LA LEPRE ALPINA

LA LEPRE ALPINA   

Aveva scelto il momento di maggior affollamento delle piste: le undici e mezzo, con il sole che batteva sulla neve riflettendosi in bollicine azzurre e gialle oro, ai confini della montagna tagliati di netto contro il cielo tersissimo, e le sagome vivaci multicolori di ragazzi e ragazze sfreccianti dai pendii, zigzaganti dal colmo di cunette all’avvallamento del lato opposto. Si era messa la tuta più leggera, la sua bella giacca nuova di un verde brillante e i calzoni elasticizzati ormai sfruttati da diversi anni, ma ancora così comodi per affrontare gite impegnative come quella che si proponeva di fare. Lo zainetto zeppo di cibarie. Cioccolata, soprattutto, di cui era golosissima, e poi succhi di frutta, un paio di guanti di riserva, occhiali da sole, creme, la mappa dei sentieri fuori pista e dei rifugi. In fondo a tutto, il borsellino con una cifra che giudicava dignitosa. La fila allo skilift era, come al solito, caotica e vociante; bambini velocissimi col casco si insinuavano in ogni spazio lasciato vuoto tra due persone.

Davanti a lei, una specie di orso in tuta da sci nera, con cappuccio col pelo e bavero rialzato, in modo che della sua faccia si distinguevano solo le lenti scure e i baffoni folti, si spostava goffo e ammiccante, di qua e di là, quasi dovesse scusarsi con chi gli stava vicino della propria corpulenza invadente. Dall’altoparlante, dolciastre musiche natalizie a ricordare che sì, era proprio il 25 dicembre, ma non gliene importava niente a nessuno: tutti avrebbero rinunciato alla messa al pranzo in famiglia alla tombola per una discesa in più, per un’abbronzatura invidiabile. Si trovò fianco a fianco con l’omone in nero, sempre impacciato e timoroso, pronto ad afferrare l’ancora che li avrebbe trascinati in alto con la foga di un naufrago cui si getta il salvagente. La sbilanciò non poco il guizzo di lui, e si ritrovò a ondeggiare verso destra, infastidita e supponente. «Faffondo?» le chiese lui, proprio così, legando verbo e complemento oggetto, con un accento non certo di lì, piuttosto romano, o abruzzese. «Faffondo?» Lei non rispose ma alzò una gamba come a dirgli “non vedi?”, con quegli sci ai piedi cos’altro poteva fare? «Bbello» si rispose da solo. «ce vo’ coraggio, e passione». Non la smuoveva dal suo silenzio ostile, e allora prese a mugolare dietro alla musica con il carillon di Jingle Bells, battendo il tempo al punto che il filo dello skilift ballonzolava in maniera impressionante. La salita sarebbe durata quasi dieci minuti, e all’idea di sentire il suo vicino canticchiare a quel modo per l’intero percorso, le venne improvvisa l’ispirazione di tagliare per la Trosa, spingendosi fuori pista e risalendo da sola fino al bosco. Diede uno scarto improvviso di lato, mollando l’ancora al peso non più controbilanciato del compagno. Sentì una mezza imprecazione di lui, e poi un più indulgente «Bonnoel, bonnoel!», che forse la credeva francese. Alzò il braccio quasi a scusarsi, o a salutarlo, o a mandarlo a quel paese, e scivolò leggera e felice sulla neve candida, invidiata dagli sguardi delle formichine telecomandate rimaste appese allo skilift.

La neve era perfetta, né molle né dura, sfrigolava appena al contatto con i suoi sci, ma era un fruscio dolcissimo e discreto, amico all’orecchio e al pensiero innamorati del silenzio. Non era stato nemmeno necessario puntare le racchette, scendeva diagonalmente inaugurando una strada nuova, e lasciando dietro di sé due tracce sicure nella loro parallela essenzialità. I suoi sci erano come lei: stretti, lunghi, elastici e resistenti. E poi, come lei, amavano correre da soli, da soli faticare, lontani da solchi già tracciati, indipendenti e superbi. Il bosco era a quindici minuti buoni di marcia, sembrava aspettarla quieto e misterioso, volerle promettere un rifugio sobrio, di legno e foglie aghiformi e resina. «Sarà il Natale più bello della mia vita» pensò contandosi i suoi ventitré anni addosso. «Un Natale senza parole». Il silenzio era infatti la presenza più tangibile, ritmato com’era dal respiro di lei, non ancora affannoso, ma già più pesante, e dal sibilo degli sci. Un Natale con Dio, lontano dalle creature di Dio: la montagna sopra di lei incombeva immobile e consapevole della sua perfezione, distante come il cielo azzurrissimo, irraggiungibile. «Nessuno sa che sono qui», si consolava al pensiero di ciò che aveva evitato, bacioni ai parenti, regali ai nipotini piagnucolosi, e il cotechino e il panettone.

Beveva l’aria fresca a sorsi ghiotti, sentiva i suoi polmoni espandersi, macchine impeccabili, così autonome dalla sua volontà; i muscoli delle braccia e delle gambe rispondevano automaticamente a messaggi involontari della sua mente, si muovevano regolari e spediti, orgogliosi del loro esemplare funzionamento. Mancavano ormai circa trecento metri al primo gruppo di abeti. Il sole batteva forte e le tirava la pelle sugli zigomi. Si sentiva scottare la faccia, e goccioline di sudore scendere lungo la fronte. Si fermò un attimo, piantando i bastoncini nella neve e appendendosi, quasi, alle manopole: si lasciò oscillare, spingendo gli sci avanti e indietro, in una sorta di ginnastica fanciullesca e ripetitiva. Si scopriva bambina scappata dalla sorveglianza adulta; prese una manciata di neve, se la strofinò sulla faccia e se ne riempì la bocca. Poi si strappò via il berretto di lana, liberando i capelli oppressi e impigriti, scosse la testa a farseli cadere sulla fronte, e di nuovo si innevò completamente, “sono un albero di Natale”, pensando, sbattendo le palpebre sotto la frangia bagnata.

Entrò nel bosco zitto, nell’aria zitta, e a bocca chiusa e zitta riprese il passo veloce di prima, lungo una stradina tra gli abeti che aveva percorso altre volte, ma sempre in compagnia: questa volta così sola, si sentiva sorella di ogni abete, una ragazza gnomo padrona e signora dell’intera vallata. Aspettava che qualche scoiattolo si calasse dai rami a renderle omaggio, e allora anche lei si sarebbe prostrata ad adorare la natura e il suo regno. Scivolava evitando i fusti che le venivano incontro improvvisamente, muti: ogni tanto spezzava una fronda e allora la investiva cadendo una massa soffice di nevischio, sparpagliandosi poi molle e cancellando le tracce dei suoi sci, così che del passaggio di lei non rimaneva niente. Sciava da due ore e non era stanca, decise però di uscire dal fitto degli abeti, costeggiando il versante sud della montagna, in direzione del rifugio. Le fu facile orientarsi, calarsi dritta giù nella valle e lasciarsi la boscaglia più fitta alle spalle. Quando il sole le fu di nuovo addosso imperioso, avvolgendola di luce e offrendole la compagnia, ora, di un’ombra fedele, decise di concedere sollievo al suo corpo: sganciò gli sci, si sdraiò supina e crocefissa nella neve, a occhi chiusi, a pensieri spenti. Sentiva i piedi allungarsi in radici, le mani rattrappirsi in zampette, il tronco sciogliersi in acqua. Perché sono nata donna e non abete, o lepre montana, o neve? Celebrò il suo Natale con mezza stecca di cioccolata e un succo di pera, brindò al bue all’asinello e alla stalla, e si addormentò.

La slavina la colse così, silenziosa e lieve: la ricoprì soffice come schiuma, ma inarrestabile, decisa, abbondante. Sfiorò i suoi sci confitti verticali a due metri dal suo corpo disteso, che in un attimo fu cancellato, nascosto al cielo. Dal basso gli sciatori sulla pista la videro arrivare: tanta neve che franava su se stessa, imprevedibile e inarrestabile come una malattia; come una malattia muta e subdola. Non fu un rumore ad accompagnarla, piuttosto il rombo del silenzio che si amplifica, e diventa eco del nulla. Subito dopo fu il caos, uno spingersi di giovani terrorizzati fino allo spiazzo che si apre davanti all’hotel, là dove si riuniscono le piste e si radunano gli allievi della scuola di sci. Sciamavano impazziti, rincorrendosi e urlando, mescolandosi nei colori e nei gesti, «la valanga, la valanga!».

Non appena fu tornata un po’ di calma, un omone in nero dai baffi spioventi ansimò a voce grossa e implorante: «Ce sta ’na ragazza là sotto, l’ho vista co’ miei occhi, s’era fermata a riposa’…».  E a chi gli si affollava intorno ripeteva che era una ragazza alta e magra, giovane, con una giacca a vento verde, faceva fondo, era salita con lui sullo skilift e poi era uscita fuori pista e poi e poi… Come l’avesse aspettata tutto il pomeriggio, di ritorno da quella sua gita solitaria e coraggiosa, e ritrovatala che usciva dal bosco, non le avesse mai tolto gli occhi di dosso… «Annamo, annamo a cercalla…» Partirono in un primo gruppo di quattro, due guide alpine, un medico e l’omone in nero, mentre scattavano le operazioni di soccorso e si dava l’allarme in tutta la zona. Ci misero poco più di mezz’ora a raggiungere il luogo in cui la ragazza era stata vista per l’ultima volta, e iniziarono subito a scavare con le pale che si erano trascinati dietro, su una slitta. Avevano, come punto di riferimento per la ricerca del corpo, gli sci che sporgevano ancora dall’ammasso di neve fresca per circa quaranta centimetri.

L’uomo dal cappuccio di pelo non riusciva ad essere preciso, con le sue indicazioni: ripeteva che la ragazza si era distesa a qualche passo dagli sci, ma non ricordava se a destra o a sinistra, più in alto o più in basso. A coprirla, non doveva esserci che un metro di neve: era – lo ricordava bene il romano – completamente sdraiata. Infilavano sonde, a cercare una resistenza. Appena intuivano un ostacolo, prendevano a spalare con ostinazione, e rabbia.  «Non te la sarai mica sognata, questa fondista alta e magra?» «E gli sci? Che ci farebbero qui gli sci? L’ho vista bbene; scava, scava, che dev’essere qui sotto, poraccia…».

Fu la guida più giovane a urlare, dopo quasi un’ora che erano lì, che sotto il piede si era ritrovato un lembo di giacca verde, e a fare segnali, che stava arrivando il grosso dei soccorsi, coi cani, e dovevano sbrigarsi. «Fa vede’… È lei, è lei!», l’omone sempre più agitato e ansimante, al punto che il medico era stato tentato di allontanarlo da lì. Riuscirono in poco tempo ad estrarre gli scarponi, uno vicino all’altro quasi la ragazza li avesse appena sfilati dai piedi. Quindi, subito dopo, dei calzoni scuri, con le bretelle. «E che, s’era tolta la tuta?» Qualcuno ridacchiò. Il romano sosteneva che probabilmente quelli erano indumenti di ricambio rovesciatisi dallo zaino. «Si muove qualcosa, qui. È viva!» Il medico chiedeva di essere il primo lui, a tirarla fuori, schiodando una falda della giacca da una lastra di ghiaccio. «Ma dov’è?» Sembrava essere sprofondata giù nella neve, essersi sciolta in essa.

Fu un guizzo, e una lepre alpina sbucò fuori dalla giacca verde finalmente liberata dalla morsa del ghiaccio, stretta nelle mani di un soccorritore. Prese a correre leggera e spaventata, tra tanta gente, verso il bosco e l’alto della montagna, ormai in ombra. 

(1990)

In Fine dicembre, Le Onde, Chianciano Terme 2010, e in Inverni e primavere, (e-book) 2016