PIOVENE

 GUIDO PIOVENE, LE STELLE FREDDE – BOMPIANI, MILANO 2017

Di Guido Piovene (1907-1974), intellettuale a tutto tondo (romanziere, giornalista, critico, grande viaggiatore) Bompiani ripubblica in una nuova edizione il romanzo più famoso e premiato: Le stelle fredde, con una prefazione –  che in realtà è un vero e proprio, coltissimo ed entusiastico, saggio – di Andrea Zanzotto. Il protagonista, di cui non viene mai fatto il nome, narra in prima persona una sua tragica discesa negli inferi nebulosi della depressione: un male oscuro di totale inappartenenza, di volontaria latitanza da se stesso. Sordo a qualsiasi richiamo di vitale fisicità (non per niente il libro si apre su una visita specialistica per il controllo dell’udito), afasico e indifferente al parlare altrui, il quarantenne, abbandonato dalla compagna Ida, decide di troncare ogni rapporto con la sua vita sociale e lavorativa, e di andarsene. Via, lontano dalla città e dalla casa in cui abitava, dall’azienda aeronautica in cui occupava il ruolo di stimato pubblicitario, da qualsiasi abitudine precedente. Si rifugia in una vecchia villa di sua proprietà, occupata dal padre settantenne con cui non ha mai avuto buoni rapporti, in un ambiente rurale umido e ostile: celandosi agli altri e al proprio io, senza conoscerne appieno la ragione.

«Ho detto che tutti i motivi per cui mi ero nascosto, dagli ultimi ai più lontani, si erano distrutti nell’altro che cresceva dentro di me, e non ne aveva più nozione. L’unica impazienza in me era di sentirmi troppo somigliante a me stesso, non ancora abbastanza l’altro, tanto che potevo ancora accorgermi d’essere in due, come uno che veda salire una forma dal proprio ventre. Quell’essere bellissimo si chinava su me come ci si china sui morti, e mi sentivo morto, non ancora però abbastanza, senza avere provato un attimo di dolore. Volevo esserlo di più, sempre più intento a progredire nel mio nuovo stato».

Vittima inconsapevole di questa bipolarità, passa da momenti di «stranissima e larvale» felicità e irragionevole allegria ad altri di disperazione, dall’aggressività alla paura, dall’abulia alla tensione più eccitata. L’unica realtà in cui trova pace è quella dell’osservazione estatica dell’esterno (la campagna magica e spettrale, il cielo solcato da uccelli silenziosi, la palude fangosa, il ciliegio nel cortile con la sua nuvola di fiori bianchi), o degli oggetti umili e usurati della sua abitazione. Facce, gesti, sguardi, parole umane gli fanno ribrezzo: «i caratteri, i personaggi, i morali, i fanatici, i missionari, i predicanti, i passionali, i credenti, i sinceri. Orribilmente falsi. Orribilmente ebeti. Orribilmente spettri. Disgustosamente parlanti. Mi ripugnano e io ripugno a loro».

Eppure, da questo suo totale rifiuto di apertura al mondo e agli altri, finisce quasi per contrappasso per essere risucchiato in una vicenda torbida di violenza, morte, sospetti, indagini di polizia, che lo vedono insieme accusatore e accusato. Un «giallo metafisico», come lo definisce Zanzotto, in cui le persone concrete diventano fantasmi, e i fantasmi si incarnano in essere viventi. L’incubo assorbe la realtà, il paesaggio da terrestre si trasforma in cosmico o abissale, i ricordi svaniscono nei sogni. Così improvvisamente si materializzano davanti al protagonista nei panni di stranianti interlocutori un poliziotto con la vocazione dello psicanalista-confessore, oppure Fiodor Dostoevskij, mito letterario e grillo parlante fuoriuscito da un oltretomba più kafkiano che dantesco. Il romanzo di Guido Piovene coniuga sapientemente realismo e visionarietà, confezionati in uno stile elegante dai molteplici livelli espressivi: ironici, allegorici, moraleggianti, risentiti, ideologici, teologici. In uno spietato scandaglio dell’animo umano, del mondo di quaggiù e di quello di lassù, tutti accomunati in una farsa o in una tragedia senza senso.

© Riproduzione riservata              www.sololibri.net/Lestellefredde-Guido-Piovene.html       20 settembre 2017