PARAZZOLI

FERRUCCIO PARAZZOLI, AMICI PER PAURA – SEM, MILANO 2017      

I “QuattroTempi” e i 25 capitoli in cui si suddivide l’ultimo romanzo di Ferruccio Parazzoli (Roma,1935) scandiscono le vicende vissute dal piccolo Francesco e dalla sua famiglia durante la seconda guerra mondiale. Una Roma piccolo-borghese, intimorita e sconcertata da una Storia a cui si sente estranea, e poi un rifugio marchigiano in cui trovare riparo dall’assedio tedesco e dai bombardamenti, fanno da sfondo agli avvenimenti domestici osservati con l’ingenuo stupore di un bambino che sogna ponendosi qualche domanda, e si pone domande sognando altri orizzonti, forse eroici, senz’altro più vitali di quelli della sua quotidianità, infreddolita e affamata.

Intorno a lui ruotano molti personaggi, per lo più appartenenti allo stretto cerchio familiare: un padre impiegato ministeriale, fedele agli affetti e al lavoro, ma privo di grandi ambizioni e idealità; la mamma tranquillamente devota ai suoi doveri di moglie, madre e casalinga; la sorellina Cristina, che manifesta sprazzi di vivace curiosità. E poi un nonno lombardo, massone e socialista, che con la sua morte improvvisa impaurisce il nipotino, e una schiera di zii e cugini a cui i quattro componenti del ridotto nucleo familiare rimane in sostanza indifferente, se non velatamente ostile. Il dramma della guerra è patito da tutti loro con rassegnata passività, in una silenziosa accettazione del ruolo di vittime, e Parazzoli riesce a rendere molto bene la docile sottomissione con cui i protagonisti vivono gli eventi, grandi e piccoli, delle loro esistenze (le morti private e le stragi belliche, i tradimenti politici e i soprusi parentali), in uno stile elegante e sorvegliato, pacatamente denotativo. 

Francesco, cresciuto in un casamento INCIS a forma circolare, sul cui muro in alto campeggiano tre fasci Littorio color cioccolato, vive la sua remissiva e solitaria infanzia di Figlio della Lupa tra adunate e sfilate militari, proiezioni dei film Luce, discorsi di Mussolini ascoltati alla radio, canzoni e poesie fervide di amor patrio da imparare a memoria, precipitose corse nel rifugio antiaereo al suono delle sirene d’allarme, non appena si odono sfrecciare in cielo gli aerei nemici. Aggrappa le sue paure ai soldatini con cui gioca, al fucile con la canna di latta che imbraccia da valoroso combattente, «immortale piccolo dio della Guerra». La capacità di estraniarsi da un presente terrificante sarà ciò che lo aiuterà a salvarsi nell’incrudirsi degli avvenimenti. «Ma lui era lontano, accanto agli eroici soldati italiani, ai marinai, agli aviatori, ai bersaglieri, alle truppe coloniali vestite di cachi, ma soprattutto ai fanti in grigioverde».

L’inderogabile fuga nel maceratese con la mamma e la sorellina, per evitare i bombardamenti e i rastrellamenti in atto nella capitale, dapprima ospitati da estranei-stranianti parenti in una grande villa, quindi nella gelida canonica di un viceparroco partigiano, rivelano ai pochi anni di Francesco la durezza della realtà in precedenza solo intuita e temuta. Il ritorno in una Roma sventrata e immiserita, l’odio delle diverse fazioni politiche, la ferocia degli eserciti contrapposti («Chissà chi aveva ragione»), la fame, le violenze, i furti, le deportazioni rendono il bambino sempre più confuso e fragile, privo di punti di riferimento. Solo nella lettura, scoperta fortunosamente attraverso un anziano vicino bibliofilo, troverà le risposte cercate, arrivando a concludere che da grande non avrebbe fatto né il fante né il prete, ma lo scrittore: solamente in questo modo avrebbe potuto trasmettere agli altri il ricordo di quello che era successo, le morti ingiuste come quelle del suo amico Domenico, il sacrificio di anime generose, la sofferenza innocente di troppe vittime, e la gioia di una liberazione ritrovata.         

 

© Riproduzione riservata            www.sololibri.net/Amiciperpaura-Parazzoli.html;          10 aprile 2017