SETTE ANNI

SETTE ANNI        

Sette anni! E nel mese in cui ha inizio l’estate. Il sette le era sempre piaciuto, da quando aveva cominciato a scrivere i numeri. Così diverso dagli altri, con una breve testa orizzontale, una gamba obliqua, e quel taglietto a metà che lo rendeva unico. Sette come i giorni dal lunedì alla domenica, sette come le note. E ancora non sapeva nulla della magia filosofica che l’avrebbe affascinata da grande: la perfezione secondo i Pitagorici, il simbolismo dell’Apocalisse, i misteri dell’ebraismo. Era solo molto contenta di compiere, quel giorno, sette anni. E già svegliandosi, la mattina (alle sette!) aveva intuito che la giornata sarebbe stata speciale, diversa anche dai pochi compleanni passati. Qualcosa, insomma, rimaneva sospesa nei suoi pensieri, nelle attese, nell’aria luccicante di fuori. Come una sorpresa inaspettata, rivelatrice, misteriosa. Tutto questo non le era chiaro come sarebbe invece diventato nel ricordo futuro: quando, cresciuta, avesse ripensato a quel giorno. Ma ogni cosa, comunque, assumeva una dimensione inconsueta, un significato particolare. L’abbraccio beneaugurante e affettuoso della mamma, la carezza frettolosa e impacciata del papà severo sui suoi capelli, le tirate ai lobi delle orecchie delle due sorelle: un po’ troppo incisive, a dire la verità, e divertite, nel gesto della minore.

Da subito, comunque, proprio da subito, tutto intorno a lei cominciò ad animarsi di una strana diversità. Perché, ad esempio, lavandosi le mani e la faccia, la saponetta bianca e profumata, scartata dall’involucro il giorno prima, continuava a scivolarle dalle dita, guizzando nel lavandino e sotto il getto d’acqua del rubinetto, e finendo addirittura sul pavimento, in uno slancio imprevedibile di oggetto che decisamente non volesse lasciarsi afferrare, tenere fermo? Perché, durante la colazione, i biscotti preferiti non si scioglievano immediatamente nel latte, come le altre mattine, e rimanevano a galleggiare, pacifici e troneggianti, sulla bianca superficie appena scalfita dalla loro presenza? O ancora perché il grembiulino azzurro che la mamma le porgeva da indossare affinché non si sporcasse nei giochi non voleva assolutamente sbrogliarsi nelle maniche, che si opponevano con testardaggine a lasciarsi penetrare dalle sue braccia? La bambina osservava con meraviglia, e rifletteva. Era lei insolita, quella mattina insolita del suo compleanno, o era inspiegabile il mondo minimo che le si muoveva intorno?

«E i regali?» chiese alla mamma, prima di correre sulla terrazza, a giocare con la sorella più piccola, mentre la grande rimaneva in casa, a leggere, ad ascoltare i suoi dischi: troppo grande per i loro divertimenti infantili. «Quelli a pranzo, con la torta!», e subito indaffarata a mettere ordine, a rifare i letti, a sparecchiare la tavola della colazione. Le sapeva tranquille, le sue bambine, sicura che mai potessero correre pericoli o patire qualche sofferenza pungente. Semmai, le dava qualche apprensione proprio lei, la bambina di mezzo, perché le sembrava sorridesse poco, stesse troppo sola a pensare, con un’immaginazione eccessivamente fervida. Immersa in chissà quali fantasticherie di chissà quali universi lontani. Ne aveva parlato anche con il medico di famiglia, che l’aveva rassicurata: «Crescerà, crescerà… Ne ha di tempo per svegliarsi, per rincorrere la vita di tutti!». Eppure la mamma temeva un po’ che alla sua età la secondogenita stesse per tanto tempo sulla stessa pagina dello stesso libro: a pensare che? a immaginare cosa? E perché turbarsi così per qualsiasi osservazione, velato rimprovero, improvviso alzarsi della voce, anche quando non era diretto a lei? Troppo sensibile, troppo emotiva! Le avevano dovuto addirittura cambiare scuola, mandarla in città, nell’ambiente ovattato di un istituto di suore, e raccomandarla, alla maestra, alla superiora… È che a volte inventava delle storie, vedeva cose che non esistevano, e ne parlava con eccitazione, provocando sorrisini di compatimento o divertiti in chi l’ascoltava, irritazione nel papà, timore nell’animo materno. Ma quella giornata sarebbe trascorsa serena, si augurava la mamma, tra candeline, battimani, visite di zii e cugini. Le due sorelline si spingevano a vicenda sull’imponente altalena di metallo, verniciata di verde smeraldo, che il papà aveva fatto costruire solida in fabbrica: lo stabilimento che si allargava a fianco del loro appartamento, offerto in dotazione al dirigente. Appartamento grande, con una stanza tutta per i giochi, e due terrazze contigue, da percorrere in monopattino o con gli schettini, separate da un cancelletto cigolante: una adornata di enormi vasi colorati di ortensie (ma potevano esistere fiori blu, quasi viola, così diversi nel colore dai fiori dei prati?), e l’altra pressoché proibita perché lì si stendevano le lenzuola, bianche, svolazzanti come le nuvole, gonfie come le vele nel mare. Ma magari, di nascosto, ci si poteva giocare se nessuno vedeva, se nessuno sgridava, e camuffarcisi come fantasmi.

La bambina che compiva quel giorno sette anni non vedeva l’ora che arrivasse il mezzogiorno, che suonasse intrepida la sirena che segnava la pausa agli operai. E allora il papà tornava, saliva le scale saltando i gradini a due a due, con la sua cartella nera sotto il braccio: perché anche a casa e nel tempo libero doveva controllare carte e conti. Eccoli dunque tutti e sei intorno alla tavola apparecchiata, in sei perché della famiglia faceva parte anche una fedele donna di servizio, che rimaneva con loro persino a dormire, e aiutava la mamma sempre, a pulire il pulito, a controllare l’ordine ordinato. «Auguri auguri!», e baci e carezze, la canzone intonata insieme, le pietanze preferite preparate proprio in onore alla festeggiata. Risotto giallo, cotoletta alla milanese, fragole con una spruzzata di panna, e la tanto desiderata torta di mele. Addirittura, per finire, un goccio di vino bianco frizzante. La bambina aveva le guance rosate, e tremava un po’ nello spegnere le candeline. Troppa attenzione a lei, troppi occhi e pensieri per lei. E all’improvviso le passò un’idea, un’ombra nella mente, come un’intuizione malinconica da persona adulta. «Finirà tutto: questo momento, la torta, il compleanno, i sette anni…».  Un attimo, e il sorriso che si spegne, e la mamma che si preoccupa e indaga: «Cos’hai? È successo qualcosa? Non ti senti bene?». «No, no», con la voce turbata, ma desiderosa di non preoccupare. «Mi è venuto da pensare che dopo i sette anni verranno gli otto, i dieci, e poi i venti. Io diventerò vecchia, e anche voi». Intuizione improvvisa e dolorosa di una sovrumana ingiustizia, di un beffardo destino comune a cose e persone, e quindi persino a lei. Perché, perché?

Intorno sorrisi consolatori, frasi canzonatorie: «Che sciocchezze, che discorsi! Apri i regali!», e quindi una nuova emozione e la prima grande sorpresa: un tubetto di maionese Kraft, tutto per lei sola, da succhiare senza essere sgridata, assolutamente suo da far durare nei giorni… Poi il regalo delle sorelle: occhiali da sole con lenti marrone scuro e una montatura di plastica rossa, in un astuccio di finta pelle rossa, con un bottone rosso nel mezzo. La gioia di provarli subito e di metterli sul naso, intuendo all’istante ogni cosa in un’ombra fresca che annullava i contorni: sentirsi grande come i grandi, come i genitori che i loro occhiali da sole li portavano sempre, d’estate, in vacanza, o camminando in città. E il regalo della Maria, un libro illustrato sulla vita in fattoria. Ormai aveva imparato che non tutti i libri iniziavano con la fatidica frase “C’era una volta”, dopo che con stupore e rabbia aveva scoperto in un volume intitolato Il piccolo lord che l’avvio poteva prendere spunto da qualsiasi altra affermazione; avendo cercato inutilmente se le pagine fossero state incollate male, se ne era lamentata seria e stizzita con la mamma, con la maestra. Adesso era grande, aveva sette anni, forse in futuro avrebbe studiato per diventare pittrice, o scrittrice di storie, o insegnante, o missionaria in Africa. Infine, due regali di mamma e papà, da scartare con emozione particolare: perché li sapeva meditati a lungo, pensati proprio per darle gioia. E infatti nel primo trovò una scatola di matite Caran D’Ache, quelle famose e costose, che se le imbevi in un po’ di saliva dipingono come gli acquerelli. Nell’altro un librone da colorare, con disegni iniziati da completare, altri da inventare del tutto, altri ancora già finiti, da ammirare e imitare. «Grazie grazie!». La bambina era confusa, non sapeva cosa dire e fare, se baciare tutti o se nascondersi da qualche parte.

«E non è finita qui! Oggi pomeriggio verranno le zie, i cugini, con altri regali. E mangeremo altre paste!». «Oggi pomeriggio?» ripose la bambina trasognata. «Non posso. Ho un impegno». Loro sorridevano: «Un impegno? Cos’hai da fare? Sei in vacanza! È il tuo compleanno!». La bambina sentiva di essere sul punto di fare una rivelazione, di dire qualcosa di cui era certa e ignara allo stesso tempo, qualcosa che lei sapeva che sarebbe successo, ma senza che nessuno gliel’ avesse predetto: «Viene a trovarmi una mia amica. Una mia compagna di scuola».  La mamma pensierosa e sorpresa la interrogava: «Come mai? L’hai invitata tu? E chi è?»  La bambina tentennava, incerta se spiegare a se stessa e a tutti, o lasciare perdere. «Non so chi è. Abita lontano da qui. Non so bene perché viene, non me lo ha detto. Però so che verrà». «Altre storie! Fantasie! Come fai a sapere una cosa che non esiste se non nella tua testa?» Papà sorrideva, più divertito che impressionato. La bambina rispose piano «Lo so», alzandosi dalla sedia e ripiegando il tovagliolo, e dentro di sé ripeteva «Vedrete, vedrete».

«Lei ha un’amica immaginaria!», la canzonava la sorella più piccola. «Parla sempre con la sua amica immaginaria!». Era vero, succede a molti piccoli, di inventare presenze ombra, sostegni rinfrancanti. Pochi anni prima, si era creata addirittura una nuova identità, un nuovo nome, e pretendeva di essere chiamata così, di non essere ciò che era. Ma adesso no, non era una stramberia, un’idea balzana, quella che le occupava la mente: era una certezza. Sarebbe venuta una sua amica, portata lì da un caso sconosciuto, da una misteriosa necessità, non per farle gli auguri, ma solo per esserci, e per suggerirle che nella mente di ognuno c’ è spazio per passato e futuro, speranze e sogni, invenzioni e previsioni. Per cui la bambina festeggiata si apprestò a un pomeriggio di attesa, seduta sul muretto davanti all’entrata della fabbrica, appoggiata con la schiena alla rete arrugginita che separava il lungo stradone asfaltato dal deposito delle biciclette e delle moto degli operai. Si era portata giù il libro da dipingere e la scatola dei colori, e tranquillamente colorava le case e gli alberi, i cieli e le sagome umane che riempivano quelle pagine. Ogni tanto lanciava uno sguardo allo stradone deserto, ma senza nessuna apprensione, certa che a un dato momento qualcosa sarebbe apparso, in lontananza, a rassicurarla, a salvare la sua attesa. «È arrivata?» si affacciava la mamma a guardarla dalla finestra in alto, e le faceva ciao con la mano. «Non ancora, non ancora», rispondeva la sorellina. «Ma lei aspetta. Aspetta e spera!».

Il sole si faceva più caldo, erano ormai le quattro. Quasi l’ora della merenda con i cugini. La sorella maggiore venne a sedersi vicino a lei. «Come si chiama questa tua amica che dovrebbe venire?» «Non lo so bene, ma credo sia l’Annalisa. Ma così, è una mia idea». «Un presentimento?» «Sì, un presentimento». «Te l’ha promesso? Di venire per il tuo compleanno?» «No, non lo sa nemmeno. Però io penso che verrà». Nessun altro intorno a lei ci credeva, e lei guardava la strada in fondo, senza nessuna curiosità, senza impazienza, senza esitazioni. Ed ecco che improvviso sbucò da sinistra un camioncino ballonzolante, grigio, grande come quello del fruttivendolo, ma senza nessuna merce a carico. Avanzava piano, come se chi guidava cercasse un indirizzo. Si accostò alla siepe, di fronte al palazzo più vicino alla fabbrica.

La bambina, alzandosi dal muretto, prese a camminare in direzione del veicolo. Con tranquillità, sicura di sé. Si aprì la portiera del conducente, e ne uscì un uomo corpulento, con i baffi neri e un cappello in testa. Si aprì anche la portiera del passeggero, e ne saltò fuori una ragazzina con un vestitino giallo a fiori. Alzò il braccio in un saluto allegro: «Ciao, ciao!». Era Annalisa. La bambina che compiva sette anni le si avvicinò piano. «Lo sapevo», le disse.

 

In Qualcosa del genere, Italic Pequod, Ancona 2018