QUINZIO

SERGIO QUINZIO, DALLA GOLA DEL LEONE – ADELPHI, MILANO 1980

Gli aforismi, le raccolte di massime, di riflessioni, di indicazioni in genere piacciono molto al pubblico. Mantengono un fascino che non può essere spiegato solo con il desiderio di una lettura impegnata ma breve, profonda ma non troppo coinvolgente: in questi moderni breviari laici si respira un po’ la stessa aria di mistero, di iniziazione alla saggezza e alla verità che troviamo leggendo gli antichi sapienti (da Eraclito in poi), o i mistici, o le raccolte rabbiniche. Siamo attratti da questi testi, nonostante la diffidenza che nasce dall’ aristocraticismo di gusto e di pensiero spesso manifestato dagli autori, dalla loro posizione politica talvolta conservatrice, dalle perentorietà dei toni (“ipse dixit”).
Da Adelphi è uscito nel 1980 (ed è ancora in catalogo!) Dalla gola del leone di Sergio Quinzio (1927-1996), libro in cui non si avverte un didascalismo così accentuato come in altri volumi di meditazioni e pensieri sparsi : «Non esistono più maestri, chi è nella condizione di dire qualcosa non può dire ormai che parole chiuse nell’orrore, non più parole d’insegnamento».

L’orrore che vive e ferisce in queste pagine è «lo scandalo del male, anche del male piccolo», che esiste ingiustificato e ingiustificabile, l’ingiustizia della morte (il male è la morte, e viceversa), il fallimento di Dio. Si tratta quindi di un libro religioso, scritto nell’unica maniera in cui si può scrivere oggi un libro religioso: nella disperazione, nel dubbio, nel rifiuto della logicità. E la proposta dell’autore è appunto a-logica, insostenibile: accettare la fede proprio perché inaccettabile, continuare a sperare perché la speranza è finora stata delusa, salvare un Dio che non sa salvare. Lontano dal cristianesimo odierno inteso come «rilancio mondano di ogni genere di trionfali sacralità»- un cristianesimo che mentendo anche a se stesso pubblicizza l’immagine di un Dio pietoso ma impotente nei confronti del dolore umano, battuto dal male che lui stesso ha creato. Un dio umiliato, fallito, che ha promesso per millenni una salvezza che non arriva mai, è un dio «che fa tenerezza», proprio perché l’altro Dio, quello trionfante, quello celebrato dalla Chiesa, offeso dal peccato e non dalla sofferenza umana, è incomprensibile, la sua presenza è ingiustificabile.
Quel Dio, creando il male e il dolore per i suoi fini imperscrutabili, si è condannato alla sconfitta. Non può pretendere di essere amato dagli uomini che ha condannato alla disperazione, all’attesa senza senso, al nulla. Quelli che soffrono non sono più vicini a Dio, come insegna la tradizione cristiana, ma se ne allontanano, incapaci si sperare, aridi; il dolore come mezzo in vista di un fine diventa un’empietà, e non esiste niente che possa spiegarne l’esistenza. Così la morte della moglie non ha mai potuto trovare per l’autore nessuna giustificazione teologica, né può essere consolata dall’attesa cristiana della resurrezione. «Le cose desiderate tardano a venire fino a quando lo stesso desiderio si spegne?»
Chi è colpito dalla scomparsa di una persona amata, deve lottare contro il sentimento di ingiustizia subita, contro il proprio desiderio di annullamento, ma anche contro l’involontaria ma inevitabile rassegnazione a questa morte, il lentissimo oblio che cancella gesti e voce: lotta, insomma, contro la morte e contro la vita insieme. Quello che Quinzio ha salvato «dalla gola del leone» non è tanto una qualsiasi speranza di salvezza, di riscatto o di vita oltre la morte, quanto questo senso di ribellione all’assurdo di un’esistenza destinata a scomparire, a non essere niente. In questa sfida al niente è il senso del libro, perché «i veri problemi sono quelli che non ammettono soluzioni».

 

© Riproduzione riservata       www.sololibri.net/Dalla-gola-del-leone-Sergio.html           2 novembre 2015