MOTTETTI DA UN LAGO VENETO

MOTTETTI DA UN LAGO VENETO

(Omaggio a Eugenio Montale, rileggendo i Mottetti)

 

Lo sai: devo riuscire a non pensarti.
Come il remo che batte nel lago, insistito
e crudele è il tuo nome,
la parola cortese mia eco
nell’aria di vetro
di Assenza.
 
Paese di limoni e d’acqua ferma,
vele improvvise nel gelo di un mattino:
eccoli, i segni
si confondono tra i passi addormentati
dei turisti. E cerco un varco, freccia
senza bersaglio come sono,
tenuta prigioniera dal tuo arco.
 
***
 
Molti anni, e uno più duro sopra il lago
su cui s’illuminano aurore e attese.
Arrivasti improvviso, a diradare
la mia nebbia di sempre.
 
Imprimerli potessi, ridestarli
in uno schermo d’immagini
schiarite… E con te cancellare il vissuto
per niente, azzerarlo.
 
***
 
La speranza di pure rivederti
sopravviveva, illusa;
 
e mi chiedevo se dove nascondevi
il tuo timore, in un altrove
a me non noto, anche lì
un sole senza caldo
ti investiva di luce:
 
(a Torri, nei pressi del castello,
scolaresche indugiavano annoiate,
sorbivano gelati).
 
***
 
Perché tardi? Da sempre sono qui,
o così sembra alle mie dita inquiete
che tormentano le tasche
del vecchio impermeabile. È giorno fatto.
 
L’oscura primavera smuove appena
l’acqua del lago attento.
Nulla finisce, o tutto, se immobile
decido di non esserci.
 
***
 
Ti libero la fronte dai capelli
ormai radi, grigi, che svelano i tuoi anni
silenziosi e lontani, incisi
dai segni della morte e del passato.
 
I miei sono più cupi
dello spazio gettato tra me e te.
So solo questo, adesso:
che t’ignoravo e non dovevo.
 
***
 
Al primo chiaro, quando
indiscreto un raschio
di motore penetra il sogno
(ma distorto e fatto labile),
a liquefarlo
nel pulviscolo d’oro
delle imposte malchiuse;
 
al primo buio, quando
ogni opera, ogni grido
smuore timoroso
e il piovasco si dilegua
sul selciato impassibile:
al chiaro e al buio, mie sole realtà
se tu pietoso ricompari e le fai vere.
 
***
 
Non recidere, forbice, quel volto,
solo nel pensiero che si ingombra
di altri occhi, e mani, e voci
che non sono le sue. Inessenziali.
 
È l’ora… Cerco il segno
smarrito, il pegno solo
che di lui renda l’ombra, almeno,
a ogni angolo più intensa.
 
***
 
…ma così sia. Parlo d’altro
ad altri, e li confondo
con la fioca litania
di frasi vane. Brina sui vetri.
 
S’ostina in cielo un sole
freddoloso, rischiara l’acqua
a stratti, offrendo luce a quell’assorto
pescatore d’anguille dalla riva.
 
 
 
 
In Omaggi, Einaudi, Torino 2017.