NUCCI

MATTEO NUCCI, MAI – PONTE ALLE GRAZIE, FIRENZE 2014

Il racconto che Matteo Nucci (Roma 1970) ha pubblicato in e-book per Ponte alle Grazie, è un inno alla pienezza del vivere: un’esaltazione dell’occhio, dello stomaco, del sesso, del viaggio, della conoscenza. Parla del rapporto che unisce due appassionati di tauromachia, l’innominato narratore e il suo amico Pana, fornaio del Monferrato, noto per aver rielaborato l’antica e gustosa ricetta della torta verde: “morbida, soffice nel riso croccante, umida di erbe e spezie e di tutto il lavoro che c’è dietro”. Proprio grazie alla reciproca frequentazione culinaria, i due si conoscono, scoprendo la comune passione per i tori, e decidono di partire insieme verso un paesino andaluso dove si trova un importante allevamento del selvaggio toro bravo. Atterrati all’aeroporto di Valencia, affittano un’auto per raggiungere la meta prefissa, regalandosi però diverse soste: per assistere a una corrida, per pranzare in ristorantini tipici, per tuffarsi nell’iberico mare blu-nero. “Guidavo felice tra la terra dura di paesini bianchi, fatti di case a un piano solo, baracche di gitani, carrozzoni di bambini scuri e gruppi di suonatori, musiche che accompagnavano lamenti di voci rauche, battiti di mani, caldo asfissiante”. Pana mostra presto di essere “un fiume in piena di orgasmo vitale”, fedele alla sua natura di “uomo grosso e buono”: “Porta capelli cortissimi, occhiali dietro cui brilla uno sguardo curioso e azzurro, una massa di muscoli scomposti nel corpo che tracima desiderio di ogni cosa – che siano donne, cibo, vino, birra, amicizia”. Il viaggio si rivela a tratti una delusione, poiché alcune località offrono di sé un’immagine avvilente a causa del consumismo sfacciato, del turismo pacchiano, della cucina standardizzata: Alicante, San José, Almería. Proprio in quest’ultima città, tuttavia, in una tipica osteria chiamata El Postigo, incontrano di notte una ragazza dal “nome strano e premonitore – Mai”, dall’eloquio irrefrenabile e dal magnetismo elettrizzante. La giovane convince gli amici a passare una “fiesta” di bagordi in spiaggia, tra birre, hashish e musica assordante. “Si stava bene. L’aria era fresca e il profumo di iodio sembrava salire assieme alle onde che rimbalzavano sulla riva in una specie di scroscio spumoso”. I due italiani rimangono storditi e inebriati dalla prorompente vitalità di Mai, dalla sua capacità istintiva di abbandonarsi alla fisicità più elementare, alla festa dei sensi, “la festa di chi crede in sé e doma la paura della morte, accetta di sfidarla, sfida dunque sé stesso e festeggia, festeggia, beve, esulta, grida, vive, vive e vive. Vive contro tutto e contro tutti per far fessa la morte e prendersi gioco di lei”. Mentre loro, pigri e timorosi, finiscono per tornare all’albergo sbronzi e stravolti di stanchezza, addormentandosi cullati da sogni di un tranquillo futuro borghese, da rimpianti di un passato familiare e protettivo: nella rinuncia a qualsiasi tentatrice trasgressione e chissà, forse, anche alla semplice prosecuzione del viaggio in cerca di tori selvaggi.

© Riproduzione riservata          https://www.sololibri.net/Mai-Nucci.html               10 settembre 2018