MARCO VANNINI, ALL’ULTIMO PAPA – IL SAGGIATORE, MILANO 2015

Il filosofo e teologo Marco Vannini ha dedicato il suo più recente – intenso e coraggiosissimo – libro a Joseph Ratzinger, che definisce, con affettuoso rispetto e ammirata solidarietà, «l’ultimo papa»: il solo che abbia tentato di salvare ciò che rimane del cristianesimo dalla barbarie attuale «dell’ignoranza, della volgarità, della menzogna», scegliendo con coerenza il cammino dell’interiorità, del logos, della cultura rispetto alla religione sociale, esteriorizzata, politicizzata, di cui sono stati e sono prometeici rappresentanti i due pontefici che l’hanno preceduto e seguito. Le sue dimissioni dal soglio papale, oltreché temerarie e scandalose agli occhi dei più, sono parse inevitabili:

«Benedetto XVI si è trovato stretto nella contraddizione tra la necessità di difendere la credenza tradizionale, soprattutto per le masse popolari, e il doveroso rigetto di una religione ridotta a mitologia, cui è ignota l’esperienza dello spirito… Far passare il cristianesimo da mitologia a conoscenza dello spirito nello spirito deve essergli apparso un compito quasi impossibile, o tale comunque da richiedere forze molto superiori a quelle di un vecchio papa».

Vannini è uno dei massimi studiosi e interpreti europei della mistica medievale, traduttore e commentatore di Meister Eckhart e di Silesius, profondo conoscitore di tutta la filosofia occidentale e orientale che si richiama alla spiritualità: dalle Upanishad al Buddhismo, da Platone a Plotino e Porfirio, da S. Paolo agli gnostici a Sant’Agostino, da Margherita Porete a Sebastian Franck a Spinoza, fino ai pensatori dell’ottocento (Hegel, Schopenhauer, Nietzsche) e del novecento (Wittgenstein, Simone Weil, Etty Hillesum, Le Saux).
Le sette lettere indirizzate a Ratzinger costituiscono una summa del pensiero di Vannini, e un invito all’approfondimento di temi e verità trascurate, censurate, diplomaticamente edulcorate dalla teologia contemporanea. Nella prima sono ribadite le tesi più note del filosofo toscano: il suo richiamo appassionato a una riscoperta del ruolo fondamentale dello spirito («la conoscenza dello spirito non è solo conoscenza dell’essenza di noi stessi, ma anche la conoscenza dell’universale, e dunque la conoscenza di Dio»); la necessità di svuotarsi del proprio sé, dell’egoità, dei desideri e delle volizioni; il dovere di vivere l’assoluto nel presente, nell’istante in cui siamo immersi; la fede come distacco dal molteplice e dalle opinioni comuni; una diversa concezione di Dio, «privo di ogni attributo, pura luce, …né padre, né signore, né creatore, né provvidenza, né altro»; il rifiuto di una Chiesa «che ha imboccato la strada di una credenza esteriore, storica, sociale, scartando quella dell’interiorità, del distacco, del vuoto, senza la quale non v’è spirito». Seguendo l’insegnamento dei mistici, dovremmo tornare all’Uno, lasciar morire il nostro illusorio io, cercare in noi stessi la quiete più profonda, semplicemente scegliendo di “essere”, in sintonia con il tutto.
Queste indicazioni di principio vengono riprese anche nelle altre sei lettere, che hanno come argomento l’amore (inteso come tenerezza, intimità, amicizia, rifiuto della passione e del possesso: «Chi lega l’amore a un oggetto è in realtà un servo»), la grazia e la libertà (e qui sono forse le pagine più poeticamente ispirate del volume), la giustizia e la vita eterna (con l’invito a riscoprirsi equi, a tutto comprendere senza mai giudicare, riconsiderando poi i concetti di spazio e tempo secondo le ultime acquisizioni della fisica per meglio intendere il significato di eternità e immortalità).
Ma ci sono due lettere, la terza e la sesta, sulla verità della fede e sulla fine delle menzogne, che Vannini scrive con particolare vis polemica, con appassionato fervore in difesa della verità. In entrambe esorta i cristiani a tornare alle radici del messaggio evangelico, a riscoprire la realtà storica di Gesù al di là di ogni falsificazione. Le celebrazioni di Natale e Pasqua vengono giustamente ricondotte nell’alveo di festività pagane legate a ricorrenze stagionali, altre credenze religiose (come la resurrezione dei corpi dopo la morte) sono bollate come miti consolatori, il persistere di alcuni riti risultano frutto di ataviche superstizioni, le leggende bibliche paiono ricostruzioni menzognere funzionali a scopi politico-sociali. Sono affermazioni forti, addirittura indignate, quelle a cui il rigore intellettuale di Marco Vannini si affida per ribadire la sua condanna di un cristianesimo ormai ridotto a erede del formalismo ebraico, «tutto appiattito sul sociale, tutto rivolto alla costruzione di una sorta di regno di Dio sulla terra, …precipitato nella chiacchiera», nella falsa dogmatica, nell’idolatria del potere, in «templi, immagini, feste, sacrifici e cerimonie» che nulla hanno più a che vedere con il Dio che è da cercare nel profondo di noi, nel dio che noi stessi siamo.
Per cui, «Caro papa Benedetto», è a te che l’autore rivolge il suo plauso: «come a chi, in tempi difficili, ha compiuto il proprio dovere», scegliendo di ritirarsi in silenzio per salvare la fede cristiana.

 

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www.sololibri.net/All-Ultimo-Papa-Marco-Vannini.html     14 dicembre 2015