COSE

COSE

 
 
Non sanno come rifiutare, gli oggetti; dire di no
alle pretese indelicate di noi che li afferriamo, li consumiamo
senza ringraziare, senza scusarci, abusandoli.
La sedia (ad esempio) ci sopporta, materna accoglie
la nostra stanchezza, non si lamenta del peso
impassibile sorretto. Coi piedi strusciamo
i suoi piedi, dondolandoci, e lei rimane solida
paziente, fedele al posto in cui viene abbandonata
quando – stanchi di fissità – decidiamo di alzarci, andiamo via,
ingrati. Ci seguirà con il suo sguardo cieco,
col suo pensiero immobile, sottomessa
al destino che le spetta: per cui è stata
costruita. Prona alla nostra padronanza
presuntuosa e indifferente.
 
*
 
In cucina sta il tavolo, sgombro o apparecchiato,
agghindato per le feste in famiglia, lercio
di briciole macchie di vino avanzi di cibo
dopo notturne bravate di commensali
allegri: ma stabile tollerante ospitale,
disposto a fare da paciere nei litigi,
a glissare su bugie, su tradimenti. Ci si sono
appoggiati gomiti di uomini piangenti,
di spose che aspettavano trepide un ritorno
pentito; mani unte di operai, volumi spalancati
su lezioni da imparare, ricevute cambiali telegrammi
biglietti d’addio… Più antico degli avi di casa,
encomiabile modello di dedizione e ascolto.
 
*
 
Sul tavolo le chiavi, che ci portiamo dietro
nelle borse, o in tasca, tutto il giorno:
garanzia di ritorno e accoglienza,
nostro apriti sesamo scongiuro, ancora di salvezza,
certezza della porta che ci aspetta e si aprirà,
docile balia, approdo, mettendoci al sicuro
dal fuori tenebroso. Chiavi di serrature
blindate perché non ci fidiamo, temiamo
sfondamenti violenze ruberie: vorremmo catenacci,
fili spinati, allarmi, ronde notturne,
e brandiamo le chiavi come armi, freddo metallo
dentato, in difesa di noi e del possesso.
 
*
 
I libri amici aspettano di essere riaperti, sorpresi
con tremore da chi riconoscente li ha imparati, sfruttandone
le righe, gli affettuosi tormentanti insegnamenti. Stretti vicini,
si sostengono sugli scaffali, offrono titoli incisi sul dorso
allo sguardo curioso che li interroga, e cataloga ordinato
nel pensiero, ritrovando entusiasmi di memoria. Uno a caso
è sottratto all’esercito uniforme, indagato nei segni a matita,
nelle pagine sgualcite, a spiare una traccia intuita e poi
persa, stupidamente dimenticata. Ecco la frase, il verso,
la parola: punge il mattino, consola la notte irriducibile
al sonno, fa compagnia al silenzio. Non sa tradire, un libro;
rimane – identico a se stesso, disponibile, discreto.
 
*
 
Il fuori che ci è dentro alimenta pensieri e nostalgie,
la voglia di tornare a quello che non siamo: attraverso
i vetri trasparenti invadono la stanza i colori del giardino,
le luci dei fari, visi lontani dei lontani vicini. Li guardiamo
stupiti, spettatori a cui è permesso di osservare
senza eccessivi coinvolgimenti. Ci difende, la finestra,
ci ripara dal troppo dell’esterno, dalle incaute sofferenze
di chi senza volerlo è testimone; eppure, con cautela,
possiamo dichiararci partecipi, affacciati in fratellanza
all’accadere altrui, al quotidiano esserci del mondo.
Restiamo nelle nostre cucine, nelle camere da letto, al riparo
da moleste invasioni, e scrutiamo con attento riserbo
dolori e gioie che non ci appartengono.
 
 
 
 
 
 
 In Elegie del risveglio, Sigismundus, Ascoli Piceno 2016