SEVERINO

EMANUELE SEVERINO, LA STRADA – BUR, MILANO 2008

“Ritorniamo indietro di millenni e le cose – per esempio queste voci che vengono su dalla strada- sono lì già da sempre, con la pioggia che questa sera le circonda e la lampada che illumina la stanza. Andiamo avanti per millenni, ed esse sono lì per sempre, così come ora appaiono, nella loro interezza. Nessuna cosa, quindi, è “creatura” e nessuna è un “creatore”. Nessuna ha bisogno di un “dio”, di un “padre”, di un “signore”, di un “padrone”, di un “artefice”, di un “produttore” che le garantiscano il suo permanere nell’essere e la tengano lontana dalla minaccia del niente”. Nella sua appassionata ed esaltante fede nell’eternità del Tutto (“La più umile delle cose è eterna in un senso abissalmente più profondo dell’eternità di ‘Dio’ “), Emanuele Severino sa assumere toni di purissimo lirismo, che lo avvicinano più all’ispirazione poetica che alla speculazione filosofica, come quando ci descrive il bruciarsi della legna, il suo ridursi prima a brace e poi a cenere, senza tuttavia diventare “niente”, ma persistendo nella sua eternità: “Se il divenire non appare come annientamento, ma come l’entrare e l’uscire delle cose dal cerchio dell’apparire, allora l’affermazione dell’eternità del tutto stabilisce la sorte di ciò che scompare: esso continua a esistere, eterno, come un sole dopo il tramonto”. Come il sole allo spuntare del nuovo giorno, anche ciò che muore e apparentemente finisce, in realtà, può “ritornare”. E questa profonda convinzione deve renderci certi della nostra finalità di gioia (“Noi siamo la Gioia”), consapevolmente oltre la follia di tutta la filosofia nichilista dell’occidente, che dai greci in poi ha cercato di convincere l’umanità che il non-niente sia il niente, destinato al niente. E cosa ribattere, quindi, alle affermazioni degli astrofisici, secondo cui anche il Sole, le galassie, l’universo moriranno, inghiottiti da un’entropia irrevocabile? Anche il nulla è eterno, come il dolore, la felicità, ogni pensiero?

IBS, 30 giugno 2013