TESTA

ENRICO TESTA, CAIRN – EINAUDI, TORINO 2018

Un libro dedicato alla perdita, patita o inferta, questo di Enrico Testa (Genova 1956), alla sua quinta prova nella collezione bianca di Einaudi. Versi che interrogano la mancanza, il disorientamento, la solitudine seguita a un lutto, in un’atmosfera che ricorda, persino in alcune modulazioni formali oltre che in certe ambientazioni di interni, la Satura montaliana, permeata dalla sottile e penetrante nostalgia di una presenza-fantasma: assente nella concretezza della realtà, incombente nel pensiero e nel sogno. I segnali spia dell’abbandono si annidano ovunque (il linoleum marrone malsteso sul pavimento, un filo scuro di polvere, le rondini in picchiata, la cucina gelida, panchine arrugginite, stivali sporchi, acqua marcia, ciliegi spogli, polpette crepate…), a indicare trascuratezza, disaffezione alle cose, abbattimento. Solo il rapporto con le «care ombre» viene testardamente cercato e nutrito, in abitudini e riti quasi morbosi, attraverso la frequentazione di ospedali e camere mortuarie, o il vagabondare tra ceppi e tombe di famiglia nei cimiteri, nell’ansia di recuperare legami affettivi troncati, riecheggiando le leggende funerarie di Emerson e Lincoln:

«cavalcaniamente scavalco tombe abbandonate / sposto con inaspettata forza steccati d’assi / m’arrampico su pesanti grate metalliche / infrango il minaccioso diktat cimiteriale / che dice VIETATO L’ACCESSO / aggiro le voragini lasciate aperte / dall’incuria comunale / arranco, preso ormai dalle vertigini, / su traballanti passarelle per becchini. / E pateticamente solo / per raggiungervi, sentirvi / (e non si creda che farlo altrove valga uguale), / baciarvi (sì anche baciarvi) / e inginocchiarmi davanti a voi, / ombre care della mia infanzia», «quando entrò il lavacadaveri / (guanti pesanti blu / lungo camice verde in plastica deforme / mascherina protettiva / come a trattare un’appestata) / gli strappai di mano, nella luce accecante dell’acciaio, / gli strumenti del suo lavoro / e lo cacciai via urlando. / Poi per l’ultima volta / mi diedi con calma / alla cura santa del tuo corpo, / riflesso nell’ombra della mia salma».

Le relazioni sociali si riducono ormai alla frequentazione, smarrita e annoiata, di aule universitarie, convegni intellettuali, alberghi, stazioni e aeroporti, tra persone che rimangono indifferenti ed estranee, compitamente ipocrite («Peso del mondo. / Qualcuno accanto?»). L’unica alternativa alla superficialità dei rapporti umani, alle «varie attività parassitarie» rimane il «Tenersi da parte. / Anche a rischio di passare per fesso», evitando la «sciapa misticanza del misticume», «dell’eleganza come vizio / e dell’arroganza come vezzo». Rassegne e congressi, letterari o filosofici, sono utili solo alla vanità di chi li anima:

«A poco servono teologi da festival / che ne sanno ancor meno / delle beghine di paese / bistrattate da poeti tracotanti; / e augusti filosofi verbigeranti / sotto il segno del mito o della moda; e iene maculate dai denti gialli / che ringhiano, a loro tornaconto, / spirito di servizio o senso d’appartenenza. / Se ne può – state certi ‒ / fare anche senza».

Uno sdegno civile pervade i versi a cui Enrico Testa demanda la sua rabbia residua, schernendo «gli empi», «il mio paese i suoi politici / gli escalofonisti tutti – vecchi e nuovi ‒ / i professionisti nel maneggio dell’argilla / che impasta parole in nome dell’affare», e «l’irridente sfacelo» di «tutti i fetori di Roma / e della repubblica intera»: perché «il potere è tetro», affumica l’anima, corrompe le esistenze. Allora l’attenzione agli ultimi – a «chi scompare nei deserti o in mare», o alla senzatetto «spaurita e minuta» della stazione di Brignole ‒ trova una sua eco in quella destinata alla flora e fauna di umile lignaggio (lucertole, merli, millepiedi, rane, topi, ragni, gatti; more, rovi, patate, castagne, aglio, funghi, felci, gramigna…), al lavoro nell’orto o alla pulizia del pollaio.

Cairn, termine gaelico indicante il mucchio di pietre utilizzato sia come monumento sepolcrale sia come indicazione di percorso nei tragitti montani, rimane un monito che collega il ricordo dei propri morti al suggerimento di una via d’uscita nel labirinto del vivere.Le poesie di questa raccolta ‒ prive di artifici retorici, fatte salve rarissime rime sempre e solo utilizzate nelle chiuse ‒, testimoniano una fede superstite nella parola-abbraccio, «che dice ancora / quando non c’è più niente da dire». Parola pronunciata «senza urlare», limpida e mai pretenziosa, parola «Segnavia e segnavita».

 

 © Riproduzione riservata        «Il Pickwick», 25 luglio 2018