UN GIORNO IN CUI NULLA ACCADRA’

UN GIORNO IN CUI NULLA ACCADRÁ
 
                                                       
                                                          (Omaggio a Cesare Pavese, rileggendo Lavorare stanca)
 
 
Questa donna una volta era fatta di carne
fresca e solida, mani allegre capaci di voli.
E le gambe robuste, le labbra robuste anche loro,
aperte a parole di quarzo: passava per strada
con un passo sicuro e sapeva godere gli istanti.
Negli anni finiti non ebbe altro bene
che quel corpo: materia di ossa, di pelle e sudore.
Non è bello guardarla, ha perduto ogni forza;
intristita, sperduta, non comprende più il sole.
Quanta vita è trascorsa. E’ ingrassata, incurvata.
Il suo uomo la guarda annoiato la sera, e poi esce.
A lei non importa se lui la tradisce, per noia o vendetta.
Ha imparato a star zitta. Con dura fermezza
fa ogni cosa, e nasconde a se stessa il suo ambiguo sorriso
o la ruga improvvisa. Pulisce la casa, respira
la nebbia di fuori. Ogni giorno la breve finestra
s’apre immobile all’aria che tace. E campagna
oltre i vetri, erba e terra. In distanza: cascine, automobili
che si sentono appena. Abbaiare di cani, anche, a volte.
Sta seduta, la donna, in un secco silenzio.
I mattini trascorrono chiari e deserti. Li conta paziente,
non sa cosa sperare: torna a guardare le cose con occhi lavati.
Da quanto non piange, non ride. Ha avuto dei figli
che più non ricorda, lontani in città, in fabbriche grige.
Si sistema la gonna, e poi liscia pensosa i capelli
biondo-ruvido, simili alle bucce d’arancia
sparse in terra. Se avesse coraggio uscirebbe
il mattino, e sedersi al caffè. Non cercare nessuno.
Ma il cielo si chiude nella calma stupita del giorno,
e lo sa, la donna, e  non prova più rabbia. La lentezza dell’ora
è spietata, come i gesti del vano dolore. Domani
tornerà l’alba tiepida con la diafana luce
e sarà come ieri e mai nulla accadrà.
 
 

                                                                                In Omaggi, Einaudi, Torino 2017