TAGORE

RABINDRANATH TAGORE, GITANJALI – MIMESIS, MILANO 2017  

 Rabindranath Tagore (1861-1941) fu poeta, saggista, drammaturgo e filosofo indiano di lingua bengalese. Figlio di un ricco bramino, studiò nel Regno Unito, e qui decise di anglicizzare il proprio cognome (originariamente Thakhur). Tornato in patria, si dedicò all’amministrazione dei ben paterni e a coltivare la poesia e la musica. I suoi interessi furono però primariamente religiosi e filosofici, e nel corso della sua esistenza si propose di conciliare la cultura orientale con quella europea, arricchendo quest’ultima soprattutto di un’atmosfera spirituale e di messaggi di pace e fratellanza universale, radicati nell’amore per la natura e per la bellezza di tutte le creature. Si impegnò anche come benefattore e mecenate, facendo costruire strade, ospedali e scuole. Il premio Nobel, assegnatogli nel 1913, fu il primo conferito a un autore non occidentale.

L’editore Mimesis pubblica un centinaio di sue composizioni, tradotte all’inizio del ’900 da Arundel Del Re, e prefate dal grande poeta irlandese W.B. Yeats, che con estrema commozione paragonò queste liriche, «di una dolcezza insidiosa», alla voce di San Francesco e di William Blake. Io aggiungerei che alcuni accenti di assoluto misticismo possono ricordare la passione bruciante di San Juan de la Cruz e di Santa Teresa d’Avila. Gitanjali significa in lingua bengalese “offerta d’amore”, e davvero in queste poesie Tagore sembra voler elevarsi a un’altezza spirituale che sia insieme adorazione, preghiera, ringraziamento, con formule che ricalcano il linguaggio erotico, a partire dagli attributi con cui si rivolge a Dio, sempre invocato con il Tu maiuscolo: mio signore, maestro mio, vita della mia vita, mio unico amico, luce, mio tutto, divinità sempre vigile, mio amante, mio re, signore di tutti i cieli, mio diletto, mia bellezza, glorioso sole della mia vita, compagno dei miei giorni vani. Le profferte d’amore sono espresse con la dedizione inebriata di chi aspira all’unione mistica con l’Essere Supremo, a cui sa di dovere l’esistenza del corpo e dell’anima: «Nell’ebrezza gioiosa del canto dimentico me stesso e chiamo amico Te che sei mio signore», «O mio unico amico, caro al mio cuore, le porte di casa mia sono aperte – non passare oltre come un sogno», «Solo quel tanto mi rimanga ché io possa proclamare che Tu sei il mio tutto», «Il mio cuore ripete senza fine che voglio Te, Te solo», «Tu sei il cielo e Tu sei anche il nido», «Tu chini il viso, i tuoi occhi guardano nei miei ed il mio cuore ha toccato i tuoi piedi».

Tagore proclama il suo amore per Dio con la stessa pudica emozione con cui la sposa si offre all’amato, con l’ingenua gratuità di un bambino gioioso, con la fedeltà di un servo o con la leggerezza di una nuvola. E anche nel momento di congedarsi dalla vita, esprime gratitudine e sollievo, nella certezza di poter essere accolto da chi l’ha pensato e amato dall’inizio dei tempi: «Ora voglio morire nell’immortale… Come uno stormo di nostalgiche gru che volano notte e giorno verso i loro nidi montani, così tutta la vita mia viaggi verso l’eterna sua dimora in una suprema preghiera a Te».

 © Riproduzione riservata             www.sololibri.net/Gitanjali-Rabindranath-Tagore.html        26 settembre 2017