LAMARQUE

VIVIAN LAMARQUE, IL SIGNORE D’ORO – CROCETTI, MILANO 1985

Dopo cinque anni di silenzio, interrotti solo da traduzioni e da collaborazioni a riviste, Vivian Lamarque è tornata a pubblicare, presso Crocetti, questo che è il suo terzo libro, benché veda la luce per secondo, Il signore d’oro. Per definire le ultime produzioni della Lamarque bisognerebbe coniare un termine nuovo: non si tratta infatti di poesie (nonostante spesso ci si imbatta in frasi che sono endecasillabi, o endecasillabi più settenari, abilmente camuffati), né di aforismi, poiché non spacciano ricette di vita o saggezza spray: piuttosto esibiscono incertezze, implorano conferme. Potremmo concordare di chiamarle brevi prose poetiche, sottintendendo tuttavia che si tratta di messaggi, di probabili S.O.S. inviati più che al lettore, al protagonista stesso del volume, questo signore d’oro definito con attributi ben poco caratterizzanti (bello e meraviglioso, accarezzabile, alato, intoccabile, lontano, profumato, studioso, gentile, notturno), con l’esplicita intenzione di lasciarlo sospeso in un’immateriale levità fantastica.
Di lui sappiamo che veste un loden grigio lupo, che probabilmente si identifica con il dottore della dedica, il quale incontra regolarmente nel chiuso di un seminterrato una signora, nel reiterarsi di un rapporto riducibile in realtà a una terapia analitica. Ma «La realtà non c’era, era abdicata. // Splendidissima regnava la vita immaginata»: ciò che conta è il sogno, inteso più che come materiale onirico, come favola. Il tono narrativo è appunto quello – abbastanza tipico della Lamarque, nota anche come scrittrice per l’infanzia – fiabesco, scandito dalle insistenti anafore e dalle numerose anastrofi («per eventualmente salire», «la pensata fotografia»), dalla formula enunciativa dell’incipit («Era un signore…»), dall’uso iperbolico di aggettivi, esclamativi e soprattutto avverbi, spesso iterati (sempre sempre, lontano lontano, basso basso, fitto fitto, piano piano…), dalla costante pratica di interrogazioni retoriche, parodianti le cantilene infantili.
Co-protagonista è una signora quarantenne («Però gli anni non erano durati veramente un mese»), i cui contorni rimangono ancora più nel vago di quelli del “signore d’oro”, definita com’è non tanto da attributi, quanto da una serie di azioni a senso unico: «Una signora voleva dargli dei baci…; stava diventando gelosa…; voleva tenerlo fino a persempre con sé…; aspettava…non lo sapeva che il signore non arrivava…; in fretta lo adorava…; gli scriveva lunghi foglietti…; lo guardava fisso e gli faceva dei piccoli inchini di pensiero sulle scale d’oro del trono…»

I fili che reggono tutte queste prose avvolgono il lettore in un bozzolo di tale incantata leggerezza che verrebbe da cullarcisi dentro, da non abbandonarsi alla “musica bella” di parole recitate con voce innamorata; se non che i frequenti bruschi risvegli richiamano a una realtà disperata, nel senso di senza speranza: «Era un signore andato via. // A lei qui rimasta tantissimo mancava. // La traccia di lui lasciata segnava / ovunque intorno a lei l’aria. // Come un quadro spostato per sempre segna la parete».

«La collina» n. 9/10, giugno 1988