SERRAGNOLI

FRANCESCA SERRAGNOLI, LA QUASI NOTTE – MC, MILANO 2020

Francesca Serragnoli (Bologna 1972), con La quasi notte è al suo quarto libro di versi, tutti orientati a esplorare l’interiorità con discrezione e coerenza, nel rispetto dovuto alla parola poetica, che pretende pulizia formale e densità di contenuti. Le cinque sezioni in cui si articola il volume si misurano con un’ansia che definire religiosa è forse eccessivo, ma certamente pare circoscrivibile entro una dimensione di ricerca spirituale, non sempre rasserenante e risolta, e invece rasentante i bordi dell’incertezza, del rovello e dell’inquietudine.

Nella scrittura della poetessa si addensano infatti intensità e rarefazione, sobrietà e desiderio di svelamento, oscurità e trasparenza. L’evidente tensione metafisica, oggettivata in una terminologia che rimanda al credo cristiano (la croce, il calice, la lancia, la comunione, le reliquie, il costato da cui escono acqua e sangue) e il richiamo costante a una presenza divina, velata e non sempre paterna, si scontrano con una forte materialità fisica, evidente nell’accumulo di termini appartenenti al corpo: mani, dita, piedi, ginocchi, gola, lingua, bocca, cuore, scheletro, viscere, volto, occhi. Gli occhi, soprattutto, e lo sguardo, e l’atto di guardare, tornano ossessivamente in molte composizioni della raccolta, ad accentuarne l’aspetto simbolicamente visionario, di un’apertura e di una repentina e quasi impaurita chiusura sul mondo circostante (“l’occhio spalancato senza vita, / senza morte”, “gli occhi spaccati in due”, “occhi impietriti”, “occhi bassi”). Ascesi e caduta, volo e precipizio si alternano nelle pagine, utilizzando metafore indicanti rinuncia, angoscia, solitudine e sgomento, a cui si oppone una tenue ma tenace speranza di salvezza, di resurrezione.

Formalmente, la sintassi nominale e paratattica evita qualsiasi subordinata, nega a se stessa l’addolcimento delle rime, giustappone versi in apparenza slegati tra loro, procedendo per associazioni visive, correlazioni sonore, o allusioni volutamente ambigue: “M’ammazza e mi sfiora / il bucato è fiamma / lino che separa i pianeti / sventola il gingillo di una catastrofe // fra me e te muove un violino / la bufera è quasi un tango / la mano ferma sulla schiena / la vita ribaltata il volto in giù”.

Un’alterità è presente, quasi un’ombra, a cui la poetessa si rivolge con un sommesso rimprovero, lamentando lontananza, incomprensione, forse indifferenza (“Che tu mi voglia bene / è un precipizio levigato”), mentre più consolante è il frequente appello a figure infantili, ai bambini simbolo di innocenza e disinteressato affetto, osservati da lontano, con nostalgia.

La tentazione ultima è la resa, l’abbandono al sonno della notte, che tuttavia non è mai completamente buia, è – come sottolinea il titolo della raccolta – una “quasi notte”, a cui si oppone un’unica vivifica verità: la salvezza promessa dalla poesia. Negli Appunti sparsi che concludono il volume, Francesca Serragnoli dichiara apertamente e orgogliosamente la sua fede nella bellezza e nell’arte: “L’arte è oltre. Non è scavalcare lo steccato, è passarci dentro… Se serve a muovere l’uomo da se stesso, ad alzarlo alla vita, a scorgere una terra promessa, allora è consentito scrivere, lasciare che le cose diventino passi, che la bellezza appunto strappi dalla disperazione umana, ci sollevi nella corrente di una destinazione e non ci lasci ad annaffiare ciò che muore e che ha altrove la sua fioritura eterna”.

Scrivere per non lasciarsi sopraffare dall’oscurità, per continuare a credere nel chiarore dell’alba.

© Riproduzione riservata      SoloLibri.net › La-quasi-notte-Serragnoli    31 agosto 2021

 

CASELLI

DAVIDE CASELLI, ESPERTI. COME STUDIARLI E PERCHÉ – IL MULINO, BOLOGNA 2020

Eccoli lì, gli esperti: ce li ritroviamo davanti a tutte le ore del giorno in ogni canale televisivo, ascoltiamo i loro sagaci interventi attraverso qualsiasi stazione radio, leggiamo le loro allarmanti previsioni su quotidiani e riviste più o meno specializzate. Sono antropologi, astrologi, climatologi, criminologi, dietologi, grafologi, massmediologi, narratologi, paesologi, psicologi, parapsicologi, politologi, semiologi, ufologi (in rigoroso ordine alfabetico). Oggi soprattutto imperversano con implacabile presenzialismo batteriologi, infettivologi, virologi. Qualcuno di loro, spesso lautamente remunerato, ha candidamente ammesso il proprio narcisismo, altri – presi da delirante senso di onnipotenza – si improvvisano soloni ferrati in ogni scibile umano: tuttologi. Astrofisici che discettano di oncologia, medici che offrono il loro illuminato parere sul fenomeno mafioso, giuristi che dissertano di teologia. Perché ne abbiamo tanto bisogno? Perché li ascoltiamo con umile reverenza, seguendo docilmente i loro consigli, suggerimenti, imperiosi diktat, demandando alla loro decantata professionalità e scientificità i nostri comportamenti, addirittura le nostre idee?

Davide Caselli (Milano, 1981) ha pubblicato per Il Mulino un dotto e documentato volume (Esperti, Come studiarli e perché) in cui analizza la complessa relazione esistente tra chi riveste l’ambito ruolo di esperto e il mondo politico-sociale-amministrativo-finanziario-culturale in cui è inserito.

Partendo dalla propria decennale esperienza di operatore sociale in un quartiere periferico di Milano, con l’incarico di segnalare e assistere situazioni di disagio e povertà nelle classi popolari, Caselli ha condotto la sua ricerca di dottorato in sociologia su vari progetti di coesione sociale e sui piani di sviluppo del welfare nel territorio lombardo, misurando il gap esistente tra il lavoro svolto empiricamente sul campo e i saperi ufficialmente riconosciuti in ambito pubblico, affidati a consulenti e ricercatori specializzati, i cosiddetti “esperti”. Le analisi tecniche, la definizione e la valutazione di strumenti operativi, i progetti e gli studi di fattibilità venivano e vengono tuttora scritti, monitorati e valutati dagli stessi enti e consulenti che definiscono le linee guida, il gergo settoriale e i bandi di concorso dei principali finanziatori, pubblici e privati, escludendo di fatto da sovvenzioni, convegni, ricerche universitarie i cittadini attivi nel terzo settore su base volontaria.

In questo scenario di crescente professionalizzazione, a chi spetta il compito dell’analisi critica del rapporto tra conoscenza e azione, tra sapere e potere “alla luce della progressiva affermazione globale del modello di accumulazione neoliberista a trazione finanziaria”? Sono interrogativi su cui da perlomeno due secoli si interroga la scienza sociale, a partire dai suoi fondatori (Comte, Marx, Durkheim, Weber) per arrivare ai loro epigoni contemporanei (Hacking, Bauman, Foucault, Eyal, Bourdieu, fino ai più emotivamente carismatici Danilo Dolci e Paulo Freire).

Gli esperti, legittimati nella loro operatività da criteri extra-scientifici ed extra-intellettuali, in cui sembra prevalere il know how sul know why, sono perlopiù rappresentati da categorie professionali o singoli individui scelti in base a una competenza pratica e a un agire sociale spesso non canonicamente definito o istituzionalizzato, ma connesso con una rete di clienti, strumenti, assetti sociali in grado di riconoscerli come produttori di saperi specifici e articolati. Essi si muovono tra una dimensione cognitiva e una normativa, tra conoscenza della società e capacità di orientarne l’agire, tra descrizione della realtà e prescrizione “di ciò che la realtà deve continuare a essere o deve diventare, e del modo in cui ciascuno deve contribuire   a riprodurla o a modificarla”. Per nulla imparziali e oggettivi, quindi, gli esperti tendono a incoraggiare “forme di produzione, diffusione e applicazione del sapere segnate dalla chiusura elitaria e dal monopolio professionale”, riproducendo rapporti di potere sotto l’apparente neutralità della competenza professionale.

Il libro di Davide Caselli, corredato da una ricchissima bibliografia, si articola in cinque capitoli introdotti da brani di diario, interviste, spunti di cronaca relativi ai nuclei tematici individuati, riguardanti non solo il welfare milanese, ma il più vasto panorama nazionale dell’economia, del lavoro, del mercato, dell’istruzione, della medicina, della cultura. Sulla base di tali considerazioni, l’autore auspica l’avvio di forme alternative e democratiche di elaborazione e trasmissione della conoscenza, onde evitare il pericolo che i “non esperti” vengano espropriati delle loro abilità, interessi, culture diverse, attraverso la squalificazione esercitata dagli “esperti”, al punto da venire delegittimati all’impegno, privati del diritto alla visibilità e confinati in ruoli d’azione marginali.

 

© Riproduzione riservata           «Gli Stati Generali», 22 agosto 2021

 

 

 

 

 

OSWALD

ALICE OSWALD, MEMORIAL – ARCHINTO, MILANO 2021

Alice Oswald è nata a Reading nel 1966, ha studiato lettere classiche a Oxford, dove ora è Professor of Poetry. Ha pubblicato diverse raccolte di versi e vinto premi prestigiosi, raggiungendo il maggiore successo con Memorial, una rivisitazione in versi dell’Iliade. Proprio questo libro è stato da poco edito da Archinto con testo inglese a fronte, traduzione e cura di Rossella Pretto e Marco Sonzogni, che nella postfazione offrono un ritratto dell’autrice, incontrata a Bristol nel 2019 (“Ha lunghe mani nodose e capelli d’argento… un viso severo, epico nelle sue spigolosità, e occhi scavati e che scavano, di un blu insondabile”). Lo scavo è citato anche nel sottotitolo del libro, Uno scavo dell’Iliade, a indicare quanto profondo sia stato lo scandaglio emotivo con cui la poeta ha riportato alla luce il travaglio di vita e morte dei guerrieri protagonisti del poema omerico. Alice Oswald sottolinea di non aver voluto recuperare, nei suoi versi, la vicenda della guerra di Troia, ma di essersi proposta di renderne l’atmosfera, l’energia infuocata, privandola “delle sue parti narrative, come se si togliesse il tetto a una chiesa per ricordare ciò che si sta venerando”.

Il volume si apre su nove pagine in cui sono elencati, uno sotto l’altro, in stampatello, i nomi dei combattenti caduti, da Protesilao a Ettore, scarna litania di duecentoventotto eroi per lo più sconosciuti o irrilevanti, ma di cui sono poi brevemente raccontate le biografie, a imitazione delle lamentazioni greche modulate dai rapsodi durante le celebrazioni funebri. Un “cimitero orale”, viene definito da Oswald il suo testo, composto parafrasando l’originale omerico.

Ecco dunque questa Spoon River omerica, inaugurata da un commovente cameo: “Primo a morire fu PROTESILAO / uomo risoluto che presto s’avventò nel buio / … Morì nel balzo di chi cerca per primo l’approdo / Lasciò la casa costruita a metà / La moglie corse fuori artigliandosi il viso…”. Numerose altre descrizioni di guerrieri condensano in poche e asciutte righe i tratti salienti di un’intera esistenza votata agli affetti domestici e poi travolta dal turbinio della guerra, per concludersi nel sangue, lontano da casa: “ASSILO figlio di Teutrante / passò la vita nel ridente porto di Arisbe /… Tutti conoscevano quell’uomo paffuto / Seduto sul gradino spalancata la porta / Lui che tanto amava gli amici morì”, “IFIDAMANTE ragazzotto ambizioso / Diciottenne irrequieto / Dalla famiglia fu subissato d’amore /… Povero Ifidamante ora non è altro che ferro / Che dorme sonno ferrigno”, “Torna nella tua città SOCO / Hai padre ricco allevatore di cavalli e casa /… In faccia piume d’uccello / Ti disfano a colpi di becco / Gli occhi ti divorano i tuoi aperti occhi / Che tua madre avrebbe dovuto chiuderti”.

Infine l’eroe per antonomasia: “E anche ETTORE morì come gli altri / … Ettore amava Andromaca ma infine / Il suo viso stornò dalla mente / A lei ritornò cieco / Spossato spento / Solo volendo esser lavato e arso / E che avvolte in soffici stoffe / Le sue ossa tornassero alla terra”.

L’originalità del classicismo di Alice Oswald, in questa rielaborazione dell’Iliade attraverso la strage di tante giovani vite, risiede soprattutto nell’accompagnare le secche note biografiche con similitudini di trasparente lirismo, proprio dello stile omerico. In tale maniera la sofferenza umana (la crudele agonia, il lutto dei familiari, il crollo di ogni speranza nel futuro, il disonore della sconfitta) viene confrontata e assorbita nel dolore di tutti gli esseri viventi, animali e piante, e nello scorrere imperturbabile del tempo cosmico. Il “come” introduttivo a ogni metafora è insieme livellante e consolatorio, e acuisce l’emozione che tutti proviamo di fronte a qualsiasi definitivo epilogo dell’esistenza: “Come quercia colpita dal fulmine / Lancia le braccia in aria e arde”, “Come bimba s’aggrappa / Ai vestiti della madre che ha fretta / Vuole aiuto vuole braccia / Non vuole lasciarla andare”, “ Come famiglie d’uccelli che becchettano al fiume / Centinaia d’aironi e oche e cigni dal collo lungo / Quando un tizzone d’aquila famelico carbone rovente / Giù dal cielo si fionda in ali erompendo”.  E infine: “Come foglie chi può scrivere la storia delle foglie / Il vento ne soffia a terra i fantasmi / E primavera alita nuova foglia nei boschi / Migliaia di nomi migliaia di foglie / Quando li si ricorda si ricordi questo / Corpi morti ne sono il lignaggio / Che conta non più delle foglie”.

© Riproduzione riservata          «Gli Stati Generali», 11 agosto 2021

 

BASSANI

GIORGIO BASSANI, UNA LAPIDE IN VIA MAZZINI – FELTRINELLI, MILANO 2017

Il racconto Una lapide in Via Mazzini, pubblicato in e-book da Feltrinelli nel 2017, fa parte del libro Cinque storie ferraresi con cui Giorgio Bassani vinse il Premio Strega nel 1956. Rielaborati in continuazione per decenni, fino a rientrare in una definitiva edizione del 1980 con il titolo Romanzo di Ferrara, i cinque testi sono ambientati nella città natale dell’autore, che ha fatto da sfondo anche al suo capolavoro, Il giardino dei Finzi Contini.

Geo Josz, figlio primogenito di un commerciante in tessuti, torna inaspettatamente e incredibilmente vivo dal campo di concentramento di Buchenwald dove era stato deportato nel 1943, insieme ad altri 182 membri della Comunità israelitica ferrarese. È l’agosto del 1945, la città emiliana ha pagato un grosso tributo di terrore e sofferenza durante gli anni torbidi del fascismo, e vorrebbe ora tornare, dopo la liberazione, a un clima di ritrovata serenità e compostezza. I molti notabili del luogo che si erano compromessi con il regime, si nascondono oppure ostentano indifferenza, pronti a offrire i loro servigi ai nuovi rappresentanti del potere democratico. I militanti comunisti e i partigiani chiedono giustizia promettendo vendetta contro gli ex gerarchi e i loro sostenitori in camicia nera. Quand’ecco che riappare Geo Josz “basso, tarchiato, il capo coperto fin sotto gli orecchi da uno strano berretto di pelliccia. Come era grasso! Sembrava gonfio d’acqua, una specie di annegato”. Si ferma in Via Mazzini, dove un operaio sta attaccando una lapide commemorativa sulla facciata del Tempio Israelitico: e scoppia a ridere beffardamente, leggendo il proprio nome tra quello delle altre 183 vittime dell’olocausto.

L’arrivo inatteso di Geo Josz è accolto con diffidenza e fastidio, quasi fosse un fantasma tornato a turbare i sonni finalmente tranquilli della rispettabile cittadinanza: “Veniva da molto lontano, da assai più lontano di quanto non venisse realmente. Tornato quando nessuno più l’aspettava, che cosa voleva adesso? … A quanto asseriva, aveva fatto parte di quella schiera di centottantatré larve inghiottite da Buchenwald, Auschwitz, Mauhausen, Dachau, eccetera: possibile che lui, solo lui, se ne tornasse adesso di là, e si presentasse bizzarramente vestito, è vero, però ben vivo, a raccontare di sé e degli altri che non erano tornati, né sarebbero, certo, tornati mai più? Dopo tanto tempo, dopo tante sofferenze toccate un po’ a tutti, e senza distinzione di fede politica, di censo, di religione, di razza, costui, proprio ora, che cosa voleva?”

Tra i concittadini del reduce serpeggia incredulità e malevolenza, si ipotizzano suoi imbrogli e sotterfugi per ottenere vantaggi economici o politici in risarcimento delle sofferenze patite. Ma Geo Josz assume una tattica di sfrontata e polemica resistenza, riallacciando i rapporti con due zii rimasti vivi e operosi nel ghetto, e pretendendo con il loro appoggio di tornare in possesso della casa paterna, occupata dai partigiani dell’ANPI durante la guerra, deciso ormai a riavviare l’attività paterna. Tuttavia il suo conflitto interiore, e l’ansia di rivincita nei confronti della società, prendono il sopravvento sulla volontà di pacifica reintegrazione, e trovano un improvviso sfogo in un atto inconsulto e provocatorio. Un pomeriggio, incontrando casualmente in Via Mazzini l’anziano conte Lionello Scocca, che per anni era stato informatore dell’OVRA, lo schiaffeggia violentemente “con due ceffoni secchi, durissimi”, provocando uno scandalo e grave irritazione nelle classi abbienti della città.

Evitato da tutti (per disprezzo, paura o commiserazione), porta in giro la sua “faccia di malaugurio”, e il suo sarcastico sorriso, coprendo l’improvviso brusco dimagrimento sotto abiti sporchi e sdruciti, o intabarrato come il giorno del suo rientro dal lager, quasi per rinfacciare alla comunità le colpevoli collusioni col fascismo e l’antisemitismo. Siede al centrale Caffè della Borsa, concionando su politica e morale, nel disinteresse annoiato dei presenti.

Poi, imprevedibilmente, sparisce, e di lui non si sa più nulla. Sulle ipotesi fatte dai concittadini, Bassani non si sofferma molto. Quello che gli interessa far intendere ai lettori non è tanto la vicenda sconclusionata dell’infelice Geo Josz, quanto la reazione difensiva di un’intera città, timorosa di ripiombare nell’incubo di un passato incancellabile.

 

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5 agosto 2021

 

 

OTTIERI

OTTIERO OTTIERI, DONNARUMMA ALL’ASSALTO – GARZANTI, MILANO 2014

L’interesse di Ottiero Ottieri (Roma 1924-Milano 2002) per la psicanalisi si coniugava con quello per la sociologia, ed entrambi animarono la sua produzione letteraria a partire dagli anni ’50, anni di vivace sviluppo industriale e di apertura verso nuovi modelli interpretativi dei comportamenti individuali all’interno della collettività. Assunto all’Olivetti nel 1953, in un ambiente professionale sensibile al contributo intellettuale di altri nomi di rilievo del mondo della cultura italiana (Geno Pampaloni, Paolo Volponi, Giovanni Giudici, Franco Fortini), venne poi inviato a Pozzuoli per seguire la creazione di un nuovo e avveniristico stabilimento, con l’incarico di selezionare il personale. Durante il periodo trascorso al Sud approfondì le tematiche relative al mondo del lavoro, all’alienazione operaia, allo sfruttamento capitalistico. Ne trassero linfa creativa due romanzi che diedero avvio al filone della cosiddetta “letteratura industriale”: Tempi stretti (1957) e Donnarumma all’assalto (1959), quest’ultimo pubblicato da Bompiani, dopo un rifiuto dell’Einaudi, determinato dal giudizio negativo di Calvino.

Riproposto da Garzanti in varie edizioni a partire dal 1990, il romanzo rimane il più celebre e celebrato tra i molti usciti dalla penna dell’autore, non solo per le problematiche relative al contrasto tra il progresso tecnico ed economico del nord e l’arretratezza culturale del meridione, ma anche per lo stile spaziante tra il resoconto cronachistico, l’introspezione psicologica e la critica politico-ideologica.

Scritto in forma autobiografica, narra l’esperienza di uno psicologo delegato da una grande azienda settentrionale a scegliere il personale da assumere in una nuova filiale impiantata in Campania, vagliando quarantamila domande presentate da aspiranti diversissimi: contadini analfabeti, infermieri, attori di varietà, donne di fatica, “pescatori, baristi, bagnini, custodi dei Riformatori”: tutti motivati dal miraggio di ottenere un’occupazione stabile e remunerata. Scisso tra il dovere di ottemperare alle esigenze dell’industria per cui lavora e la crudele realtà di un modello imprenditoriale indifferente ai destini individuali delle maestranze, oscillante ideologicamente ed emotivamente tra pietas e irritazione di fronte all’eterogeneità delle situazioni esaminate, il protagonista redige un diario della sua tormentosa vicenda professionale, che iniziata un lunedì di marzo, si protrae fino ad autunno inoltrato. “Sono entrato per la prima volta, all’improvviso, nel laboratorio psicotecnico. C’erano i candidati, seduti ai banchi, e hanno alzato il capo dai fogli dei test per osservarmi”. La scelta degli uomini e delle donne da impiegare è condizionata da rigide regole imposte dall’azienda, e lascia poco spazio di intervento al selezionatore: di ogni candidato si valutano le attitudini mentali e fisiche, senza tener conto delle sue condizioni economiche e familiari. Sottoposti a prove scritte e di coordinazione manuale, gli esaminandi sono in difficoltà nei colloqui e nei test verbali, a disagio con l’italiano ufficiale che risulta loro estraneo. “Mi scusate, dottore. Ma voi siete il pizzicologo? Dicono che quando vi avvicinate voi, capite se uno è intelligente o scemo”. Tentano ogni strada per ottenere il posto, dalla raccomandazione alla corruzione, dalle minacce alla supplica, dall’ossequio alla rivolta: “Io sono alfabeta, lì dentro c’è scritto. Io sono alfabeta con sette figli, ma mi piace di faticare, devo mangiare. Io vi servo più di tutti gli altri”. Il funzionario riflette su se stesso e sulla sua mansione, teso tra solidarietà e rabbia, compassione e sospetto: “Non è facile avere tutta la coscienza tranquilla”, riflette assolvendosi, consapevole di dover decidere tra le reali abilità e “una graduatoria del bisogno”.

Lo stabilimento diventa insieme moloch e totem, a cui sacrificare la propria esistenza e individualità, la coscienza e il rispetto di sé, in omaggio alle esigenze capitalistiche della produzione: “Sulla collina sopra il paese, esce, sorge la fabbrica: come un castello orizzontale di vetro, fluorescente di luci fredde. C’è il neon dietro i vetri. Gli abitanti della costa, i pescatori possono vederla così irraggiungibile da ogni punto del golfo”. Visitato quotidianamente nei vari reparti da “turisti stranieri, giornalisti, ministri, sociologi e architetti” (anche un disincantato e idolatrato Eduardo Dee Filippo rende omaggio al personale e alle macchine), diventa il fiore all’occhiello della lungimirante generosità dell’imprenditoria settentrionale nei riguardi del Sud. Che tuttavia nei suoi abitanti e nelle istituzioni rimane recalcitrante, sospettoso, e sostanzialmente inadeguato alle aspettative padronali. “Questo stabilimento è venuto a sollevare le nostre miserie. È anche un’opera di misericordia”, afferma un prete nel corso di una cerimonia, sorvolando sui turni massacranti, sull’alienazione prodotta dai movimenti ripetitivi, sull’assenza di rapporti interpersonali.

I candidati si chiamano Accettura, Bonocore, Santoro, Rubino, Bellomo, Papaleo, Straniero, e appunto Donnarumma.  Antonio Donnarumma fa la sua comparsa esattamente a metà romanzo, prototipo del disoccupato meridionale degli anni ’60, privo di qualifiche ma convinto del suo diritto naturale al lavoro: rifiuta le trafile burocratiche e il rispetto delle regole, contesta le gerarchie, diffida della carta stampata, è pronto a provocare con la violenza chi gli nega attenzione e ascolto: “Io debbo lavorare, io voglio faticare, io non debbo fare nessuna domanda. Qui si viene per faticare, non per scrivere”. Anche fisicamente risponde a uno scontato cliché: “Aveva il petto quadrato in un maglione, i capelli grigi a spazzola, gli occhi duri… con la faccia atona e regolare sotto la fronte bassa”.

L’indagine sociologica dello scrittore-psicologo Ottieri ammette tutti i propri pregiudizi nei confronti dell’oscurantismo dei meridionali, ritenuti pigri, immaginosi, disorganizzati, sensuali, svogliati, scialacquatori, superstiziosi, intellettualmente sterili: “tutti i luoghi comuni intorno al mezzogiorno mi tornano a galla, veri”. Ma l’industrializzazione forzata è considerata l’unica possibilità di sviluppo e salvezza, contro il male atavico della disoccupazione, della miseria, dell’ignoranza: “In fabbrica miglioriamo, loro e noi. Ci comprendiamo e ci assomigliamo, uniti dalla stessa produzione, cioè dalla stessa sorte. Quando si sta in officina ognuno al proprio posto, si smorzano i loro fuochi pirotecnici e le nostre sciocche, fredde presunzioni si riscaldano. Lo stabilimento fa gli uomini uguali, asciuga gli umori, riduce i vizi del carattere”. Quando le assunzioni vengono infine completate e il selezionatore, esaurito il suo compito, può tornare al nord, rimane l’inquietudine degli esclusi dal reclutamento e dal progresso, una rabbia feroce che si esprime in piccoli sabotaggi e infantili attentati, minacce verbali, telefonate anonime e persino tentati suicidi.

Giuseppe Montesano, nella sua analitica ed appassionata prefazione al volume garzantiano, afferma che “c’è qualcosa di oscuro, in Donnarumma all’assalto, una sorta di sordo brontolio minaccioso che non esplode mai in tempesta”, ed è il contrasto insanabile tra l’irosa sfiducia dei disoccupati che aspirano a un posto di lavoro e “il funzionario che ha fede nella fabbrica-modello, nella razionalità di un nuovo umanesimo e nell’efficacia della psicologia industriale”. Nord contro Sud, specializzazione contro dequalificazione, città contro campagna, progresso contro arretratezza. “Lo psicologo sa che il suo lavoro è «immorale» perché è una difesa contro il dolore altrui, e perché dove la Storia ha piegato gli uomini non può esserci neutralità”, scrive ancora Montesano. Tale dilemma, se dopo settant’anni non riguarda più il nostro meridione, rimane invece pressante nel baratro che divide l’Occidente iper-sviluppato e le zone del mondo tuttora deformate dalla povertà e dalla sofferenza. L’utopia di un progresso giusto ed egualitario grazie alla crescita tecnologica e finanziaria, continua a sopravvivere solo nel limbo dell’irrealtà.

 

© Riproduzione riservata         «Gli Stati Generali», 3 agosto 2021

 

 

 

ZWEIG

STEFAN ZWEIG, IL LIBRO COME ACCESSO AL MONDO – ARCHINTO, MILANO 2021

Opportunamente le edizioni Archinto pubblicano alcuni saggi di Stefan Zweig sull’importanza formatrice della lettura. Il libro come accesso al mondo raccoglie dieci testi che, oltre a testimoniare l’acume critico dello scrittore viennese, ne mettono in luce la profonda sensibilità letteraria e la radicata convinzione nel valore etico della cultura. Stefan Zweig (1881-1942) a ottant’anni dalla morte continua a mantenere intatto il suo fascino di intellettuale poliedrico, di scrittore raffinato e versatile, di uomo dall’alta e coraggiosa statura morale. Inviso ai nazisti per le origini ebraiche e per la strenua opposizione politica, fu costretto a lasciare l’Austria dopo il rogo dei suoi libri nel 1933, rifugiandosi prima a Londra, poi a New York e infine in Brasile, dove si uccise avvelenandosi insieme alla seconda moglie.

Gli interventi raccolti in questo piccolo volume sono accomunati dalla stessa tensione etica, e dalla stessa penetrante analisi testuale. Si tratta di recensioni pubblicate su diversi organi di stampa di lingua tedesca tra il 1905 e il 1931, che la curatrice e traduttrice Simonetta Carusi postilla con chiarificatrici note conclusive. Hanno la dote della vivacità comunicativa, determinata dall’essere destinate al commento puntuale di pubblicazioni correnti, commento che però travalica l’attualità spingendosi oltre alla contingenza dei libri presi in esame, perché arricchito da riflessioni filosofiche, citazioni letterarie, riferimenti storici che assumono un carattere teorico e ideologico universale.

Quindi leggiamo due saggi del 1906 e del 1908 dedicati a Rainer Maria Rilke, (“un poeta in cerca di Dio”), alla sua poesia “di temerarietà inaudita” da meditare “con amore”: “nessuno – nessuno! – oggigiorno in Germani scrive versi così belli, potenti, raffinati”. Altre due recensioni sono riservate ai romanzi di Joseph Roth, “impregnati di realismo e scritti in una prosa smagliante”, capaci di rispecchiare il disorientamento psichico e sociale di una generazione tragicamente reduce dalla prima guerra mondiale.

Del 1930 è l’omaggio che Zweig tributa a Il disagio della civiltà di Sigmund Freud, la cui grandezza intellettuale e scientifica viene individuata nella capacità di “gettare domande nel mondo”, in modo “crudo, oggettivo, non addolcito dalla fede … con severità e determinazione”.

Ma l’attenzione dello scrittore austriaco è rivolta anche a temi più generali, quali le tradizioni popolari, il recupero del genere fiabesco, le inquietudini giovanili, esaminati in tre brevi articoli: Ritorno alla fiaba, Il diario di una adolescente, Il dramma nelle Mille e una notte, in cui con rigore e onestà affronta la contrapposizione tra il passato più remoto, le civiltà più lontane e lo sconcerto di una modernità difficile da interpretare. In questo senso, il suo elogio della “cultura come antidoto alla barbarie”, il suo sospetto verso un’epoca forsennatamente dominata solo dalla tecnica, trovano gli accenti più appassionati nei due testi che aprono e chiudono il volume, che definiscono il libro come accesso e visione del mondo, di cui mi sembra importante riportare alcune frasi.

“Il libro ha il potere di dilatare l’anima e costruire mondi nella nostra vita interiore… Come si fa a sopportare di non conoscere nient’altro al di fuori di ciò che si coglie esclusivamente con gli occhi, con le orecchie, per puro caso; come si fa a respirare senza l’ossigeno che emana dai libri? … Quando leggiamo, non ci rendiamo conto di assorbire attraverso gli occhi una sostanza impalpabile che rinvigorisce il nostro organismo spirituale… Quando leggiamo, cos altro facciamo se non partecipare dall’interno alla vita di persone estranee, vedere con i loro occhi, pensare con il loro cervello? Quanto più si vive in intimità con i libri, tanto più profondamente si sperimenta la totalità della vita, perché colui che ama i libri, grazie al loro aiuto, vede e comprende il mondo in modo miracolosamente potenziato, non solo con i propri occhi, ma con lo sguardo di innumerevoli anime”.

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BUONAIUTI

ERNESTO BUONAIUTI, GESÙ IL CRISTO – E/0, ROMA 2019

Ernesto Buonaiuti (Roma1881-1946), uno dei maggiori esponenti del modernismo cattolico, professore di storia del cristianesimo all’università di Roma, storico insigne e direttore di diverse riviste teologiche, era stato ordinato sacerdote nel 1903, ma nel 1926 venne colpito da scomunica ed esonerato dall’insegnamento, quindi destituito per non aver prestato giuramento al regime fascista. Come studioso indagò molti aspetti e figure della storia della Chiesa, spesso in polemica con le direttive e le gerarchie vaticane.

Il saggio Gesù il Cristo è la sua opera più controversa, iscritta nell’Indice dei libri proibiti come eretica da papa Pio X. Fu pubblicata per la prima volta nel 1926, e due anni fa è stata ripresa dalle edizioni E/O nella “Collana di pensiero radicale” diretta da Goffredo Fofi.

Perché questo piccolo libro ha potuto creare tanto scandalo in ambito ecclesiastico? Si tratta di un emozionante e appassionato excursus sulla vita di Gesù, inserita nel contesto storico cui apparteneva. Aprendo la sua narrazione con le parole profetiche di Malachia (“Sulle vostre fronti, tementi il mio nome, sorgerà un sole di giustizia, i cui raggi arrecheranno la guarigione. Voi ne trasalirete di gioia e ne tripudierete, come vitelli tratti fuori dalla loro clausura”), Buonaiuti celebra il sole di giustizia che si annuncia per gli uomini con la venuta di Cristo, dopo il regno di Erode il Grande e durante la dominazione romana.

Un Gesù uomo tra gli uomini, quindi, che appare all’interno di eventi storici luttuosi, violenti, iniqui, a divulgare parole di pace e giustizia, di mitezza e speranza. Lo precede la ribellione anti-romana di un fanatico zelota, Giuda; lo precede Giovanni il Battezzatore che purifica nelle acque del Giordano chi è alla ricerca di un rinnovamento interiore; lo precede una “inquietudine aspra e tremante di ansiose aspettative, nutrite di brividi e di singhiozzi”.

In una prosa forbita, immaginosa e inebriante, Buonaiuti ripercorre tutta la vicenda umana dell’“artigiano trentenne, venuto da Nazareth”, descrivendone l’anelito spirituale, l’ansia missionaria, i dialoghi amichevoli e le discussioni infervorate, i luoghi attraversati, i desideri e le delusioni. Quindi il distacco dalla famiglia e dalla bottega del padre, l’abbandono della sospettosa e ingrata città natale, l’arrivo a Cafarnao, le prime predicazioni e i primi seguaci, i prodigi e le guarigioni attuate in mezzo a “una folla oscillante di curiosi, di malati, di pezzenti, che sembrava suggere dalle sue parole un segreto e inesprimibile sentimento di sollievo e di conforto”.

Come e cosa insegnava Gesù? “Egli impartiva il suo insegnamento semplice e disadorno, cogliendo le più modeste occasioni, facendo appello ai motivi più familiari della vita quotidiana, traendo lo spunto dagli incontri meno previsti, utilizzando le più consuete nozioni della tradizione religiosa ufficiale”.

Perché un libriccino così ispirato e intenso ha provocato reazioni tanto feroci e isteriche all’interno del Vaticano? Più che al contenuto del testo, le censure e i timori clericali erano rivolti al diffondersi della filosofia modernista, di cui Ernesto Buonaiuti era uno dei principali esponenti. Il modernismo cattolico proponeva infatti di ripensare il messaggio cristiano alla luce delle istanze della società contemporanea, suggerendo una lettura razionalista della Bibbia e dei riti religiosi, rispettosa dell’autonoma determinazione dell’individuo e collettività, emancipata da ogni prospettiva e sistema di valori compiuto e di carattere assolutistico. La Chiesa aveva già condannato il modernismo come eresia a partire dagli inizi del ’900. In epoca fascista, di dittatura ideologica e di compromessi con l’istituzione cattolica (ricordiamo che i Patti Lateranensi furono firmati nel 1929!) tale condanna fu ribadita e aggravata da scomuniche e persecuzioni varie.

La tesi del libro che più poteva sembrare pericolosa era la distinzione tra il Cristo della fede e il Gesù della storia, narrato dai Vangeli canonici, che nulla potevano o dovevano affermare della sua divinità. La severa accusa di fariseismo rivolta alla tradizione religiosa vigente nella Palestina neo-testamentaria venne letta dalla gerarchia ecclesiastica come allusione alla precettistica illiberale e dogmatica, al formulario legalista e alla liturgia codificata messa in atto dalla Chiesa del XX secolo.

Come poteva essere altrimenti? Ecco le parole innamorate che Buonaiuti scriveva sul Figlio dell’Uomo: “La stupenda originalità del suo messaggio sarebbe stata tutta nella riduzione, così della disciplina etica farisaica come dell’aspettativa escatologica cantata nella letteratura apocalittica”, in favore del “programma rovesciatore” espresso nel Discorso della Montagna: “Quattro promesse di beatitudine, quattro minacce di maledizione, null’altro. Ma in esse era racchiusa la dottrina sociale più sottilmente sovvertitrice che fosse mai stata bandita al cospetto degli uomini”.

Di un Gesù rispettoso della Legge (“Non un accento ne sarà cancellato”), ma altresì convinto della necessità di un rinnovamento del culto, il teologo scomunicato scrisse: “Gesù rivendica la santità elementare della legge morale, eterna quanto il cielo e la terra. Ma in pari tempo sa di bandire un messaggio cui i poteri costituiti e le autorità religiose resisteranno con accanimento barbaro e con violenza cieca, tratti da una fatalità tragica a reagire brutalmente contro chi ripristina i valori da cui pure essi trassero i titoli e le ragioni della loro esistenza, e con ciò stesso, a segnare, inconsapevoli, il proprio verdetto di morte”.

© Riproduzione riservata        «Gli Stati Generali», 29 luglio 2021

 

 

 

 

 

 

 

AAVV – POESIA

AAVV, POESIA – CROCETTI/FELTRINELLI, MILANO 2021

Il numero 8 (luglio-agosto 2021) della Rivista internazionale di cultura poetica Poesia, diretta da Nicola Crocetti, presenta come sempre un variegato e stimolante ventaglio di interventi su dufferenti produzioni in versi, declinate sincronicamente e diacronicamente a livello internazionale. Così troviamo articoli riguardanti la poesia italiana che spaziano dal primo Novecento di Giovanni Camerana e Dino Campana (firmati rispettivamente da Roberto Rossi Precerutti e da Silvio Ramat), artisti segnati da un uguale destino di sofferenza psichica e morale che li condusse l’uno al suicidio, l’altro alla reclusione manicomiale. Leggiamo poi un penetrante studio critico di Lorenzo Chiuchiù sull’ultimo volume di Milo De Angelis, Linea intera linea spezzata, e la rubrica curata dallo stesso De Angelis sui poeti di trent’anni, che in questo caso si occupa di Damiano Scaramella (Palestrina, 1990). Infine, una interessante sezione conclusiva dedicata ad Alessandro Moscè (Ancona 1969) e alla sua silloge Aspettiamo la mezzanotte.

Per ciò che riguarda la poesia classica, il germanista Gio Battista Bucciol introduce e commenta l’ode Alla Gioia di Friedrich Schiller, composta nel 1785, che Beethoven rese immortale nell’ultimo movimento della Nona Sinfonia.

In questo numero estivo della rivista (in realtà si tratta di un vero e proprio libro, a partire dalla nuova serie pubblicata in coedizione Crocetti-Feltrinelli, distribuito in edicola, nelle librerie e per abbonamento), ampio spazio è riservato agli stranieri. Gabriele Morelli ci racconta la nascita e il rilievo culturale della rivista di Neruda Caballo verde, fondata nel 1935, con il suo provocatorio “manifesto della poesia impura”; Angela Urbano, che da tempo si occupa di poesia orientale, presenta il Canzoniere di Li Yu, sovrano cinese nato nel 937; Antoniska Pozzi compie un breve excursus biografico e letterario su Leonel Rugama, guerrigliero nicaraguense ucciso ventunenne nel 1970 dalle truppe della guardia somozista.

Ma il pezzo di apertura di Poesia, intitolato L’urlo del mare e il buio, è riservato alla leggendaria figura di Malcolm Lowry (1909-1957), autore di un capolavoro della letteratura novecentesca, Sotto il vulcano. I Selected Poems of M.L., ripubblicati quest’anno proprio da Crocetti nella versione di Francesco Vizioli rivista da Massimo Bacigalupo, furono editi da Lawrence Ferlinghetti nel 1962 con la prefazione di Earle Birney che Poesia qui ripropone, insieme a una scelta delle composizioni più note dello scrittore britannico. Nel ritratto che ne fa l’amico Birney, Lowry aveva un atteggiamento “in bilico su una corda di comicità immaginosa tra la grandezza e l’autocommiserazione, tra l’esultanza per la propria potenza e l’agonia del disprezzo di sé… tutta la sua vita è stato un lento affondare  nei grandi mari dell’alcol e del senso di colpa”: Ne sono testimonianza questi suoi versi, bellissimi e disperati: “Non c’è alcuna poesia mentre ci vivi: / le pietre son tue, i rumori la tua mente: / i tram stridenti e ansanti, le strade che ti legano / al bar sognato dove ti disperavi, sono tram e strade: la poesia è altrove”, “Dio, dà da bere al bevitore che si sveglia all’alba / farfugliando in petto a Belzebù, già stracco…”, “Speri solo nel prossimo bicchiere. / Se vuoi, va’ a fare due passi. / Non c’è tempo per fermarsi a pensare, / speri solo nel prossimo bicchiere”, “Non sei tu il primo uomo che sia colto a mentire / né a cui si dica: guarda, stai morendo”.

© Riproduzione riservata      SoloLibri.net › Poesia-rivista-Crocetti          29 luglio 2021

MAUGHAM

  1. SOMERSET MAUGHAM, PIOGGIA – ADELPHI, MILANO 2012, p. 125

Da anni Adelphi sta ripubblicando i romanzi e i racconti di William Somerset Maugham (1874-1965), controverso autore britannico che nella prima metà del ’900 conobbe un enorme successo internazionale e vivaci polemiche, sia per la brillantezza della scrittura, sia per la sua attività di spionaggio al soldo dei servizi segreti inglesi, sia per la sua burrascosa vita privata.

Il libriccino azzurro della “Piccola Biblioteca” comprende due racconti, Pioggia e Il reprobo, entrambi ambientati nelle isole dell’Oceano Pacifico, dove Maugham viaggiò e soggiornò a lungo tra il 1916 e il 1930, diventando il cronista per antonomasia dell’ultimo periodo del colonialismo inglese. Accomunati non solo dallo sfondo naturale (ritratto negli affascinanti paesaggi marini, nella vegetazione lussureggiante e nei turbinosi mutamente climatici), ma soprattutto dal sarcasmo con cui vengono tratteggiati i personaggi principali nella loro ansia puritana di redenzione, pedine dell’eterno conflitto tra il bene e il male.

Ecco due esempi di descrizione paesaggistica ricavati dalle novelle: “Non era la pioggerella inglese, che cade gentilmente sulla terra; era una pioggia spietata, in qualche modo terribile; ci sentivi la malignità delle forze primordiali della natura. Non cadeva, fluiva. Era un diluvio celeste, e batteva sul tetto di lamiera con un’insistenza esasperante. Sembrava animata da un’intima rabbia”, “Il mare era un olio, e il sole tramontò fulgido. Tramontò dietro un’isola e per qualche minuto la mutò in una mistica città celeste… Calò la notte e subito il cielo fu pieno di stelle”.

Il reprobo del secondo racconto è un giovanotto inglese alcolizzato e violento, Ginger Ted, che vive di traffici strani nell’isola di Baru, accoppiandosi con giovani indigene e facendo a pugni con chiunque gli capiti a tiro. Il missionario-medico del luogo, Mr. Jones, insieme a sua sorella Martha (una pia quarantenne ossuta e severa) si propongono di recuperare il malvagio alla vita civile della comunità, e sarà proprio la donna a riuscire non solo a redimerlo, ma a farne un proselito cristiano altruista e astemio, convincendolo addirittura alle nozze, dopo aver trascorso casualmente una notte con lui, senza patire alcun oltraggio, e averne intuito l’insospettata sensibilità.

Pioggia, racconto giustamente celebre anche per tre trasposizioni cinematografiche (del 1928, del 1932 e del 1953 con Gloria Swanson, Joan Crawford e Rita Hayworth) è più drammaticamente teso dal punto di vista etico. Ancora in primo piano è un missionario-medico, Mr. Davidson, alto e magro, taciturno e cupo, con “occhi grandi e tragici”, segnato da “un senso come di fuoco represso, che sconcertava ed era vagamente inquietante”. Costretto da un’epidemia di morbillo a riparare con la moglie in una squallida casa privata insieme ad altri viaggiatori, sbarcati con loro dalla stessa nave, deve condividere la quarantena di due settimane con Miss Thompson, una ventisettenne rotondetta, querula e ordinaria, presto rivelatasi come una prostituta in fuga dal proprio passato. L’ossessione della conversione evangelica si impossessa del protagonista, formalmente integerrimo, intimamente perturbato. Spinto dall’ansia di salvare le anime, nel suo ruolo di religioso si era votato con la moglie a instillare negli indigeni il senso del peccato, a loro del tutto ignoto, proibendo qualsiasi promiscuità sessuale, danze e atteggiamenti illeciti, credenze idolatre, e obbligandoli a coprire le loro nudità: “Li salveremo loro malgrado”, ripeteva, esercitando il proprio potere censorio attraverso un sistema di multe. Tanta rigorosa e austera moralità del reverendo finisce per trasformarsi in una crudele persecuzione nei riguardi della coinquilina reietta, obbligata a chiudersi nella sua stanza senza alcun rapporto con l’esterno, a umiliarsi in riti e preghiere che si protraggono giorno e notte, e infine a lasciare l’isola su ordine del governatore per tornare a San Francisco, dove l’attende una condanna a tre anni di carcere. La notte prima del suo imbarco, tuttavia, accade tra la peccatrice e il suo implacabile giudice qualcosa di imprevisto e sconvolgente, per cui la condanna impietosa del pastore, ormai sicuro del trionfo divino sul male, ha un esito beffardamente tragico.

© Riproduzione riservata                   «Gli Stati Generali», 19 luglio 2021

 

 

 

 

 

OLDANI

GUIDO OLDANI, LA FARAONA RIPIENA – MURSIA, MILANO 2013