MANGUEL

ALBERTO MANGUEL, CON BORGES – ADELPHI, MILANO 2005

Nel 1964 Alberto Manguel, all’epoca sedicenne, lavorava in una celebre libreria anglotedesca di Buenos Aires, dove ogni pomeriggio passava Jorge Luis Borges, di ritorno dalla Biblioteca Nazionale che dirigeva. Un giorno lo scrittore, ormai cieco, chiese al giovane se fosse disposto a leggere per lui, la sera dopo il lavoro, recandosi nel suo appartamento di Calle Maipù. Manguel accettò e dal loro vicendevole accordo, durato quattro anni, nacque poi questo libriccino, in cui si raccontano le passioni letterarie e le abitudini quotidiane del Maestro.
Di Alberto Manguel (1948) chiunque ami i libri dovrebbe conoscere “Il manuale dei luoghi fantastici” e “Una storia della lettura”, in cui l’autore argentino ha compendiato, con autentica e infiammata dedizione, il patrimonio storico e geografico universale della parola scritta. In questo lungo saggio rivela invece la sua dipendenza affettiva e culturale da J.L. Borges, di cui descrive tic e consuetudini domestiche, abbigliamento e mobilio della casa.

Il grande scrittore divideva un piccolo appartamento (“ovattato, caldo, lievemente profumato”) con la possessiva madre novantenne Doña Leonor (che lui chiamava rispettosamente “madre”, rispondendo al nomignolo inglese che lei gli aveva affibbiato, “Georgie”), con la premurosa domestica Fanny e con il gatto bianco Beppo. La sua dimora era tranquillamente piccolo-borghese, la camera da letto spartana (letto di ferro con copriletto chiaro), le poltrone consunte, scarsi quadri di scarso valore, poche librerie ospitanti solo enciclopedie, dizionari, qualche classico ma nessun libro suo. Pressoché indifferente all’arte, “era singolarmente privo di interesse per il mondo fisico… il suo mondo era interamente verbale: la musica, il colore e la forma vi entravano di rado”.

Una vita di carta, quella di Borges, solitaria, riservata, e completamente dedita alla lettura e alla scrittura. Gli autori prediletti erano Stevenson, Chesterton, Henry James, Kipling, più ovviamente Omero e Dante; amava le saghe anglosassoni e ogni antica epopea, ma anche i romanzi polizieschi e di avventura. Non nascondeva le sue violente idiosincrasie per molta letteratura novecentesca: Proust, Mann, Pirandello, lo strutturalismo e la psicanalisi. Leggeva in maniera anarchica e con un certo esibito snobismo, preferibilmente in lingua originale (adorava il tedesco) e mandando a mente, grazie a una memoria prodigiosa, poesia e interi brani narrativi. Si dichiarava spudoratamente sentimentale, e pretendeva di rivedere molte volte – pur nella sua cecità – lo stesso film, commentato dall’accompagnatore di turno: prediligendo i western e i musical come West Side Story.
Spietato nel sottolineare la stupidità e l’ignoranza altrui, beffardo e ironico nelle risposte, amante dei paradossi e dei nonsense, era tuttavia ottusamente irremovibile riguardo ad alcuni pregiudizi che rasentavano il razzismo e il luogo comune. Viveva l’amicizia, l’amore, la fede attraverso la lente acuta e disanimata della letteratura, sicuro che nei libri fosse possibile trovare il mondo intero, e che viceversa tutto il mondo fosse un libro da leggere. “Per Borges, il nocciolo della realtà stava nei libri: nel leggere libri, scrivere libri, parlare di libri. In maniera viscerale, era consapevole di continuare un dialogo iniziato migliaia di anni fa e che credeva non sarebbe mai finito”.

Nelle parole affettuose, nostalgiche e ammirate di Alberto Manguel recuperiamo lo spessore umano e la profondità culturale di un genio della letteratura, insieme ad alcune veniali e comprensibili fragilità.

 

© Riproduzione riservata     www.sololibri.net/Con-Borges-AlbertoManguel.html     24 ottobre 2016