OZICK

CINTHIA OZICK, LO SCIALLE – FELTRINELLI, MILANO 2003

Una voce importante dell’America letteraria, quella di Cinthia Ozick (autrice poco conosciuta da noi, quanto invece letta, discussa ed esaltata negli USA) ha scritto che «i racconti dovrebbero giudicare e interpretare il mondo…la letteratura dovrebbe redimere, interpretare e decodificare il mondo, essere creata a forza per il bene dell’umanità».

Decisamente fuori moda, questo richiamo all’eticità dello scrivere esprime l’attenzione partecipe ai sentimenti più fragili delle persone comuni, la scelta non occasionale di protagonisti quotidiani in qualche modo “banali”. Ma con un senso forte della storia, e un rispetto profondo – quasi religioso – del mistero inspiegabile che sta all’origine della vita e di ogni morte. E soprattutto con una moralità sofferta, non beghina, attraverso cui il destino degli uomini, singolarmente e nella loro collettività, viene «interpretato e giudicato».
Nei due racconti che Feltrinelli ha pubblicato sotto il titolo Lo scialle (Feltrinelli, 2003), è l’olocausto l’evento che la Ozick assume come sfondo, alibi e ragione ultima del suo narrare. Un evento da lei non vissuto in prima persona (è nata nel Bronx nel 1928 da una agiata famiglia di ebrei russi emigrati), ma reinventato e raccontato senza l’inevitabile autocommiserazione del “c’ero anch’io”, e invece con l’indignato furore di chi non vuole tacere.
Nel primo, brevissimo racconto, adamantino nella sua tagliente asciuttezza, una giovane donna ebrea nasconde in uno scialle la sua bambina per alcuni mesi, sia durante l’estenuante marcia verso il lager, sia nel lager stesso. La bambina è bionda, ha gli occhi azzurri, lineamenti poco ebraici: frutto di uno stupro subito dalla madre da parte di un nazista. Scheletrica, gli arti ridotti a stecchi, succhia le mammelle secche della mamma: ha imparato a stare zitta, a nascondersi, a nutrirsi non solo metaforicamente dello scialle materno, che continuamente intride di saliva. La cugina Stella, infreddolita e gelosa, glielo sottrae. La bambina esce allora dalla baracca per cercarlo, urla di disperazione per la prima volta da quando è nata, «ondeggiando sulle gambette a matita» nel mezzo del campo. Un nazista la vede, la afferra e la schianta a morire fulminata sul filo spinato che circonda il lager. Raramente un’immagine è riuscita a rappresentare in così brevi spezzoni narrativi l’atrocità, la bestialità dell’olocausto. Emblema della gratuità del male, la bambina Magda schizzata contro il reticolato, e la madre, testimone ammutolita della sua fine, rimangono impresse come poche altre figure nella mente del lettore.
Così come non facilmente dimenticabile è la vicenda della stessa Rosa, protagonista del secondo, più lungo racconto. Scampate al campo di concentramento, Rosa e la nipote Stella si rifugiano in America, rimanendo però estranee e indifferenti alla cultura superficiale e vincente degli USA. Rosa apre un negozietto di anticaglie e roba usata nella speranza di poter comunicare ai clienti del Nuovo Mondo (il suo nuovo mondo) la sua terribile esperienza di scampata. Ma l’America è un altro continente, la gente non è interessata alla tragedia che ha sconvolto l’Europa. Dopo trent’anni di questa non-vita, Rosa sfascia il suo negozio, abbandona Brooklyn e si ritira coerentemente a non-vivere in una squallida casa per anziani in Florida. Prova ad agire come tutti: vecchie illuse di fermare il tempo con il fondotinta, vecchi ringalluzziti da un incontro. Accetta anche la corte discreta di un ebreo più anziano di lei, frequenta con lui una tea-room, lo invita nella sua stanza. Ma realtà e immaginazione, memoria e rimozione si confondono, Rosa è preda di allucinazioni sempre più frequenti, scrive lunghe e appassionate lettere in polacco alla figlia morta ma che finge viva ed affermata professionista in uno degli States. Si aggrappa a un feticcio, lo scialle che Magda bambina succhiava nel lager, per sopravvivere al guado della non esistenza cui è costretta, da quando i nazisti («i ladri») le hanno negato anche la semplice possibilità di dimenticare, inchiodandola per sempre a una memoria insidiosa, feroce. «- Senza una vita – rispose Rosa – si vive dove si può. Se tutto quello che si ha sono i pensieri, è lì che si vive -. – Lei non ce l’ha una vita?-  – I ladri me l’hanno portata via -».

 

© Riproduzione riservata      www.sololibri.net/Lo-scialle-Cinthia-Ozick.html;    30 novembre 2015