WIECHERT

Ernst Wiechert, nato nel 1887 nella Prussia orientale, conobbe durante il nazismo la deportazione a Buchenwald per opposizione al regime, e ne trasse sofferta e profonda ispirazione per la sua produzione letteraria. L’ultimo romanzo,questa “Missa sine nomine“, uscita postuma nel 1950, e riproposta al pubblico italiano in diverse edizioni fino ad oggi, riassume un po’ tutti i temi cari al suo autore: la spiritualità intrisa di misticismo, il senso della giustizia e della solidarietà tra gli esseri umani, la lotta contro ogni violenza e sopruso, la contemplazione stupefatta e grata della natura. E il paesaggio che fa da sfondo a questa saga familiare e storica è quello della Germania settentrionale, con le sue nebbie e acquitrini, boschi e canneti, aironi e gru, picchi e civette; mentre le figure che si muovono intorno ai protagonisti rappresentano tutto il mondo che brulicava nel paese tedesco devastato dalla guerra: ex-deportati e collaborazionisti, banditi e parroci, poveri affamati e reduci, costretti a mendicare e a uccidere, a vendicarsi o a perdonare. I personaggi principali sono tre fratelli, i baroni Liljecrona, nobili di stirpe e d’animo, dispersi e divisi da diversi tragici destini nel corso del conflitto mondiale, che ritrovatisi nella loro tenuta e tra i loro contadini alla fine della guerra, cercano in modi differenti di ricostruire la loro esistenza, chi attraverso il lavoro e l’impegno quotidiano e fattivo, chi nella meditazione e nella preghiera. Accanto ad essi, tre figure di donne che, pur nei loro limiti caratteriali e nelle diverse vicende, anche colpevoli, trascorse, li aiutano in questa riscoperta di sé e del mondo. Ma il senso più vero del romanzo, intriso di antica sapienza cristiana (anzi, di pietismo protestante, come suggerisce giustamente nella postafazione il vescovo Diego Coletti) vive tutto in questa volontà di redenzione dal male, di riassorbimento del peccato nel bene, di comprensione e giustificazione talvolta anche troppo ingenuamente edificante.

IBS, 22 gennaio 2012