NOMINARE GLI DEI

NOMINARE GLI DEI

 

                                                                                                       Una riga tremante Hölderlin fammi scrivere

                                                                                                                     Andrea Zanzotto, La Beltà

 

 

1.

Mescolandosi tra noi,

si sono persi.

Gli immortali, da non nominare,

pena la loro dissolvenza

imperdonabile.

Hanno tentato di nascondersi

(nei secoli, in paesi distanti):

mentendo.

Noi, pur riconoscendoli

dai loro parchi gesti

dalle vesti cucite in trasparenza,

abbiamo finto di niente,

come fossero proprio persone

normali.

Dovevamo denunciarli, forse,

chiuderli in qualche gabbia?

Al loro silenzioso anonimato

ci siamo abituati,

dèi clandestini

che volevano salvarci.

 

 

2.

Nei sentieri invecchiati del bosco

in disuso

vagano scorporati fantasmi

in bianco, oppure sono cervi

veloci senza orme, brucanti

foglie secche: si intrecciano

ramosi a scoiattoli inquieti

appesi a scortecciati

rami.

Se intorno danzano libellule

ronzanti appena: ebbene

sono loro! i nostri dei

defunti, signori di foreste

inservibili sfinite.

 

 

3.

Orgoglio del loro innottarsi

invisibili, abissi

di ombre funambole

su scie fosforose di traffico;

e zitti, e leggeri, e traslucidi

stupiscono gli incroci

stordenti, il tanfo

dei gas ammorbanti.

Così santi, innocenti

ambulanze di bene,

così spersi beffati

incompresi, loro

tanto diversi.

 

 

4.

Spaurito il viandante

costretto all’esilio timoroso

da sé, dai suoi folli parenti,

si allontana nei campi, più avanti

cercando un qualsiasi chiarore

un oriente divino

o sponda di lago clemente:

la culla del riparo

a cui grazia supplicare, e perdono.

Ma i celesti non aiutano

l’erba col fiato, i cigni

amorosi si sfidano feroci,

le gemme sui rovi invernali

non sanno sbocciare.

 

 

5.

Come agnelli condotti al macello

come pecore mute

non apriranno bocca.

Nel silenzio è la loro salvezza.

Dèi minorati e zitti

si aggrappano al taciuto

al mistero

perché qui,

non nel verbo corrotto,

c’è una cosa più grande

del tempio.

 

6.

Gloria di assolati meriggi

gioia che nessuno vi può togliere,

voi impalpabili passanti

che sfiorate radure,

le create luminose puramente

guardandole;

ce le rendete vergini

– improvvise nel folto del bosco

consolanti zampillanti

sorgenti, materni approdi:

il molto atteso abbraccio.

 

7.

Chi li manda, e da dove?

Si aggirano incogniti, quasi spiando,

guide beate di non vedenti

di anime imbrunite;

nostre stelle comete

lasciano scie nel cielo,

sassolini per terra,

accendono fanali nella notte.

Ma noi obliosi

erranti

li pensiamo ectoplasmi,

deridendoli:

inciampiamo nella loro

lentezza.

Noi

frettolosi ansanti

verso il traguardo

assente.

 

8.

Oltre Dio,

prima e dopo di lui.

Abitano la terra come ospiti

premurosi, discreti:

velati

sommessi operai

al telaio di millenni futuri

rammendano memorie.

Ce ne fanno dono.

Terribili, rifiutano

qualsiasi gratitudine

pretendendo soltanto

dal cielo l’azzurro,

dai fiori le aperte corolle.

 

9.

Quietamente chiamarli.

Forse risponderanno.

 

10.

Signori dei pianeti

custodi degli abissi,

sempre regali e altissimi

lievi beati e angelici,

nascondono nei sandali le ali

coprendo le aureole

coi baschi con i caschi

e diademi o parrucche o feluche.

Eccoli

che sfrecciano sui pattini

di vetro, volteggiano

svolazzano sorridono,

ci invitano

ci invitano

a diventare loro:

quello che conta

è diventare loro

solamente.

 

 

In CriticaMente, 15 settembre 2018