DE SIMONE

ANNA DE SIMONE, LEOPARDI A TRIESTE CON VIRGILIO GIOTTI – INTERLINEA, NOVARA 2015

 Far rivivere Giacomo Leopardi a Trieste? C’è riuscito Virgilio Giotti (1885-1957), poeta di “sommessa, ritrosa e assoluta grandezza”, secondo Claudio Magris; “vittima silenziosa, non mai arreso, non mai piegato”, secondo Pier Paolo Pasolini. In un prezioso e attento volume, quasi devotamente ammirato nei riguardi della voce pacata, sobria, ma consapevole dei propri mezzi di questo schivo e trascurato autore, Anna De Simone ci accompagna alla riscoperta di una città raccontata in dialetto, con uno stile che sembra cullarsi nell’eco dei canti leopardiani. Lo fa commentando temi e toni dei versi di Giotti, e confrontandoli con i temi e i toni dell’illustre recanatese: non imitato, ma assimilato nel profondo e fatto proprio, forse perché (come scrisse Biagio Marin) lo sentiva a lui “consustanziale”. La finezza della curatrice del volume è consistita, oltreché nel commento puntuale e sensibile di ogni composizione, nel proporre al lettore fotocopia di molte pagine del volume dei Canti leopardiani di proprietà di Giotti, da lui postillate con grafia minuta, sottolineate a matita, evidentemente studiate con passione.

Per inquadrare l’uomo, prima ancora del poeta, è necessario rendere conto a sommi capi della sua dolorosa e difficile esistenza, trascorsa tra lutti, persecuzioni politiche e una dignitosa ma ostinata povertà. Nato a Trieste nel 1885 da famiglia di origini austriache (il suo vero cognome era Schönbeck), da ragazzo studiò pittura, e per tutta la vita frequentò ambienti artistici. Fuggito in Toscana per sottrarsi alla leva militare, sposò qui una studentessa moscovita, da cui ebbe tre figli. Negli anni ’20 tornò a Trieste, trovando un modesto impiego comunale. Pubblicò le prime poesie su riviste e in plaquette, ottenendo giudizi lusinghieri da Montale, Pasolini e altri importanti critici. I tre figli conobbero a vario titolo la persecuzione fascista, e furono obbligati al confino al sud; i due maschi morirono in Russia, durante la guerra. Altre gravi perdite familiari, e tristi vicissitudini economiche, rattristarono gli ultimi anni della sua vita, fino alla malattia cardiaca che lo uccise settantaduenne.

Il triestino di Virgilio Giotti è un dialetto particolare, che come hanno messo in luce importanti studiosi quali Gianfranco Contini e Franco Brevini, non ha nulla di “veramente vernacolare”, non fa concessioni “al colore locale o all’agiografia municipale”, mantenendo invece un certo rigore letterario, di cultura classicheggiante e confronto assiduo con la tradizione poetica italiana (Leopardi, appunto, ma anche Pascoli e Di Giacomo) e straniera (dai lirici greci, ai cinesi, fino a Rilke). Bisogna infatti considerare che Trieste è città friulana, di una regione ai confini, che ha assorbito nei secoli influenze culturali e linguistiche austriache e slave, modellando il suo dialetto secondo un ritmo più scabro rispetto alla melodiosità cantilenante del Veneto. Quest’ultimo zona di pianure, fiumi placidi e lagune, mentre la terra giuliana è mare, bora, alture, secchezza carsica. Virgilio Giotti nella sua scrittura si è misurato con pochi, assidui, temi: la casa, la natura, l’amore, la famiglia, la morte e il dolore. Sono i temi universali della poesia, ma da lui mai affrontati di petto, semmai sfiorati con un pudore che cercava di evitare la retorica, soprattutto nelle chiusure improvvise e smorzate. Il mito della casa, per chi ne aveva perdute tante (distrutte dalla guerra, da frane, o abbandonate per trasferimenti obbligati e sfratti), condensava in sé il senso degli affetti, del tepore familiare, della confidenza e del raccoglimento, simboleggiato essenzialmente dalla solidità della tavola da pranzo («la tola con la tovàia bianca»), intorno a cui riunire i propri cari: «Su la tola / la tovàia la splendi, che la iera / zénere diventada; e el vin bevudo / con ti insieme ga el bon savor de prima», «Mi gavevo ‘na casa; / ‘desso no’ la go più; / ‘desso vivo per strada, / in sto paese qua», «E tornarà la casa ciara, come / prima: saremo indrio felizi; sì, / sì, no’ se vero? O per sempre infelizi / diventeremo, pòvari fra i pòvari», «Davero mi me sento / solo con ti, mia casa. Co te torno, ogni volta / i mii oci i te basa, // Te torno come el sposo / che torna de la sposa, / che nel su’ sol, via i cruzzi, / beato el se riposa. // Rivo suso, mia casa, / e ‘pena che son drento / stanchezza e mal de gambe / i sparissi. Me sento / de colpo calai i ani / e san».

Tra le pareti della casa-rifugio continuano a vivere, nel ricordo, i vecchi genitori (“i veci che ‘speta la morte” sono un’altra costante nella narrazione poetica di Giotti), le tre sorelle precocemente scomparse; e la moglie, i figli piccoli (“i fioi, i pici, i putei”), poi cresciuti e allontanati dalla guerra e in guerra uccisi, la figlia con i nipotini adorati. «E stemo insieme, e tuti / insieme spassegiemo; / e se metemo in tola / e magnemo e bevemo // pulito, e se vardemo / un co’ l’altro nel viso; / e in pase se parlemo: e semo in paradiso».

Il paradiso giottiano è colorato, per lo più azzurro e verde, avendo per sfondo il mare o la campagna intorno a Trieste, osservati con meraviglia e gratitudine, quasi fossero un miracolo quotidiano offerto a chi guarda, e descritti con limpidi tratti impressionistici: «Mar e campagna che se ga incontrà! / Diese minuti de felizità / par mi!», «Dismontà del tranvai / son ’rivà in paradiso. / Ma cossa, cossa mai / xe nato ogi, diseme, / in ‘sto canton de mondo? // Ziel, muri, àlbori, monte, / tuto ‘na maravea! / Se go due oci in fronte / son contento de viver, / d’esser ancor al mondo…», «se vedi, come un zigo / picio e alegro, tre o quatro // maciete de colori: bianco, rosa, zaleto, zelestin. Un careto / de gelati se vedi!”; “me go sintì, dormindo, / ‘torno la primavera. / Me la insognavo, e iera / quel sogno come un senso // del zeleste, del rosa / d’un sol de primavera, / che ne spècia per tera / ne l’àqua de la piova, // un senso de ombre ciare / che se movi col vento. / Me sintivo contento / senza saver de cossa».

La filosofia che sta alla base della scrittura di Virgilio Giotti è quasi oraziana, domestica, di una tranquilla semplicità: rimpianto per la giovinezza, speranza di un futuro migliore, rassegnazione per quello che non si è riusciti a ottenere. Nessuna recriminazione, rabbia, volontà di rivalsa, invidia: accontentarsi del poco che può offrire «una bela giornada», «el bel tempo», un’amicizia, il vino bevuto in compagnia, essendo consapevoli della propria transitorietà nel mondo: «E el pensier me vien su, davanti i oci, / che co’ ‘sti stessi cruzzi, / co’ ‘sti stessi tormenti moriremo, / senza ‘ver fato gnente. / E el nostro viver sarà stado come / una cativa note, / che no’ se pol dormir, né far qualcossa / remenarse in t’-el leto, / o andar in qua e in là. / E podaremo disperarse alora, / sigar de voler ‘ver un’altra vita: / nissun ne la darà».

Terribile pensare come quest’uomo mite, che alla sorte aveva chiesto davvero poco, abbia pagato così tanto in termini di dolore e sofferenza, senza nemmeno trovare consolazione in un doveroso riconoscimento letterario: infatti Colori, il volume complessivo delle sue poesie, venne pubblicato da Ricciardi nel 1957, qualche settimana dopo la sua morte. Ristampato da Einaudi nel 1997, oggi non risulta più disponibile.    

 

© Riproduzione riservata          «Il Pickwick», 13 febbraio 2018