MAURENSIG

PAOLO MAURENSIG, LA VARIANTE DI LÜNEBURG – ADELPHI, MILANO 1993

«Era un’ossessione da cui non potevo difendermi; da mattina a sera non pensavo ad altro che ad alfieri e pedoni e torri e re, a A e B e C e Matto e Arrocco, con tutto il mio essere e il mio sentimento ero spinto verso il quadrato della scacchiera. Il piacere del gioco era diventato vizio, il vizio necessità, una mania, una rabbia frenetica, che a poco a poco penetrò non solo le ore in cui ero sveglio, ma anche il mio sonno».

Sono frasi che Stefan Zweig mise in bocca al protagonista della sua  Novella degli scacchi nel 1941.

«Non so dire esattamente quando accadde, ma so che un giorno incominciai a giocare un’interminabile partita: che dall’altra parte della scacchiera ci fosse il mio io o il mio Dio, poco importava. In brevissimo tempo occupò tutti i miei pensieri, non ci fu spazio per nient’altro che non fosse quella partita: essa divenne la mia fede, unica e insostituibile».

Sono frasi che Paolo Maurensig mette in bocca al protagonista-narratore del suo affascinante romanzo La variante di Lüneburg, appena edito da Adelphi. Paolo Maurensig è un agente di cambio friulano, cinquantenne alla sua opera prima. Che Roberto Calasso pubblichi nella prestigiosa collana  Fabula un autore italiano è cosa piuttosto infrequente: che pubblichi un autore sconosciuto è decisamente straordinario, e depone a priori in favore del testo in questione.
In effetti, il lettore si trova di fronte a un’opera eccezionale, per il tema trattato, per lo spessore culturale sottesovi, per l’estrema raffinatezza formale: uno stile denso ed elegante insieme, il cui ritmo narrativo è dettato dal procedere del pensiero, modellato sulla cadenza di questo. Ne segue le pause, le divagazioni, ma anche animosità improvvise, confutazioni stringenti. Respiriamo, leggendo queste pagine, aria – e forse anche musica – mitteleuropea, più rarefatta e avvolgente di quella cui ci ha abituato la narrativa italiana odierna. La passione per gli scacchi, intesa come filosofia, come approccio alla vita o sfida alla morte, è il tema del libro, com’era il tema della novella di Zweig, con cui Maurensig sembra voler giocare a rimpiattino, attraverso sapienti e ricorrenti richiami: ora come allora la partita a scacchi è metafora di una ben più profonda contrapposizione tra due culture (quella conformista, violenta e ottusa del nazismo, e quella spirituale, ricercata ma perdente dell’ebraismo). Le analogie tra i due testi sono così frequenti da non poter risultare casuali: il gioco vissuto come estasi e condanna, il viaggio (qui in treno, là in nave) durante il quale avviene lo scontro tra le due diverse personalità dei protagonisti, l’Austria dell’Anschluss e la Germania dei campi di concentramento, l’assenza totale di personaggi femminili, il riferimento continuo al trascendente, le riflessioni sulla fisiognomica, i nomi dei grandi scacchisti degli anni ’20, e soprattutto il crescendo di pathos, di angoscia, che attanaglia il lettore fino alla conclusione tragica e liberatoria, fino allo scacco matto definitivo della morte. Il libro si apre con la descrizione del suicidio di un ricchissimo imprenditore tedesco, Dieter Frisch, avvenuto nello splendido parco della sua villa settecentesca alle porte di Vienna. Inspiegabili, a prima vista, i motivi del suo gesto: l’uomo  «era una di quelle persone alle quali il successo sembra arridere in tutti i campi…» Prestante e attivo nonostante l’età avanzata, divideva la sua attività tra l’azienda di Monaco e la ricca residenza viennese, in cui consacrava le sue ore di riposo all’unica passione che gli si conosceva: il gioco degli scacchi. Proprio questa sua occupazione secondaria si palesa ben presto essere la ragione della sua fine violenta, e il romanzo lo svela a poco a poco, attraverso le misurate rivelazioni del narratore che, rimasto nell’ombra per tutta la prima parte del volume, si dichiara poi l’antagonista di una vita, animato da una sete di vendetta durata decenni.

«Questa è, in primo luogo, la storia di una rivalità, che si manifestò proprio su una scacchiera, su quel riquadro che può sembrare ristretto solo a chi non voglia o non possa vederne la profondità: poiché si tratta invece di un mondo per nulla limitato e niente affatto innocuo, dal momento che ciò che vi si perpetua, avvalendosi di un atto creativo che a volte assume l’aspetto di un’autentica opera d’arte, è un’azione di inaudita violenza, una forma di omicidio bianco, inapparente, il cui esito viene riconosciuto e condiviso unicamente dai due contendenti. Non c’è nulla che leghi due persone quanto una seria sfida su una scacchiera. Esse diventano le opposte polarità di una creazione mentale che è opera di entrambi, ma in cui uno si annulla a vantaggio dell’altro».

I due avversari negli scacchi, il tedesco Frisch e l’ebreo Tagori, già ostili dall’adolescenza, quando si sfidavano in estenuanti tornei – l’uno metodico e inflessibile, l’altro geniale e febbrile – si ritrovano a Bergen Belsen, l’uno ufficiale nazista e spietato aguzzino, l’altro (salvato dalla morte purché intrattenga con gli scacchi l’ufficiale SS) costretto a barattare al gioco la vita dei compagni con le proprie vittorie. A una mossa inattaccabile ideata dall’ebreo Tagori (la variante di Lüneburg) e avversata teoricamente dal tedesco, è affidato il compito di scovare dopo la guerra l’ex nazista camuffatosi sotto mentite spoglie: Dieter Frisch viene individuato e smascherato attraverso una rivista d scacchi, raggiunto e “processato” in treno dal figlio adottivo di Tagori, costretto alla confessione e alla resa finale. Frisch non regge alla sconfitta nel gioco e nella storia, e si ammazza: ma più che di un suicidio, si tratta di «un’esecuzione capitale,seppure differita nel tempo e nello spazio», affidata agli scacchi.

«L’Arena», 7 luglio 1993