GIUDICI

GIOVANNI GIUDICI, IL MALE DEI CREDITORI – MONDADORI, MILANO 1977

Con il suo ultimo volume di versi, Il male dei creditori, Giovanni Giudici riprende il discorso iniziato in O Beatrice, accentuando qui una ricerca formale là ancora in embrione, ma lasciando pressoché inalterati i temi della precedente raccolta. La poesia di Giudici vive infatti sempre in dimensioni ristrette, quotidiane, che pur essendo esemplari di un’esperienza individuale, arrivano a rappresentare una realtà comune a molti. Ma definibile come propria di un solo ambiente, quello medio-borghese: quello, per spiegarci, della casa in città non proprio centro ma neanche periferia, del posto di lavoro di un certo prestigio ma alienante, dei party non disertati ma nemmeno amati. E queste nuove poesie sono ancora belle poesie borghesi che raccontano una vita borghese vissuta con contraddizioni borghesi. I temi sono sempre quelli, tipici, di Giudici: la morte come spettro e immagine persecutoria; la donna come tentazione e peccato, in primo luogo, ma anche come desiderio di pace, promessa mai mantenuta, ancora di salvezza; Dio come luce e riscatto; il corpo come fisicità animale ma anche come decadenza, invecchiamento, dissolvenza; il fantasma del padre, infine, che domina «lui dio re patria e duce calpestante». Ma ciascuno di questi “chiodi” non è che un aspetto di quello che, solo, spiega tutto Giudici, la sua angoscia: cioè il senso di colpa provocato da un peccato razionalmente riconosciuto e circoscritto, ammesso con ironia e giustificato, un peccato che è fondamentalmente di infedeltà. Da questo peccato non c’è pena che assolva, se anche con la penitenza sussiste il dubbio di sbrigarsela troppo facilmente. Se questo del peccato è il nodo centrale, la sofferenza più grossa che si intuisce alla base di queste poesie, a controbilanciare questa colpa sta appunto la presa di coscienza del tradimento, e il conseguente dibattersi in una penosa contraddizione: «Il fatto è che non si / ha coraggio di camminare / sull’acqua senza paura / di sprofondare». Ma il fatto è, soprattutto, che di fronte alle decisioni irrevocabili e ai tagli netti, Giudici preferisce scappare, rifugiarsi, nascondersi, oppure sfoderare l’arma, tagliente, dell’ironia, ritagliandosi un margine di vivibilità. Questo non voler radicalizzare, cercare un compromesso, è evidente anche da un punto di vista formale, poiché la poetica di Giudici concilia primo novecento e avanguardia, moduli addirittura stilnovisti e strutture tipiche del “parlato”, con risultati spesso egregi. Talvolta si notano delle forzature, delle cadute di ritmo, qualche verso decisamente brutto, ma si ha sempre l’impressione che tutto ciò sia voluto, corrisponda ad una precisa volontà di pungolare il lettore, di infastidirlo, o meglio di non corrisponderlo nelle sue aspettative. Un grande pregio di Giudici è quello di saper scherzare con la sua materia, ma in modo sottile, tanto che ce ne si accorge solo a una seconda o terza lettura: e si può sorriderne, cosa che succede raramente leggendo poesia. Un’ultima annotazione, riguardante la (non) politicità del testo: sulla copertina è scritto che questo libro ambisce a un significato collettivo, civile. Ma in realtà qui il collettivo è sentito come minaccia, a volte violenza, sopruso: e tutto è privato, è personale. Dove si potrebbe trovare un indizio di poesia civile (in due soli testi: Balducci e Immaginando Gramsci) abbiamo invece una trasfigurazione soggettiva di personaggi non più politici, ma colti in una loro individualità limitata: gag, macchiette. Il dovere di «dare un senso di società / alla privata eudaimonia» è vissuto in realtà come fastidioso rimorso, e a esso si rinuncia ancora in nome di una più totale aderenza alla storia privata, di una ricerca dell’isola felice (della poesia?): «O eccoli che farneticano talvolta / non si deve privatizzare / in queste ecatombe l’esistenza, / ma farsi parte di un progetto collettivo, / tuffarsi in quella stanza piena di fumo / dove il giusto o l’errore sono di molti…  / E tutto ciò per non dire che ha bisogno / di legittimità la povera bocca / quando resiste alla lingua ansiosa di rifugio».

«Quotidiano dei Lavoratori», 29 aprile 1977