MISHIMA

YUKIO MISHIMA, TRASTULLI DI ANIMALI – FELTRINELLI, MILANO 2008

Prescindendo dal titolo,  piuttosto infelice e ammiccante, ma in realtà allusivo ai caratteri poco razionalmente controllati dei tre protagonisti, e ai ruoli da loro assunti seguendo una sorta di istinto epidermico (“come animali che s’incontrano per la prima volta, si fiutavano reciprocamente con una attitudine pericolosa”), questo romanzo di Yukio Mishima conferma la maestria dell’autore: non solo nell’introspezione psicologica dei personaggi, e nella corrispondente descrizione fisica e ambientale, ma soprattutto nella costruzione a incastro degli avvenimenti, nella rivelazione imprevista di cause precedenti e di effetti susseguenti al loro agire, nell’epilogo drammatico di altissima tensione. Riguardo al quale, la quarta di copertina rivela essere stato scritto di getto da Mishima la notte del capodanno del 1961, dopo aver ascoltato il Fidelio di Beethoven alla Scala di Milano.
Il paesaggio gentile e luminoso del paesino di pescatori nella penisola di Izu (“luce lacerante … accecante mare … infuocata panchina … sole troppo abbacinante… raggi ardenti …”), fa da contrasto alle ombre che avvolgono i sentimenti e l’esistenza dei protagonisti, riassunta icasticamente in una frase all’inizio della narrazione:
“Anzitutto c’era una donna infelice e disperata. Un marito egoista e crudele. Un giovane compassionevole, pieno di vigore. E con ciò la storia sembrava già compiuta”.
Tre, dunque, gli attori sulla scena. Ippei, professore universitario di tedesco, intellettuale vanesio riconvertitosi al commercio, elegante quarantenne amante del lusso e delle donne; sua moglie Yūko, fragile e tormentata; il giovane e vigoroso Kōji, loro dipendente, invaghito della padrona. Accecato dalla gelosia, ma soprattutto rabbioso per le continue umiliazioni che il marito-padrone impone a tutti, gli fracassa la testa procurandogli un’emiparesi afasica.
Dopo due anni trascorsi in carcere, Kōji viene accolto nuovamente dalla stessa coppia, ora proprietaria di un avviato vivaio, a perpetuare una penosa convivenza accanto all’uomo disabile – trasformato in una inespressiva maschera tragica – e alla sposa infermiera: in tre prigionieri della stessa plumbea atmosfera fatta di rimorso, pietà, rancore, paura, dedizione e odio.
Rapidamente il romanzo si avvia verso la sua inevitabile e sconvolgente conclusione, sempre mantenendo però un’attenzione e una sensibilità quasi fotografica alla descrizione dei particolari, fisici e paesaggistici, che fanno da sfondo ai dialoghi, ai monologhi, ai silenzi dei tre personaggi. E lo scavo nelle emozioni profonde delle loro anime, nei rovelli dei sentimenti, nell’inevitabilità di un destino che sembra sopraffarli e decidere per loro, ci restituisce il pathos della grande narrativa, quando si confronta con i temi eterni della colpa, della morte, dell’amore.

 

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