PASTERNAK

BORIS PASTERNAK, ANCH’IO HO CONOSCIUTO L’AMORE – PASSIGLI, FIRENZE 2015

L’editore Passigli ha pubblicato (con un’interessante prefazione di Marilena Rea) un’antologia delle poesie d’amore scritte da Boris Pasternak tra il 1913 e il 1956. Vi ritroviamo tutta l’intimità pudica, la cura dei dettagli più trascurabili, la sensibilità per le sfumature dei sentimenti, l’attenzione per la natura caratteristiche dello scrittore georgiano. In un’atmosfera che rimane, ovviamente, quella della sua amatissima madre Russia, il clima sembra non prediligere mai i chiarori soffocati delle estati, le luci afose del mezzogiorno: invece sempre albe o tramonti, nebbie e piogge, brine e nevi, autunni o inverni. Così nella descrizione minuta della vegetazione circostante, scopriamo sì qualche salice, pioppo o castagno, ma soprattutto vengono menzionate con particolare delicatezza le erbe del sottobosco, i fiori dei prati, le piante medicinali (mirtillo, menta, lappola, camomilla, belladonna, arnica, bucaneve, lillà, liquirizia, sorbo, astro, citiso…). E tra gli animali, non sono quasi mai raccontati quelli di medie o grandi dimensioni, piuttosto gli insetti, gli uccelli dai colori meno appariscenti, dall’esistenza più fragile e fugace. Così è anche dell’amore, narrato quasi con esitazione, evitando qualsiasi facile retorica, descrivendo più le lontananze che gli avvicinamenti, più il passato che il futuro: «Anch’io ho conosciuto l’amore, e magari lei / è ancora viva, chissà //…folleggia il passato, fingendo di non sapere / che non abita più in mezzo a noi»; «Non come servo, non asfissiante, / non di continuo – forse in tutto due volte / ti ho supplicato //…Neppure tu sopporti gli intrugli / di lagne servili e confessioni».

La passione, per essere degna di descrizione, deve essere sfebbrata, decantata in un sentimento più discreto, mai proclamato ad alta voce. Anzi, preferisce il silenzio, la lettera o la foto inviata da chissà dove, piuttosto della presenza concreta: «Vivo con la tua foto, quella che ride / e che le stridono ai polsi i braccialetti, / e si torce senza posa le dita, / quella da indugiare, indugiare, sospirare». Se lei si affaccia improvvisa nella quotidianità, è un’epifania luminosa, tacita, discreta: «Misurando coi passi il silenzio, / entrerai tu – come l’avvenire. // Apparirai sulla porta / con qualcosa di bianco, semplice, / con qualcuna di quelle stoffe / di cui sono cuciti i fiocchi di neve»; «Tu appartieni alla stirpe di queste cose. / Hai un senso disinteressato, come l’aria»; «La tua presenza è come il richiamo / a tavola che è pronto da mangiare». “Amore, cuore, per sempre” paiono termini abusati, insopportabilmente retorici: «È banale la parola amore, hai ragione. / Mi inventerò una parolina diversa». E Pasternak, forse il più grande poeta erotico del novecento russo, confessa con orgogliosa ingenuità: «Amore mio – che impressione! Quando ama un poeta / è un dio disadattato che s’innamora. / E il caos torna a strisciare nel mondo / come ai tempi della genesi. // I suoi occhi gocciano libbre di nebbia. / È confuso. Assomiglia a un mammut. / È passato di moda. Lo sa che non si può: / sono passati i tempi e – scorrettamente».

La scorrettezza di cantare in versi ciò che si prova, quasi fosse una colpa o una vergogna, in tempi e luoghi che pretendono partecipazione prosaica («Per piacere, sapete dirmi / che millennio abbiamo in cortile?») è qualcosa di cui il poeta, scrutatore degli abissi dell’anima, sa di potersi vantare: «Non so se sia risolto / l’enigma dell’oltretomba, / ma la vita – come il silenzio / d’autunno – è tutta un particolare».

«Poesia» n. 315, maggio 2016