INSANA

JOLANDA INSANA, LA CLAUSURA – CROCETTI, MILANO 1989 –

Seguo le poesie di Jolanda Insana da diversi anni, con quella curiosità intellettuale che rasenta l’ammirazione e non è mai sicura se sia giusto abbandonarcisi o meno. Con emozione, quindi, alcune estati fa, ho atteso la sua comparsa ad una lettura pubblica di poesie ai Giardini Botanici di Roma, in mezzo a un pubblico che scandiva gli applausi a seconda della notorietà (e non della consistenza) degli interpreti; io, ingenuamente forse, cercavo di distinguere i pochi poeti veri da molti autori di versi, badando anche alla risonanza emotiva che mi suscitavano parole e immagini insieme. Jolanda Insana era riuscita a scuotermi, così essenziale in maglione e pantaloni scuri, capelli corti e grigi, voce sicura e profonda. Aveva letto una poesia che si intitolava Bomba, bell’esempio di originalità e forza, tra tanto manierismo-cerebralismo-intimismo. La guardavo, intensa e drammatica, con la sua espressiva faccia sicula, e siccome amo ricamarci sopra (sulle facce e sui nomi) riflettevo che forse la poesia italiana era riuscita a ritrovare una sua Cassandra, fustigatrice e incorrotta. Una che si porta addosso un nome impressionante, “Insana” (opposto al verbo “sana, guarisce”: quindi “ammala, fa impazzire”), con queste due “I” iniziali che pungono come due spilli, non può non essere inquietante, deve esserlo anche poeticamente, oltre che come persona. L’ultimo libro pubblicato dall’Insana si intitola La clausura: titolo che potrebbe voler indicare una vocazione imperiosa in favore dell’esclusione dell’esterno e dall’esterno; ma che potrebbe anche essere stato scelto solo in funzione della sua durezza onomatopeica. Infatti l’esterno (l’altro) rientra, seppure di straforo, nelle pagine di questo volume: e sono ambienti assolati e pagani (Sicilia, Marocco), nordici e severi (Germania), a volte dai tormentati contorni biblici. Si intuisce anche una presenza maschile, piuttosto meschina, e comunque più odiata che amata, puro pretesto alla carica di rancore che vuole esprimersi: «Ti scardo e sbramo e ti scotenno con parole»; «non cardo né canto e non penelopo al telaio /… e non sarai certo tu / che mastichi erisamo a imbudellarmi»; «se è questo che vuoi mi mozzo la mano e te ne faccio / dono… / e dunque mi riprendo la mano e ti carpiono». E tuttavia la prima e dichiarata intenzione dell’autrice è senz’altro metalinguistica, e la sua poetica viene ribadita asseverativamente e in continuazione: «così inforco le parole e le giro per troppa tenerezza»; «e non mi smielo / e sotto i colpi della lettera dura»; «e per troppo fastidiume abbandono le strade / dell’omotonia e svolgo e avvolgo etimologie / apparigliandone la differenza»; «contro ogni evidenza / non comunica nulla la bocca che riafferma che è bocca / nelle pagliose parole capaci di abbrigliare / la stessa eteroclisia che dice la verità della specie…». Poesie rapide e densissime, che si inceneriscono dopo un bagliore accecante: la Insana diffida – è evidente – della lunghezza che stempera e diluisce l’intensità («bevitori di rapidi sorsi / siamo incantati dalla lunga durata»), e demanda al messaggio poetico la folgorazione salvifica del riscatto dal male: «e credo che la parola molto assista chi per lei molto / rischia». Gli artifici linguistici cui la Insana si affida per sconcertare il lettore-preda (poiché questa sembra essere la sua fondamentale aspirazione) sono in primo luogo l’uso/abuso della “s” impura (smielo, sfrangere, sfrotto, sconturba, scardo, scavezzante, sbramo, svolare, sbravanta, spicchio, sgraffia, straglio, scortico, scardoso, sbroda: sono i più espressivi tra i quasi duecento usati…), poi la fusione di parole (affondafantasmi, solincendio, superfluitava, contemplascenari…), i numerosi neologismi, che ribadiscono – anche in seguito a successive letture – una carica difficilmente assorbibile di aggressività, di concentrata violenza. E tale e tanta è questa forza, da risultare a volte squilibrata rispetto all’oggetto stesso della poesia, per cui anche chi sia favorevolmente disposto ad accoglierla, finisce per temere un autocompiacimento eccessivo, un virtuosismo fine a se stesso. Una vox clamans savonaroliana come questa di Jolanda Insana necessiterebbe, forse, di temi pari ai suoi toni.

«Hortus» n.7, gennaio 1990