VIA DEL VENTO

ANNA ACHMATOVA, FLEBILE E’ LA MIA VOCE ; MARINA CVETAEVA, IL RACCONTO DI MIA MADRE; ELISABETH VAN GOGH, MIO FRATELLO VINCENT – VIA DEL VENTO, PISTOIA 2012

Via del vento è una piccola e raffinata casa editrice di Pistoia, fondata negli anni ’90 dal pittore Fabrizio Zollo, che in un ventennio è riuscito non solo a pubblicare importanti testi di narrativa e poesia di autori internazionali, costruendo un catalogo ricco e originale, aperto alla collaborazione di autorevoli studiosi e traduttori, ma anche a stimolare la vita culturale cittadina con molteplici inziative: mostre, concorsi, dibattiti. I libri che vengono offerti ai lettori hanno la particolarità di essere costituiti di poche pagine, in genere non più di quaranta: sono libriccini curati, eleganti, che propongono nomi rilevanti del nostro 900, soprattutto toscani (Bigongiari, Luzi, Manzini…), ma anche scrittori notissimi a livello mondiale e tuttavia lontani dalle mode imperanti e imposte dai media nazionali. Il prezzo dei volumetti non supera mai i quattro euro, e sono corredati da una breve postfazione critica e da una nota biografica sull’autore. Delle tre pubblicazioni di cui qui si vuole parlare, la prima è dedicata alla poetessa russa Anna Achmatova (1889-1966), e riporta ventisei liriche composte tra il 1912 e il 1963, lievi di tutta la delicata sensibilità di un timbro poetico assolutamente femminile («E’ flebile la mia voce… / e sono casti i miei pensieri… / Io perdono tutto»), e insieme cariche del dolore privato e politico che ha visto la Achmatova testimone e vittima di accadimenti tragici. C’è quindi la Storia, inflessibile e crudele con tutta la pesantezza di un potere che opprime («e innocente si contorceva la Russia»), ma c’è anche la leggerezza dei sentimenti che si confondono con il bianco immacolato della neve («Sulla dura cresta di un tumulo di neve / vaghiamo in un soave silenzio…»), con i trasalimenti degli amori che iniziano o stanno per finire, con gli addii ai poeti che hanno saputo regalare emozioni a un popolo sofferente («S’è azzittita ieri la voce irripetibile…»). Un secondo libriccino apparso nella collana Ocra gialla di «testi inediti e rari del novecento», raccoglie due racconti mai letti in Italia, che un’altra famosa poetessa russa, Marina Cvetaeva (1892-1941), scrisse tra il 1933 e il 1934, quando con il marito Sergej Efron viveva a Parigi, circondata dall’ostilità della colonia degli ebrei russi fuggiti dal bolscevismo. Protagoniste delle due novelle (che si differenziano dalla narrativa coeva della Cvetaeva per un loro tono vivace e gioioso, leggero e irriverente, dovuto forse alla memoria felice dell’intimità familiare vissuta dalla poetessa nell’adolescenza) sono Marina stessa – chiamata affettuosamente Musja – e la sorella minore Asja. Nel primo testo, Il racconto di mia madre, le due bambine si contendono l’amore materno in una sorta di gara dispettosa su chi sia tra le due la più amata («Mamma, a chi vuoi più bene, a me o a Musja? No, non mi dire che è la stessa cosa, non è mai la stessa cosa, ce n’è sempre una che si ama un pochino pochino di più… Un pochinino di più, una goccia, una briciola, un millimetrino di più»). E la madre si schermisce, cercando scampo nella narrazione truculenta di una favola dai contorni spaventosi… Nel secondo racconto  Il fidanzato, le due ragazze, cresciute, si prendono beffe di un pretendente amorfo e goffo. Tolia era «di buona taglia e in carne, e, ahimè, tutto sudato…Era giovane, e se non bello, era per lo meno benevolo (e inoltre tutto quello che si vuole derivato dal bene: beneducato, benintenzionato, benpensante…): dagli occhi acquosi e inespressivi, girava intorno alle sorelle “come un gatto attorno al macellaio”». Il fidanzato rifiutato da entrambe si prende la rivincita diventato adulto: sposa una ragazza carina e ricca, diventa direttore di museo, assumendo Asja con un incarico umiliante, e poi scrittore di successo. Ma Marina Cvetaeva conclude crudelmente la sua narrazione con queste parole: «Solo, ecco, che genere di scrittore?». L’autrice del terzo volumetto è Elizabeth Van Gogh (1859-1936), quartogenita dei sei figli della famiglia Van Gogh. Ebbe anch’essa vita non facile, sebbene meno infelice di quella del fratello: la casa editrice Via del Vento propone ora una riduzione della breve biografia-ritratto (resoconto asciutto e oggettivo, senza particolari risonanze emotive) pubblicato nel 1910, a vent’anni dalla morte del pittore. Quasi ignorata dal celebre Vincent, primogenito di un pastore protestante, ne seguì con rispettoso ma forse poco partecipe sguardo l’esistenza tormentata e geniale, con le sue cadute, le vertiginose conquiste, le inquietudini. Così lo descrive nelle poche righe iniziali: “Corporatura tarchiata… testa bassa… capelli rossicci tagliati corti sotto il cappello di paglia, che faceva ombra a uno strano viso… occhi piccoli e infossati… dal suo aspetto sgraziato emergeva la profondità di tutto il suo essere. I suoi fratelli e sorelle gli erano estranei. La sua stessa persona gli era estranea, come lo era la sua giovinezza.” Ecco quindi che Vincent mangia poco e da solo, veste con noncuranza, evita i rapporti sociali («era a suo agio soltanto fra i poveri, i semplici e gli infelici»), fugge in continuazione da tutti i lavori e gli impieghi (commesso, commerciante d’arte, insegnante di francese, predicatore evangelico tra i minatori), cambia ansiosamente orizzonti (L’Aia, Bruxelles, Londra, Parigi, Anversa, Provenza), si accompagna a donne equivoche e a ubriaconi, soffre di disturbi mentali. Ha un’unica passione: la pittura, ancora incompresa dal pubblico e dai mercanti d’arte, a cui si applica con febbrile dedizione, disinteressandosi di qualsiasi aspetto materiale dell’esistenza. La sorella accenna ai suoi capolavori senza mai comprenderne totalmente l’assoluta novità ed eccellenza, solamente intuendo di Vincent l’eccentricità «fuori del normale», che rese la sua fine precoce assolutamente prevedibile: «Per lui, morire era più facile che vivere». Ecco quindi la testimonianza di tre donne che seppero puntare lo sguardo oltre il proprio vissuto, confrontandosi direttamente o indirettamente con la letteratura e l’arte, e diventando esse stesse parte della grande storia della cultura e del mondo: giusto e meritorio che una piccola casa editrice abbia voluto celebrarle.

«Leggendaria» n.106, luglio 2014