PONTIGGIA

GIANCARLO PONTIGGIA, BOSCO DEL TEMPO– GUANDA, PARMA 2005

Abissalmente lontano da qualsiasi chiassosa e sguaiata contemporaneità, regalmente racchiuso in una sua pura e nitida sfera di nobile e classica trasparenza di suoni, motivi e atmosfere, questo bellissimo libro di Giancarlo Pontiggia afferma una sua inconfondibile e consapevole altezza poetica, senza albagia o superbi elitarismi, ma con l’umile proposta di verità che si sanno eterne. La poesia è senz’altro una di queste, e tra le più alte: via alla contemplazione e alla comprensione dell’umano e del sovrumano; strada della memoria e del recupero del passato; riflessione sull’anima e sul pensiero; ripiegamento sulla propria storia e indagine della storia del mondo. Ciò che è fuori da questo cerchio magico di luce (e quiete, e silenzio, e meditata sospensione) può indurre a distrazione e dispersione («in questo / evo buio che delira», «Sibilano, sui tetti, sugli scialbati balconi / le antenne, le feroci parabole, portatrici / meste di una vita / che non è…», «gridi / di una vita frastornante, sospesa») non per questo merita irrisione o disprezzo («Non disprezzare nulla, sii / umile, sii / come il legno di limone,  // che profuma»), ma invece è oggetto di fraterna ed empatica solidarietà:  «gli innominati… i dispersi… O poveri, o per sempre ignorati, / o legione di spossessati / di lingua, di nomi, di mente, / ombre / di un’umanità avvilita»).

Ma è allo scorrere del tempo, o alla sua crudele immobilità in un’aria di metafisico lucore, che il poeta pensa e si rivolge nei suoi versi più ispirati: «Canto ciò che fu prima / e ciò che venne. / Tutto / era sospeso in una / quiete lunga, nel forte / vuoto». Il cielo domina come un assoluto, in queste pagine, osservato da una posizione esiliata e carica di nostalgia: «Al cielo immenso, vuoto, a un cielo / senza di me / ogni volta cercavo di pensare; ad occhi chiusi / mi sforzavo di entrarci», «Sotto questo azzurro, vedi, lo stesso / di un milione di anni fa», «A quale alto ed inaccesso cielo / m’affacciavo, pensoso, estremo, nella polvere di un mattino sbiancato».

È un’immensità in cui il poeta vorrebbe leopardianamente naufragare, ma che insieme lo esclude, lo allontana, imprigionandolo nei suoi confini corporei: limitanti e ferrei. Ma anche la partecipazione più vivace e spontanea all’esistente gli è preclusa, per una sua indole di timida riservatezza, già evidente nella fragile e indifesa età infantile («fanciullo dolce, troppo educato», «Tra gli androni del collegio, dove / ubbidiente, mite, studiavo») e della prima giovinezza: «Era questo il tempo fluviale, rovinoso / della nostra celata adolescenza».
Tempo dedicato a letture raffinate (i lirici greci e latini, Plinio il Giovane, Petrarca, Rucellai) e al vagheggiamento di luoghi esotici, luminosi e ventosi, dorati e celesti (le Cicladi, l’India): a rincorrere un passato mitico, sorseggiando il nettare degli dei, assaporando «il miele che distilla una quieta / pace», o un vino di oraziana memoria («Perché aspettare le lucerne? / Beviamo»). Poesia che allontani ogni “cura”, quindi, priva di passioni che possano turbare l’animo, ma sia nutrita di limpida classicità, e sappia recuperare gli stilemi e i moduli non solo antichi, ma anche del nostro novecento più conclamato: perciò Saba, Montale, Caproni, Luzi, e addirittura qualche rara eco zanzottiana («Parla tu, lingua, di’ / una parola per noi, di’, fa’, su, scendi / divieni parola del mondo, vieni / tra le cose, nel tempo, divieni forte / vento!»). Con una solidissima padronanza metrica, ricca di perfetti e sonori novenari («Il sole splendeva assoluto»), di imperiosi settenari («O rime, o troppo schive»), di musicalissimi endecasillabi («Della vita mi colpiva ogni suono»). E con un’attenzione ribadita a un vocabolario desueto e straniante, nella ricerca puntuale di termini non usurati e abusati (impietra, s’invetra, s’intrude, s’impigra, s’intenebra, fiammeo, brolo, marcenti, sidereo, stremato, landa, scricchio…). Ma soprattutto con un richiamo affettuoso e rasserenante al lettore di baudelairiana memoria («lettore / (o più che ansioso, o più che amato)») a riscoprire la ferma compostezza della poesia, il suo elevato invito morale alla contemplazione stupefatta del divino e della bellezza («Tutto è caldo, sublime, esatto: una colata / di presente immane, // intatto»), e insieme alla malinconica accettazione della loro precarietà: «Siamo tutti // ospiti della vita -vedi- / per poco»».

«Incroci» n.27, giugno 2013