HANS CASTORP C’EST MOI

HANS CASTORP C’ EST MOI

(0maggio a Giovanni Giudici, rileggendo la sua La Bovary c’est moi e La montagna incantata di Thomas Mann)

I

Deve essere stato l’abbaglio di un momento
un tac di calamita da una parola mia o sua.

Da quale frase o sorriso a metà,
gesto delle tue mani nell’aria sospeso:
è stata forse la tua falcata, imperiosa
benché impacciata, maga Midons, encantadora;
oppure un sortilegio della nebbia di Davos
da cui sei uscita – porta sbattuta, mia matita
imprestata. Ma ti amo, e sobbalzo
a ogni passo di dama, e ti indago il pensiero
caso mai fosse vero, fosse possibile che.
Se non sai cosa amare, scegli me.

II

mio amore quanto errore e dolore ci divide
quanto futuro senza futuro si spalanca.

Pensami nella mia stanza che assomiglia alla tua,
ed è diversa, su un altro piano. Pensami
sul balcone a provarmi la febbre che non scende.
Mia malata senza domani, sei il mio male
e non guarisci, non migliori: disperata
mi allontani da un futuro indiviso, indivisibile,
che non temo perché non lo amo, destinato
com’è a non averti. Di noi il medico dice
«Abbiate cura della vostra salute»;
ma non sono i polmoni, non capisce.

III

sul fruscio tra gomme e asfalto o dov’è neve
questa luce ti arrivasse questa ombra

Potessi essere tu le pagine che sfoglio
di un volume dell’enciclopedia; lucide, intonse
alle mie dita che tremano dal freddo
e per amore. Fossi tu la pace che è il tuo corpo
quando lo intravedo di sfuggita, ombra
che cammina per la strada in salita, o seduta
in distanza al ristorante. Pace ai miei occhi
i tuoi occhi chirghisi, e labbra finalmente
sulla pelle che scotta. Pensiero nella mente
capace di spazzare le paure, i malocchi.

IV

Lontano come la luna mi domando come puoi
dirmi se è stata quella davvero l’ultima volta .

Dove sarai, mi chiedo, in quale tempo
e spazio fuggita, nascosta al mio bene
divenuto insopportabile? Partita senza dirmelo,
che era l’ultima volta e davvero, stavolta.
Se l’avessi saputo, avrei preparato un addio
come si deve, e non il saluto di sempre:
e ti avrei imparato a memoria, il vestito,
le scarpe, le parole taciute. Storia
della mia vita, non può essere che senza
preavviso, senza ripensamenti, tu sia finita.

V

Quale dei lunghi treni ti porterà?
Quale dei lunghi treni ti avrà portato?

Ma sono sicuro che ritornerai.
Me lo dico guardandomi allo specchio,
e mi vedo più vecchio da quando sei andata.
Sbatterai al tuo solito la porta
un mezzogiorno come tanti, trasaliranno
camerieri e pazienti, ma io no:
e non mi volterò al tuo passo strisciato,
anche se  senza fiato e trionfante –
potrei stringerti, stritolarti felice.
Mia signora e padrona, o beatrice.

VI

ma veri i giorni gli anni che per sempre
non ti avrò.

Almeno nel sonno ritorna, eterno presente
di un sogno che sappiamo tale, tu ed io.
E non allontanarti più di tanto, non sparirmi
del tutto: se dicessi una parola come Dio,
lo sai, sarei salvato. Invece eccomi qui,
reso a un peccato di scarsi amori stupidi,
perché tu non ci sei, né ci sarai,
viva nella mia carne e nei miei giorni.
O poterti abolire! Mandare via.
Chiamarti amore. Minne Beatrice Maria.

 

 

In «Hortus» n. 18, II semestre 1995; in Litania periferica, Manni, Lecce 2000; in Omaggi, Einaudi, Torino 2017.