LEWIS

C.S. LEWIS, DIARIO DI UN DOLORE – ADELPHI, MILANO 1990

 

Questo intenso resoconto di una lacerante sofferenza personale è stato pubblicato in Inghilterra nel 1961, e Adelphi l’ha inserito nella sua “Piccola Biblioteca” nel 1990, con la traduzione di Anna Ravano. Tuttora acquistabile online, è un libro che mantiene dopo tanti anni tutta la sua ricchezza introspettiva, una profonda capacità di commuovere, e l’immediatezza emotiva di una confessione sincera e priva di falsi pietismi. Il suo autore, C.S. Lewis (1898-1963) fu un illustre medievalista, professore a Oxford e a Cambridge, ma dovette la sua fama soprattutto alla pubblicazione di alcuni volumi concepiti per l’infanzia, che costituirono il fortunato ciclo di romanzi fantasy noti come Le cronache di Narnia. Amico di Tolkien, fu da lui indirizzato verso il cristianesimo in età matura, e sempre amò definirsi scrittore cristiano, alla perpetua ricerca di una verità ultraterrena non di comodo.   

Lewis si sposò tardi, dopo i cinquant’anni, con una sua ammiratrice americana di nome Joy Helen, che morì di un tumore alle ossa non molto tempo dopo le nozze. A lei è dedicato questo Diario di un dolore, una serie di appunti e riflessioni tesi ad indagare i sentimenti dapprima angosciati e rabbiosi, poi più rassegnati seguiti alla scomparsa della moglie. «Una buona moglie racchiude in sé tante persone. Che cosa non era H. per me? Era mia figlia e mia madre, mia allieva e mia maestra, mia suddita e mia sovrana; e sempre, a mantenere tutte queste cose in soluzione, mio sodale, mio amico, mio camerata, mio compagno fidato. Mia amante, ma al tempo stesso tutto ciò che qualsiasi amico uomo è stato ed è per me».  

Lewis ricorda i pochi anni trascorsi con Helen come un «banchetto d’amore», a volte romantico e fastoso, altre volte «dimesso e accogliente come mettersi le pantofole»; rimpiange la confidenza e l’intimità che esisteva tra loro, pur nella diversità dei reciproci caratteri e interessi. Ora è quel “mai più” che lo distrugge lentamente, il saperla non recuperabile, via via più sfocata nella memoria, non più riconoscibile nelle fotografie, mai abbastanza fedeli, veritiere. Lentamente, allo strazio subentra l’apatia, l’indifferenza al mondo, l’imbarazzo nel frequentare gli amici e i parenti, a loro volta imbarazzati nel tentativo di consolare. E allora diventa naturale anche la ribellione alla sorte, che per un credente si identifica con Dio: un Dio non più paterno e comprensivo, bensì sadico, contraddittorio, insensibile alle preghiere.

«Queste note parlano di me, di H. e di Dio. In quest’ordine. L’ordine e le proporzioni sono l’esatto contrario di quelli che avrebbero dovuto essere». A poco a poco, Lewis realizza di avere messo al primo posto la propria afflizione, la propria solitudine, il proprio dolore. E comprende che l’unica maniera per salvare se stesso e il ricordo di sua moglie è quella di ridimensionare l’attenzione morbosa che prova per la sofferenza, per la tristezza in cui si crogiola e in cui ha mummificato la figura dell’amata. Impara nuovamente a curarsi del suo aspetto, cammina per ore, riscopre luoghi e volti della giovinezza dimenticati o trascurati.

«Il mio programma, comunque, è chiaro: mi volgerò a lei quanto più spesso potrò in letizia. Magari salutandola con una risata. Meno la piango, mi sembra, più le sono vicino». Non sempre riuscirà a mantenersi fedele a questi buoni propositi. La nostalgia riaffiora, l’incredulità nella risurrezione diventa un tarlo che lo tormenta, il silenzio di Dio rimane incomprensibile. Resta solo una possibilità per rimanere a galla: la lode. Lodare il cielo, lodare lei. Dio che ha donato, lei che è stata un dono. 

 

  © Riproduzione riservata         «Incroci» n.36, dicembre 2017