PESSOA

FERNANDO PESSOA, POESIE – NEWTON COMPTON, ROMA 2014

In una curata veste grafica con testo portoghese a fronte, e ad un prezzo addirittura risibile, l’editore Newton Compton propone ai lettori una cospicua scelta della produzione poetica orto-eteronima di Fernando Pessoa (1888-1935). Orietta Abbati ne ha curato con appassionata partecipazione sia la documentata nota biobibliografica sia l’approfondita introduzione, mentre a Piero Cacucci è stato affidato l’incisivo commento finale, indagante lo sguardo metonimico su interno ed esterno dell’esistenza e dell’ideologia pessoana, simboleggiato dalla persistente metafora della finestra. A entrambi gli studiosi si deve la traduzione dei testi. Ne  Il libro dell’inquietudine, sotto lo pseudonimo di Bernardo Soares, così Pessoa descriveva la frantumazione identitaria che albergava nella sua interiorità: «La mia anima è una misteriosa orchestra: non so quali strumenti suonino e stridano, dentro di me: corde e arpe, timballi e tamburi. Mi conosco solo come una sinfonia». E a questa sinfonia, a questo suo teatro mentale, offrivano le loro voci tre controfigure poetiche, con caratteri, timbri e vicende esistenziali assolutamente diverse e originalissime: Alberto Caeiro, Ricardo Reis, Álvaro de Campos. Il volume in questione ne testimonia la grandezza e la peculiarità stilistica e ideologica: a cominciare dal primo eteronimo, quell’Alberto Caeiro presente con ventuno componimenti, e considerato il maestro degli altri due. Una sorta di autodidatta rurale, orgogliosamente privo di ogni speculazione metafisica, immerso paganamente nello splendore della natura, e fedele solo al richiamo delle sensazioni. Proprio all’innocente esperienza sensoriale, infatti, Caeiro demanda la possibilità di conoscere il mistero della vita e dell’anima umana: «Sono un pastore di greggi. / Il gregge è i miei pensieri / e i miei pensieri sono tutti sensazioni. / Penso con gli occhi e con gli orecchi / con le mani e con i piedi / con il naso e la bocca. // Pensare un fiore è vederlo e odorarlo / e mangiare un frutto è saperne il senso».

Agli antipodi si pone la lezione estetica del secondo eteronimo, Ricardo Reis, che costruisce con rigore neoclassico una poesia antimodernista, modulata sulla lezione degli antichi, in particolare di Orazio. Equilibrio e misura sembrano essere le parole d’ordine della produzione reisana, insieme a un’istanza pedagogica tesa a educare alla saggezza epicurea dell’atarassia: «Oggi, quali servi di lontani dèi, / in casa d’altri, senza il giudice, / beviamo e mangiamo. / E domani accada quel che accada». Il terzo membro della famiglia eteronomica, Álvaro de Campos, si staglia imperiosamente nella sua singolarità di ingegnere navale innamorato della modernità e del progresso, da lui trionfalmente esaltati con espressioni iperboliche e deflagranti, secondo il suo dettame di dover «sentire tutto in tutte le maniere», «O ferro, o acciaio, o alluminio, o lastre di ferro ondulato! / O moli, o porti, o treni, o gru, o rimorchiatori! // Ehilà grandi disastri ferroviari! / Ehilà crolli di gallerie di miniere! / Ehilà deliziosi naufragi dei grandi transatlantici!…». Questi tre specchi deformanti del sentire poetico di Pessoa trovano una loro ricomposizione nelle sue poesie ortonime, caratterizzate da un’angoscia esistenziale indicativa della sua complessa interiorità spirituale e intellettuale: «Ho graduato le influenze, ho conosciuto le amicizie, ho udito, dentro di me, le discussioni e le divergenze di opinioni, e in tutto questo mi pare che sia stato io, creatore di tutto, ad essere il meno presente. Mi sembra che tutto sia avvenuto indipendentemente da me. E mi sembra che ancora avvenga così».

La disgregazione del soggetto, il crudele processo di spersonalizzazione e il conseguente anelito alla simulazione e contraffazione, vengono evidenziati in versi quasi programmatici: «Il poeta è un fingitore. / Finge così completamente / che giunge a finger che è dolore / il dolore che davvero sente», «Sono una vita oscillante / sulla coscienza d’esistere», «Oggi che estraneo a tutto e a me stesso, / posso, alla luce del dì vasto e ricco, / verificare che fui uno a casaccio, / è ancora a casaccio che lo verifico. // Tutto è estraneo; quanto sono o fui / un altro da me e senza me sospinge». Ecco quindi che la poesia pessoana diventa emblema e simbolo della devastante crisi filosofica e ideologica che interessò le coscienze e la produzione artistica mondiale nel XX secolo, incarnandone la sofferenza e l’ambiguità.

«Poesia» n.298,  novembre 2014