CAMON

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FERDINANDO CAMON:

ROMANZIERE, POETA, OPINIONISTA

 

  • La materia di Un altare per la madre è la stessa de Il Quinto Stato e de La vita eterna: il mondo contadino. Eppure qui il modo di raccontare è diverso; c’è per esempio un uso meno esplicito del dialetto.

Si tratta infatti di una traduzione da un tipo di dialetto padano a un italiano molto dimesso e scarnificato. Ho fatto questa scelta perché credo sia ora di disilluderci sul fatto che i romanzi possano avere come destinatari un pubblico contadino o proletario. L’arte è un prodotto borghese fatto da dei borghesi che ha per consumatori dei borghesi: l’argomento trattato può anche essere di ambientazione proletaria, ma rimane comunque destinato a dei borghesi. L’importante è non offrire questo argomento al lettore borghese per tranquillizzarlo, per ottenere complicità; bensì si deve, attraverso queste documentazioni, cercare di offenderlo, di insultarlo, di oltraggiarlo, dimostrandogli le sue responsabilità.

  • Quindi, non esiste un pubblico proletario?

No, non c’è. Non si scrive, né si dipinge, né si fa alcuna altra operazione artistica per un tale pubblico, che non recepisce, se ne frega, e ha ragione, dell’arte borghese.

  • Politicamente questa affermazione cosa comporta? Se la classe contadina non è destinataria di alcun messaggio da parte della classe culturalmente dominante, avrà un’evoluzione interna o rimarrà immobile

La classe contadina non ha alcun rapporto con la sinistra, né col PCI né con le altre organizzazioni. Non rimarrà immobile né si evolverà, semplicemente scomparirà. La cultura contadina sta morendo. Morirà, sarà sostituita da un’agricoltura industrializzata, da borghesi che abiteranno in campagna e letterariamente non si potranno più scrivere romanzi su questo mondo, se non per un’operazione “archeologica”, di documentazione colta.

  • Rispetto all’esperienza narrata da Gavino Ledda, di proletario approdato alla cultura borghese, l’esperienza del personaggio di Un altare per la madre è molto differente?

Artisticamente i libri di Ledda mi sono piaciuti, politicamente no. Perché il bersaglio, il nemico di Ledda è il padre, che è a sua volta una vittima, l’ultimo anello di una catena di vinti. Bisogna invece colpire più in alto, dove inizia la violenza e il potere.

  • Se il bersaglio deve essere ciò che sta sopra, non il mondo che subisce la violenza, questo suo ultimo romanzo è coerente in quanto non esprime la minima riserva verso quel mondo di vinti (il padre, la madre). Però, è davvero un’offesa per i borghesi?

I precedenti miei romanzi sul mondo contadino erano libri sulla miseria di quel mondo, sulla sua condizione sfruttata, sottoumana, animale. Questo ultimo romanzo scopre una certa forma di grandezza di quel mondo che sa inventare una forma salvifica, di vittoria sulla morte: perciò è raccontato in maniera epica; ho lasciato perdere i toni sarcastici, parodistici, aggressivi degli altri romanzi. Questo però non significa che qui ci sia una riappacificazione tra sfruttati e sfruttatori: questo è un romanzo interno al mondo contadino, perché la cultura di questo mondo è estranea al mondo dominante. Non è nemmeno una cultura cattolica, perché il cattolicesimo non funziona secondo la morale cristiana. Questo libro è rivolto a lettori borghesi per metterli a parte di qualcosa che essi non conoscono, è una ricognizione dettagliata di una classe “inferiore”: non c’è però solidarietà con quei lettori, anzi è esplicita l’accusa di tradimento di alcuni valori, che invece la cultura contadina conserva. Sono valori pre-cristiani, barbarico-primitivi, morali nel senso naturale del termine: valori che gli sfruttatori cattolici hanno tradito. Il dio di cui parlo non si incarna cattolicamente nella Chiesa, ma pre-cristianamente nel popolo, nella comunità contadina. Questi valori non vanno scherniti, ma devono essere raccontati col massimo di adesione, dall’interno.

  • In questo modo però non c’è opposizione nel senso di ribellione alla cultura borghese. L’indifferenza può diventare accettazione.

No, è rifiuto, è non-collaborazione. E’ un “mettersi di traverso” come dice Benjamin. Non è aperta ribellione perché non è in grado di esserlo.

  • Ma se questa classe contadina, depositaria di rifiuto, sta scomparendo, a chi rimane nella società di oggi il compito di ribellarsi? Nel libro c’è anche una polemica verso l’imborghesimento degli operai.

Noi abbiamo molta cultura e letteratura operaistica, eppure la cultura operaia non esiste. Invece c’è una ricca cultura contadina, che però politicamente si esprime in termini conservatori. La situazione in Italia è contraddittoria: la grossa e media borghesia si schierano al centro, gli operai sono PCI, i contadini ancora DC. Il “movimento” politicamente non ha alcuna rilevanza. La cultura contadina, non il suo voto, è anti-borghese e di questa cultura che scompare io ho parlato nel mio libro. E’ un libro sulla morte privata, quella di mia madre, che per me ha coinciso con quella di un mondo, freudianamente, quindi ha assunto un significato collettivo. Non mi interessava parlare della morte in sé, ma di ciò che avviene dopo, della salvezza del morto e di chi rappresenta. E’ un’invenzione, non un recupero: per salvare dalla morte si inventa prima un monumento simbolico (l’altare costruito da mio padre) e poi un altare simbolico, quello fatto da me, con le parole.

«Quotidiano dei Lavoratori», 13 aprile 1978