VARGAS LLOSA

MARIO VARGAS LLOSA, LA CITTA’ E I CANI – EINAUDI, TORINO 2016

Mario Vargas Llosa (autore peruviano nato nel 1936, e Premio Nobel nel 2010) scrisse questo che forse rimane il suo romanzo più famoso La città e i cani nel 1963. Il volume conobbe varie vicissitudini: in patria venne censurato e bruciato in piazza dai militari, all’estero fu tradotto piuttosto tardi, e in Italia solo nel ’98. Oggi Einaudi (2016) lo ripresenta nella traduzione di Enrico Cicogna.
Si tratta di un libro che parla della violenza insita nel cuore umano e nell’ambiente sociale, nell’apparato educativo scolastico e nei rapporti familiari, nella sessualità e nelle schermaglie amorose tra uomini e donne. «A questo mondo la violenza è una sorta di fatalità», chiosa l’autore in una sua dichiarazione: soprattutto in paesi economicamente sottosviluppati e politicamente illiberali quali era il Perù all’epoca dei fatti narrati.
La vicenda ruota intorno al collegio militare Leoncio Prado di Lima, e ai giovani cadetti che lo frequentano per un triennio, costretti a una disciplina durissima e ottusa, a esercitazioni massacranti, vessati da sopraffazioni continue da parte di commilitoni, sorveglianti e superiori.
E’ un romanzo corale, che usa sapientemente diverse prospettive di narrazione, alternando capitoli in prima e in terza persona, dialoghi, monologhi, brani di diario, descrizioni paesaggistiche e confessioni meditative.
Protagonisti sono gli adolescenti di una stessa camerata, che devono superare sia i rituali di iniziazione imposti loro dagli allievi più grandi (scherzi osceni, umiliazioni, pestaggi, furti), sia le corvée delle marce e delle manovre, delle punizioni fisiche, delle consegne in isolamento: «Qui sei militare anche se non vuoi. E quello che importa nell’Eesercito è essere un duro, avere un paio di coglioni d’acciaio, capisci? O fotti o ti fottono, non c’è rimedio. E a me non piace lasciarmi fottere».


In questo clima di rigore disumano che ricorda le atmosfere del film Ufficiale e gentiluomo, i ragazzi tentano una loro resistenza individuale e collettiva, fatta a sua volta di violenze contro i più deboli, di fughe dal collegio, di ruberie e di esibizioni sessuali al limite della depravazione. Tra di loro si chiamano con soprannomi allusivi: Boa, Giaguaro, Chiavica, Schiavo… C’è anche un Alberto, definito “il poeta” perché in grado di scrivere lettere d’amore e storielle pornografiche da vendere ai compagni. In quest’ultimo Vargas Llosa cela il suo alter-ego giovanile: «Ero un bambino viziatissimo, presuntuosissimo, cresciuto, faccio per dire, come una bambina… Mio padre pensava che il Leoncio Prado avrebbe fatto di me un uomo, ma per me fu come scoprire l’inferno». Vittime di tale inferno sono soprattutto Alberto, il Giaguaro e lo Schiavo, in uno scontro di sensibilità, codardia, forza bruta che si conclude in tragedia. Vittima è anche l’unico educatore intelligente e responsabile, il tenente Gamboa, che paga con un trasferimento punitivo la sua coraggiosa rettitudine «Non sono diventato militare per avere la vita facile». Nemmeno l’esistenza fuori dal collegio risulta aliena da difficoltà e cattiverie per i cadetti, sia nei rapporti con i vecchi amici rimasti a vivere di espedienti nei quartieri più poveri, sia nelle famiglie sfasciate che non li accolgono volentieri durante le licenze, sia nei tentativi abortiti di esperienze amorose o nel sesso vissuto squallidamente.
Sarà solo Alberto, alias Varga Llosa, a salvarsi, fuggendo da Lima e dal Perù, per tentare un riscatto in una nuova vita di cui essere l’unico padrone.

 

© Riproduzione riservata           www.sololibri.net/Lacitta-e-i-cani-Mario-Vargas.html             4 febbraio 2016