperioso, avvolgendola di luce e offrendole la compagnia, ora, di un’ombra fedele, decise di concedere sollievo al suo corpo: sganciò gli sci, si sdraiò supina e crocefissa nella neve, a occhi chiusi, a pensieri spenti. Sentiva i piedi allungarsi in radici, le mani rattrappirsi in zampette, il tronco sciogliersi in acqua. Perché sono nata donna e non abete, o lepre montana, o neve? Celebrò il suo Natale con mezza stecca di cioccolata e un succo di pera, brindò al bue all’asinello e alla stalla, e si addormentò.

La slavina la colse così, silenziosa e lieve: la ricoprì soffice come schiuma, ma inarrestabile, decisa, abbondante. Sfiorò i suoi sci confitti verticali a due metri dal suo corpo disteso, che in un attimo fu cancellato, nascosto al cielo. Dal basso gli sciatori sulla pista la videro arrivare: tanta neve che franava su se stessa, imprevedibile e inarrestabile come una malattia; come una malattia muta e subdola. Non fu un rumore ad accompagnarla, piuttosto il rombo del silenzio che si amplifica, e diventa eco del nulla. Subito dopo fu il caos, uno spingersi di giovani terrorizzati fino allo spiazzo che si apre davanti all’hotel, là dove si riuniscono le piste e si radunano gli allievi della scuola di sci. Sciamavano impazziti, rincorrendosi e urlando, mescolandosi nei colori e nei gesti, «la valanga, la valanga!».

Non appena fu tornata un po’ di calma, un omone in nero dai baffi spioventi ansimò a voce grossa e implorante: «Ce sta ’na ragazza là sotto, l’ho vista co’ miei occhi, s’era fermata a riposa’…».  E a chi gli si affollava intorno ripeteva che era una ragazza alta e magra, giovane, con una giacca a vento verde, faceva fondo, era salita con lui sullo skilift e poi era uscita fuori pista e poi e poi… Come l’avesse aspettata tutto il pomeriggio, di ritorno da quella sua gita solitaria e coraggiosa, e ritrovatala che usciva dal bosco, non le avesse mai tolto gli occhi di dosso… «Annamo, annamo a cercalla…» Partirono in un primo gruppo di quattro, due guide alpine, un medico e l’omone in nero, mentre scattavano le operazioni di soccorso e si dava l’allarme in tutta la zona. Ci misero poco più di mezz’ora a raggiungere il luogo in cui la ragazza era stata vista per l’ultima volta, e iniziarono subito a scavare con le pale che si erano trascinati dietro, su una slitta. Avevano, come punto di riferimento per la ricerca del corpo, gli sci che sporgevano ancora dall’ammasso di neve fresca per circa quaranta centimetri.

L’uomo dal cappuccio di pelo non riusciva ad essere preciso, con le sue indicazioni: ripeteva che la ragazza si era distesa a qualche passo dagli sci, ma non ricordava se a destra o a sinistra, più in alto o più in basso. A coprirla, non doveva esserci che un metro di neve: era – lo ricordava bene il romano – completamente sdraiata. Infilavano sonde, a cercare una resistenza. Appena intuivano un ostacolo, prendevano a spalare con ostinazione, e rabbia.  «Non te la sarai mica sognata, questa fondista alta e magra?» «E gli sci? Che ci farebbero qui gli sci? L’ho vista bbene; scava, scava, che dev’essere qui sotto, poraccia…».

Fu la guida più giovane a urlare, dopo quasi un’ora che erano lì, che sotto il piede si era ritrovato un lembo di giacca verde, e a fare segnali, che stava arrivando il grosso dei soccorsi, coi cani, e dovevano sbrigarsi. «Fa vede’… È lei, è lei!», l’omone sempre più agitato e ansimante, al punto che il medico era stato tentato di allontanarlo da lì. Riuscirono in poco tempo ad estrarre gli scarponi, uno vicino all’altro quasi la ragazza li avesse appena sfilati dai piedi. Quindi, subito dopo, dei calzoni scuri, con le bretelle. «E che, s’era tolta la tuta?» Qualcuno ridacchiò. Il romano sosteneva che probabilmente quelli erano indumenti di ricambio rovesciatisi dallo zaino. «Si muove qualcosa, qui. È viva!» Il medico chiedeva di essere il primo lui, a tirarla fuori, schiodando una falda della giacca da una lastra di ghiaccio. «Ma dov’è?» Sembrava essere sprofondata giù nella neve, essersi sciolta in essa.

Fu un guizzo, e una lepre alpina sbucò fuori dalla giacca verde finalmente liberata dalla morsa del ghiaccio, stretta nelle mani di un soccorritore. Prese a correre leggera e spaventata, tra tanta gente, verso il bosco e l’alto della montagna, ormai in ombra. 

(1990)

In Fine dicembre, Le Onde, Chianciano Terme 2010, e in Inverni e primavere, (e-book) 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA MOSCA

LA MOSCA

Adesso sembra che li chiamino per nome, e quindi Guendalina Matteo Vanessa (più nessuna Maria) i bambini nelle prime elementari, o con i diminutivi addirittura: Michi, Checca. Io invece (mi è accaduto sempre, anche da grande) sobbalzavo, tremacchiavo gambe e cuore quando chioccia la suora dall’alto (curva e nera corvaccia, avvoltoia col velo) dalla cattedra in alto ai miei occhi, mi strideva il cognome allungandone le “i”, impietrandone il gi-acca.

Puntuale mi pungeva il cognome a me estraneo ma mio, come la gonna o i calzettoni me l’avevano messo addosso (nemmeno comperato), proprio naturale come la pelle ma proprio indifferente come la pelle. E perciò in esso io dovevo riconoscermi, così severo e persino plurale, come se invece che una fossimo tanti a rispondergli in quella classe. Però io a quello stridio di vocali a quella difficoltà di dittonghi dovevo alzare la testa rispondere – sì? –, dovevo arrossire avvicinarmi silenziosa: a me si riferiva quel cognome, e per primo sempre all’appello agucchiante, spilloso squarciava il silenzio.

Dunque un giorno ritmato da un battito di mani più che mai esplose istrione e fatato a cogliermi in fallo a sbattermi le ciglia a fingere una gomma una matita cui potermi aggrappare: il cognome mio. Mi chiamavano gli occhi dei bambini poco complici alcuni divertiti a tornare tra loro da chissà quali paradisi. Non ero attenta diceva la suora, spiegava a tutti che guardavo il vuoto, mi umiliava, dovendo invece – e lo capisco adesso – esserne lei umiliata.  Eppure io vergognosa tentavo da bambina di fare la pace piegavo la testa mi mentivo pentita: però non mi usciva di bocca a che cosa pensavo, già giravano gli occhi ispirati in cerca di bugie che supplissero la vera ragione; a che cosa pensavo davvero non l’avrei mai e poi mai detto. Forse – tento – pensavo al compito, ma non convincente abbastanza lei dice che guardavo nell’aria qualcosa.Forse allora cercavo una mosca.

La risata infantile fa ridere, come un fiume che scende alle spalle e davanti ridono i bambini a me accanto di lato per tutta la classe, e la suora come le si piega il labbro come (per poco ma chiaro) le trema il mento. Triste non potere abbandonarsi, per il duplice compito di educatrice e di religiosa: si tratteneva la maestra, non rideva con gli altri se pure ne aveva voglia. Anch’io sorridevo sollevata, per simpatia a quella improvvisa allegria che io stessa avevo sfrenato e del tutto involontaria inconsapevole, anch’io, mi sembrava di essere acuta e spiritosa perché – forse cercavo una mosca – era infatti una bella risposta.

Quando poi si calmarono tutti si riprese il filo del discorso interrotto di prima, tornò la suora a spiegare monotona, la bambina che ero ancora radiosa e protagonista della mattinata mi venne in mente che per niente li avevo divertiti. Che delusione se avessero saputo che sul serio cercavo una mosca, ascoltavo sospesa se per caso un ronzio si sentisse tra i banchi o di dietro le tende; io quel giorno realmente avevo appuntamento con una mosca. Come infatti avrei potuto mentire su un tale segreto, come anche però rivelarlo senza sentirmi ferita nella mia ingenuità certo poi presa in giro, schernita. Non potevo raccontare che io avevo una madre così differente dalla suora corvaccia così insomma bella che quasi innamorata ogni mattina mi spiaceva lasciarla e andare a scuola; non certo potevo dire che una promessa ci legava, me e lei che portavamo lo stesso cognome, che insieme magari ci pensavamo distratte. A me sua bambina lei assicurava che un giorno diventata mosca o farfallina o altro piccolo insetto si sarebbe introdotta nella classe a spiarmi a girarmi intorno alla penna o sul quaderno appoggiandosi, io piano le avrei detto: ciao! riconoscendola. Lei venuta a salutarmi per cogliere di me momenti che non conosceva, lei poteva da mosca non lasciarmi, seguirmi piccolissima. E io ciao o altra importantissima cosa le avrei rivelato, che mi annoiavo che mi portasse a casa.

Cercavo davvero una mosca quella mattina, davvero al mio cognome così forte urlato avevo temuto che una mosca da qualche parte nascosta avesse potuto sentire, magari dissentire.

(1977)

In  Appuntamento con una mosca, Stamperia dell’Arancio, San Benedetto del Tronto 1991, e in  Inverni e primavere (e-book) 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LUI E LORO

LUI E LORO

Sapevo benissimo che a loro non piaceva che mi sedessi lì, sul muretto – in realtà poco più di un gradino – ad aspettare l’uscita degli operai. Avrebbero preferito che seguissi sorelle e cugini giù nei campi, a correre, a slittare dentro scatole di cartone per i pendii del prato. Ma dopo un po’ quel sudare e quell’urlare mi fiaccava, era del tutto sprecato, visto poi che nelle gare arrivavo quasi sempre seconda o terza, alta com’ero. Mi facevo vincere addirittura dalla sorella più piccola. Allora andavo a sedermi sul muretto, e mi cullavo dondolando la schiena appoggiata alla rete metallica, completamente arrugginita e qua e là bucata: che guai a graffiarcisi la pelle, veniva il tetano. Ogni tanto alzavo gli occhi alla finestra temendo di incontrare altri occhi accusatori – Cosa fai lì? –, ma a quell’ora le donne di casa erano in genere affaccendate intorno alla cucina, e comunque avevo giù pronta la risposta – Aspetto papà –, una specie di formula magica, capace di assolvere e di procurare benedizioni.   

Mancava poco a mezzogiorno, spiavo l’enorme orologio della portineria caricato dall’enorme portinaio Stefani. Se lui mi vedeva ed era in buona, lo sapevo capace di chiamarmi dentro a schiacciare il bottone della sirena, a mezzogiorno in punto. La sirena della cartiera si sentiva in tutto il paese: che il mio dito producesse un tale prodigio, e la gente, su mio comando, smettesse il lavoro, preparasse la tavola, mi esaltava. Perciò speravo sempre che Stefani mi chiamasse anche se poi la mia sirena usciva stentata, fioca e brevissima. Il dito mi si spaventava presto: al primo alzarsi del mugolio, all’esplodere acuto del suono, io ritiravo la mano, timorosa di aver osato troppo. «Macca, macca», mi incoraggiava Stefani, per poi, sbuffando, maccare lui. Che sirena potente, invece, sapevano fare gli altri bambini. Mio cugino la faceva durare più di un minuto, e a volte la suonava anche di nascosto, fuori orario. Mezzogiorno produceva il miracolo di animare le strade, piene di tute blu e di sparsi grembiuli neri, di donne e uomini in bicicletta, che improvvisamente uscivano dai cancelli della fabbrica, chiamandosi, ridendo. Io sedevo lì a contemplarli, e li conoscevo tutti di faccia. A qualcuno avevamo anche affibbiato un soprannome: “ondina”, l’operaio dai capelli ricci; “placido”, quello che pedalava sbadigliando; e “sorriso”, la vecchia con un dente sì e uno no. Li guardavo contenta per loro, che avessero finito il turno, ma non mi sembravano felici come noi all’uscita dalla scuola. Non si precipitavano sulle loro bici, a volte si fermavano a discutere, a volte distribuivano volantini che subito andavo a recuperare, se qualcuno li buttava per terra. Li leggevo capendoci poco, ma istintivamente sentendo che avevano ragione, con quei NO!, quei MAI! e LOTTIAMO! Mah, erano forse così seri per quei fogli che mio padre accartocciava nervoso quando glieli mostravo: lui e loro spesso non andavano d’accordo. 

Molti operai però non tornavano a casa a mangiare, rimanevano nel refettorio: erano quelli che abitavano lontano, o quelli che avevano il turno dopo pranzo. Quando era bel tempo, uscivano col pentolino, si sedevano sui gradini, sul muretto, anche sull’erba, e pranzavano lì. Io stavo immobile tra due di loro, parlavano sempre in dialetto, e non capivo. Ma guardavo quello che mangiavano, come facevano scattare la serratura dei loro tegami e ne uscivano profumi e sapori diversi, tutti mescolati con l’odore che avevano addosso, sulle mani: di ferro, di unto. Sarebbe piaciuto anche a me poter mangiare fuori, avere un pentolino così, bere dalla bottiglia. Mi sembrava godessero di più il cibo, masticando a bocca aperta come facevano.  Uno di loro, tra i più anziani, veniva a sedersi apposta vicino a me, e io lo temevo perché sapevo che inevitabilmente mi avrebbe parlato della sua bambina, confrontandola con me, con quello che sapevo e che – soprattutto – non sapevo. Mi chiedeva cosa stavamo facendo a scuola, mi interrogava sulle tabelline, concludendo sempre che la Mariarosa era più avanti. Era più alta, più robusta, coi capelli più lunghi e ondulati. Cercavo di sfuggirlo, il papà della Mariarosa, ma lui mi scovava mimetizzata tra gli operai, e mi raggiungeva ovunque. Per questo, aspettavo l’uscita di mio padre dalla fabbrica come una liberazione.      

Lui era così diverso da loro. Così elegante. Aveva la camicia bianca, una cravatta, i polsini con preziosi “gemelli”, che ahi!, se li toccavamo, noi bambine: li sapeva chiudere solo mia madre. Aveva una cartella nera, di pelle. Usava un dopobarba che lasciava un buon profumo nella stanza, anch’io me lo mettevo dietro le orecchie. Mio papà era dirigente. Quando a scuola la maestra ci aveva chiesto, a tutte, il mestiere del padre, tra tante che avevano risposto impiegato, dottore, tecnico, colonnello, io sola avevo potuto vantarmi: “dirigente”. Come dire, uno che dirige, più che direttore, insomma il più importante. Infatti tutte si erano voltate a guardarmi, forse non sapendo nemmeno cosa significasse. Così io aggiungevo che era quasi come presidente, e la rima bastava a persuaderle. Non avrei mai potuto confessare, però, che era anche liberale; dirigente e liberale, nella mia grammatica l’aggettivo veniva a lordare il sostantivo. Forse i “moti liberali” del 1821 studiati a scuola mi avevano convinta dell’equazione liberale=rivoluzionario. Ma più probabilmente era stata la lezione di catechismo in cui la suora ci aveva illustrato i pericoli derivanti dal non votare la croce, pericoli che il vero cristiano deve sfuggire. Da allora, nelle mie preghiere serali supplicavo Dio che liberale non significasse almeno comunista, che mio padre venisse illuminato da una grazia particolare. Tutto il parentado, compresa la cameriera che era un po’ innamorata di mio papà, votava PLI influenzato da lui: ma ciò non mi era di conforto, anzi aumentava il mio tormento.

Quando mio papà dirigente usciva dai cancelli della fabbrica, mi sembrava che gli operai parlassero più piano. Qualcuno a volte lo fermava, andava a discutere. Io temevo che gli urlasse contro qualcosa, ero sempre un po’ sospesa.  Lui spesso non si accorgeva nemmeno che c’ero, non mi vedeva tra tutti quegli uomini: che, come loro, lo temevo un po’, ma diversamente da loro, lo aspettavo con un tremore tutto mio, con lo sguardo più fedele e indulgente del mondo. Ma lui faceva di corsa i tre gradini che lo separavano dall’ingresso di casa, pensieroso per chissà quali preoccupazioni. Io rimanevo male, lo guardavo sparire nel buio del portone, e mai avrei osato chiamarlo, trattenuta dal doppio timore di interrompere le sue meditazioni e di attirare su di me l’attenzione severa degli operai. Aspettavo qualche minuto, che nessuno pensasse più a lui: poi mi alzavo, e con calma, con simulata indifferenza, entravo anch’io in casa, senza riuscire però a raggiungerlo per le scale. Quando invece capitava che mi vedesse con la coda dell’occhio, che pendevo da un suo gesto come un cagnetto, allora quel gesto lo faceva. Alzava un po’ il braccio sinistro e muoveva le dita per invitarmi a dargli la mano. Rimaneva fermo, gli si muovevano solo le mascelle in un suo tipico vezzo di quando aveva fretta: ma mi incoraggiava a raggiungerlo. Scattavo velocissima, volavo: infilavo la mia mano piccola nella sua così grande, e salivo voltando le spalle ai miei amici operai. Non parlavamo, non lo guardavo in faccia, tutt’al più tenevo gli occhi sui suoi polsini, sui suoi gemelli. Lui non mi chiedeva mai le tabelline, perché era dirigente e aveva molto da fare. Era elegante, era bello, sapeva stringere le mascelle, muovere le dita, impartire ordini. Ma a me si stringeva il cuore, se mi raggiungeva alle spalle il succhiare degli operai nei loro cucchiai, o qualche rutto; sentivo come una vergogna e non sapevo perché.  

(1984)   

In Appuntamento con una mosca, Stamperia dell’Arancio, San Benedetto del Tronto 1991

e in Inverni e primavere (e-book) 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

OTTAVO PIANO, EMATOLOGIA

OTTAVO PIANO, EMATOLOGIA      

Parcheggio la Polo cercando di intuire alla meglio dove si trovino le strisce bianche per terra. È scuro, ormai, da più di un’ora, e l’aria brumosa della bassa confonde le poche luci dei lampioni coi fanali delle auto. Scendo dalla macchina per controllare se le ruote siano entro i limiti prescritti.

«Ciao» mi fa la voce del tunisino che ogni volta sbuca dal niente a offrirmi i suoi accendini. «Buon Natale» sorride con tutti i suoi candidissimi denti, scuote il berretto di lana rosso. «Anche a te» rispondo, e mi cerco nella tasca del cappotto le solite mille lire. «Non torni a casa per Natale?» gli chiedo, e mi sento subito cretina; chissà se festeggia il Natale in Tunisia e lui, cosa mai dovrebbe festeggiare, poi… «Dove casa? Dove casa?» ripete sorridendo. Gli faccio un cenno, che vorrebbe essere di scusa, non solo per la mia stupidità, ma per tutto. Capisce, sembra voglia suggerirmi che anch’io, forse, non sto tanto meglio di lui. Passo davanti alla cabina telefonica dove di notte va a dormire: a fianco, per terra, c’è la sua borsa e una coperta.

Attraverso il piazzale deserto, poche sono le automobili in sosta; è una sera particolare, molti malati, quelli meno gravi, sono stati dimessi. L’atrio dell’ospedale è un po’ più animato: una zingara s’è seduta proprio davanti al presepe e alla cassetta delle offerte, quasi a raddoppiare l’imbarazzo di chi volesse rendere omaggio alla Natività. Ha anche lei il suo Gesù Bambino in braccio, biondo come nei quadri delle chiese, sporco e addormentato. Una coppia giovanissima sta ritirando i soldi dal bancomat, forse per il cenone della vigilia, forse per la settimana bianca. Ridono, prendono in giro la loro ribadita ed eccessiva dimestichezza con la tastiera automatica. Vicino ai gabinetti c’è un paziente col pigiama azzurro sotto il loden, trascina la flebo appesa a un treppiede con le rotelle, e fuma la sua noia, la sua rabbia di recluso. Nel giardino che separa l’atrio dal corpo vero e proprio dell’edificio (un palazzone enorme di otto piani, cemento e vetro incombente sul selciato e sulle aiuole) hanno addobbato un pino altissimo, con bocce di vetro che si illuminano a intermittenza, e nastri colorati. Una famiglia si è raccolta lì sotto a commentarne la meraviglia: la bambina più piccola vorrebbe arrivare a sfiorare una fronda dell’albero, ma non ce la fa.

Spingo la porta a vetri e giro subito a sinistra, verso il corridoio degli ascensori. Minaccia un cartello: “Questo è un luogo di cura: è vietato fumare!”, ma i primi a non curarsene sono proprio i dottori. Uno di loro, barbuto e pallido, svolazza nel suo camice bianco davanti a me, preme il bottone della chiamata con insistenza. Ed ecco che l’ascensore arriva, si spalancano le porte di metallo sulla faccia di una malata dal sorriso ottuso. «Sempre qui, lei, eh?» l’apostrofa il dottore, burbero ma non ostile, quasi paterno. «Sempre su e giù, come alle giostre!» Mi lancia un’occhiata di intesa, e preme il bottone del settimo piano. «Al settimo, vero?» fa alla donna, che ride e accenna di sì, batte le mani e si sfrega la fronte: è ricoverata in neurologia. Lentissimo l’ascensore parte, il dottore mi chiede dove scendo. Rispondo all’ottavo, lui annuisce e tace. Se ne escono insieme, la donna si appende al braccio che lui le offre, mi fanno gli auguri e lei ride sempre, sulla faccia le rughe di una novantenne, e avrà gli anni miei.

All’ottavo piano mi sento ormai come a casa mia, conosco infermiere e pazienti, gli arredi e i cappotti dei parenti appesi all’attaccapanni. Non so chi sia di turno stasera, sono tutti gentili e competenti, sicuri della propria professionalità. Mi saluta Luisa, tocca a lei fare la notte vicino al fratello, scambieremo due chiacchiere e un cincin al tocco. Percorro il corridoio dell’isolamento, mi tolgo le scarpe e calzo gli zoccoli riposti nell’armadietto di metallo: “scarpe parenti”. Mi avvicino alla porta della camera ventuno, mi spoglio, indosso il grembiulone verde sterilizzato, la mascherina di garza che ripari naso e bocca, i guanti di lattice.

Busso, il solito segnale a mio padre. Lui esce, e compie il rituale inverso, si toglie il camicione verde, i guanti, butta via la mascherina. «Com’è andata?» gli chiedo. «Ha trentotto e sei. Dorme sempre» risponde. «Ricordati le gocce» aggiunge dopo un poco, e prima di andarsene: «Be’, auguri se non ci vediamo prima di domani». Nient’altro perché ha paura di commuoversi. Strofino le scarpe sul tappetino magnetico, entro in camera. Da quasi un mese lei non ci riconosce, ogni tanto parla, ma dice cose senza senso. È molto sudata, ha le labbra secche. Hanno detto i dottori che dovrebbe bere in continuazione, ma ha la bocca tutta ulcerata, dobbiamo infilarle la cannuccia tra i denti, sforzarla. Sul comodino, in fila, le creme da spalmarle sulle piaghe delle mani, sui piedi, l’occorrente per la toilette. Il quaderno degli appunti, con cui noi che l’assistiamo ci comunichiamo le notizie più importanti della giornata, rispecchia i nostri diversi stili e caratteri. Mio padre scrive l’essenziale, è sempre ordinato e inappuntabile. Una sorella gli assomiglia, ma ogni tanto aggiunge esortazioni e indicazioni utili a chi legge, l’altra è minuziosa e sovrabbondante, quasi che nello scrivere ogni dettaglio riuscisse a scaricare un po’ della tensione accumulata. Io scrivo caotica e discontinua, con un’emotività che traspare nel tremolio delle lettere.

Leggo, dunque, l’andamento della giornata, poi mi sdraio sul divano a fianco del suo letto, e sto lì a occhi chiusi, ad aspettare che un suo mugolio, un lamento, un movimento più o meno volontario mi ricordi che nella stanza all’ottavo piano siamo in due, a soffrire in maniera diversa. Appena sarà finita la seconda flebo, dovrò chiamare l’infermiera per il plasma. La grande busta degli alimenti, invece, dura ventiquattr’ore, e non ha bisogno di un controllo così serrato. Bussano alla porta. Si affaccia il viso rotondo dell’inserviente della cucina. «La signora non cena neanche stasera?» «No, purtroppo». «Lascio qualcosa per lei?» «Un’arancia, magari. Ho già cenato a casa, ma senza frutta». Me la porge, poi mi chiede come va. «Così…» rispondo. «Vedrà, vedrà. Giorni brutti ne hanno tutti. Poi passano. Domani è Natale, faremo i ravioli al burro». La ringrazio. Sono tutti buoni, in questo reparto. Si fa fatica a credere agli episodi che si leggono sui giornali, di malati maltrattati o addirittura seviziati, altrove.

Torno a sedermi. Per un attimo mi sollevo la mascherina dalla bocca, e mangio uno spicchio d’arancia dopo l’altro. Lei respira pesante, ha una sbavatura di sangue all’angolo del labbro destro. Vorrei che domani si svegliasse da questo lungo letargo, ritrovasse la sua voce di sempre. Vorrei rivederla bella com’era, con i suoi capelli di prima, un miracolo per Natale. Recito mentalmente tutte le preghiere che ricordo, neanche fossero una ninnananna senza fede, per tranquillizzarmi. A guardarla da dove mi trovo, sembra completamente calva, invece i capelli stanno rispuntando, appena appena, però al tatto si sentono. Le faccio una carezza sulla testa. «Chi sei? – domanda improvvisa – Sei la mamma? Sei la mia mamma?» «No – le dico – sono tua figlia». Ma subito mi attanaglia una stretta alla gola; ho paura, non voglio che veda la nonna morta tanto tempo fa. Comincio a parlarle di tante cose, di chi ha scritto, di chi ha telefonato, delle mie bambine. Non mi sente, rimane immobile e inespressiva. Controllo la sacca dell’orina, quella del sangue, quella – gialla brillante – del cibo ridotto a minerali e vitamine varie.

Fra tre ore è mezzanotte. Ieri le ragazze di turno mi avevano detto che sarebbero passate in tutte le camere con lo spumante e il panettone. In reparto hanno preparato un alberello con tutti i regali dei pazienti per il personale. E questi sono gli unici segni che è una sera diversa dalle altre. Decido di scendere nel sotterraneo a prendermi un caffè dall’automatico. Le dico: «Esco un attimo» nel caso mi sentisse. Non risponde.

Mi devo di nuovo togliere grembiule, guanti e mascherina, infilarmi le scarpe e il giaccone, poi scendo. «Chissà se ritrovo la donna di prima, in ascensore», penso. Invece mi imbatto nel medico che ha in cura mia madre. È biondo, pallido, con un ciuffo di capelli sottili che gli ricadono sulla fronte: molto timido e discreto. «Va meglio, sa? – mi dice – Gli esami del sangue sono discreti». «Non me lo dice per rincuorarmi, perché è Natale?» Sorride. «Lo dico perché è vero. Natale c’entra solo perché mi permette di tornare a casa un po’ prima, stasera». Penso che ha scelto il lavoro più brutto e più bello del mondo; glielo dico, ma lui se ne è reso conto già da tanto.

Nel sotterraneo stanno pulendo i pavimenti, alcuni infermieri si avviano al garage. Ne saluto due che a braccetto camminano veloci verso l’esterno, felici di lasciarsi alle spalle tanta malinconia. Il caffè è fortissimo, forse cattivo, ma mi scotta felicemente lingua e palato, mi dà una sensazione intensa. Salgo di nuovo all’ottavo piano, ormai l’ospedale è deserto, sono quasi le dieci.

Dalla vetrata grande del corridoio guardo in basso, le luci delle altre stanze accese. Quanta vita e quanta morte, quanto spreco di tutto. “Com’è alto il dolore”, scrive un poeta che amo. E continua: “L’amore, com’è bestia!” Dolore, amore. In ospedale non si soffre soltanto, non si muore soltanto. Nascono bambini, iniziano nuove amicizie, si torna a vivere. Mi riavvicino all’armadietto di metallo, ripeto la vestizione di sempre. Grembiule verde, guanti, mascherina, scarpe.

Fra meno di due ore farò gli auguri a mia madre. Lei forse riuscirà ad aprire gli occhi, a dirmi «Buon Natale anche a te». 

(1993)

In Fine dicembre, Le Onde, Chianciano Terme 2010, e in Inverni e primavere, (e-book) 2016