LETTERA A UN UOMO DEL FUTURO

LETTERA A UN UOMO DEL FUTURO

L’uomo del futuro sarà una donna, sarà una ragazza, sarà una vecchia: avrà un colore biscotto, color avana, capelli neri e ricci, capelli bianchi e crespi. Si chiamerà Axa, o Niobe, o Bela; si chiamerà Maria. Avrà diciassette anni nel duemilaquarantanove, sarà la nipote di mia nipote, sessantenne nel duemilaottantatré, nonna di bambini sconosciuti.

Come camminerai spavalda e tesa, sicura della tua bellezza tranquilla, mia ragazza del futuro, figlia di mia figlia di mia figlia: come andrai incontro al tuo amore sospeso tra idea e carne, tra timore e desiderio. Con quali parole gli dirai il tuo bene, parole antichissime e nuove di lingua straniera, e come per poco ti tremerà la mano nella sua, come premerai il seno giovane sulla sua giacca. Gli dirai cose belle, lo bacerai sulla bocca come hanno fatto tutte le donne del mondo da sempre, ma voi nuovi e per sempre: unica la tua voce, che si perderà nell’aria altissima, lontana negli spazi; uniche le parole che tu sola avrai inventato con il tuo accento, con il timbro speciale di un suono che cresce.

Le ho dette anch’io le stesse parole, le mie, che rimarranno identiche e diverse: le ha dette la nonna che sarai, uguale e differente da te. Eccola seduta nel parco a leggere un libro, e inforca gli occhiali e li toglie e li rimette. Guarda i bambini intorno, i vecchi come lei; cerca nelle facce segnate le rughe dell’uomo che ha amato di più e lo pensa e lo pensa. I suoi pensieri rincorreranno i tuoi, ragazza del duemilacinquanta, faranno loro compagnia. Si intrecceranno, i pensieri di tutti, i miei passati, i tuoi vivi vivaci, quelli di chi verrà e non lo sa ancora. Godi ogni momento, Bela Niobe Axa, non essere indifferente a nulla, ragazzina dai capelli neri e ricci che avrai già visto tante cose, pensato tante cose. Controlla ogni passo che farai, che si appoggi consapevole al selciato, cosciente del cammino che compie – di qua, di là – e vola, e alzati sempre, in alto in alto; mia cara.

Dai a lui tutte le carezze che puoi perché non saranno sprecate, dagli il bene che sai e non pentirtene: ma poi torna in te, torna a te, recupera il tuo attimo, quello tuo solo tuo, segnalo della tua impronta, non lasciarlo sospeso e anonimo. Vai leggera verso casa, sali al tuo appartamento che non so immaginare, saluta chi ti è vicino e non so immaginare. Poi entra nella tua stanza a ripensarti il giorno che hai vissuto, affacciati al balcone e guarda quello che è sotto ed è di tutti.  Fallo tuo col tuo sguardo; la gente colorata, l’erba verde, le montagne bianche sullo sfondo. Parla ai gerani che innaffi, aiutali a crescere con le tue attenzioni, e poi pàssati una mano tra i capelli, prova a cantare una canzone di moda. Fai ciao con la mano a chi guarda in su, regala la tua bellezza e i tuoi pochi anni a quelli che distratti ti passano accanto, non si accorgono di te o se ne accorgono in ritardo, e gli dispiace. Perché ci sei, per fortuna, esisti, miracolo che potevi non esserci. E invece eccoti qui, ragazza; ci sei perché c’è stata tua madre, tuo nonno, una amore, una scimmia, una violenza. Ci sei e potevi non essere, sarebbe bastato un gesto, un ritardo ad un appuntamento, una leggera antipatia. Invece sei la parola benedetta, sesamo che ha schiuso una possibilità: futuro mio, di chi ti ha voluto, e del mondo impassibile. Ci sei Niobe, ci sei Maria coi capelli bianchi e coi denti finti, tutti uguali e perfetti, sorriso che teme il rifiuto dell’universo. Ma spegni il video, nonna, spegni la radio che suggerisce sciocchezze per incantarti, ed esci, vai fuori a trovare la gente, parla a chi non conosci. Diranno di te che sei strana e svampita, diranno che sei matta. Ma tu continua imperterrita, mia nonna del futuro, mia antica Maria dai capelli bianchi e crespi. Racconta a chi ti siede vicino la vita che hai fatto, e come hai lottato contro la stupidità, la paura del giudizio altrui.

Parla di quella volta che ti hanno licenziato dall’ufficio perché te ne eri uscita prima, senza dare una spiegazione, senza chiedere un permesso, e al capo indignato stupefatto avevi risposto serafica: «Così, non so perché l’ho fatto, era una bella giornata, avevo voglia di camminare guardando i negozi…»; oppure di quando hai annunciato a tuo marito che eri incinta, che vi sarebbe nato un figlio, e lui ti ha risposto: «Davvero? Ma dici davvero? Davvero?», e non sapeva dire altro, non sapeva fare altro. Di’ pure che hai amato, che hai patito: non sei stata avara di sentimenti e di saluti, senza occuparti del percento di resto, di quanto ti veniva restituito. Vantati di aver imparato l’ebraico a cinquantadue anni per poter leggere l’Ecclesiaste, racconta che suoni il liuto anche adesso che le mani ti tremano: fai le scale, esercizi, solfeggi. E tutto questo non serve a niente, a nessun altro che a te. «Perché lo fai? – ti chiedono – Perché è bello», rispondi.

Loro, che rimangano nei loro uffici ordinatissimi, che ballino nelle loro discoteche abbagliate, che si vestano firmati dal niente, occupando tronfi cervelli abitati da idee altrui. Sprechino i loro sonni in conticini assurdi, dove investire dove disinvestire; si divertano a comando, tutti insieme, hop! hop! hop!, a facciano l’amore su ricetta, il giovedì e la domenica sera.

Ma tu, antica donna del futuro, matriarca santissima, salvati adesso e ancora, perché ti sei già salvata la vita con tutta la tua vita di prima; sii diversa e libera il mondo dal male, il pezzetto di mondo che conosci, esorcizzalo, guariscilo. Alzati dalla panchina dove sei seduta, metti via il libro che stavi leggendo, rassettati la gonna a pieghe, fai scivolare la mano sui capelli bianchi, che tu sia tutta a posto e bella a vedersi per chi ti passa vicino, cammina dritta guardando negli occhi la gente, antica Maria benedetta, attraversa il parco lentamente e sicura. Poi, quando sarai arrivata sul viale, alza la faccia e osserva che c’è una ragazza al balcone di un palazzo giallino. Vedi com’è color biscotto e che capelli ricci e neri ha, forse si chiama Axe o Niobe o Bela, sta annaffiando gerani rossi che scendono fitti nel verde e allegri, probabilmente canta. Falle un cenno con la mano, a quella ragazza del futuro che adesso ti guarda e ti fa ciao e sorride. É tua nipote, è tua figlia, sei tu quando avevi diciassette anni. Come sei cresciuta e invecchiata, come sei giovane e eterna.

Salute, donne del futuro, uguali e diverse; vi siete incontrate di nuovo, per caso, per necessità; sarete un’unica cosa quando non ci sarete più, sarete il tutto, sarete il niente che verrà.

 

In Qualcosa del genere, Italic Pequod, Ancona 2018

LUI E LORO

LUI E LORO

Sapevo benissimo che a loro non piaceva che mi sedessi lì, sul muretto – in realtà poco più di un gradino – ad aspettare l’uscita degli operai. Avrebbero preferito che seguissi sorelle e cugini giù nei campi, a correre, a slittare dentro scatole di cartone per i pendii del prato. Ma dopo un po’ quel sudare e quell’urlare mi fiaccava, era del tutto sprecato, visto poi che nelle gare arrivavo quasi sempre seconda o terza, alta com’ero. Mi facevo vincere addirittura dalla sorella più piccola. Allora andavo a sedermi sul muretto, e mi cullavo dondolando la schiena appoggiata alla rete metallica, completamente arrugginita e qua e là bucata: che guai a graffiarcisi la pelle, veniva il tetano. Ogni tanto alzavo gli occhi alla finestra temendo di incontrare altri occhi accusatori – Cosa fai lì? –, ma a quell’ora le donne di casa erano in genere affaccendate intorno alla cucina, e comunque avevo giù pronta la risposta – Aspetto papà –, una specie di formula magica, capace di assolvere e di procurare benedizioni.   

Mancava poco a mezzogiorno, spiavo l’enorme orologio della portineria caricato dall’enorme portinaio Stefani. Se lui mi vedeva ed era in buona, lo sapevo capace di chiamarmi dentro a schiacciare il bottone della sirena, a mezzogiorno in punto. La sirena della cartiera si sentiva in tutto il paese: che il mio dito producesse un tale prodigio, e la gente, su mio comando, smettesse il lavoro, preparasse la tavola, mi esaltava. Perciò speravo sempre che Stefani mi chiamasse anche se poi la mia sirena usciva stentata, fioca e brevissima. Il dito mi si spaventava presto: al primo alzarsi del mugolio, all’esplodere acuto del suono, io ritiravo la mano, timorosa di aver osato troppo. «Macca, macca», mi incoraggiava Stefani, per poi, sbuffando, maccare lui. Che sirena potente, invece, sapevano fare gli altri bambini. Mio cugino la faceva durare più di un minuto, e a volte la suonava anche di nascosto, fuori orario. Mezzogiorno produceva il miracolo di animare le strade, piene di tute blu e di sparsi grembiuli neri, di donne e uomini in bicicletta, che improvvisamente uscivano dai cancelli della fabbrica, chiamandosi, ridendo. Io sedevo lì a contemplarli, e li conoscevo tutti di faccia. A qualcuno avevamo anche affibbiato un soprannome: “ondina”, l’operaio dai capelli ricci; “placido”, quello che pedalava sbadigliando; e “sorriso”, la vecchia con un dente sì e uno no. Li guardavo contenta per loro, che avessero finito il turno, ma non mi sembravano felici come noi all’uscita dalla scuola. Non si precipitavano sulle loro bici, a volte si fermavano a discutere, a volte distribuivano volantini che subito andavo a recuperare, se qualcuno li buttava per terra. Li leggevo capendoci poco, ma istintivamente sentendo che avevano ragione, con quei NO!, quei MAI! e LOTTIAMO! Mah, erano forse così seri per quei fogli che mio padre accartocciava nervoso quando glieli mostravo: lui e loro spesso non andavano d’accordo. 

Molti operai però non tornavano a casa a mangiare, rimanevano nel refettorio: erano quelli che abitavano lontano, o quelli che avevano il turno dopo pranzo. Quando era bel tempo, uscivano col pentolino, si sedevano sui gradini, sul muretto, anche sull’erba, e pranzavano lì. Io stavo immobile tra due di loro, parlavano sempre in dialetto, e non capivo. Ma guardavo quello che mangiavano, come facevano scattare la serratura dei loro tegami e ne uscivano profumi e sapori diversi, tutti mescolati con l’odore che avevano addosso, sulle mani: di ferro, di unto. Sarebbe piaciuto anche a me poter mangiare fuori, avere un pentolino così, bere dalla bottiglia. Mi sembrava godessero di più il cibo, masticando a bocca aperta come facevano.  Uno di loro, tra i più anziani, veniva a sedersi apposta vicino a me, e io lo temevo perché sapevo che inevitabilmente mi avrebbe parlato della sua bambina, confrontandola con me, con quello che sapevo e che – soprattutto – non sapevo. Mi chiedeva cosa stavamo facendo a scuola, mi interrogava sulle tabelline, concludendo sempre che la Mariarosa era più avanti. Era più alta, più robusta, coi capelli più lunghi e ondulati. Cercavo di sfuggirlo, il papà della Mariarosa, ma lui mi scovava mimetizzata tra gli operai, e mi raggiungeva ovunque. Per questo, aspettavo l’uscita di mio padre dalla fabbrica come una liberazione.      

Lui era così diverso da loro. Così elegante. Aveva la camicia bianca, una cravatta, i polsini con preziosi “gemelli”, che ahi!, se li toccavamo, noi bambine: li sapeva chiudere solo mia madre. Aveva una cartella nera, di pelle. Usava un dopobarba che lasciava un buon profumo nella stanza, anch’io me lo mettevo dietro le orecchie. Mio papà era dirigente. Quando a scuola la maestra ci aveva chiesto, a tutte, il mestiere del padre, tra tante che avevano risposto impiegato, dottore, tecnico, colonnello, io sola avevo potuto vantarmi: “dirigente”. Come dire, uno che dirige, più che direttore, insomma il più importante. Infatti tutte si erano voltate a guardarmi, forse non sapendo nemmeno cosa significasse. Così io aggiungevo che era quasi come presidente, e la rima bastava a persuaderle. Non avrei mai potuto confessare, però, che era anche liberale; dirigente e liberale, nella mia grammatica l’aggettivo veniva a lordare il sostantivo. Forse i “moti liberali” del 1821 studiati a scuola mi avevano convinta dell’equazione liberale=rivoluzionario. Ma più probabilmente era stata la lezione di catechismo in cui la suora ci aveva illustrato i pericoli derivanti dal non votare la croce, pericoli che il vero cristiano deve sfuggire. Da allora, nelle mie preghiere serali supplicavo Dio che liberale non significasse almeno comunista, che mio padre venisse illuminato da una grazia particolare. Tutto il parentado, compresa la cameriera che era un po’ innamorata di mio papà, votava PLI influenzato da lui: ma ciò non mi era di conforto, anzi aumentava il mio tormento.

Quando mio papà dirigente usciva dai cancelli della fabbrica, mi sembrava che gli operai parlassero più piano. Qualcuno a volte lo fermava, andava a discutere. Io temevo che gli urlasse contro qualcosa, ero sempre un po’ sospesa.  Lui spesso non si accorgeva nemmeno che c’ero, non mi vedeva tra tutti quegli uomini: che, come loro, lo temevo un po’, ma diversamente da loro, lo aspettavo con un tremore tutto mio, con lo sguardo più fedele e indulgente del mondo. Ma lui faceva di corsa i tre gradini che lo separavano dall’ingresso di casa, pensieroso per chissà quali preoccupazioni. Io rimanevo male, lo guardavo sparire nel buio del portone, e mai avrei osato chiamarlo, trattenuta dal doppio timore di interrompere le sue meditazioni e di attirare su di me l’attenzione severa degli operai. Aspettavo qualche minuto, che nessuno pensasse più a lui: poi mi alzavo, e con calma, con simulata indifferenza, entravo anch’io in casa, senza riuscire però a raggiungerlo per le scale. Quando invece capitava che mi vedesse con la coda dell’occhio, che pendevo da un suo gesto come un cagnetto, allora quel gesto lo faceva. Alzava un po’ il braccio sinistro e muoveva le dita per invitarmi a dargli la mano. Rimaneva fermo, gli si muovevano solo le mascelle in un suo tipico vezzo di quando aveva fretta: ma mi incoraggiava a raggiungerlo. Scattavo velocissima, volavo: infilavo la mia mano piccola nella sua così grande, e salivo voltando le spalle ai miei amici operai. Non parlavamo, non lo guardavo in faccia, tutt’al più tenevo gli occhi sui suoi polsini, sui suoi gemelli. Lui non mi chiedeva mai le tabelline, perché era dirigente e aveva molto da fare. Era elegante, era bello, sapeva stringere le mascelle, muovere le dita, impartire ordini. Ma a me si stringeva il cuore, se mi raggiungeva alle spalle il succhiare degli operai nei loro cucchiai, o qualche rutto; sentivo come una vergogna e non sapevo perché.  

(1984)   

In Appuntamento con una mosca, Stamperia dell’Arancio, San Benedetto del Tronto 1991

e in Inverni e primavere (e-book) 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

OTTAVO PIANO, EMATOLOGIA

OTTAVO PIANO, EMATOLOGIA      

Parcheggio la Polo cercando di intuire alla meglio dove si trovino le strisce bianche per terra. È scuro, ormai, da più di un’ora, e l’aria brumosa della bassa confonde le poche luci dei lampioni coi fanali delle auto. Scendo dalla macchina per controllare se le ruote siano entro i limiti prescritti.

«Ciao» mi fa la voce del tunisino che ogni volta sbuca dal niente a offrirmi i suoi accendini. «Buon Natale» sorride con tutti i suoi candidissimi denti, scuote il berretto di lana rosso. «Anche a te» rispondo, e mi cerco nella tasca del cappotto le solite mille lire. «Non torni a casa per Natale?» gli chiedo, e mi sento subito cretina; chissà se festeggia il Natale in Tunisia e lui, cosa mai dovrebbe festeggiare, poi… «Dove casa? Dove casa?» ripete sorridendo. Gli faccio un cenno, che vorrebbe essere di scusa, non solo per la mia stupidità, ma per tutto. Capisce, sembra voglia suggerirmi che anch’io, forse, non sto tanto meglio di lui. Passo davanti alla cabina telefonica dove di notte va a dormire: a fianco, per terra, c’è la sua borsa e una coperta.

Attraverso il piazzale deserto, poche sono le automobili in sosta; è una sera particolare, molti malati, quelli meno gravi, sono stati dimessi. L’atrio dell’ospedale è un po’ più animato: una zingara s’è seduta proprio davanti al presepe e alla cassetta delle offerte, quasi a raddoppiare l’imbarazzo di chi volesse rendere omaggio alla Natività. Ha anche lei il suo Gesù Bambino in braccio, biondo come nei quadri delle chiese, sporco e addormentato. Una coppia giovanissima sta ritirando i soldi dal bancomat, forse per il cenone della vigilia, forse per la settimana bianca. Ridono, prendono in giro la loro ribadita ed eccessiva dimestichezza con la tastiera automatica. Vicino ai gabinetti c’è un paziente col pigiama azzurro sotto il loden, trascina la flebo appesa a un treppiede con le rotelle, e fuma la sua noia, la sua rabbia di recluso. Nel giardino che separa l’atrio dal corpo vero e proprio dell’edificio (un palazzone enorme di otto piani, cemento e vetro incombente sul selciato e sulle aiuole) hanno addobbato un pino altissimo, con bocce di vetro che si illuminano a intermittenza, e nastri colorati. Una famiglia si è raccolta lì sotto a commentarne la meraviglia: la bambina più piccola vorrebbe arrivare a sfiorare una fronda dell’albero, ma non ce la fa.

Spingo la porta a vetri e giro subito a sinistra, verso il corridoio degli ascensori. Minaccia un cartello: “Questo è un luogo di cura: è vietato fumare!”, ma i primi a non curarsene sono proprio i dottori. Uno di loro, barbuto e pallido, svolazza nel suo camice bianco davanti a me, preme il bottone della chiamata con insistenza. Ed ecco che l’ascensore arriva, si spalancano le porte di metallo sulla faccia di una malata dal sorriso ottuso. «Sempre qui, lei, eh?» l’apostrofa il dottore, burbero ma non ostile, quasi paterno. «Sempre su e giù, come alle giostre!» Mi lancia un’occhiata di intesa, e preme il bottone del settimo piano. «Al settimo, vero?» fa alla donna, che ride e accenna di sì, batte le mani e si sfrega la fronte: è ricoverata in neurologia. Lentissimo l’ascensore parte, il dottore mi chiede dove scendo. Rispondo all’ottavo, lui annuisce e tace. Se ne escono insieme, la donna si appende al braccio che lui le offre, mi fanno gli auguri e lei ride sempre, sulla faccia le rughe di una novantenne, e avrà gli anni miei.

All’ottavo piano mi sento ormai come a casa mia, conosco infermiere e pazienti, gli arredi e i cappotti dei parenti appesi all’attaccapanni. Non so chi sia di turno stasera, sono tutti gentili e competenti, sicuri della propria professionalità. Mi saluta Luisa, tocca a lei fare la notte vicino al fratello, scambieremo due chiacchiere e un cincin al tocco. Percorro il corridoio dell’isolamento, mi tolgo le scarpe e calzo gli zoccoli riposti nell’armadietto di metallo: “scarpe parenti”. Mi avvicino alla porta della camera ventuno, mi spoglio, indosso il grembiulone verde sterilizzato, la mascherina di garza che ripari naso e bocca, i guanti di lattice.

Busso, il solito segnale a mio padre. Lui esce, e compie il rituale inverso, si toglie il camicione verde, i guanti, butta via la mascherina. «Com’è andata?» gli chiedo. «Ha trentotto e sei. Dorme sempre» risponde. «Ricordati le gocce» aggiunge dopo un poco, e prima di andarsene: «Be’, auguri se non ci vediamo prima di domani». Nient’altro perché ha paura di commuoversi. Strofino le scarpe sul tappetino magnetico, entro in camera. Da quasi un mese lei non ci riconosce, ogni tanto parla, ma dice cose senza senso. È molto sudata, ha le labbra secche. Hanno detto i dottori che dovrebbe bere in continuazione, ma ha la bocca tutta ulcerata, dobbiamo infilarle la cannuccia tra i denti, sforzarla. Sul comodino, in fila, le creme da spalmarle sulle piaghe delle mani, sui piedi, l’occorrente per la toilette. Il quaderno degli appunti, con cui noi che l’assistiamo ci comunichiamo le notizie più importanti della giornata, rispecchia i nostri diversi stili e caratteri. Mio padre scrive l’essenziale, è sempre ordinato e inappuntabile. Una sorella gli assomiglia, ma ogni tanto aggiunge esortazioni e indicazioni utili a chi legge, l’altra è minuziosa e sovrabbondante, quasi che nello scrivere ogni dettaglio riuscisse a scaricare un po’ della tensione accumulata. Io scrivo caotica e discontinua, con un’emotività che traspare nel tremolio delle lettere.

Leggo, dunque, l’andamento della giornata, poi mi sdraio sul divano a fianco del suo letto, e sto lì a occhi chiusi, ad aspettare che un suo mugolio, un lamento, un movimento più o meno volontario mi ricordi che nella stanza all’ottavo piano siamo in due, a soffrire in maniera diversa. Appena sarà finita la seconda flebo, dovrò chiamare l’infermiera per il plasma. La grande busta degli alimenti, invece, dura ventiquattr’ore, e non ha bisogno di un controllo così serrato. Bussano alla porta. Si affaccia il viso rotondo dell’inserviente della cucina. «La signora non cena neanche stasera?» «No, purtroppo». «Lascio qualcosa per lei?» «Un’arancia, magari. Ho già cenato a casa, ma senza frutta». Me la porge, poi mi chiede come va. «Così…» rispondo. «Vedrà, vedrà. Giorni brutti ne hanno tutti. Poi passano. Domani è Natale, faremo i ravioli al burro». La ringrazio. Sono tutti buoni, in questo reparto. Si fa fatica a credere agli episodi che si leggono sui giornali, di malati maltrattati o addirittura seviziati, altrove.

Torno a sedermi. Per un attimo mi sollevo la mascherina dalla bocca, e mangio uno spicchio d’arancia dopo l’altro. Lei respira pesante, ha una sbavatura di sangue all’angolo del labbro destro. Vorrei che domani si svegliasse da questo lungo letargo, ritrovasse la sua voce di sempre. Vorrei rivederla bella com’era, con i suoi capelli di prima, un miracolo per Natale. Recito mentalmente tutte le preghiere che ricordo, neanche fossero una ninnananna senza fede, per tranquillizzarmi. A guardarla da dove mi trovo, sembra completamente calva, invece i capelli stanno rispuntando, appena appena, però al tatto si sentono. Le faccio una carezza sulla testa. «Chi sei? – domanda improvvisa – Sei la mamma? Sei la mia mamma?» «No – le dico – sono tua figlia». Ma subito mi attanaglia una stretta alla gola; ho paura, non voglio che veda la nonna morta tanto tempo fa. Comincio a parlarle di tante cose, di chi ha scritto, di chi ha telefonato, delle mie bambine. Non mi sente, rimane immobile e inespressiva. Controllo la sacca dell’orina, quella del sangue, quella – gialla brillante – del cibo ridotto a minerali e vitamine varie.

Fra tre ore è mezzanotte. Ieri le ragazze di turno mi avevano detto che sarebbero passate in tutte le camere con lo spumante e il panettone. In reparto hanno preparato un alberello con tutti i regali dei pazienti per il personale. E questi sono gli unici segni che è una sera diversa dalle altre. Decido di scendere nel sotterraneo a prendermi un caffè dall’automatico. Le dico: «Esco un attimo» nel caso mi sentisse. Non risponde.

Mi devo di nuovo togliere grembiule, guanti e mascherina, infilarmi le scarpe e il giaccone, poi scendo. «Chissà se ritrovo la donna di prima, in ascensore», penso. Invece mi imbatto nel medico che ha in cura mia madre. È biondo, pallido, con un ciuffo di capelli sottili che gli ricadono sulla fronte: molto timido e discreto. «Va meglio, sa? – mi dice – Gli esami del sangue sono discreti». «Non me lo dice per rincuorarmi, perché è Natale?» Sorride. «Lo dico perché è vero. Natale c’entra solo perché mi permette di tornare a casa un po’ prima, stasera». Penso che ha scelto il lavoro più brutto e più bello del mondo; glielo dico, ma lui se ne è reso conto già da tanto.

Nel sotterraneo stanno pulendo i pavimenti, alcuni infermieri si avviano al garage. Ne saluto due che a braccetto camminano veloci verso l’esterno, felici di lasciarsi alle spalle tanta malinconia. Il caffè è fortissimo, forse cattivo, ma mi scotta felicemente lingua e palato, mi dà una sensazione intensa. Salgo di nuovo all’ottavo piano, ormai l’ospedale è deserto, sono quasi le dieci.

Dalla vetrata grande del corridoio guardo in basso, le luci delle altre stanze accese. Quanta vita e quanta morte, quanto spreco di tutto. “Com’è alto il dolore”, scrive un poeta che amo. E continua: “L’amore, com’è bestia!” Dolore, amore. In ospedale non si soffre soltanto, non si muore soltanto. Nascono bambini, iniziano nuove amicizie, si torna a vivere. Mi riavvicino all’armadietto di metallo, ripeto la vestizione di sempre. Grembiule verde, guanti, mascherina, scarpe.

Fra meno di due ore farò gli auguri a mia madre. Lei forse riuscirà ad aprire gli occhi, a dirmi «Buon Natale anche a te». 

(1993)

In Fine dicembre, Le Onde, Chianciano Terme 2010, e in Inverni e primavere, (e-book) 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SCRIVO DA UNA CASA CHE STO PER LASCIARE

SCRIVO DA UNA CASA CHE STO PER LASCIARE

Seduta al tavolo del salotto – legno scuro, disegno a scacchiera appena accennato sulla superficie – osservo la dracena dal tronco scorticato che è di nuovo arrivata, dopo l’ultima, recente potatura, a toccare il soffitto con le foglie. Altre piante, le mie piante, verdi e folte, traspirano ossigeno domestico nell’angolo della stanza, una loggetta fatta a veranda (“Erker”, la chiamano qui), luminosissima.

Scrivo da una casa che sto per lasciare.

Zypressenstrasse era stata scelta perché sfocia, da un lato, nei pressi della scuola italiana frequentata dalla nostra bambina più grande; dall’altra parte finisce, come fa supporre il suo nome, di fronte al cimitero di cui, dalle nostre finestre, si intravedono muri e cancelli: Friedhof Sihlfeld. Dire prato della pace è cosa diversa che dire camposanto. Dà l’impressione di approdo riposante, di meritata ricompensa dopo tanto faticoso arrancare. Tutto quel verde da parco privato di residenza reale, lo stagno con le anatre, i vialetti ghiaiosi, gli scoiattoli, ci avevano convinto dell’innocenza pacifica del luogo, del suo benefico offrirsi a tranquille passeggiate domenicali. Ci capitò più volte di camminare tra le cappelle di famiglia, in compagnia di qualche raro amico venuto dall’Italia; avevamo scoperto da poco, con commozione ma anche con impaurito imbarazzo, l’esistenza di una piccola figura femminile in roccia grigia, recante sul piedistallo una profetica parola in italiano: vengo… In tanti hanno scelto di riposare in questa città. Joyce, Jung, Mann i più famosi, quasi da organizzare un giro turistico per andare a trovarli.

Zypressenstrasse. Non avevamo sentito il nome della nostra strada come un’oscura minaccia. Semmai ci infastidiva che iniziasse con l’ultima lettera dell’alfabeto, la Z, così lontana dall’ariosità lucente dei nostri nomi in A. Ma per Z iniziava anche il nome della città in cui ci era capitato di vivere: Zurigo. Nome omen. Zypressen-Zurigo-Z; la fine di qualcosa, anche se per noi era stato l’inizio di tutto.

È inverno, sta per chiudersi un anno difficile. La neve ha coperto le strade quel tanto che basta a confondere le tracce, a rendere insicuri i passi, offrendo atmosfera natalizia a buon mercato. Il parco sotto casa assume contorni fiabeschi, galleggia inconsistente e irreale. Silenzioso come sempre, privo anche dei pochi bambini che durante la bella stagione lo tempestano di urla roche: ma oggi è la neve che mette la sordina a qualsiasi rumore, anche al fiato che può succedere esca dalle labbra con la consistenza di un sospiro. I passi sono come assorbiti, i gesti bloccati. Bullingerhof, si chiama questo parco. Corte severa come il signor Bullinger cui è dedicata, pastore e teologo riformista, successore di Zwingli. È molto esteso, con un prato centrale vastissimo e gli alberi centenari tutt’intorno, e montagnette artificiali, e fontane secche, e altalene immobili.

Di mattina presto (da tanto non riesco a dormire oltre le quattro), il dolore si fa sentire meno, anche il rancore sparisce. Non c’è più né bene né male, non esiste passione, di mattina presto. Mi sembra possa esserci spazio solo per lo stupore: che il tempo continui a scorrere, indifferente a noi, che abbia il coraggio di riproporsi uguale a chi non c’è più, a chi tra poco non ci sarà.

Ecco una nuova giornata, un nuovo Natale, un nuovo Capodanno. Due anni fa, ricordo, avevamo aspettato la mezzanotte del 31 mangiando pandoro (la piccola era davvero piccola, voleva ballare una danza brasiliana allora di moda), accendendo e giostrando innocui bengala. Nell’infantile desiderio di comunicare e sfogare la propria felicità, la bambina più grande aveva spalancato le finestre della sala, e si era messa a urlare: «Viele Wünsche an Alles! Schönes neues Jahr!», nel suo tedesco da italiana, a battere le mani verso le altre finestre buie, vocetta squillante nel silenzio più assoluto di una festa ignorata. Ci aveva preso, a noi genitori, un’eccitazione puerile e quasi spaventata, all’audacia di lei, e ci eravamo messi a ballare, spumeggianti, irrecuperabili al sonno altrui. Due anni fa, un secolo: ero felice senza saperlo, come accade quasi a tutti.

L’anno che verrà sarà l’anno dell’addio. Sto per lasciare Zurigo, città che ho amato più di ogni altra. Si amano i posti che ci assomigliano. E Zurigo è una città che si sorveglia, come me, ha paura di abbandonarsi: che qualcuno le dica che le vuole bene, magari che è bella. È capace solo di una malinconia accorata, senza ribellione. Sembra rassegnata a convivere col suo lago grigio, calmo e profondo, sepolcro di chissà quali segreti. Ha due fiumi, strade in salita, campanili in coppia e tram bianchi e azzurri, rumorosi, sferraglianti. Numerati dal 2 al 15: manca il numero 1, quasi ad evitare la responsabilità di un avvio.

Abbandonare una città significa abituare i propri pensieri a orientarsi con una nuova bussola, cambiare punti di riferimento. Ci vediamo alla stazione… Ti raccomando, puntuale di fronte alla Posta! Quale stazione, ora, quale posta? Vuole dire muoversi circondati da un’aria diversa, cercare altri sfondi, scenari sconosciuti per i propri gesti. Che forse rimarranno uguali, ma cambieranno proprio perché situati altrove. Zypressenstrasse certo non patirà la mia assenza, non mi ricorderà. Ma quali altri occhi la vedranno esattamente come l’ho vista io, chi le rivolgerà i miei omaggi di pensiero? Forse le mancherò senza che lei lo sappia. Da questa stanza, un’altra donna, un altro uomo, guarderanno appena fatto giorno i primi tram fermarsi sotto le finestre, raccogliere i pochi passeggeri, ripartire indifferenti. Ma non saranno me.

Sto per lasciare questo appartamento. Regalerò le mie piante, la mia dracena. Darò via quasi tutti i mobili, la camera da letto dove abbiamo concepito Silvia, il divanetto rosso complice di chilometriche telefonate, le librerie che ho montato da sola. Porterò via questo tavolo, il pianoforte, tre quadri. Come quando se ne va una persona a cui si è voluto molto bene, allora bisogna decidersi a buttare le sue cose, a eliminare i suoi vestiti. Aprire il comò delle scarpe, infilare in un sacco per la Croce Rossa gli zoccoli, i mocassini, gli stivaletti comodi per l’inverno. Poi è il turno del cassetto della biancheria, e quindi via tutto nel bidone dell’immondizia, calzini celesti e bordò, camicie a righe, canottiere vecchiotte. Poi le giacche, i maglioni, meno due o tre che si piegano e conservano in una valigia, insieme con l’ultimo pigiama indossato, con le cravatte più amate.

Le assenze cambiano le case, cambiano la vita. È giusto decidere di andarsene, anche se così si allontanano persino le ombre, che qui continuavano a muoversi, a girare, a esistere. Quanto silenzio, dopo. Quanto far finta di niente, telefono che non squilla più, amici spariti. E cattiveria improvvisa, chissà da quanto covata, che scoppia come un bubbone: sorrisi pronti a ferire, parole pronte a marchiare.

Meglio la neve, il gelo, non esserci. Mi vesto veloce, guanti, sciarpa. Il confine tra notte e giorno rimane incerto, non è più buio fitto, ma il chiarore stenta ancora a imporsi. Scendo perché la strada sia mia, la neve conservi memoria del mio passaggio.

Vorrei lasciare tracce, segnali di me che sparirò. Come sul foglio le rime: una qua, una là, a intrecciare ricami, echi incerti del già detto.

(1992)

 

In Fine Dicembre, Le Onde, Chianciano Terme 2010, e in Inverni e primavere (e-book) 2016

 

 

 

 

 

 

SETTE ANNI

SETTE ANNI        

Sette anni! E nel mese in cui ha inizio l’estate. Il sette le era sempre piaciuto, da quando aveva cominciato a scrivere i numeri. Così diverso dagli altri, con una breve testa orizzontale, una gamba obliqua, e quel taglietto a metà che lo rendeva unico. Sette come i giorni dal lunedì alla domenica, sette come le note. E ancora non sapeva nulla della magia filosofica che l’avrebbe affascinata da grande: la perfezione secondo i Pitagorici, il simbolismo dell’Apocalisse, i misteri dell’ebraismo. Era solo molto contenta di compiere, quel giorno, sette anni. E già svegliandosi, la mattina (alle sette!) aveva intuito che la giornata sarebbe stata speciale, diversa anche dai pochi compleanni passati. Qualcosa, insomma, rimaneva sospesa nei suoi pensieri, nelle attese, nell’aria luccicante di fuori. Come una sorpresa inaspettata, rivelatrice, misteriosa. Tutto questo non le era chiaro come sarebbe invece diventato nel ricordo futuro: quando, cresciuta, avesse ripensato a quel giorno. Ma ogni cosa, comunque, assumeva una dimensione inconsueta, un significato particolare. L’abbraccio beneaugurante e affettuoso della mamma, la carezza frettolosa e impacciata del papà severo sui suoi capelli, le tirate ai lobi delle orecchie delle due sorelle: un po’ troppo incisive, a dire la verità, e divertite, nel gesto della minore.

Da subito, comunque, proprio da subito, tutto intorno a lei cominciò ad animarsi di una strana diversità. Perché, ad esempio, lavandosi le mani e la faccia, la saponetta bianca e profumata, scartata dall’involucro il giorno prima, continuava a scivolarle dalle dita, guizzando nel lavandino e sotto il getto d’acqua del rubinetto, e finendo addirittura sul pavimento, in uno slancio imprevedibile di oggetto che decisamente non volesse lasciarsi afferrare, tenere fermo? Perché, durante la colazione, i biscotti preferiti non si scioglievano immediatamente nel latte, come le altre mattine, e rimanevano a galleggiare, pacifici e troneggianti, sulla bianca superficie appena scalfita dalla loro presenza? O ancora perché il grembiulino azzurro che la mamma le porgeva da indossare affinché non si sporcasse nei giochi non voleva assolutamente sbrogliarsi nelle maniche, che si opponevano con testardaggine a lasciarsi penetrare dalle sue braccia? La bambina osservava con meraviglia, e rifletteva. Era lei insolita, quella mattina insolita del suo compleanno, o era inspiegabile il mondo minimo che le si muoveva intorno?

«E i regali?» chiese alla mamma, prima di correre sulla terrazza, a giocare con la sorella più piccola, mentre la grande rimaneva in casa, a leggere, ad ascoltare i suoi dischi: troppo grande per i loro divertimenti infantili. «Quelli a pranzo, con la torta!», e subito indaffarata a mettere ordine, a rifare i letti, a sparecchiare la tavola della colazione. Le sapeva tranquille, le sue bambine, sicura che mai potessero correre pericoli o patire qualche sofferenza pungente. Semmai, le dava qualche apprensione proprio lei, la bambina di mezzo, perché le sembrava sorridesse poco, stesse troppo sola a pensare, con un’immaginazione eccessivamente fervida. Immersa in chissà quali fantasticherie di chissà quali universi lontani. Ne aveva parlato anche con il medico di famiglia, che l’aveva rassicurata: «Crescerà, crescerà… Ne ha di tempo per svegliarsi, per rincorrere la vita di tutti!». Eppure la mamma temeva un po’ che alla sua età la secondogenita stesse per tanto tempo sulla stessa pagina dello stesso libro: a pensare che? a immaginare cosa? E perché turbarsi così per qualsiasi osservazione, velato rimprovero, improvviso alzarsi della voce, anche quando non era diretto a lei? Troppo sensibile, troppo emotiva! Le avevano dovuto addirittura cambiare scuola, mandarla in città, nell’ambiente ovattato di un istituto di suore, e raccomandarla, alla maestra, alla superiora… È che a volte inventava delle storie, vedeva cose che non esistevano, e ne parlava con eccitazione, provocando sorrisini di compatimento o divertiti in chi l’ascoltava, irritazione nel papà, timore nell’animo materno. Ma quella giornata sarebbe trascorsa serena, si augurava la mamma, tra candeline, battimani, visite di zii e cugini. Le due sorelline si spingevano a vicenda sull’imponente altalena di metallo, verniciata di verde smeraldo, che il papà aveva fatto costruire solida in fabbrica: lo stabilimento che si allargava a fianco del loro appartamento, offerto in dotazione al dirigente. Appartamento grande, con una stanza tutta per i giochi, e due terrazze contigue, da percorrere in monopattino o con gli schettini, separate da un cancelletto cigolante: una adornata di enormi vasi colorati di ortensie (ma potevano esistere fiori blu, quasi viola, così diversi nel colore dai fiori dei prati?), e l’altra pressoché proibita perché lì si stendevano le lenzuola, bianche, svolazzanti come le nuvole, gonfie come le vele nel mare. Ma magari, di nascosto, ci si poteva giocare se nessuno vedeva, se nessuno sgridava, e camuffarcisi come fantasmi.

La bambina che compiva quel giorno sette anni non vedeva l’ora che arrivasse il mezzogiorno, che suonasse intrepida la sirena che segnava la pausa agli operai. E allora il papà tornava, saliva le scale saltando i gradini a due a due, con la sua cartella nera sotto il braccio: perché anche a casa e nel tempo libero doveva controllare carte e conti. Eccoli dunque tutti e sei intorno alla tavola apparecchiata, in sei perché della famiglia faceva parte anche una fedele donna di servizio, che rimaneva con loro persino a dormire, e aiutava la mamma sempre, a pulire il pulito, a controllare l’ordine ordinato. «Auguri auguri!», e baci e carezze, la canzone intonata insieme, le pietanze preferite preparate proprio in onore alla festeggiata. Risotto giallo, cotoletta alla milanese, fragole con una spruzzata di panna, e la tanto desiderata torta di mele. Addirittura, per finire, un goccio di vino bianco frizzante. La bambina aveva le guance rosate, e tremava un po’ nello spegnere le candeline. Troppa attenzione a lei, troppi occhi e pensieri per lei. E all’improvviso le passò un’idea, un’ombra nella mente, come un’intuizione malinconica da persona adulta. «Finirà tutto: questo momento, la torta, il compleanno, i sette anni…».  Un attimo, e il sorriso che si spegne, e la mamma che si preoccupa e indaga: «Cos’hai? È successo qualcosa? Non ti senti bene?». «No, no», con la voce turbata, ma desiderosa di non preoccupare. «Mi è venuto da pensare che dopo i sette anni verranno gli otto, i dieci, e poi i venti. Io diventerò vecchia, e anche voi». Intuizione improvvisa e dolorosa di una sovrumana ingiustizia, di un beffardo destino comune a cose e persone, e quindi persino a lei. Perché, perché?

Intorno sorrisi consolatori, frasi canzonatorie: «Che sciocchezze, che discorsi! Apri i regali!», e quindi una nuova emozione e la prima grande sorpresa: un tubetto di maionese Kraft, tutto per lei sola, da succhiare senza essere sgridata, assolutamente suo da far durare nei giorni… Poi il regalo delle sorelle: occhiali da sole con lenti marrone scuro e una montatura di plastica rossa, in un astuccio di finta pelle rossa, con un bottone rosso nel mezzo. La gioia di provarli subito e di metterli sul naso, intuendo all’istante ogni cosa in un’ombra fresca che annullava i contorni: sentirsi grande come i grandi, come i genitori che i loro occhiali da sole li portavano sempre, d’estate, in vacanza, o camminando in città. E il regalo della Maria, un libro illustrato sulla vita in fattoria. Ormai aveva imparato che non tutti i libri iniziavano con la fatidica frase “C’era una volta”, dopo che con stupore e rabbia aveva scoperto in un volume intitolato Il piccolo lord che l’avvio poteva prendere spunto da qualsiasi altra affermazione; avendo cercato inutilmente se le pagine fossero state incollate male, se ne era lamentata seria e stizzita con la mamma, con la maestra. Adesso era grande, aveva sette anni, forse in futuro avrebbe studiato per diventare pittrice, o scrittrice di storie, o insegnante, o missionaria in Africa. Infine, due regali di mamma e papà, da scartare con emozione particolare: perché li sapeva meditati a lungo, pensati proprio per darle gioia. E infatti nel primo trovò una scatola di matite Caran D’Ache, quelle famose e costose, che se le imbevi in un po’ di saliva dipingono come gli acquerelli. Nell’altro un librone da colorare, con disegni iniziati da completare, altri da inventare del tutto, altri ancora già finiti, da ammirare e imitare. «Grazie grazie!». La bambina era confusa, non sapeva cosa dire e fare, se baciare tutti o se nascondersi da qualche parte.

«E non è finita qui! Oggi pomeriggio verranno le zie, i cugini, con altri regali. E mangeremo altre paste!». «Oggi pomeriggio?» ripose la bambina trasognata. «Non posso. Ho un impegno». Loro sorridevano: «Un impegno? Cos’hai da fare? Sei in vacanza! È il tuo compleanno!». La bambina sentiva di essere sul punto di fare una rivelazione, di dire qualcosa di cui era certa e ignara allo stesso tempo, qualcosa che lei sapeva che sarebbe successo, ma senza che nessuno gliel’ avesse predetto: «Viene a trovarmi una mia amica. Una mia compagna di scuola».  La mamma pensierosa e sorpresa la interrogava: «Come mai? L’hai invitata tu? E chi è?»  La bambina tentennava, incerta se spiegare a se stessa e a tutti, o lasciare perdere. «Non so chi è. Abita lontano da qui. Non so bene perché viene, non me lo ha detto. Però so che verrà». «Altre storie! Fantasie! Come fai a sapere una cosa che non esiste se non nella tua testa?» Papà sorrideva, più divertito che impressionato. La bambina rispose piano «Lo so», alzandosi dalla sedia e ripiegando il tovagliolo, e dentro di sé ripeteva «Vedrete, vedrete».

«Lei ha un’amica immaginaria!», la canzonava la sorella più piccola. «Parla sempre con la sua amica immaginaria!». Era vero, succede a molti piccoli, di inventare presenze ombra, sostegni rinfrancanti. Pochi anni prima, si era creata addirittura una nuova identità, un nuovo nome, e pretendeva di essere chiamata così, di non essere ciò che era. Ma adesso no, non era una stramberia, un’idea balzana, quella che le occupava la mente: era una certezza. Sarebbe venuta una sua amica, portata lì da un caso sconosciuto, da una misteriosa necessità, non per farle gli auguri, ma solo per esserci, e per suggerirle che nella mente di ognuno c’ è spazio per passato e futuro, speranze e sogni, invenzioni e previsioni. Per cui la bambina festeggiata si apprestò a un pomeriggio di attesa, seduta sul muretto davanti all’entrata della fabbrica, appoggiata con la schiena alla rete arrugginita che separava il lungo stradone asfaltato dal deposito delle biciclette e delle moto degli operai. Si era portata giù il libro da dipingere e la scatola dei colori, e tranquillamente colorava le case e gli alberi, i cieli e le sagome umane che riempivano quelle pagine. Ogni tanto lanciava uno sguardo allo stradone deserto, ma senza nessuna apprensione, certa che a un dato momento qualcosa sarebbe apparso, in lontananza, a rassicurarla, a salvare la sua attesa. «È arrivata?» si affacciava la mamma a guardarla dalla finestra in alto, e le faceva ciao con la mano. «Non ancora, non ancora», rispondeva la sorellina. «Ma lei aspetta. Aspetta e spera!».

Il sole si faceva più caldo, erano ormai le quattro. Quasi l’ora della merenda con i cugini. La sorella maggiore venne a sedersi vicino a lei. «Come si chiama questa tua amica che dovrebbe venire?» «Non lo so bene, ma credo sia l’Annalisa. Ma così, è una mia idea». «Un presentimento?» «Sì, un presentimento». «Te l’ha promesso? Di venire per il tuo compleanno?» «No, non lo sa nemmeno. Però io penso che verrà». Nessun altro intorno a lei ci credeva, e lei guardava la strada in fondo, senza nessuna curiosità, senza impazienza, senza esitazioni. Ed ecco che improvviso sbucò da sinistra un camioncino ballonzolante, grigio, grande come quello del fruttivendolo, ma senza nessuna merce a carico. Avanzava piano, come se chi guidava cercasse un indirizzo. Si accostò alla siepe, di fronte al palazzo più vicino alla fabbrica.

La bambina, alzandosi dal muretto, prese a camminare in direzione del veicolo. Con tranquillità, sicura di sé. Si aprì la portiera del conducente, e ne uscì un uomo corpulento, con i baffi neri e un cappello in testa. Si aprì anche la portiera del passeggero, e ne saltò fuori una ragazzina con un vestitino giallo a fiori. Alzò il braccio in un saluto allegro: «Ciao, ciao!». Era Annalisa. La bambina che compiva sette anni le si avvicinò piano. «Lo sapevo», le disse.

 

In Qualcosa del genere, Italic Pequod, Ancona 2018

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SUL PONTILE, NELL’ACQUA

SUL PONTILE, NELL’ACQUA

Il ragazzo si sistema la camicia che, sulla schiena, gli esce dalle braghe a quadroni, lunghe al ginocchio, ampie che passi bene l’aria tra tela e pelle. «Mattiniero, eh?» gli urla uno dalla porta di un bar, facendogli un cenno con la mano, e lui non capisce bene se solidale o di quasi rimprovero. «Se voglio prendere qualcosa…» sorride il ragazzo, ma stretto, a disagio per il solo fatto di essere stato interpellato, e continua a camminare, strisciandosi dietro nelle ciabatte di gomma i piedi magri e scuri che chissà quando finiranno di crescere. La sua canna preziosa gli sta a fianco lucida, lunga, elastica. Lui la sa fedele e ubbidiente come un cane lupo, pronta a lanciarsi e a tornare indietro a comando, prolungamento del suo braccio destro; oscilla al suo minimo muoversi, sta immobile al suo bloccarsi.

«Ehi, Mario!», lo saluta un giovane che fa l’animatore in parrocchia: ha gli occhiali, i foruncoli, i capelli già radi e un po’ unti. «Non c’eri, ieri sera? Non ti ho visto…». Non risponde, alza solo una spalla. Le parole lo disturbano. Meglio il silenzio, lo sciacquio discreto del suo lago, che non dà fastidio e si limita a esserci, senza imporsi. «Ciao, Mario!» insiste quello, missionario convinto di dover convertire anche chi sta bene così com’è.

Mario si irrita del suo nome in bocca a chi non gli piace, suo nome tanto comune e fuori moda, ma insieme così suo, di lui, proprio: «Mario sono io», pensa, e in questo modo può chiamarlo solo chi lo conosce bene davvero. Sua madre, per esempio, la sua sorellina. Nemmeno suo padre, che infatti non lo chiama mai.

La banchina del porticciolo è ancora in ombra, e Mario la attraversa senza fretta, gli occhi puntati lontano, alla linea marcata che separa il cielo dal lago, alla sponda opposta, nitidamente visibile nei suoi contorni. Nessuna foschia, quella mattina, si frappone tra lo sguardo e i colori tersi, puliti come al momento della loro creazione, di ciò che lo circonda. L’azzurro che in diverse sfumature riempie di sé l’aria; il verde argentato degli ulivi; il verde più chiaro e allegro dell’erba dei giardini qua e là interrotto dai rossi e rosa e bianchi improvvisi di fiori nelle aiuole; il verde scuro degli abeti sul promontorio che incombe dall’alto. Nel porto, tante barche dondolano una accanto all’altra, urtandosi di quando in quando, appoggiandosi ai loro nomi che rivelano le diverse indoli e ideologie dei loro padroni: a Mario viene da sorridere leggendo “La gazza ladra”, “Marietta monta in gondola”, “Primo maggio” e addirittura “Pensa per te”, proprio in un paese come quello, dove nessuno si fa i fatti suoi.

Di faccia al porto si apre la piazzetta, occupata quasi del tutto dai tavolini e dalle sedie dei bar più eleganti. C’è anche la pedana per l’orchestrina che si esibisce tutte le sere, sottofondo ai pettegolezzi del dopocena e alle sbornie rumorose dei turisti. Una donna svuota i portacenere, scopa per terra trascinandosi sulle gambe gonfie; è bassa, grassa, stufa di vivere. Mario certe volte crede di non essere del tutto normale, perché non gli piacciono le donne: quelle brutte e volgari, per essere più precisi, e quelle svampite. Ce n’è una che gli blocca il respiro, al liceo, perché è diversa da tutte. Ride poco, si morde le dita, e forse nasconde un segreto. Ma non lo guarda mai, e poi fra un anno lascerà la scuola. Però Mario la pensa; di notte la pensa troppo, e anche quando pesca. Infastidito dalla visione della ciabattona, il ragazzo accelera il passo, e supera la piazzetta, dirigendosi deciso al secondo pontile, ormai quasi fuori dal paese.

Non vede nessuno, per fortuna, nel posto che da sempre considera suo, e che a volte pescatori non del luogo gli occupano abusivamente. Percorre il pontile con lentezza: sa quale asse di legno scricchiola, sa dove può inciampare in un chiodo che sporge arrugginito. Si pianta a gambe larghe in cima al ponte, appoggia vicino a sé la cassetta con gli ami e le esche, allunga la canna sbrogliando il filo che si è ingarbugliato. La canna è nuovissima, gliel’hanno regalata per la promozione inattesa i suoi genitori: e Mario la soppesa, la valuta nel prezzo e nelle doti incomparabili che senz’altro possiede. Fa due tre lanci lontani, così, solo per prova o esercizio, poi infilza l’esca nell’amo e lo getta nell’acqua, bocconcino invitante per qualche lavarello ancora assonnato. Mario è capace di starsene immobile per molto tempo, quasi sempre in piedi e assorto in pensieri vaghi, in fantasie allucinate.

È uno sport da uomini questo, gente capace di stare zitta, indifferente a tutto ciò che non sia acqua, e movimenti lenti, e guizzi di pesci improvvisi. Mario è contento di essere maschio e di non avere bisogno di parole. A volte le labbra gli si atteggiano da sole a fischio, o a cantilena modulata su poche note in fila: però lui blocca subito ogni emissione di fiato che possa parergli superflua, irrispettosa del silenzio che ha intorno. Se non fosse tanto insensibile alla dimensione religiosa, gli piacerebbe da grande entrare in un convento, in un eremo: proprio perché lì si tace, e si sta più vicini a colui che Mario immagina il Taciturno per eccellenza. Tra i pochi ricordi che gli sono rimasti del catechismo infantile, due versetti di Matteo gli tornano spesso alla mente: “Sia il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno”, e ancora: “Vi dico che di ogni parola vana gli uomini renderanno conto nel giorno del giudizio”. Giusto. Rendere conto di ogni parola inutile. Giusto.

Anche Gesù amava il lago, e aveva scelto i suoi apostoli soprattutto tra i pescatori. E se gli fosse capitato, a Mario, di nascere in un’altra epoca: duemila anni fa, discepolo di Cristo; o nel medioevo, oppure nel secolo scorso? Tutto gli sarebbe andato bene, purché sulla riva di un lago. Il ragazzo sente di appartenere al panorama, come alcuni particolari appartengono alle cartoline e guai se non ci fossero: quelle cartoline non sarebbero più le stesse. Così Mario è indispensabile al suo lago, che senza di lui sarebbe diverso, guardato pensato amato diversamente.

Ecco che il galleggiante oscilla piano, poi viene strattonato verso il basso. Mario agguanta con più forza la canna, alzandola a strappi brevi e decisi verso di sé; poi afferra il mulinello, arrotola il filo con sicurezza. E il pesce balza fuori dall’acqua, sventola nell’aria come una bandiera, si agita. Venti centimetri di paura e disperazione. Il ragazzo non riesca ad abituarsi all’agonia delle sue prede. Vede che soffrono, e un po’ selvaggiamente ne gode, anche. Sa di essere padrone della loro vita e della loro morte, e sempre decide di lasciarli finire così, per asfissia, che si dibattano pure sulle assi di legno, torcendosi tutti, boccheggiando come fa questo, adesso. Mario lo guarda, si siede vicino a lui per osservarlo meglio.

«Sei finito, amico» gli sussurra, poi beve dalla bottiglia di acqua minerale che si è portato dietro, a sorsate lunghe, calme. E infatti la tinca finisce, dopo qualche altro sussulto rassegnato. Il ragazzo la butta nel suo cestino, primo trofeo di una giornata che si annuncia felice. Rimane seduto ancora un po’, a fare compagnia al morto, e si pone tante domande stupide, per esempio chissà se i pesci si chiamano mentalmente con dei nomi, come noi; o se hanno delle regole sociali da rispettare – orari, doveri, tabù -, e in questo caso come reagirà la madre del pesce in questione, non vedendolo tornare, e quanto andrà in giro a chiamarlo, con quale nomignolo ittico. A Mario piacerebbe possedere un’enciclopedia del pesce, o qualcosa del genere: ne leggerebbe tre pagine ogni sera, e diventerebbe così un esperto, tanto da poter laurearsi in ittiologia senza troppa fatica.

Il sole è già sbucato fuori dalle acque, violento di una luce arancione, ma perfettamente nitido nei suoi contorni, e tranquillamente osservabile senza occhiali scuri, senza farsi schermo agli occhi con le mani. E’ tempo di rimettersi al lavoro. Il ragazzo si alza in piedi, di nuovo sceglie un’esca e la infilza sull’amo, di nuovo lancia il galleggiante il più lontano possibile. Poi si dispone ad aspettare, con pazienza infinita. Questa volta, però, l’attesa è meno lunga, e la sorpresa più gradita. È stato un persico, ad abboccare, e Mario se lo cova con lo sguardo, lo tramortisce sbatacchiandolo sul pontile, dopo avergli quasi strappato l’amo ben conficcato nella bocca. Un fischio d’ammirazione lo coglie alle spalle, e lo fa voltare sorridente. Sa già chi può essere che ammira così la sua pesca: il vecchio Adolfo, che come ogni mattina l’ha raggiunto e gli farà compagnia fino a mezzogiorno. In dialetto, con la sua voce catarrosa da gran fumatore, gli chiede notizie su com’è andata, e Mario lo informa, scarno e preciso. Il vecchio scuote la testa, implora su di sé la stessa fortuna del suo giovane amico, e poi si allontana di una decina di metri, voltandogli le spalle e armeggiando con la sua canna.

Adolfo in settant’anni di vita non è quasi mai uscito dal paese: per il militare, e poi per un viaggio a Roma e uno a Venezia; qualche rara volta è stato in città, ma non gli piace. Invece il paese lo conosce a memoria, storia usi e tradizioni. Segue tutti i funerali, commenta ogni matrimonio: sa degli amori e delle corna di tutti. A cenni brevi, misteriosi, ne rende erudito anche Mario, che ride e alza le spalle, ma poi gli chiede il seguito. E il vecchio racconta; solo nelle pause della merenda, altrimenti sta zitto. È stato lui a insegnare a Mario la bellezza del silenzio. Così adesso tacciono tutti e due, offrendosi la schiena, ma consapevoli della loro reciproca presenza.

«È importante avere un amico», pensa Mario, che vuole bene ad Adolfo e si fida di lui ciecamente, gli domanda degli ami e delle esche, del tempo che farà il giorno dopo. Il vecchio ha una strana faccia, fronte bassa, capelli bianchi e radi, sopracciglia bianche e folte. Ha le gambe storte, e cammina un po’ come una scimmia, riconoscibilissimo già da lontano. Adolfo e Mario pescano, insieme ascoltano lo sciacquio del lago: a volte i loro pensieri si rincorrono. «Guarda che il lago è mio – scherza uno dei due; e l’altro gli ribatte – È mio, invece, è mio».

Improvvisamente poi il sussulto esaltato del vecchio, e il suo grido gioioso: «E questo pesce è mio!», mentre tira su dall’acqua una tinca brunita, lunga e asciutta. Mario sorride, non è invidioso: sono due a uno, e adesso comincia il bello della gara. Di solito vince Adolfo, è una vita che pesca; però è capitato che il ragazzo sia riuscito a surclassarlo. Raramente, ma è successo. Passano due ore così, il vecchio e Mario, e intanto il sole si fa più caldo, il paese si anima, molti curiosi si fermano dietro di loro a commentare la pesca, a tormentarli di battute sempre uguali. I due amici sono scocciati, ce l’hanno col mondo che si permette di esistere e di infastidire loro, i pesci, il lago. Anche quest’ultimo reagisce, si agita, schiumeggia a ogni tuffo, a ogni virata di gommone o motoscafo; non è più lo stesso di prima.

Ecco che arriva una coppia giovane di tedeschi, biondissimi, sbrindellati, e si mette in mezzo a loro. Dieci metri ci sono tra Mario e Adolfo, e questi due si piazzano proprio tra di loro: stendono per terra gli asciugamani, appoggiano un borsone a righe bianche e blu, e due bottiglie di birra già iniziate. All’interno dei dieci metri che dividono Adolfo da Mario. Poi inizia il rito della svestizione: lei sbottona la camicia di lui, lui sfila gli shorts a lei. Si sbaciucchiano. Mario li guarda con la coda dell’occhio, irrigidito. Si volta verso il vecchio, che ricambia lo sguardo sornione. «Proprio qui dovevano venire…», pensa il ragazzo, e stringe con tanta forza la canna che i tendini del polso gli si evidenziano in rilievo.

I due turisti cominciano a spalmarsi di crema abbronzante, e un odore dolciastro rimane sospeso tra aria e acqua, fastidioso. La ragazza squittisce a ogni carezza eccessiva di lui, finge di arrabbiarsi, gli dà schiaffetti leggeri sulle mani. Poi si volta a pancia in giù, e il suo amore le increma la schiena,con movimenti tranquilli e regolari, suggerendole parole dolci, che la fanno sorridere. Le si stende vicino, ogni tanto le accarezza i capelli, e restano a prendere il sole uno accanto all’altra, buoni come due bambini. «Se rimanessero così fino a mezzogiorno», pensa Mario che ha già preso una decina di pesci, e vorrebbe almeno raddoppiare entro sera. Ma lei dopo un po’ si gira supina, e lui la imita; parlottano e ridono fitti, poi lui beve mezza birra, lei sfila dal borsone una radiolina e la sintonizza su un programma di musica da discoteca, a volume non eccessivo, ma sufficientemente alto da disturbare i pensieri dei pescatori, il guizzare in superficie dei pesci. Adolfo bestemmia, a voce bassa, ma Mario intuisce benissimo la sua irritazione: vede che armeggia intorno alla canna, e lo sente avvicinarsi.

«Tientelo, il lago. È tutto tuo, oggi». Ha i lineamenti irritati, il vecchio, la voce stizzita. «Io resto. Si stancheranno prima loro» risponde Mario. «No, caro mio. Si stancheranno prima i pesci…». Adolfo gli allunga una manata sulla spalla e si allontana dondolando sulle sue gambe storte.Mario resiste, radio e abbronzante non sembrandogli un motivo sufficiente per fargli rinunciare al suo impegno, verso se stesso e verso il lago.

La musica però lo distrae, e anche i movimenti ritmici che la ragazza accenna col busto, muovendo le mani nell’aria, schioccando le dita. È carina, questo Mario deve riconoscerlo. Ha lineamenti fini, occhi e capelli così chiari da sembrare dipinti. Gli pare di aver capito che si chiami Sophie; non che gli interessi, a Mario, ma è un nome che le sta bene. Lui invece, il tedesco, è alquanto volgare, con le sue spalle da bodybuilding, la catena d’oro al collo, il costume attillato. Sicuramente guiderà una moto d’alta cilindrata. Del nome di lui, a Mario non importa proprio niente. Gli sembra che lo stiano guardando, e sorridano. Si irrigidisce ancora di più, appeso alla sua canna come a una scialuppa di salvataggio. Fissa gli occhi sull’orizzonte, all’acqua che manda riflessi dorati, e il cielo sembra il lago, e viceversa: confusi uno nell’altro, fusi.

Alle sue spalle, i due sghignazzano nella loro gutturale lingua, incomprensibili ma chiarissimi nel desiderio di sfottere, e ferire. Poi, come un lampo, Mario li vede alzarsi in piedi, prendere una breve rincorsa e tuffarsi, allegri e rumorosi, proprio vicino al suo galleggiante. Quando riemerge dall’acqua, Sophie gli rivolge un sorriso di sfida, che tuttavia non lo offende perché, mio Dio, è così bella, così bella!

Mario è muto, immobile, incantato, con la sua inutile canna da pesca, monumento di inerzia di fronte alla vivacità. Si sente vecchio, incapace di vivere: e lei, invece, come sembra a suo agio in ogni elemento, come domina l’aria, l’acqua. Ecco che si mette a nuotare, a bracciate eleganti, sicure; poi si volta sul dorso, sbatacchia un po’ i piedi, chiama «Klaus! Klaus!», e il tedesco la raggiunge veloce, le sputa addosso l’acqua di cui si è riempito la bocca, e lei protesta, fa versacci. Tra una nuotata e l’altra si abbracciano, si spruzzano, lei sale sulle spalle di lui e poi si tuffa di lì, e a ogni esibizione controlla se Mario per caso la stia guardando, e Mario allora gira subito gli occhi da un’altra parte.

Ma il lago, il lago non protesta di fronte a tanto spreco di energia, alla goduria esibita di quei due che vengono da lontano, e la fanno da padroni? Certo si sentirà offeso nella sua silenziosa sacralità, violato nella sua nobile serenità, e il ragazzo che pesca gli dà ragione. I due si avvicinano al pontile, si vede che sono stanchi, salgono la scaletta rabbrividendo e si precipitano poi ad asciugarsi con movimenti frenetici.

Mario pensa che ormai sarebbe opportuno per lui rinunciare, mettere via gli attrezzi, perché i pesci, spaventati e resi più cauti da tutto quel  movimento e rumore, certo non abboccheranno più. Tuttavia qualcosa lo trattiene lì, e lui non sa bene cosa. Forse la voce allegra di Sophie, la sue risatine stupide; forse la speranza che lei di nuovo lo guardi. È chiaro che fa l’oca, lo vuole provocare; ma Mario non ci sta a questo gioco, non gli è mai piaciuto. Solo, vorrebbe tanto riuscire a pescare un lavarello, di quelli grossi, e mostrarglielo come un trofeo, a lei e al suo uomo, magari regalarglielo come ricordo del lago.

Fa molto caldo, ormai; decide di togliersi la camicia, anche se si vergogna un po’ della gracilità delle sue spalle. Spogliandosi, osserva i due tedeschi a pochi passi da lui, di nuovo sdraiati bocconi, di nuovo intenti in tenerezze reciproche. Sophie si è tolta il reggiseno e la pelle arrossata rivela i segni delle spalline, il suo compagno è peloso anche sulla schiena. Mario non ama, a differenza dei suoi coetanei, la nudità esibita dei corpi. Neanche quella delle anime, a dire il vero. Preferisce la discrezione nella figura e nei discorsi, e tenersi lontano da ogni volgarità. Per questo guarda il dorso indifeso e scottato della ragazza con una curiosità infastidita di se stessa, ben deciso a non lasciarsene turbare. Però se lei si solleva improvvisa sui gomiti, e lo fissa, così, bionda e sirena, Eva e Beatrice, ecco che Mario non è più lui, e la canna gli scivola via dalle mani, e si volta deciso a cercare salvezza nell’azzurro purissimo del lago: il suo tuffo di testa è perfetto, le sue bracciate vigorose e impazienti.

Battere l’acqua, colpirla, punirla; cancellare dai pensieri Sophie impudica e bellissima; non concedersi tregua, vincersi. Mario nuota, si allontana dalla riva, al largo, via da tutto.

«È mio, il lago. È mio», pensa.

 

Lietocolle, Faloppio 1998 e in Qualcosa del genere, Italic Pequod, Ancona 2018

 

TANGO DELLA GELOSIA

TANGO DELLA GELOSIA

Ricordo tutto di quella mattina. Già che l’ho dovuto ripetere tante volte, e poi me lo sono rivisto nella mente come fosse stato un film al rallentatore. Mi ricordo anche i miei pensieri, quello che era accaduto prima; tutto, insomma, fino a quando Gelmo è caduto e la musica suonava suonava, e mi sono messa a urlare.

Noi apriamo alle sei e mezzo, perché molti prendono la metro prima delle sette, impiegate, infermieri, chissà che turni fanno.
E allora devono bersi il caffè, gustarsi la brioche fresca. Io ero lì come sempre, più addormentata del solito perché non avevo riposato abbastanza. La notte c’era stato tutto quel fracasso per la partita, i tedeschi avevano spaccato le vetrine in centro e i nostri coi caroselli di macchine, i clacson, le bandiere, proprio una provocazione. Con quel caldo e tutte le birre in corpo. Bestie, sono bestie, i tifosi. Mi ero portata dietro Gelmo perché non stesse in strada, magari scendeva con la metro fino al Duomo; lui non si rende conto dei pericoli, mi dicevo, può capitargli qualcosa di brutto; meglio portarlo con me al bar. Ed ero lì con lo straccio in mano che lucidavo il bancone, ancora non si era visto nessun cliente. Avevo acceso la macchina del caffè, svuotati i portacenere della sera prima.

A Gelmo gli avevo dato la scopa, non che mi aiutasse molto, poverino. Puliva sempre lo stesso punto, ripeteva: “Qui c’è sporco, mamma, qui c’è sporco”. Era ossessionato dalla polvere. E pensare che mio marito gli aveva voluto dare quel nome importante, da re, da generale, perché diceva che nostro figlio sarebbe diventato qualcuno. Guglielmo. Poi, quando l’abbiamo visto che cresceva così, abbiamo cominciato a chiamarlo Gelmo. A volte anche Gelmetto: i clienti, per sfotterlo, perché lui era un omone alto uno e novanta; non ha preso da me, se non la bocca e quei riccioloni castani. Un armadio, pareva, con la scopa in mano e il suo grembiule bianco candido allacciato in cintura. Me lo rivedo davanti così; che faceva “mmm” dietro alle canzoni della radio. Aveva orecchio per la musica, ma non ricordava mai le parole: allora mugolava, tutto contento come un bambino.

Io me lo guardavo mentre lucidavo il banco; è incredibile come sia difficile far sparire il cerchio lasciato dal fondo dei bicchieri sull’alluminio, ci vuole a volte un acido e tanto olio di gomito perché non rimanga l’alone. “Gelmo”, gli faccio, “ce lo beviamo un caffettino?” Lui sorrideva e scuoteva il suo testone, e io lo sapevo già da prima, glielo avevo chiesto tanto per ridere, ma lui il caffè non l’ha mai amato. Diceva che gli amareggiava la lingua. Certe volte era spiritoso senza volerlo, aveva delle trovate, non se l’era mai cavata bene con l’italiano. Le elementari sì, le aveva finite giuste, in cinque anni con l’insegnante di sostegno, una maestra così brava… Ma poi alle medie era stato un disastro, non si capiva coi professori, ha ripetuto ogni classe due volte. E si è andato chiudendo, sentiva l’umiliazione di stare sui banchi coi ragazzini, lui che era già un uomo fatto. Stava zitto per ore, sorrideva al vuoto.

Non è mai stato violento, Gelmo, mai, mai. Chissà, però, cosa aveva dentro quando cercava la polvere nei raggi di sole, e diceva di volere “tutto pulito, tutto pulito”. È successo dopo il giornale radio. Sono sicura perché mi avevano preoccupata le notizie dei disastri a Cordusio, vetrine in pezzi, feriti, cinquanta persone in questura. “Hai sentito, eh, Gelmo? Disgraziati! Era meglio se se ne stavano a casa loro, questi tedeschi…”  E lui aveva ripetuto “Questi tedeschi”. Mi imitava, in quello che dicevo e anche nei gesti.

E’ stato allora che è entrata lei. Io ho capito subito che era straniera, e non solo per quei capelli biondi, lunghi, quegli occhi così chiari… Soprattutto perché era a piedi nudi, e con un prendisole tutto scollato, bianco, che le arrivava a metà polpaccio. Sono calorosi, gli stranieri, appena vengono in Italia pensano al mare, al sole, si mettono quasi in costume.

“Signora un bicchiere d’acqua per favore”, mi dice con un accento molto forte, come parlano loro. Sig-nora, con la g dura. Per fafore. Bella? Non so dire, io, se era bella. Certo era una che faceva colpo, gli occhi grandi, azzurri come l’acqua minerale nelle bottiglie di plastica. Era freschino per andare in giro così mezza nuda, alle sei e mezzo di mattina, a fine giugno di un giugno un po’ freddo. A Gelmo le bionde erano sempre piaciute, il tipo esile e pallido. Non se ne vedono molte, dalle nostre parti. Lei non lo aveva neanche notato. Ma lui si era bloccato con la scopa in mano: come folgorato la fissava mentre beveva a sorsate lunghe, e si spostava la frangia dalla fronte. Secondo me non aveva dormito, dopo la partita era andata in giro coi suoi amici e chissà come era arrivata al nostro bar, tanto lontano dal centro. A Gorla, che è quasi verso Sesto S. Giovanni. Fosse drogata? Forse aveva solo sonno, gli occhi annebbiati; le unghie delle dita orlate di nero, questo me lo ricordo bene. Stava cercando nel borsellino, e io le dicevo: “Lasci perdere, lasci”, che volevo regalarglielo, il bicchiere d’acqua. Avrà avuto diciotto anni.

Anche queste madri tedesche, lasciar andare così lontano ragazze tanto giovani; io non so. Mentre cercava i soldi è cominciata quella canzone, strano, una canzone di tanto tempo fa. Il tango della gelosia”, però lo cantava Celentano, con un arrangiamento moderno e la fisarmonica, e un po’ di atmosfera nostalgica. Si sa come sono i tedeschi, no? Che amano molto la musica. La ragazza butta il borsellino sul banco e fa qualche passo indietro. E poi, leggera sui suoi piedi nudi, si mette a girare tra i tavolini del bar, allarga le braccia, si dondola. Non ballava il tango, no, anche perché il ritmo non era proprio quello.
Maledetta, quella canzone. “Amore vuol dir gelosia… Per chi è innamorato di te…”. Non la voglio più sentire.

E la biondina girava, la gonna le si gonfiava sulle gambe. A me veniva da ridere; guardo Gelmo per fargli segno che quella era ubriaca. Ma lo vedo con una faccia che mi spaventa, gli occhi fissi, il viso teso e arrossato, le mani aggrappate alla scopa. Io e suo padre ci siamo chiesti tante volte chissà se aveva mai avuto una donna, secondo me a ventidue anni suonati non l’aveva mai fatto, era ancora innocente come un bambino. E comunque in quel momento io ho avuto paura di mio figlio, mentre lei gli ballava davanti agli occhi, rovesciava la testa, gli mostrava la pelle tenera e bianca sotto le ascelle.

L’altro è entrato urlando, al collo una sciarpa con i colori della Germania, in mano una bottiglia. L’ha fracassata per terra, vetri dappertutto, schiuma di birra sul pavimento. Chissà Gelmo cos’ha pensato di tutto quello sporco. Poi si è diretto verso la ragazza, urlava in tedesco, non capivo niente ma era una bestia. L’ha afferrata per i capelli, ripeteva sbavando la stessa parola, e lei strillava. La prende per un braccio, fa per tirarsela dietro, le storce una mano, quella grida. Io non so se il cuore mi si era fermato o mi batteva da uscirmi dal petto.

Vedo Gelmo andargli addosso, a lui, con la scopa tesa sulla sua testa. Vedo che quello si scansa e poi gli si butta contro di peso, la ragazza in un angolo, e Gelmo che vacilla, gli cade per terra la scopa. Quello lo picchia; un pugno, una sberla, non so, e mio figlio col dietro della testa che batte proprio sull’orlo del banco, davanti a me, e crolla a terra. Un tonfo, ho sentito, mio Dio, che mi sveglio ogni notte con questo tonfo nelle orecchie.

Loro due scappano, la canzone suona, Gelmo è per terra, non lo vedo. Solo un po’ di sangue sull’orlo del banco, non tanto. Mi sembra che non sia mai venuto via del tutto, è rimasta come una macchia. Provo ancora con l’acido a grattare, “tutto pulito”, mi ripeto, ma l’alone si allarga.

 

In Qualcosa del genere, Italic Pequod, Ancona 2018