BORDINI

CARLO BORDINI, EPIDEMIA – KIPPLE OFFICINA LIBRARIA – TORRIGLIA (GE) 2015 (e-book)

Carlo Bordini è poeta anti-istituzionale, poeta-contro e poeta-pro. Contro le élite intellettuali e letterarie (ha sempre pubblicato presso case editrici minori, con tirature limitate) e a favore di ogni marginalità, esistenziale e politica. È stato definito dai critici “poeta narrativo dal passo stilistico crudo e micidiale”, “poeta dell’eccesso e della resistenza… poco rassicurante e forse diseducativo”. Senz’altro è uno scrittore che non si è mai adeguato al pensiero accomodante, maggioritario, conformista di chi cerca il successo. Un ribelle? Un provocatore? Forse, ma portatore di un’etica indulgente e comprensiva, che usa le armi dell’ironia e dello sberleffo per opporsi alle convenzioni mentali, alle modalità di un sentimentalismo banale e consolatorio.

In anni recenti sono uscite presso l’editore bolognese Luca Sossella due antologie che raccolgono versi e prose di Bordini, I costruttori di vulcani e Difesa berlinese. Ma chi nulla conoscesse di questo autore, può iniziare a leggerlo in un e-book a prezzo quasi zero del 2015, Epidemia, che contiene toni e temi propri di tutta la sua produzione: l’indignazione morale e la pietà per chi subisce la violenza della storia, un’orgogliosa estraneità ai compromessi e lo sdegno verso ogni sopraffazione sugli indifesi e gli ultimi.

Il testo contiene due differenti brani poetici, composti nello stile narrativo che ha spesso identificato con originalità la produzione del poeta romano: non i versi cui siamo abituati, che ubbidiscono a precise regole metriche e a figure retoriche o invenzioni fonetiche (rime, allitterazioni, anafore…). Piuttosto una prosa cadenzata da una riflessione interiore, produttrice di una modulazione ritmica. L’epidemia di cui si parla nella sezione di apertura ha evidenze sia materiali e fisiche, sia metaforicamente ideali. Prendendo spunto dal contagio della mucca pazza che interessò gli allevamenti bovini italiani nel 2001, Bordini compie un’operazione linguistica straniante e provocatoria, sostituendo al termine “capo” (usato asetticamente negli articoli giornalistici dell’epoca per definire la bestia malata), la parola “schiavo”, quasi a indicare che animali e esseri umani costretti in cattività e subordinati alle esigenze del mercato, rispondono allo stesso tragico destino di assurda e ingiustificata violenza. Nessuno è innocente, sembra suggerire l’autore: chi si nutre di carne, chi la commercia, chi macella, chi svende corpi umani.

Il secondo capitoletto si intitola La genesi di un pensiero, e segue le tracce delle considerazioni del poeta riguardo alla profezia del Massachussets Institute of Tecnology, tenuta segreta, secondo cui entro cinquant’anni il mondo sarà condannato a un’eclissi definitiva, poiché “ogni civiltà quando raggiunge la capacità tecnica di autodistruggersi, lo fa”. La rabbia, la pena, la frustrazione che il poeta prova all’idea della catastrofe irragionevole e spietata che attende l’umanità, si mescola all’amarezza di altri ragionamenti più immediatamente politici: una finanza capitalistica impazzita, il surriscaldamento climatico, l’utopia pacificamente rivoluzionaria dei giovani manifestanti a Genova contro il G8 repressa nel sangue nel 2001. Tutto appare ingiusto, crudele e incomprensibile, al punto che al poeta sembra preferibile sparire, avendo portato a termine la sua parabola esistenziale: “se fossi morto non avrei perso nulla”.

Alex Tonelli, nella sua empatica prefazione, intuisce nelle parole di Carlo Bordini il senso di un’impotenza disperante, che si interroga sull’assurdità di esserci, qui e ora, per non esserci improvvisamente più subito dopo, in un’epidemia fisica e mentale che conduce “all’inutilità manifesta del nulla”. Nei due giorni successivi alla conclusione della silloge, l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre sembrò voler porre un sigillo angoscioso e tombale alle parole del poeta.  

© Riproduzione riservata     https://www.sololibri.net/Epidemia-Bordini.html          25 giugno 2019

 

BORDINI

CARLO BORDINI, SCRITTORE E POETA


Intervista allo scrittore Carlo Bordini

Tra le sue pubblicazioni:

Dal fondo, la poesia dei marginali (Savelli, 1978); Strategia (Savelli, 1981); Manuale di autodistruzione (Fazi, 1998); Polvere (Empirìa, 1999); Pezzi di ricambio (Empiria, 2003-2019); Pericolo, Poesie 1975-2001 (Manni, 2004); Gustavo, una malattia mentale (Avagliano, 2006); Sasso (Scheiwiller, 2008); I costruttori di vulcani (Luca Sossella, 2010); Memorie di un rivoluzionario timido (Luca Sossella, 2016); Difesa berlinese (Luca Sossella, 2018).

  • Da quale ambiente familiare e culturale provieni? Come e quanto gli studi, le amicizie e gli amori hanno influenzato la tua scrittura?

Una famiglia autoritaria ha fatto di me un ribelle. Questo spiega il lungo periodo (nove anni) di militanza politica. Ma sono un ribelle anche in letteratura. Non amo l’istituzione letteraria, non amo le regole, non amo le mode di scrittura, non faccio parte di nessun gruppo o tendenza. Sono un po’ anarchico, in campo letterario. Leggo quello che mi interessa e non leggo quello che, al primo incontro, non mi interessa. Non cerco di assomigliare a qualcuno e non imito. In America Latina alcune persone si definiscono così: “Laureato in filosofia della vita studiata nell’università della strada”. Io, letterariamente, mi sento un po’ così.

  • Nella tua vita, viene prima l’impegno politico o quello letterario e come le due passioni si confondono e si nutrono vicendevolmente?

Questa domanda mi obbliga a riflettere. Nel periodo della militanza politica non ho scritto nulla. Pensavo, come lo pensavano in molti, che era più utile un mediocre rivoluzionario che un buon scrittore. Quando ho ricominciato a scrivere, essere di sinistra è rimasto dentro di me, ma come un velo. Come una nebbia leggera. Come qualcosa che dava un colore delicato ad altre cose. Come una sorta di etica. Abbinata alla coscienza che l’idea di cambiare in meglio il mondo è un’utopia che si ripresenta puntualmente nella storia come una perenne illusione. Quasi una religione.

  • Quali sono i poeti, i narratori e i filosofi che più hanno nutrito la tua produzione? Cinema e musica hanno un rilievo importante nella tua quotidianità?

Amo molto Apollinaire. È il mio poeta preferito.

  • Che cosa rimpiangi di più dell’atmosfera culturale e politica in cui ti sei formato?

Il senso di libertà e di provvisorietà. Adesso essere provvisori è un lusso molto pericoloso. Un tempo era un lusso piacevole, possibile, e anche creativo ed appagante. Era possibile essere contro e fare esperimenti. Cioè: fare esperienze che erano anche esperimenti…

  • Qual è il tuo libro a cui sei più legato e cosa ti piacerebbe ancora scrivere e pubblicare in futuro?

Credo di aver scritto un unico libro, in tutta la mia vita, che poi si è diviso in varie occasioni editoriali. E credo che continuerò a fare la stessa cosa anche in futuro. Posso dire che l’unico libro che sono andato scrivendo fin dalla nascita è composto da una serie di domande, da una serie di interrogazioni su me stesso, e sul mondo che mi circonda. Credo che troverò sempre risposte parziali che mi lasceranno insoddisfatto e che continuerò a cercare. Ma le domande vengono da sole. Non bisogna forzarle. Se vogliamo invece passare al piano editoriale, i miei libri più importanti sono I costruttori di vulcani, che contiene tutte le mie poesie fino al 2010, e Difesa berlinese, che contiene quasi tutta la mia produzione in prosa. Entrambi i libri sono stati pubblicati da Luca Sossella.

  • Sei molto presente nei festival, nelle performance e nei raduni letterari. Credi che queste manifestazioni pubbliche aiutino la diffusione della poesia o viviamo in tempi irrimediabilmente prosaici e indifferenti?

Attenzione. Qualcosa sta cambiando. Nonostante il mondo sia governato da forze sempre più oppressive, esiste (anzi, sta crescendo) una forma di resistenza. Minoritaria ma in crescita. In Italia la cultura è stata privata di ogni appoggio economico e il populismo la considera qualcosa di negativo. Ma si sta moltiplicando tutta una serie di iniziative, anche se sono piccole e prive di mezzi. E una parte minoritaria ma consistente di giovani comincia ad esserne attratta. A Roma è impossibile star dietro a tutto, ci sono un sacco di cose in contemporanea, c’è una vita culturale intensa.

 

© Riproduzione riservata       https://www.sololibri.net/Intervista-a-Carlo-Bordini.html       25 giugno 2019

 

 

 

 

FLAUBERT

GUSTAVE FLAUBERT, LETTERE D’AMORE A LOUISE COLET – SE, MILANO 2018

Chissà se André Gide diceva la verità, quando scrisse, a proposito dell’epistolario flaubertiano “Se l’opera intera di Flaubert dovesse essere messa su un piatto della bilancia, la sola Corrispondenza, gettata sull’altro, la supererebbe; e se mi fosse permesso di conservare soltanto l’una o l’altra, io sceglierei quest’ultima”. È certo comunque che queste Lettere d’amore a Louise Colet, pubblicate dalle edizioni milanesi SE, sono di una bellezza struggente, di un’accesa intensità emotiva, oltreché di superba raffinatezza formale.

Gustave Flaubert (Rouen 1821-Croisset 1880), autore di capolavori universalmente riconosciuti, aveva ventiquattro anni e solo vaghe ambizioni letterarie, quando nell’estate del 1846 incontrò Louise Colet nell’atelier parigino dello scultore Pradier, dove si era recato per ordinare due busti funerari per il padre e la sorella morta di parto, e dove lei posava come modella. Trentaseienne, sposata e madre di una figlia, già amante del filosofo Victor Cousin e corteggiata da molti, animatrice di salotti culturali, scrittrice e poetessa affermata, Louise era bellissima. Capelli castani lunghi e morbidi, occhi di un azzurro cupo, collo e spalle armoniosamente disegnati, voce suadente e sorriso aperto, temperamento altero e impulsivo: così descriveva sé stessa e veniva descritta dagli ammiratori. L’attrazione reciproca tra Gustave e Louise sfociò subito in una relazione tempestosa, fatta di slanci e rimproveri, premure e accuse, sensualità irruente e improvvise freddezze, animata da un fitto scambio epistolare, prolungatosi per una decina d’anni e scandito in due fasi: la prima, accanita e sofferta, dal 1846 al 1848, la seconda dal 1851 al 1855, più riflessiva e incentrata su temi intellettuali e letterari.

Il volume qui presentato riporta esclusivamente le lettere del primo biennio, in cui i due amanti si concessero solo sei incontri, interrotti spesso da scenate di reciproca gelosia e puntigliose recriminazioni. Successivamente, Flaubert si regalò distrazioni, viaggi, e un lungo periodo di formazione esistenziale e culturale in Medio Oriente, in Grecia e in Italia. Tornato dall’esperienza esotica psicologicamente trasformato e deciso a dedicarsi in maniera esclusiva alla propria arte, nelle più sporadiche e distaccate missive a Louise manifestava le sue teorie estetiche, vantando soprattutto la sua dedizione al romanzo che lo consacrerà a una fama mondiale. Il progressivo allontanamento tra i due si rivelò inevitabile. Gustave era appassionato ma incostante, incapace di rinunciare alle proprie abitudini domestiche, agli affetti familiari e alle amicizie, alle frequentazioni letterarie, all’ossessione della scrittura coniugata a un’ambizione divorante. Louise, femminilmente più istintiva e generosa, incline al sospetto e possessiva, era però disposta a sacrificarsi nel quotidiano pur di salvare l’impeto del rapporto amoroso.

Le lettere di lei sono andate perdute, o più probabilmente sono state distrutte: dovevano essere febbrili e ulcerate come l’inquietudine che la struggeva. La sua vendetta dopo l’abbandono venne consegnata a due romanzi, in cui scherniva le grettezze e gli egoismi dell’amante, mentre Flaubert si servì più scaltramente della vicenda sentimentale e dell’esperienza epistolare nella composizione del suo chef d’oeuvre, Madame Bovary.Le frasi e i saluti di commiato vergati da Gustave indicano il fervore che lo animava nei primi mesi della corrispondenza: “Addio, addio. Tutte le tenerezze che vorrai”, “Addio, addio, poso la testa sui tuoi seni e ti guardo dal basso in alto come una madonna”, “Addio, ti bacio dove ti bacerò, là dove ho voluto. Vi ci metto la bocca, mi rotolo su di te, mille baci. Oh! dammene, dammene!”, “Tuo, dalla sera al mattino, dal mattino alla sera”, “Tuo, tuo corpo e anima”, “Ho ancora sete di te. Non sono sazio, sai! Addio, addio”, “Tuo che ami e che t’ama”, “Addio, tuo, su di te”, “Che il Dio dei sogni ti mandi da me”.Tanta passione inizia però a raffreddarsi già nel secondo anno della relazione, i baci diventano più casti e quasi fraterni, per poi ibernarsi del tutto nel saluto del biglietto conclusivo, quando da tempo i due si davano ormai del “Voi”: “Grazie del dono. Grazie dei bellissimi versi. Grazie del ricordo. Vostro.” (Flaubert non si firmava, forse per prudenza verso lo stato coniugale dell’amante).Le lettere scritte quotidianamente nei primi mesi seguiti al loro incontro, indicano quanto intenso e radicato fosse il trasporto del giovane verso l’affascinante dama parigina: è divertente notare come i messaggi reciproci venissero recapitati in giornata, nonostante la distanza tra Croisset, in Normandia ‒ dove lui risiedeva con la madre, il fratello, il cognato e due nipotine ‒, e la capitale dove viveva lei con marito e figlia. Incredibilmente, così Gustave raccomandava a Louise: “quando mi scriverai la domenica, impostala presto; sai che gli uffici chiudono alle due”. Qual era il valore di queste pagine per Flaubert? Quasi feticistico; le conservava in un cassetto come reliquie, insieme al fazzoletto, alle pantofoline, a una ciocca di capelli dell’amata: “le rileggo, le tocco. Una lettera è come un bacio, l’ultima è sempre la migliore. Quella di stamattina è qui. Fra la mia ultima frase e questa non ancora finita me la sono riletta per rivederti più da vicino e sentire più forte il profumo di te. Penso alla posa che devi avere mentre scrivi e ai lunghi sguardi vaghi che getti voltando le pagine. È sotto quella lampada che ha fatto luce ai nostri primi baci, e su quella tavola su cui scrivi i tuoi versi. Accendila la sera la tua lampada d’alabastro, guardane la luce bianca e pallida ricordando la sera in cui ci siamo amati”.Le manifestazioni di affetto sincero, di ammirazione, di desiderio fisico si alternano con considerazioni più generali sulla vita domestica, sulla morale (“Non cerchiamo tutti quanti di soddisfare la nostra natura secondo i nostri diversi istinti?”), o con valutazioni sull’arte (“Fra tutte le menzogne è ancora la meno menzognera”), sulla letteratura (“Non bisogna sempre credere che il sentimento sia tutto, nelle arti non è nulla senza la forma”), sulla propria scrittura (“Mi sono sempre proibito di mettere qualcosa di personale nelle mie opere, eppure ve ne ho messo molto. Ho sempre cercato di non rimpicciolire l’Arte per soddisfare una personalità isolata. Ho scritto pagine tenerissime senza amore, e pagine incandescenti, senza alcun fuoco nel sangue”, “Il grottesco triste ha per me un fascino inaudito. Esso corrisponde agli intimi bisogni della mia natura buffonescamente amara”).Rimane comunque preponderante in chi legge l’interesse per il vincolo che legava i due personaggi, la dedizione incondizionata di lei, e la difesa dell’indipendenza di lui, talvolta giustificata dall’esigenza di non lasciare sola l’anziana madre, più spesso (al di là di ogni appassionata dichiarazione d’amore) dalla consapevolezza del proprio ineliminabile egoismo, dell’allergia ai legami soffocanti, di un’orgogliosa autosufficienza emotiva.In una delle ultime lettere, seguita a un violento litigio, Gustave scriveva: “Avrei voluto amarti come mi amavi tu, ho lottato invano contro la fatalità della mia natura, niente, niente. Il cardo non è buono che per gli asini, tanto peggio per quelli che vi si sdraiano sopra come si fa su un prato… Io che amo sopra ogni cosa la pace e il riposo non ho trovato in te che il turbamento, burrasche, lacrime o collera… Hai voluto, tu, trar sangue da una pietra. Hai scalfito la pietra e ti sei fatta sanguinare le dita. Hai voluto far camminare un paralitico, il suo peso è ricaduto tutto su di te ed è diventato ancor più paralitico. No, non c’è acredine, né collera, né odio, ma un profondo e triste convincimento… C’è sempre una devozione pronta e, se la parola non ti ferisce, una smisurata gratitudine. Mi chiedi che almeno i nostri ricordi mi riportino qualcosa; ebbene, come la prima sera un casto bacio sulla fronte. Addio, immagina che sia partito per un lungo viaggio. – Ancora addio, incontra qualcuno più degno, per dartelo andrei a cercarlo in capo al mondo. Sii felice”.Poco prima del silenzio definitivo, Louise confida a Gustave – che non vedeva da molto tempo – una notizia inaspettata, probabilmente quella di una nuova gravidanza. Flaubert reagisce con educata comprensione ma sostanziale indifferenza: “Qualunque cosa accada contate sempre su di me. Anche quando non ci scrivessimo più, anche quando non ci vedessimo più, ci sarà sempre fra di noi un legame che non si cancellerà, un passato di cui sopravviveranno le conseguenze”.

Se Sartre nella sua severa biografia flaubertiana L’idiota della famiglia ebbe a definire l’odiosamato autore dell’epistolario “un incurabile nevrotico”, al lettore contemporaneo rimane invece l’impressione di aver disigillato attraverso queste pagine la natura scorticata di due anime sprofondate in un baratro di rancore e incomprensione mentre tentavano di raggiungere la vetta dell’intensità amorosa, pretendendo troppo da sé stesse e dal sentimento illusorio e spietato che le aveva unite.

 

© Riproduzione riservata                  «Il Pickwick», 20 giugno 2019

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FATICA

OTTAVIO FATICA, VICINO ALLA DIMORA DEL SERPENTE – EINAUDI, TORINO 2019

Ottavio Fatica, nato a Perugia e tornato a vivere in Umbria dopo lunghi anni trascorsi a Roma, è considerato tra i maggiori traduttori italiani dall’inglese e dal francese. Collabora con molte case editrici, e ha curato testi classici e contemporanei (Melville, Poe, James, Kipling, London, Fitzgerald, Joyce, Tolkien, Auden, Cassian, Céline, Girard…), vincendo importanti premi nazionali. Oggi, consulente editoriale per Adelphi, insegna pratica del tradurre letteratura. Nella collana bianca di Einaudi aveva pubblicato nel 2009 un primo volume di versi, Omissioni, e ora propone questo funambolico Vicino alla dimora del serpente. Funambolico non solo perché la figura dell’acrobata e la metafora dell’equilibrismo siano ricorrenti nelle poesie, ma perché stile e temi si susseguono compositi e frammentati, poliedrici e provocatori, sempre sul fil di lama – per dirla in termini montaliani – di una soluzione prima perseguita e poi raggirata. L’illusione di una ricomposizione contenutistica e formale viene irrisa continuamente: a ragione nella quarta di copertina si fa riferimento alla poesia di Ripellino come antesignano di questa inventività ironica e spiazzante. Soprattutto sembra venir presa di mira la coerenza stilistica, poiché le sei sezioni di cui si compone il volume utilizzano timbri poetici diversi e persino discordanti.

In alcune pagine iniziali la finalità che si propone il poeta appare principalmente etica: una riflessione sconfortata sul destino dell’uomo, in bilico tra bene e male, volontà di purificazione e di espiazione da un lato, attrazione verso la colpa e la dannazione dall’altro. Il lettore si trova davanti a un continuo moto ascendente e discendente, a un innalzarsi e a un precipitare nell’abisso: la metafora dell’affondamento, del diluvio, dell’alluvione rovinosa che si abbatte e non lascia scampo, travolgendo tutto, fa da pendant al volo in un empireo sconfinato e indifferente, per nulla protettivo, in «cieli senza rete»: «l’arduo / gioco che dalla base terra / avrà l’ardire e l’ardenza / del cielo come meta», «Poi in un baleno / viene giù il Diluvio e poi / il lutulento / lento decorso, la / conta dei danni e / dei condannati», «l’universo / favo ronza e bulica / sulfureo in un via vai di fuchi / e di operai spersi / per i buchi sporchi di morchia / di materia oscura / di materia losca / del bugno».

I sostantivi utilizzati esprimono perlopiù minaccia e aggressione (squarcio, schianto, sbrago, torchio, graticola, rovi, lama, forbici, crepaccio, gabbia), inganno e sporcizia (morchia, mucillagini, catrame, crosta, ragnatela). Chi scrive avverte «tutto il peso del mondo», e come suggerisce il titolo, si riconosce Vicino alla dimora del serpente. Frequenti sono i rimandi alla Sacre Scritture, mai con intenzioni consolatorie, poiché prevale invece l’immagine demoniaca di un Lucifero spaesato, quasi vittima di se stesso più che di una divinità indecifrabile: «e io da scuro / a scuro scorribanderò / anima scalza / di balza in balza», «come / faremmo senza fuoco o morte?», «pure una sera / insieme al gregge reduce / allo speco / non mancherò al raduno / ad uno ad uno in tempo / per soffriggere».

Ma aldilà della pregnanza metafisica dei versi, si avverte in Ottavio Fatica la lusinga dell’esibizione linguistica, la giocosità della sorpresa nell’uso ossessivo delle rime e delle allitterazioni, negli enjambement imprevedibili, nella vistosa negazione della punteggiatura, nel flusso di associazioni visive e sonore, nei sapienti arcaismi e neologismi. Il gusto del grottesco lo avvicina a una poetessa da lui tradotta recentemente, Nina Cassian, che si era addirittura inventata una lingua tutta sua (lo “spargano”), con l’evidente volontà di stupire il lettore, in uno pseudo-surrealismo basato sulla fascinazione della parola recitata, canzonatoria e sarcastica: «come il roggio / in ruggine si strugge / la ragione / la vita che rifugge», «per questo quello / invoca invano invidia / inventa Tazio / o no?», «quand’è tutt’un / mondo che duole / che vuole far male / e che può (si salvi / chi può) non va più / non va proprio giù», «per entro uno sghembo pertugio / ridotto o rifugio / per tutti e anzitutto / per me sotterfugio / perché quest’assolo spergiuro / perento / che indugia al centro».

Proprio riguardo al suo apprezzatissimo “mestiere” di traduttore, paventando di non possedere parole proprie, e temendosi esiliato dalla sua stessa esistenza e lingua, scrive: «come una spia un ipocrita / un transfuga un liberto / come tutti il traduttore / lotta per avere ragione / della ragione / della ragione e lascia / il certo per l’incerto e torna / schiavo e come tutti più / di tutti muore irrassegnato». L’idea di esclusione e autoesclusione dal mondo è spesso ribadita, e riconosciuta come colpa personale e collettiva, che chiude il genere umano in un’autoreferenzialità autistica («A bordo dello scafo / non si scorge nessuno / che ami nessun altro / più di sé», «Risucchiato / ti avviti su te stesso», «c’è mondo e non / c’è modo di smentirlo / con la vita»). Tuttavia la salvezza può insperabilmente arrivare dall’istintività ingenua del mondo animale, da un abbandono più disarmato e fidente alla vivezza del sentimento amoroso, o al ricordo dell’infanzia e di luoghi cari. Così nelle ultime sezioni del libro prevalgono temi più docilmente affettivi (l’immagine di una «gattina smarrita», un «bestiario onirico» aggirantesi in boschi fiabeschi, una gara ciclistica, la memoria di Natali trascorsi, una «musichetta stenta», i fiocchi di neve, il primo amore degli undici anni), e toni che corteggiano la filastrocca, la cantilena, lo stornello, l’aforisma moraleggiante o perfino l’elegia: «Qui sotto la mia cupola / di cielo i panni stesi / indorano al tramonto / sanno d’aria / di luminosità».

Se l’esperienza della scrittura appare spesso incomunicabile («Il cieco scrive / e dovrà farsi leggere / quello che ha scritto / se altri capirà / o capiranno / le zampe d’uccelletto / sulla neve»), resta salda la vocazione all’innamoramento fugace, alla comprensione della bellezza nell’altro da sé («noi / nostalgici ostaggi / un mondo d’ansie e primule / fatto per struggerci», «Vita diletta, anima / finitima alla mia / cuore pulsante / d’intima estraneità / mi duole di tristezza / tutto il corpo»). E rimane il dovere di esprimersi comunque: «io lancio sassi / contro i vetri del cielo / così imparo / a fare sempre meglio / quello che / non si può fare e che / pure va fatto». Ottavio Fatica in questo suo libro così pieno di immagini, voci, echi letterari, sapienza meditativa, ci ricorda continuamente la nostra caducità e la nostra immortalità, corpi animaleschi e angelici come siamo: «la vita è un piede a terra / e uno al piano nobile».  

 

© Riproduzione riservata                             «SoloLibri», 18 giugno 2019

 

 

 

 

 

STRAZZABOSCO

STEFANO STRAZZABOSCO, L’ESERCIZIO IPSILON – RONZANI EDITORE, VICENZA 2018

L’esercizio ipsilon è una tecnica di allenamento messa in atto nel gioco del rugby per dribblare con finte gli avversari. È anche il titolo scelto da Stefano Strazzabosco per la plaquette recentemente pubblicata dall’editore vicentino Ronzani.

Avversari interni ed esterni, subdoli e minacciosi, sono quelli continuamente evocati da queste venti poesie: si aggirano tra un dentro che non offre riparo né consolazione, e un fuori pronto all’agguato. Versi tesi in una dimensione di denuncia e di allarme civile e politico, sebbene mai retoricamente altisonanti o proclamatori, e invece allusivi a un pericolo oscuro, accanito (“Sanno tutto / di te che non li vedi”, “Osservano / dalle vetrine trasparenti”). Talvolta la persecuzione è però plateale, esibita, fiera di sé; una vera “Santa Inquisizione dei Carnefici”: “Sia aperta la caccia alle streghe. / Si versi un po’ d’olio bollente / sugli eretici e i tristi”, “Qualche volta si toglie / la pelle all’indiziato, / gli si cavano gli occhi”.

Giustamente scrive Paolo Lanaro nell’introduzione che in Strazzabosco viene ribadita la contrapposizione tra un “loro” fatto di sopraffattori e un “noi” costituito da vittime, separati più che da una differenza di classe da una differenza antropologica. La realtà a cui conduce questa distinzione non è però immediatamente decifrabile, dato che la terminologia ricorre frequentemente a sostantivi e attributi che indicano vaghezza, intangibilità, inconsistenza (sabbia, cenere, pulviscolo, remote nuvole), oppure prigionia, chiusura, buio (cantina, tana, sonno, notte, macerie, ghiaccio, ingranaggio, soppressione, detenzione). La successione temporale non è definita con nitidezza (“L’altra volta / è questa stessa volta”, “questa notte o l’altra”), causa ed effetto si invertono nelle azioni e nei pensieri (“poi una / rosa rossa trapassa una spina”, “l’aratro è lì, davanti ai buoi”), ad aumentare sconcerto e timore.

Necessario nella sua evidenza è pertanto l’esergo alla silloge tratto dai Four Quartets eliotiani: “We had the experience but missed the meaning”, a confermare l’insignificanza e l’incomprensibilità delle storie quotidiane e personali, come di quelle collettive. L’influenza di Eliot, e l’omaggio alla sua poesia, non si limita all’epigrafe iniziale, o alla citazione del “giardino delle rose”: percorre forma e contenuti di tutti i componimenti qui presentati. Nel ricorrente passaggio tra io-tu-noi-essi, in una certa sentenziosità eticamente rigorosa, nell’utilizzo di neologismi e vocaboli stranieri (fotoshoppato, raion, spritz, sim, monitor, bancomat, sneaker), nell’ironia verso l’ambiente circostante (“Si dorme / col pigiama di orsetti in questa bella / città”, “la testa / mozzata continua a guardare le / vetrine rotolando”), e soprattutto nell’uso della sintassi, frammentata e spesso involuta, e nello sguardo di chi scrive, osservando e valutando da una posizione distaccata, con uno sconforto che non si riduce alla condanna (“vanno / capiti anche loro”), ma rivela apprensione, turbamento. Insieme alla consapevolezza che se la voce del poeta non serve, non basta a cambiare lo stato delle cose (“Tu, / cosa vuoi”), rimane comunque indizio di resistenza.

 

© Riproduzione riservata         https://www.sololibri.net/L-esercizio-ipsilon-Strazzabosco.html       12 giugno 2019

 

 

 

CATI

ANDREA CATI, FONDATORE DI INTERNO POESIA

Intervista ad Andrea Cati, fondatore di Interno Poesia

 

  • Brevemente, ci puoi indicare il percorso di studi e gli interessi culturali che ti hanno portato a occuparti di poesia?

L’incontro con la poesia è avvenuto durante l’università: nel 2005 mi iscrissi al corso di laurea triennale in Filosofia ad indirizzo estetico, presso l’Università di Bologna. Avevo un’idea, molto confusa, sull’importanza dello studio della filosofia per la vita di tutti i giorni e trovavo le letture dei testi poetici vicini ad un’altra mia passione adolescenziale: la musica.

  • Quando è nato il blog Interno Poesia, con quali collaboratori e soprattutto con quali finalità?

Il blog Interno Poesia è nato ad aprile 2014 a Bologna. A distanza di pochi mesi dalla nascita del blog ho chiesto ad alcuni amici poeti che stimavo di aiutarmi nella scelta dei testi da pubblicare quotidianamente, offrendo la possibilità di avere sul sito uno spazio settimanale dedicato alla pubblicazione di un testo edito o inedito di propria composizione. Sono allora arrivati subito Valerio Grutt, Franca Mancinelli e Giovanna Rosadini. Nel corso del tempo si sono aggiunti altri collaboratori, poeti, critici letterari e traduttori, con gli ultimi arrivati in ordine di tempo, come Andrea Sirotti e Giorgia Sensi, entrambi professionisti dell’editoria di poesia anglofona. Più che finalità Interno Poesia ha avuto sempre una tendenza: selezionare poeti editi e inediti, italiani e stranieri, contemporanei e del passato, seguendo il gusto personale di ogni membro della redazione, in totale indipendenza, con la sola voglia di offrire quello che per noi è degno di essere letto.

  • Che genere di poesia vi proponete di far conoscere e di diffondere con la vostra attività online e a quale pubblico di lettori vi rivolgete?

Interno Poesia (blog e casa editrice) è un progetto di divulgazione e promozione della poesia; è un progetto attento alla cultura pop, ma anche alle sperimentazioni linguistiche più ardite; è un progetto generalista, che ha il desiderio di guardare a tutto il mondo della poesia, che vuole scoprire le molteplici polifonie linguistiche, estetiche e mediatiche che vivono o hanno vissuto intorno alla poesia. Per fare un esempio: abbiamo ospitato e continueremo a farlo, poeti agli antipodi come Adriano Spatola e Rupi Kaur.

  • In che modo, con quali prospettive di successo e riscontrando quante difficoltà la redazione di Interno Poesia ha assunto l’iniziativa di fondare una casa editrice? Quali autori avete proposto finora e qual è il vostro volume che ha riscontrato più consenso, sia di critica sia di vendite?

La casa editrice Interno Poesia è nata a settembre 2016, due anni dopo la nascita del blog. Nel corso dell’attività di blogger avevo riscontrato un continuo e crescente interesse verso la nostra attività giornaliera, tanto da farmi credere che un altro passo era possibile compierlo, realizzando il mio desiderio di aprire una vera e propria attività editoriale. Le prospettive e le difficoltà erano e sono le speranze e le paure, i dati positivi e le fragilità strutturali di un mondo, quale è quello della poesia, piccolo, ma molto attivo e in continuo fermento, in cui la gioia di scoprire un nuovo autore si scontra con la difficoltà di trovare una platea di lettori disponibile a leggere e acquistare i libri pubblicati. Fino ad oggi, però, i risultati sono stati confortanti e di crescita costante, tanto che a partire da novembre 2018 Interno Poesia è entrata nella distribuzione di Messaggerie Libri, il principale player per la distribuzione organizzata di libri in Italia. I tre libri che hanno ottenuto maggiori risconti in termini di consenso e di vendite sono “Mia vita cara” di Antonia Pozzi (2019), “Coppie minime” di Giulia Martini (2018), “Salutarsi dagli aerei” di Alessandro Burbank (2018).

  • In che maniera pubblicizzate i vostri prodotti: festival, letture, fiere del libro, stampa, internet? Credi ci sia spazio per un’affermazione maggiore del mercato editoriale che si occupa di poesia?

Credo che la pubblicità, anche nella piccola realtà editoriale della poesia, conti tanto. Da quando siamo nati come casa editrice le attività promozionali sono state sempre molteplici: inizialmente facevamo il crowdfunding dei libri in corso di pubblicazione, ormai da più di un anno facciamo solo la prevendita dei volumi che stiamo per pubblicare e ciò rappresenta il primo, essenziale, momento di promozione intorno all’opera che verrà pubblicata. Un altro fattore importante è l’organizzazione di presentazioni del libro e la partecipazione a fiere di settore: quest’anno siamo stati con un nostro stand a Book Pride Milano e al Salone del Libro di Torino, conseguendo, in entrambi i casi, buoni riscontri in termini di pubblico e di vendite. Sono altresì essenziali attività di ufficio stampa con invio del volume alle redazioni delle principali testate nazionali e alle riviste specializzate.

Difficile invece rispondere alla seconda domanda: occorre capire bene di quale poesia si sta parlando quando si fa riferimento ad una maggiore affermazione nel mercato editoriale. In termini generali credo che i lettori di poesia aumenteranno nel corso del tempo, non so però se gli stessi lettori leggeranno la cosiddetta poesia “alta”.

  • Tu stesso sei autore. Quali sono i tuoi scrittori e poeti di riferimento?

I miei poeti di riferimento, dai tempi dell’università, sono più o meno definiti: Eugenio Montale, Pier Paolo Pasolini, Giorgio Caproni, tra i contemporanei Milo De Angelis e Valerio Magrelli; tra gli stranieri Osip Mandel’štam, Adam Zagajewski, Iosif Brodskij. Il mio scrittore preferito e più letto è Philip Roth. Ma le principali letture sono nella filosofia e nella saggistica: leggevo e leggo ancora Friedrich Nietzsche, seguo con attenzione (come potrei farne a meno) Roberto Calasso.

 

https://www.sololibri.net/Intervista-Andrea-Cati-Interno-Poesia.html        6 giugno 2019

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BABEL’

ISAAC BABEL’, DUE RACCONTI FRANCESI – ENSEMBLE, ROMA 2019

Nella collana dedicata ai classici delle edizioni Ensemble, è uscito un libriccino di Isaac Babel’, Due racconti francesi, esemplare dello stile incisivo e arguto dello scrittore russo. Nato a Odessa nel 1894, Babel’ rispecchiava nella propria narrativa il clima leggendario delle tradizioni ebraiche della sua famiglia, il senso claustrofobico della persecuzione contro il suo popolo, corretto tuttavia dall’ironia e da una critica sarcastica contro l’ottusità del potere e del conformismo politico, caratteristiche che lo resero inviso al regime sovietico, e lo portarono all’arresto nel 1939, quindi alla fucilazione nel 1940. La sua produzione letteraria, giudicata estetizzante e provocatoriamente sensuale, era stata spesso sottoposta a censura.

Nella breve ma puntuale prefazione, la traduttrice del volume Sara Grosoli sottolinea la passione di Babel’ per la cultura francese (e in particolare per l’opera di Flaubert e Maupassant), che lo indusse addirittura a scrivere i primi racconti in quella lingua, aspirando a liberare la letteratura russa dalle atmosfere opprimenti di Dostoevskij e di Turgenev, e dal moralismo religioso troppo esibito di Tolstoj.  Nella maturità si recò più volte a Parigi, dove madre, moglie, sorella e figlia si erano trasferite per sfuggire alla persecuzione stalinista, tornando tuttavia sempre in patria, poiché “preferiva vivere parzialmente libero, ma confortato dal successo letterario nel paese natale”, piuttosto che da émigré appena tollerato nella libera Europa. Quando venne arrestato nella sua dacia mentre era al lavoro, proclamò la sua indignata protesta soprattutto perché non gli avevano permesso di concludere ciò che stava scrivendo.

I due racconti pubblicati da Ensemble si nutrono dunque di questa ammirazione per la Francia, per la sua libertà di pensiero e di costume, per la vivacità dell’espressione formale dei suoi grandi romanzieri, lontani dalla cappa di severa integrità degli scrittori russi. Nel primo, a uno squattrinato studente ventenne viene proposto di correggere la versione di alcuni racconti di Maupassant a cui si sta dedicando una matrona dell’alta borghesia pietroburghese, Raissa Benderskaja, in una forma corretta ma del tutto inespressiva. L’abilità del giovane nel volgere lo stile dello scrittore francese in un russo elegante e incisivo gli serve per conquistare le grazie della ricca signora, che non solo gli paga profumatamente le traduzioni, ma finisce per concedersi a lui con grande passione durante la lettura comune di uno dei brani più eccitanti de La confessione. “Si strinse al muro, allargando le braccia nude… Di tutte le divinità messe sulla croce questa era la più seducente”.

Il sogghigno canzonatorio e sensuale di Babel’ è ancora più evidente nel secondo racconto, Via Dante, ambientato nel quartiere latino di Parigi, dove due ospiti dell’Hotel Danton si confidano con complicità le loro imprese amorose, quasi spiandosi vicendevolmente attraverso le pareti divisorie delle loro camere, da cui provengono quotidianamente gemiti, gridolini e risate di piacere. La voce narrante è quella di uno spaesato esule russo, il cui vicino – un rivenditore di automobili usate di nome Jean Benal-, si incarica generosamente di introdurre alle gioie carnali della capitale, facendogli frequentare bettole, bordelli, caffè e gare sportive, e soprattutto spronandolo a seguire il suo esempio di tombeur de femmes. Ma quando una delle sue più procaci amanti lo scanna con un coltello scoprendosi tradita, al malinconico rifugiato non resta che meditare sugli strani esiti dell’amore: “«Dio … tu non perdoni quelli che non amano…». Nella logora rete del Quartiere Latino era calato il buio, sui suoi gradini la folla lillipuziana cominciava a correre di gran fretta, intense zaffate d’aglio si diffondevano per i cortili. Il crepuscolo aveva rivestito la casa di Madame Truffaut: la facciata gotica con due finestre, i resti delle torrette e delle volute, l’edera pietrificata. Qui aveva vissuto Danton un secolo e mezzo fa. Dalla sua finestra vedeva il palazzo della Conciergerie, i ponti lievemente gettati lungo la Senna, la fila di casette cieche strette al fiume. Quelle stesse zaffate risalivano fino a lui. Spinte dal vento, scricchiolavano le travi arrugginite e le insegne delle taverne”.

© Riproduzione riservata         https://www.sololibri.net/Due-racconti-francesi-Babel.html         4 giugno 2019

 

 

NASSAR

RADUAN NASSAR, IL PANE DEL PATRIARCA – SUR, ROMA 2019

Raduan Nassar, considerato uno dei grandi prosatori della letteratura brasiliana, è nato a Pindorama (São Paulo) nel 1935 da genitori di origine libanese. Autore di due romanzi e di una raccolta di racconti, dopo il successo ottenuto con Il pane del patriarca e Un bicchiere di rabbia, nel 1984 ha deciso di ritirarsi in campagna smettendo di scrivere. La casa editrice romana SUR pubblica ora, con prefazione di Emanuele Trevi e traduzione di Amina Di Munno, il suo secondo libro, uscito in patria nel 1975 con il titolo di Lavoura arcaica.  Libro bellissimo.

Narratore in prima persona è André, appartenente a una numerosa famiglia proprietaria di una fazenda in Brasile: sette fratelli e sorelle cementati da un rapporto affettivo profondo e sofferto, coltivato con eccesso di premure dalla madre, e con inflessibile severità dal padre. André, per la sua morbosa sensibilità nutrita di un cattolicesimo ossessivo e frustrante, riveste il difficile ruolo del figliol prodigo, avendo ripudiato i parenti nella sua fuga da casa, a cui poi ritorna più stremato che pentito. Il romanzo è diviso quindi in due parti: l’allontanamento e il ritorno, la ribellione e la resa.

Come in tutto il volume, il capitolo iniziale – scritto magistralmente -, presenta pagine fluide prive di punti fermi, in cui solo virgole e punti e virgola segnano brevi rallentamenti del respiro: il ragazzo viene svegliato, nella camera della pensione in cui ha trovato rifugio, dal bussare affannoso del fratello maggiore Pedro, venuto a cercarlo per riportarlo all’ovile. Si snoda tra i due un dialogo intessuto di assennato rimprovero da una parte, di febbrile resistenza dall’altra: “sentii nelle sue braccia il peso delle braccia fradice dell’intera famiglia”.

Il ricatto affettivo della sofferenza dei genitori, il ricordo seducente dei luoghi e delle persone amate (le danze vivaci e leggere delle sorelle nelle vesti variopinte, la cucina annerita, i corridoi silenziosi, l’odore del fieno e del letame, una capretta dal pelo lungo) non sortiscono all’effetto sperato da Pedro: André rimane preda del suo incubo, che solo a fatica e con il soccorso dell’alcol riesce a rivelare. La più imperdonabile delle colpe l’ha allontanato da casa: la più inconfessabile delle passioni. Nel delirio del giovane, il cesto della biancheria sporca dove i familiari nascondevano i loro umori e residui fisiologici in attesa di lavatura, diventa allucinazione accusatoria. Maestosa, solennemente ammonitrice, si erge poi nella sua memoria angosciata la figura del padre, che prima del pranzo impartiva ai figli riuniti sermoni moraleggianti, parabole quasi evangeliche in cui metteva in guardia da qualsiasi eccesso comportamentale, dalla brama di denaro, dallo spreco, dalla libidine, dalla competizione, esortando invece allo zelo, all’obbedienza, al rispetto e soprattutto alla massima tra le virtù: la pazienza.

André adolescente, scisso tra il desiderio di rispondere alle aspettative paterne e l’istinto di libertà, cerca scampo in fughe solitarie nei campi, sporcandosi di terra ed erba, di rapporti promiscui e colpevoli. Sempre inadeguato di fronte alle tradizioni austere della famiglia, decide tuttavia di accondiscendere al richiamo imperioso della fisicità: “Appena uscito dall’acqua del mio sonno, ma sentendo già le zampe di un animale forte galopparmi nel petto, dissi accecato da tanta luce ho diciassette anni e la mia salute è perfetta e su questa pietra edificherò la mia chiesa privata, la chiesa per il mio uso, la chiesa che frequenterò scalzo e con il corpo nudo”. In un pomeriggio luminoso, nella casa abbandonata dei nonni, ha l’improvvisa apparizione della bellezza, a cui cede, dannandosi e salvandosi insieme: “lei era lì, bianco bianco il viso bianco e io potevo sentire tutto il dubbio, il tumulto e i suoi dolori e potei pensare pieno di fede io non mi sbaglio in questo incendio”. In tre pagine che si sollevano all’altezza di un cantico biblico, Raduan Nassar descrive l’abbandono e il volo, il timore e il tremore di un bambino convertito all’unica redenzione possibile.

André cerca vanamente di comunicare al fratello, tanto simile al padre, la sua esperienza trasfigurante: riesce solo a sfogare, “schiumante e addolorato”, la propria ansia di ribellione e verità, l’esasperazione contro ogni soffocante conformismo. “Io dovevo gridare che la mia pazzia era più saggia della sapienza del padre, che la mia malattia mi era più congeniale della salute della famiglia”. Pedro, dopo aver ascoltato sconvolto la sua confessione, lo riconduce nella fazenda amata-odiata dei genitori, esteriormente più docile e arreso, intimamente disperato. Il sollievo dei parenti non riesce a mascherare il disagio, l’imbarazzo, la paura aleggiante nell’aria: padre e madre improvvisamente invecchiati, non trovano le parole giuste per accogliere e comprendere il figliolo recuperato al loro affetto, che li aggredisce, scoprendosi estraneo alla rassegnata normalità di un mondo non più suo: “Non ci si può aspettare da un recluso che serva volentieri in casa del carceriere”. I rapporti violentemente spezzati non si ricomporranno nel tripudio della festa di ringraziamento, e la tragedia si consumerà in una macabra danza sacrificale.

© Riproduzione riservata           «Il Pickwick», 3 giugno 2019

POZZI

ANTONIA POZZI, MIA VITA CARA – INTERNOPOESIA, LATIANO (BR) 2019

A partire dalla fine degli anni ’80 si sono intensificati studi, convegni, edizioni degli scritti di Antonia Pozzi (Milano, 1912-1938), quasi a voler risarcire il silenzio, l’indifferenza e le censure seguite alla sua tragica fine. I critici ne hanno spesso interpretato tendenziosamente sia l’opera sia la biografia, chi facendone un vessillo di indipendenza femminista, chi decantandone l’ansia di assoluto e di ricerca spirituale. Le sue più importanti commentatrici, Alessandra Cenni e Onorina Dino, le hanno attribuito caratteristiche opposte: la prima una fisicità disinibita e ardente, la seconda un fiero anticonformismo, animato però da una castità misticheggiante.
Coesistevano probabilmente entrambi gli aspetti, nel temperamento e nella produzione letteraria di Antonia, come si può dedurre dalle sue lettere e dai versi, amorosamente appassionati e insieme nobilmente ascetici:
“Guardami: sono nuda. // … Vedi come incavato ho il ventre. // … Oggi, m’ inarco nuda, nel nitore / del bagno bianco e m’ inarcherò nuda / domani sopra un letto, se qualcuno / mi prenderà”, “Io non devo scordare / che il cielo / fu in me”, “Afferrami alla vita, / uomo. Passa la nebbia / e lambe e sperde l’incubo mio folle”, “A tratti le parole si frangevano / in sfumature lunghe di silenzio / e all’anima sembrava di vibrare / nuda nel vento e di sfiorare Dio”, “Ciascuno la propria tristezza / se la compra dove vuole”, “Ma io ardevo / dal desiderio di scattare fuori, / nell’invadente sole…”, “Signore, per tutto il mio pianto, / ridammi una stilla di Te / ch’io riviva”.
Da un lato l’ostilità verso il “velenoso mondo”, dall’altro la brama di aderirvi anche sensualmente.
Poetessa sensibile e raffinata, studiosa di filosofia e di letteratura, appassionata fotografa, nella sua breve vita intrecciò amicizie importanti con Vittorio Sereni, Enzo Paci, Luciano Anceschi, Remo Cantoni, seguendo all’Università Statale le lezioni di Vincenzo Errante e di Antonio Banfi, con cui si laureò discutendo una tesi su Gustave Flaubert.
Antonia proveniva da una stimata e ricca famiglia milanese (suo padre, Roberto Pozzi, era un noto avvocato, podestà in epoca fascista; la madre, contessa Lina Cavagna Sangiuliani, era nipote dello scrittore risorgimentale Tommaso Grossi); trascorse i suoi pochi anni tra il palazzo liberty di via Mascheroni 23 e una villa settecentesca a Pasturo, ai piedi delle Grigne, in provincia di Lecco, dove amava rifugiarsi per dedicarsi alla scrittura. Dopo un’infanzia e un’adolescenza protette e serene, vissute tra attività sportive (bicicletta e alpinismo), viaggi all’estero e studi di lingue straniere, negli ultimi anni di frequenza al Liceo Classico Manzoni aveva intrecciato con il suo professore di latino e greco, Antonio Maria Cervi, una relazione molto osteggiata e poi interrotta nel 1933 per il severo intervento dei suoi genitori. Si uccise a ventisei anni nel prato dell’abbazia di Chiaravalle, e il suicidio venne fatto passare dai parenti per polmonite; il padre distrusse il suo testamento e arrivò ad alterare le poesie, scritte su quaderni e allora ancora tutte inedite, eliminandone i riferimenti affettivi più espliciti.
Antonia fu sepolta nel piccolo cimitero di Pasturo, i suoi scritti e la stessa casa di vacanza furono ceduti alle Suore del Preziosissimo Sangue di Monza: fu Madre Onorina Dono che con perizia filologica creò un archivio dei manoscritti (con tutte le poesie, i diari, l’epistolario, la tesi di laurea, le fotografie), ceduto poi all’Università dell’Insubria.
Molto si è scritto soprattutto sul suicidio di Antonia Pozzi, che alcuni attribuirono a una cocente delusione sentimentale (dopo l’amore infelice per il suo insegnante Antonio Maria Cervi, patì il doloroso rifiuto del filosofo Dino Formaggio), ma anche il cupo clima politico italiano ed europeo di quegli anni, e le leggi razziali del 1938 che avevano colpito alcuni dei suoi amici più cari, contribuirono ad acuire il suo disagio esistenziale. “Forse l’età delle parole è finita per sempre”, aveva scritto quell’anno a Vittorio Sereni.
L’italianista Maria Corti, che la conobbe all’università, disse che “il suo spirito faceva pensare a quelle piante di montagna che possono espandersi solo ai margini dei crepacci, sull’orlo degli abissi. Era un’ipersensibile, dalla dolce angoscia creativa, ma insieme una donna dal carattere forte e con una bella intelligenza filosofica; fu forse preda innocente di una paranoica censura paterna su vita e poesie. Senza dubbio fu in crisi con il chiuso ambiente religioso familiare. La terra lombarda amatissima, la natura di piante e fiumi la consolava più dei suoi simili”.
Così infatti aveva scritto nel suo biglietto d’addio per i familiari: “Papà e mamma carissimi, non mai tanto cari come oggi, voi dovete pensare che questo è il meglio. Ho tanto sofferto… Ciò che mi è mancato è stato un affetto fermo, costante, fedele, che diventasse lo scopo e riempisse tutta la mia vita… Fa parte di questa disperazione mortale anche la crudele oppressione che si esercita sulle nostre giovinezze sfiorite… Desidero di essere sepolta a Pasturo, sotto un masso della Grigna, fra cespi di rododendro. Mi ritroverete in tutti i fossi che ho tanto amato. E non piangete, perché ora io sono in pace. La vostra Antonia”.
La scelta di finire i suoi giorni sdraiata in un prato era stata adombrata in molti versi giovanili: “Poi restare, a notte, / stesa nel prato, con le vene vuote: / le stelle ‒ a lapidare imbestialite / la mia carne disseccata, morta”, “O lasciate lasciate ch’io mi perda / ombra nell’ombra ‒ / gli occhi / due coppe alzate / verso l’ultima luce”.
La giovane casa editrice InternoPoesia ha da poco pubblicato Mia vita cara. Cento poesie di amore e di silenzio, a cura di Elisa Ruotolo, selezionando le liriche in ordine di composizione, dal 1929 al 1938. Vi sono raccolte le più note ed emblematiche, con la prevalenza di temi sentimentali, dedicate a A.M.C. (dolce mio bene, mio dolce amico, fonte della vita, anima buona) o a un altro amore, più sognato che vissuto: e sono pagine commoventi e accorate, in cui il desiderio di fusione e completa dedizione all’amato si confonde con l’acuta necessità di sentirsi protetta, abbracciata, difesa dai propri incubi.
“Ma vieni: camminiamo: anche l’ignoto / non mi spaventa, se ti son vicina”, “Io vorrei, per te, essere la terra / tepida e molle, che attutisce l’urto”, “Dammi la mano, amore. Attraversiamo / l’ombra di questa porta”, “Accettami così, ti prego. Prendimi / così come ora sono. Non mi chiedere / di più. Sei forte: sii pietoso. Tendimi / la tua mano tenace; fammi credere alla vita”, “Tu sei tornato in me / come la voce / d’uno che giunge, / ch’empie a un tratto la stanza, / quando è già sera”, “Ti do me stessa, / le mie notti insonni, / i lunghi sorsi / di cielo e stelle”, “Non tu, / ma le tue mani giovani / dicono alle mie mani, / a me: Come siete / vecchie”.
Un primo consistente nucleo di versi, scritti negli anni adolescenziali, risente dell’atmosfera crepuscolare, sia nel ricordo di un’infanzia già segnata da una sensibilità ferita, sia nel vagheggiamento di una natura intatta, materna, rasserenante (le montagne, i laghi, i prati fioriti).
Più mature e malinconicamente rassegnate, diverse poesie alludono a un bambino mai nato, e che mai vedrà la luce, nella consapevolezza di una maternità fortemente desiderata ma negata dalle circostanze: “Oh bimbo, bimbo mio non nato, / la tua mamma non sa / che viso avrai”, “Questo è il mio bambino / ‒ vedi ‒ / il mio bambino / finto”, “E perciò il nostro bimbo / unico / sarà quello / che noi sognammo / nei mattini di giugno”, “ma tremo / come una mamma piccola giovane / che perfino arrossisce / se un passante le dice / che il suo bambino è bello”.
Solo la poesia riesce a trasfigurare una realtà che si esibisce aggressiva e ingiusta, e nella poesia Antonia crede come viatico e benedizione. In una lettera aveva scritto: “La poesia ha questo compito sublime: di prendere tutto il dolore che ci spumeggia e ci rimbalza nell’anima e di placarlo, di trasfigurarlo nella suprema calma dell’arte, così come sfociano i fiumi nella celeste vastità del mare”.
La vita troppo amata non si fa perdonare quando tradisce le aspettative: “Per troppa vita che ho nel sangue / tremo / nel vasto inverno”. Eppure, è amata comunque, regalo riconosciuto persino quando la si abbandona: “oh, per averti sognata, / mia vita cara, / benedico i giorni che restano”.
Per accomiatarci dalla figura e dai versi di Antonia Pozzi, mi piace trascrivere quella che ritengo la più intensamente evocativa tra le sue composizioni, Confidare: “Ho tanta fede in te. Mi sembra / che saprei aspettare la tua voce / in silenzio, per secoli / di oscurità. / Tu sai tutti i segreti, / come il sole: / potresti far fiorire / i gerani e la zàgara selvaggia / sul fondo delle cave / di pietra, delle prigioni / leggendarie. / Ho tanta fede in te. Son quieta / come l’arabo avvolto / nel barracano bianco, / che ascolta Dio maturargli / l’orzo intorno alla casa”.

© Riproduzione riservata                         «Il Pickwick», 30 maggio 2019