IN CORNICE

IN CORNICE

“Incorniciamo momenti” riflette. “Non visi, non parole”. Sono solo i momenti che pretendono la nostra memoria, anche se poi si confondono, sfumando i contorni del tempo in cui li abbiamo vissuti. Cos’era stato, e quando, il primo sguardo innamorato di Enrica? In che anno aveva mentito per difendersi, a che età si era scottata la lingua bevendo il caffè, in quale mare si era tuffata con gli amici di notte? Adesso cammina, aspetta un aprile, una nuova estate, un altro autunno. È appena mattina. Non sa esattamente dove andare, a chi accompagnarsi. Si guarda intorno come non avesse mai preso coscienza di quello in cui inciampa: con i piedi, con gli occhi. Una certa vaghezza lentamente le occupa l’anima, quasi si stesse allontanando da tutto, persino dai suoi confini di pelle. Ma vuole resistere, e in questa resistenza tenera e tenace, esistere. Arriva un autobus, il 94. Enrica sale, paga il biglietto, si siede nell’unico posto libero in fondo, che pare attendere proprio lei. Fronte appoggiata al finestrino, il fuori della strada le scorre davanti con la vivacità di svariati colori, movimenti, suoni. Lei non li possiede, non sono suoi. Non le appartiene il battito sprecato del mondo, la vita incosciente che brucia senza accorgersene.
Un ragazzo in motorino sfreccia tra le auto in colonna, sgusciando in spavalde gimcane a ostacoli per provocare con la propria insuperabile agilità imponenti fuoristrada, ridicole utilitarie, lussuose decapottabili. Si becca improperi da bocche inutilmente spalancate, occhiate furiose, stizziti ululati di clacson: sorridendo impavido solleva il braccio destro, alza il dito in un gesto di scherno. Al rosso prolungato di un semaforo, trionfa spudorata e chiassosa la pubblicità di un negozio di scarpe: Svendita eccezionale, annunciano cartelli cubitali, Saldi! Saldi! Saldi! Saldare, cosa significa? Enrica ripassa mentalmente sinonimi – unire, fondere, risarcire, cicatrizzare, liquidare… – per attutire il sobbalzo del cuore che resuscita un dolore sepolto. Davanti a un palazzone, sede probabile di qualche ufficio amministrativo, si è formato un capannello di persone già stanche prima di iniziare la giornata: si troveranno di fronte impiegati irritabili, moduli incomprensibili da compilare, litigi per la precedenza nella fila. In vacillante equilibrio presso la porta posteriore dell’autobus si spintonano quattro o cinque donne, ansiose di precipitarsi all’esterno per unirsi al pubblico dei questuanti. Tra loro, una ragazza con gli auricolari canticchia una canzone famosa, a voce bassa, ma ben udibile da chi le è vicino: «Yesterday, all my troubles seemed so far away». A Enrica sembra un presagio, un’indicazione inviatale dal destino, e le viene da proseguire sulle stesse note con le parole successive: «Now I need a place to hide away…». Lei sa dove conduce il 94, lontano dai rumori della città, verso una periferia campestre: lo sanno i pochi passeggeri che sono rimasti seduti, sparsi nella vettura: taciti, immobili nei loro pensieri, in attesa. Sa cosa si nasconde in fondo allo stradone sterrato, che dall’ultima fermata si allunga tra prati incolti, pozzanghere, muri di case abbattute. I suoi pochi compagni di viaggio si dirigono lì. Scende con loro. Ma quando svoltano verso l’abbazia, non li segue. Vanno a pregare, a chiedere conforto, a ringraziare per il dono di un miracolo insperato. Sarebbe ipocrita e vile, adesso, domandare aiuto a qualsiasi dio. Meglio convincersi di non valere nulla per nessuno, nemmeno per improbabili divinità, e accettare di essere inessenziali. L’aria intorno comincia a illuminarsi, a intiepidirsi. Enrica va, procede nei viottoli che si intrecciano, sassosi, tra folte barriere di verde scomposto. Cerca uno spiazzo d’erba, una radura ospitale tra i rovi. La trova. Si siede sull’erba ancora umida di rugiada notturna. Poi si sdraia, occhi al cielo striato di nuvole sottili, bianche. Silenzio e profumo di terra. Si farà sentinella di questo profumo e di questo silenzio. Lascerà che le crescano dentro, che la avvolgano fuori, rendendola invulnerabile. Via rancori, paure, malinconie. Attraverserà il mondo protetta da una pacificata solitudine. Grazia è dimenticarsi, aveva scritto qualcuno.

 

Dal romanzo In cornice. (Ultimo capitolo)

Ensemble Edizioni, Roma 2019