RIMBAUD

ARTHUR RIMBAUD, SIAMO NEI MESI DELL’AMORE – FELTRINELLI, MILANO 2014 (ebook)

Il più famoso dei “poeti maledetti” francesi, Arthur Rimbaud (Charleville, 1854-Marsiglia, 1891), genio precoce dalla vita sregolatissima, trascorsa girovagando per l’Europa e il Nord Africa, scrisse il Bateau ivre a diciassette anni. Seguirono nel giro di poco tempo altri due capolavori: Une saison en enfer e le Illuminations. Poco più che adolescente, lettore onnivoro e dissacrante di tutta la tradizione poetica francese, incrollabilmente sicuro del suo talento e deciso a conquistare il Parnaso della letteratura, scrisse molte lettere (sfrontate, scorbutiche, presuntuose, imploranti) a diversi poeti e scrittori a lui contemporanei, chiedendo con insistenza attenzione per i suoi versi, reclamando il diritto ad essere letto e pubblicato, dichiarandosi “veggente” della poesia.

“Io dico che bisogna essere veggente, farsi veggente. Il Poeta si fa veggente mediante un lungo, immenso e ragionato sregolamento di tutti i sensi. Tutte le forme d’amore, di sofferenza, di pazzia; cerca egli stesso, esaurisce in sé tutti i veleni, per non conservarne che la quintessenza. Ineffabile tortura nella quale ha bisogno di tutta la fede, di tutta la forza sovrumana, nella quale diventa fra tutti il grande infermo, il grande criminale, il grande maledetto, – e il sommo Sapiente! – Egli giunge infatti all’ignoto!”

Questa sorta di invasamento totale, questa ubriacatura dei sensi attraverso la visione e la parola poetica viene ribadita in tutte le undici lettere, scritte tra il 1870 e il 1873, pubblicate nella collana digitale Zoom della Feltrinelli, con ricco apparato di note esplicative. Due di esse sono indirizzate all’amante Paul Verlaine, definito l’unico vero poeta tra “milioni di scheletri che, da tempo infinito, hanno accatastato i prodotti del loro guercio intelletto” in pagine tronfie e inutili. A Verlaine – che lo manteneva e, pazzo di gelosia gli sparerà due colpi di pistola nel 1873, finendo per questo in carcere – il ragazzo Arthur, efebico e ossessivo, scriveva: “Merda per me! … Oh, non mi dimenticherai, vero?… Io, ti ho sempre qui … Tuo per tutta la vita … Se non devo più vederti, mi arruolerò nella marina o nell’esercito. Oh, ritorna, ad ogni ora mi rimetto a piangere”. Il grido disperato e rabbioso del giovane Rimbaud non riguardava tuttavia solamente l’esperienza amorosa: era diretto principalmente contro l’immobilismo culturale della società a lui contemporanea, verso la borghesia ottusa e convenzionale, i familiari meschini e ignoranti, e la sua cittadina nelle Ardenne da cui bramava fuggire a qualsiasi costo: “La mia città natale è superlativamente idiota fra tutte le cittadine di provincia”.

Sarcasticamente commentava la produzione letteraria di molti scrittori di successo, (“mestieranti più morti dei fossili”), disprezzati in quanto troppo integrati in un ambiente sociale ammorbato dall’apparenza e dalla falsità; rivendicava il ruolo illuminato di chi scrive versi (“il poeta è un ladro di fuoco”), con il dovere di dare forma all’informe, facendosi carico dell’umanità intera: dei reietti, delle donne, “degli animali addirittura”. E se per arrivare a farsi possedere dall’arte suprema avesse dovuto dissociarsi da se stesso (“Io è un altro”), ubriacarsi di assenzio, mendicare, bestemmiare Dio, fuggire da qualsiasi paese e rifiutare ogni occupazione, ebbene Arthur Rimbaud in queste lettere si dichiarava prontissimo a farlo, con l’arroganza esaltata dei suoi pochi anni: “Siamo nei mesi dell’amore; ho diciassette anni. L’età delle speranze e delle chimere, come suol dirsi. – ed ecco che mi sono messo, fanciullo sfiorato dal dito della Musa, a dire ciò che io credo buono, le speranze, le sensazioni, tutte le cose insomma dei poeti, – è questo che io chiamo primavera. Se dunque le spedisco qualche mio verso, è perché io amo tutti i poeti. Ecco il perché”.

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