GUALTIERI

MARIANGELA GUALTIERI, L’INCANTO FONICO. L’ARTE DI DIRE LA POESIA –EINAUDI, TORINO 2022

Di cosa è fatta la poesia? Ovviamente, di parole. Ma anche di silenzio. Silenzio che circonda le parole, ne attutisce o amplifica suono e significato. È fatta di caratteri neri stampati sulla pagina. E di bianco, di tanto spazio bianco lasciato intorno, di fianco, sotto ai versi. Che non dicano troppo, che non dicano tutto. Di quali altre cose, sentimenti, sottigliezze, si nutra la poesia ce lo rivela Mariangela Gualtieri nel suo ultimo libro, L’incanto fonico. Da attrice e fondatrice nel 1983 del Teatro Valdoca insieme a Cesare Ronconi, e da poetessa tra le più intense e apprezzate oggi in Italia, nel suo saggio composto di aforismi, meditazioni, suggerimenti, intuizioni e lampi rivelatori, sottolinea l’importanza della resa sonora del componimento poetico. È stata Amelia Rosselli a coniare l’espressione “incanto fonico”, e alla sua arte viene reso omaggio nel volume, insieme a quella di altri eccellenti maestri: Dante, Emily Dickinson, Mandel’štam, Rilke, Celan, Cristina Campo. Poeti che hanno saputo “dinamizzare il verso nella sua vitalità massima”.

Forte della propria quarantennale esperienza sul palcoscenico, l’autrice sa quale sia l’importanza di riconsegnare vocalmente veridicità e tremore alla lettura poetica, quale sia la magia che si instaura quando un pubblico attento e silenzioso viene immerso in un “bagno acustico”: gli astanti, in “stato umanissimo d’ascolto acuto”, diventano testimoni e nello stesso tempo partecipi dell’evento sonoro, vivendolo risonante. Disabituati ad ascoltare poesia, ne sono affamati: “Portano loro denutrizione su poltroncine, la mettono lì spalancata. Portano loro gigante aver fame, aver sete. Nessuno da tempo dava un boccone. Nessuna tetta allattava loro secca terra interiore”.

Attraverso una prosa ellittica, ispirata, sentenziosa e sapienziale, Mariangela Gualtieri ci introduce nel rito del dire e dell’ascoltare poesia, che è tenacemente e sempre costruita su ritmo, timbro, respiro, memoria, pensiero: “Musica è. Tutti i poteri della musica. Tutti li ha”. Costruzione melodica, quindi, e concreta fisicità: “Da pagina a voce… Da mente a corpo”, “La forma sonora del verso passa da intimo della gola, intimo del respiro, strofina corde vocali, aziona diaframma, muscoli tutti della fonazione, sensuale lingua, sensuali labbra e profondità di laringe”. La materialità del dire poesia viene aiutata (a teatro, nelle sale di registrazione, in radio o alla televisione: ovunque siano previsti auditori) dalla “sacra tecnologia” fornita da esperti tecnici, da fonici competenti cui va la riconoscenza dell’autrice, poiché riescono a tramutare la tonalità umana in qualcosa di ultraterreno o di bestialmente ancestrale.

Allora i versi diventano “formule magiche… formule mantriche”, “pezzi di esplosivo capaci di indurre a trasformazione interiore”, riconducendo il vissuto alla sua dimensione più elevata e trascendente. Come suggerisce nella sua ricca produzione poetica, anche in questo saggio Mariangela Gualtieri affida alla poesia un compito di rinascita spirituale: “Sue molte potenze. Esortazione. Illuminazione. Cortocircuiti. Svelamento. Scioglimento di ghiacci interiori. Potenza di affratellamento, comprensione e compassione, risveglio della pietà. Rivolta. Profezia. Eversione. Sanguinamento. Consolazione. Consonanza con l’umano. Con l’armonia ritmica del mondo, del cosmo, del tutto…”

Così, immergendosi in un “mondo aurale orale”, si impara a piangere e a ridere, ad ascoltare e ad ascoltarsi, a “non avere non essere non volere… a esserci pienamente presenti e non esserci… a diventare invisibili”. Questo insegna la voce che dice poesia: “Lasciare zavorra di pensieri. Lasciare desiderio di compimenti, di buon risultato. Rinuncia. Niente esito”. Ciò che si raggiunge è una liberazione, un’apertura: perdono, consolazione, rimedio. “Catarsi si chiama. Come quando la neve appare. Come, svoltato l’angolo, luna improvvisa piena”.

 

© Riproduzione riservata                         «Gli Stati Generali», 23 maggio 2022

 

 

WOOLF

VIRGINIA WOOLF, SE TI IMMAGINO QUI SONO FELICE – GARZANTI, MILANO 2022

ùIl primo incontro tra Virginia Woolf (1882-1941) e Vita Sackville-West avvenne alla fine del 1922, segnando l’inizio di una passione amorosa e di un sodalizio culturale testimoniato da un fitto epistolario sparso nell’arco di un ventennio. Vita aveva trent’anni, Virginia dieci in più. La prima godeva già di vasta notorietà, la seconda aveva appena iniziato a pubblicare. Entrambe sposate, non facevano mistero del loro rapporto con i mariti, che non se ne scandalizzavano, esattamente come la società aristocratica, mondana e intellettuale che le accoglieva con stima e cordialità, lontana da condanne e pregiudizi a cui comunque le due scrittrici erano del tutto indifferenti. Il piccolo volume pubblicato da Garzanti, Se ti immagino qui sono felice, raccoglie una selezione delle lettere e dei biglietti di Virginia, insieme ai suoi appunti di diario riportati in corsivo: decisamente più limitata rispetto ad altre ampie proposte editoriali del carteggio uscite recentemente.

La rassegna si apre su una nota della scrittrice londinese (mai stata tenera nei suoi giudizi sul prossimo) che riferisce la prima impressione poco positiva tratta nel corso della cena del 15 dicembre 1922 in cui ebbe a conoscere Vita: “Non corrisponde granché ai miei gusti più severi: florida, baffuta, colorata come un pappagallo, con tutta l’agile disinvoltura dell’aristocratica, ma senza l’arguzia dell’artista… è un granatiere: dura, piacente, mascolina, tendente al doppio mento”. E ancora, in una nota del 15 settembre 1924: “è una perfetta signora, con tutto lo slancio e il coraggio dell’aristocrazia, e meno puerilità di quanta ne aspettassi. È come un chicco d’uva troppo maturo nei lineamenti, baffuta, imbronciata, destinata a diventare un po’ pesante; nel frattempo, cammina su belle gambe, in una gonna ben tagliata, e anche se è imbarazzante a colazione, ha in sé un buon senso e una semplicità … Oh sì, mi piace, potrei includerla per sempre nel mio equipaggio, e se per ipotesi la vita lo permettesse, potrebbe essere una specie di amicizia”. Di nuovo, nel 1926: “Non è intelligente, ma generosa e feconda; e anche sincera”.

L’intimità tra le due donne crebbe nel corso degli anni successivi, in un altalenarsi di emozioni e sentimenti contrastanti, dall’esaltazione alla malinconia, dalla reciproca stima alla rivalità letteraria, dalla gelosia all’esibita e provocatoria indifferenza. Impulsi istintivi alleggeriti comunque da ricche dosi di ironia e spontanea ilarità (“A maggio mi arrufferai i capelli, Tesoro: sono corti come il sedere di una pernice”). Leggono e commentano vicendevolmente i loro scritti, sia nel carteggio privato sia attraverso recensioni, interviste, interventi radiofonici: la casa editrice dei Woolf pubblica i libri della Sackville-West, incoraggiandone la diffusione presso il pubblico britannico. Le prime versioni di Gita al Faro e di Orlando, insieme a bozze di articoli, vengono sottoposti con ansia da Virginia al giudizio critico dell’aristocratica e puntuta corrispondente.

Ma soprattutto nello scambio epistolare diretto si esprime la reciproca dipendenza affettiva e sessuale. Virginia lusinga l’amante con un profluvio di lodi e complimenti: “Come diavolo hai imparato l’arte di essere sottile, profonda, umoristica, arcigna, schiva, satirica, calorosa, intima, profana, colloquiale, solenne, sensibile, poetica e un caro vecchio sciatto cane da pastore…” Pretende da lei dichiarazioni d’amore: “Aggiungi una frase concisa ma esaustiva in cui dici che Virginia è la persona che ami di più dopo tuo marito e i tuoi figli”, “Non sono niente per te, fisicamente, moralmente o intellettualmente?” Ammette i propri dubbi riguardo alla fedeltà dell’amica, che vanta apertamente le proprie conquiste maschili e femminili: “Non c’è più spazio, altrimenti ti proporrei una storia molto malinconica sulla mia gelosia per tutti i tuoi nuovi amori. E quando ti vedrò? Perché sai, adesso ami diversa gente, donne intendo, fisicamente intendo, meglio, più spesso, più carnalmente di quanto ami me”, “Ma tu non mi vuoi. Stai ammaliando, soprattutto con il fascino del tuo titolo e il bagliore delle tue perle, tutti i procioni del Canada”, “La percentuale di lesbiche è in aumento negli Stati Uniti, tutto grazie a te”. Si vendica delle lunghe assenze e dei continui viaggi di Vita (“Tesoro caro, non andare in Egitto per favore. Resta in Inghilterra. Ama Virginia. Prendila tra le tue braccia”), millantando incontri e avventure durante una breve vacanza in Grecia. E confessa candidamente di provare per lei un “affetto infantile e cieco: “Sì sì sì mi piaci. Usare una parola più forte mi fa paura”, “Sono piena di invidia e disperazione”, “Sono la tua interamente devota ma indifesa e inutile creatura”, “Per tutti questi mesi ho vissuto dentro di te – e ora che ne esco, come sei veramente? Esisti? Ti ho inventata?”, “Mi ami davvero? Tanto? Appassionatamente e irrazionalmente?”

Da questa pubblicazione garzantiana non conosciamo come Vera rispondesse all’esibito trasporto della Woolf. Possiamo immaginarla meno coinvolta di lei nella relazione, senz’altro più disponibile ad altre piacevoli esperienze, se diamo credito a una famosa e spesso citata metafora di Virginia: “Be’, da qualche parte ho visto una pallina che continuava a saltare su e giù nello spruzzo di una fontana: la fontana sei tu, io la pallina. È una sensazione che mi scateni solo tu. È fisicamente stimolante e al tempo stesso riposante”. Un’inquietudine sofferta che alla conclusione dell’amicizia la porterà a scegliere di abbandonarsi all’abbraccio acquietante dell’acqua.

 

© Riproduzione riservata        «Gli Stati Generali», 18 maggio 2022

ROTH

JOSEPH ROTH, LA CRIPTA DEI CAPPUCCINI – GARZANTI, MILANO 2022

La cripta dei cappuccini, uno dei romanzi più (giustamente) famosi di Joseph Roth (1894-1939), fu pubblicato nel 1938, anno dell’Anschluss dell’Austria alla Germania. Insieme all’altrettanto noto La marcia di Radetzky, appartiene al filone “imperiale” della narrativa rothiana, che dalla metà Ottocento attraversa tutta la fin de siècle e la prima guerra mondiale, arrivando all’invasione hitleriana. Ottant’anni di storia europea descritti attraverso i destini individuali dei membri di una nobile e ricca famiglia, i Von Trotta. Uno dei suoi avi, sottotenente di fanteria di origine slovena, aveva ricevuto il titolo di barone e la promozione a capitano durante la battaglia di Solferino (1859), in cui era rimasto ferito facendo scudo col suo corpo al giovane imperatore Francesco Giuseppe. Il titolo nobiliare era rimasto ai Trotta come segno distintivo di prestigio, eccellenza e dignità, di cui si fregiava anche il protagonista e voce narrante del romanzo, il ventitreenne Franz Ferdinand. Figlio unico di madre vedova, il rampollo dei Trotta godeva della sua privilegiata esistenza in un sontuoso palazzo del centro di Vienna: “Ero giovane e sciocco, per non dire sconsiderato. Frivolo, in ogni caso. Vivevo allora per così dire alla giornata. No! Non è esatto: io vivevo alla nottata; di giorno dormivo”. Frequentava il bel mondo della capitale, caffè, teatri, gallerie, dame eleganti e avventuriere, accompagnandosi a una cerchia di coetanei aristocratici: “Ne condividevo la scettica leggerezza, la malinconica presunzione, la colpevole ignavia, l’arrogante dissipazione, tutti sintomi della rovina, di cui non intuivamo l’approssimarsi”.

L’inaspettato incontro con il cugino sloveno Joseph Branco, contadino e caldarrostaio, produce in lui una svolta improvvisa: attratto dal comportamento genuino, grezzo ma esuberante del parente appena ritrovato, Franz Ferdinand mette in discussione il proprio stile di vita artificioso e improduttivo: deciso a sperimentare un’esistenza più autentica, lascia la capitale per trasferirsi in Galizia, ospite di un semplice vetturino ebreo, Manes Reisiger. Lo scoppio della guerra lo sorprende in uno sperduto villaggio orientale, convincendolo a lasciare il reparto del Ventunesimo Dragoni presso cui era alfiere della riserva, insieme ai raffinati amici dell’aristocrazia viennese, per arruolarsi nel più ordinario e plebeo reggimento della milizia territoriale in cui militano i nuovi compagni: “Volevo morire insieme con mio cugino Joseph Branco, il caldarrostaio, e con Manes Reisiger, il vetturino di Zlotogrod, e non con dei ballerini di valzer”, convinto che “una morte assurda era preferibile a una vita assurda”. Prende quindi congedo dall’alta società viennese e dalla severa madre, redige il testamento e decide senza alcun indugio di sposare la fidanzata Elizabeth, con cui tuttavia per una serie di contrattempi non riesce a trascorrere nemmeno la prima notte di nozze. Subito spedito al fronte, nel corso di una sanguinosa battaglia contro l’esercito russo viene fatto prigioniero, portato in Siberia insieme agli altri due commilitoni, e lì rimane per quattro anni.

Definisce la guerra “mondiale non già perché l’ha combattuta tutto il mondo, ma perché tutti noi, in seguito ad essa, abbiamo perduto un mondo, il nostro mondo”. Distrutto nel morale e nella voglia di tornare a vivere, quando finalmente torna a casa trova la giovane sposa completamente trasformata, in totale dipendenza sentimentale, sessuale e culturale da un’artista ungherese che l’ha convinta ad aderire a iniziative sperimentali di artigianato applicato. L’incontro commovente con la vecchia madre, ormai sorda e malata, visibilmente estranea alla storia collettiva e però esperta di cose umane, lo aiuta a riscoprirsi figlio, più che marito e in seguito involontario padre.

La generazione di Franz Ferdinand, votata alla morte ma sdegnata dalla morte, assuefatta alla disperazione, era stata capace di sopportare meglio la sciagura devastatrice del conflitto rispetto agli affanni e alle disgrazie particolari. Risucchiato nell’abisso dei debiti creati dall’attività della moglie e della sua amica, il barone Von Trotta è costretto a trasformare il suo palazzo in una pensione per una decina di pigionanti impoveriti e rancorosi. La sua disfatta umana è racchiusa tutta tra l’incipit e la frase conclusiva del romanzo, tra l’altera asserzione iniziale e la sconfortata ammissione finale: “Il nostro nome è Trotta”, “Dove devo andare, ora, io, un Trotta?”

La  sensibilità cristiano-ebraica attenta alla situazione degli umili e degli sconfitti di Joseph Roth, così perspicace ne cogliere la psicologia dei personaggi e profonda nelle intuizioni etiche e sociali, il suo stile conciso e puntuale, originalmente creativo nelle metafore (il solitario lampione diventa un orfano lacrimevole, l’abete una vedova livida, la piccola stazione un gatto pigro sdraiato sulla neve…) e poetico nella descrizione intenerita della natura e degli sfondi urbani, fanno di questo romanzo non solo una fondamentale testimonianza storica della dissoluzione dell’Impero austroungarico, ma soprattutto un gioiello della narrativa europea del ’900.

 

© Riproduzione riservata          «Gli Stati Generali», 16 maggio 2022

 

 

 

NANNI

FILIPPO NANNI, ALLE MIE SPALLE – VALLECCHI, FIRENZE 2022

Quante volte, assistendo a una telecronaca, sentiamo ripetere dal corrispondente la frase “Quello che vedete alle mie spalle”, come fosse un mantra, chiamando lo spettatore a testimone della veridicità di quanto viene affermato, quasi a sottintendere che il giornalismo è sempre foriero di autenticità, limpidezza, illustrazione imparziale di notizie e avvenimenti… Filippo Nanni (Roma, 1958), attualmente vicedirettore del Giornale Radio Rai dopo un lungo periodo passato a Rai News 24, autore di varie pubblicazioni, ha seguito come inviato molti avvenimenti politici, giudiziari, sportivi e di cronaca in Italia e all’estero. A pieno titolo, quindi, è in grado di indicare pregi e difetti di un mestiere non facile, quale quello del reporter, e in particolare del telecronista, nel suo ultimo libro Alle mie spalle. Le notizie in Tv, pubblicato da Vallecchi. A partire da una difesa d’ufficio del racconto televisivo, che “ha caratteristiche particolari, ma non solo può competere ad armi pari con le altre forme di giornalismo, in certi casi riesce ad avere una forza dirompente e diventa quindi ineguagliabile. Questo succede sempre quando è assistito da immagini vigorose e spettacolari”.

Forte della sua lunga militanza a Saxa Rubra, rivela al lettore le modalità con cui si svolgono ogni mattina le riunioni redazionali con i responsabili dei vari servizi da mettere in onda nel corso della giornata, secondo uno schema calibrato in ordine di importanza: cronaca, politica, esteri, società, economia, sport, e buoni ultimi cultura e spettacoli. Indica quali siano le regole fondamentali da seguire per ottenere un efficace reportage, iniziando da una seria documentazione iniziale e dalla verifica delle fonti, per proseguire con la scelta di un set adeguato, fornendo un racconto dettagliato e coerente dei fatti, ma flessibile nella conduzione. Anche il linguaggio del corpo va controllato, senza stazionare immobili davanti alla telecamera, con invadenti primi piani del cronista e degli intervistati. Voce e pronuncia sono poi fondamentali: “Proprio la voce è l’arma vincente per catturare l’attenzione. Il tono consigliato è quello medio basso. Ritmo e pause ben armonizzate conferiscono autorevolezza. Importante anche il controllo della respirazione sollecitando il diaframma”.

Molte e puntuali sono le raccomandazioni rivolte a evitare ridondanze e sciatterie nella comunicazione verbale: assolutamente censurabili sono le frasi fatte, i convenevoli, i luoghi comuni, la retorica, l’eccesso di aggettivazione, il burocratese, le pause ad effetto, gergalismi e anglicismi, domande inopportune, formule di congedo ripetitive, polemiche gratuite, ammiccamenti e sottintesi. Perché mai le persone “tragicamente” scomparse sono sempre definite “solari”? E con quale mancanza di tatto si esplorano i sentimenti di dolore, rabbia, rancore, delusione, di parenti o sopravvissuti a eventi luttuosi? Nanni segnala con asterischi i vari livelli di banalità riscontrabili nelle telecronache cui assistiamo quotidianamente, riportando sarcasticamente le formule rituali più sfruttate, gli intercalari più irritanti (“voglio dire…”), la gestualità di moda (quattro dita sollevate a mimare le “virgolette”). Ecco un divertente elenco di espressioni abusate: “il cerchio si stringe, indagini a 360 gradi, la colonnina di mercurio, il ferito versa in gravi condizioni, la morsa del gelo, l’asfalto reso viscido dalla pioggia, tanta roba, assolutamente, quant’altro…”

Un’altra grave pecca imputabile al giornalismo del piccolo schermo è l’eccessivo ricorso agli “esperti”, chiamati a esprimersi su ogni questione sociale di rilievo: opinionisti, scienziati, militari, criminologi, generici tuttologi (“Ogni giornalista radiotelevisivo può raccontare di aver contribuito ad allargare la famiglia dei nuovi mostri, soggetti con poche qualità che sono riusciti a imporsi a colpi di ospitate”).

Lavoro ingrato, quello del telecronista, oggi minacciato dal proliferare dell’informazione sui social e reso ancora più difficile da stress, fretta, controlli e divieti, competizione e concorrenza. Filippo Nanni, consapevole della sua complessità, lo descrive affettuosamente,  ironicamente, con l’obiettivo di ottimizzarne le potenzialità.

 

© Riproduzione riservata    «Gli Stati Generali», 11 maggio 2022

 

 

 

 

 

9 MAGGIO 1978

9 Maggio 1978

 

Scriveva.

Un memoriale, lettere, biglietti:

due volte al giorno circa,

in quei cinquantacinque

interminabili.

A mano, fogli bianchi.

Seduto rannicchiato

sul fianco che doleva.

“Miei cari”, e spesso

“Mia dolcissima”.

A volte più formale.

Monsignore,

Onorevole,

Presidente, Colleghi.

Beatissimo Padre, Santità.

Il testamento,

ricopiato e corretto

a più riprese.

Titubante commosso

malinconico rabbioso.

Minacciava implorava.

Da padre da marito

impartiva istruzioni: ritirare

una camicia al lavasecco,

vaccinarsi contro l’influenza,

chiudere il gas la sera.

Famiglia amata che ha bisogno

di lui.

Forse non si deve essere,

neppure poco, felici:

scriveva.

 

 

Pregava.

Inginocchiato a terra,

sdraiato sulla branda.

Con voce bassa, appena sussurrata.

Solo una notte urlando, pietà di me,

nel sonno. E poi maledicendo

“ricadrà il mio sangue su di loro”.

Ma sia fatta

la volontà di Dio, mi assista

la Madonna:

ubbidiente umilmente,

nella pienezza della fede

cristiana.

Ascoltava

la Messa registrata,

meditava il Vangelo, recitava

il rosario.

La Chiesa del Signore

non consegna

i suoi figli al macello.

Mi ha avuto

interprete suddito

modello. Non può volermi

martire, in questa muta

indegna catacomba:

pregava.

 

 

Ammoniva.

Ucciso tre volte,

chiamato a pagare

da solo

per colpe di molti.

Prigioniero politico

di un attacco

al cuore dello stato,

nel processo popolare

a trent’anni di potere.

Potere condiviso con altri,

lividamente zitti

impauriti, impantanati

in ambigue posizioni,

ostinati immobilisti a difesa

della ragion di stato,

di un astratto principio

legalista.

Rimasto senza amici,

sono stato ucciso tre volte;

tutti d’accordo

nel preferirmi cenere.

Non salverò nessuno.

Gli onesti piangeranno,

ne sarete travolti:

ammoniva.

 

 

Ricordava.

Discorsi pronunciati

in Parlamento,

fumosi nel dire

nel non dire,

commentati

derisi applauditi.

Bilanciere di opposte

ideologie, cauto assertore

di accorte convergenze,

alleato a spuntati

neutrali compromessi.

Perseguite amicizie

vantaggiose,

impedite ostilità

inquietanti;

trattative corruzioni

insabbiamenti.

C’era qualcosa, a consolare.

Innocui itinerari

affettivi, indulgenti abitudini

domestiche, come

minestre di verdura a cena,

carezzare il nipote bambino,

leggere un libro

in vestaglia la domenica.

Pur tra tante mie colpe

ho vissuto

con delicate intenzioni:

ricordava.

 

 

Moriva.

Ne uscirà e non sa come,

se graziato o cadavere.

Tutto è inutile

quando non si vogliono aprire

le porte.

Indicibile angoscia della morte,

dopo un calvario di lunghe attese.

Intorno tragiche maschere

di stoffa, allucinati

occhi feritoie, voci scomposte

negli ordini severi.

Alzarsi in silenzio, seguirli

ma dove, tenebra della notte

luce di un’alba sospirata.

Eppure rassegnato, quasi in pace.

Ci rivedremo, tornerò in altra forma,

miei cari che abbandono

e non vi lascio.

Vorrei capire cosa sarà dopo.

Ci fosse luce, sarebbe molto bello:

moriva.

 

 

«Gli Stati Generali», 8 maggio 2022

MANTEGAZZA

RAFFAELE MANTEGAZZA, FUGA – ANIMAMUNDI, OTRANTO 2022

Otto brevi capitoli per raccontare l’arte della fuga, non – ovviamente – quella bachiana, bensì quella che a ciascuno di noi si prospetta, almeno una volta nella vita, come liberazione dall’angoscia, allontanamento da un problema che appare irrisolvibile, exit-strategy salvifica. Raffaele Mantegazza illustra varie modalità di fuga, alcune negative, altre invece propositive, in quanto forme di resistenza rispetto a un potere onnivoro e castrante che blocca l’individuo in una situazione mortificante.

Partire, scappare, andarsene, lasciare tutto: si tratta di una decisione che può assumere la connotazione di scelta egoistica e vile, soprattutto nei riguardi della collettività da cui si prende commiato. In termini bellici e militari diventa addirittura qualcosa di spregevole. Lo stesso suicidio, anche quando esprima disperazione o richiesta di aiuto, viene spesso tacciato di codardia ed egocentrismo. In realtà fuggire è spesso l’opzione più intelligente e razionale di fronte a un pericolo o a una minaccia; addirittura può acquistare una valenza educativa, di maturazione e arricchimento culturale, poiché in grado di aprire orizzonti nuovi, offrendo esperienze esistenziali valorizzanti.

Esistono fughe di evasione, anch’esse da non biasimare: nel gioco, nel sogno, nella creazione artistica.

Altre avventurose, o difensive, o virtuali in mondi illusori, sempre più frequentati in particolare dai giovani che amano costruirsi personalità fittizie e consolatorie. Fughe pericolose perché cogenti: quelle nelle dipendenze da droghe o alcol. Socialmente svantaggiose, come la dispersione scolastica. C’è poi un modo di sottrarsi alla libertà e all’indipendenza di giudizio, nella speranza di trovare sicurezza e protezione nella massificazione e nel conformismo, nella rinuncia al proprio io, temendo il confronto o la sconfitta nel rapporto con gli altri.

Fuggire nello spazio è sempre possibile: muoversi, viaggiare, emigrare sono opzioni alla portata di ciascuno. Spostarsi nel tempo, tornare con la memoria al passato o proiettarsi in un futuro fantascientifico e distopico è per ora solo una possibilità della mente, così come la capacità di innalzarsi nell’estasi mistica, secondo i percorsi tracciati da diverse tradizioni religiose.

Ci sono fughe, tuttavia, meno filosofiche, meno romantiche, meno individualistiche di quelle dettate da ribellioni, ansia di avventura, sogno. Intraprese per evitare “la fame, la miseria, l’oppressione, lo sterminio. Il capitalismo neoimperialista crea la fuga non come soluzione elitaria o come speranza di salvezza ma inizialmente come mera risposta dell’istinto di sopravvivenza. Milioni di esseri umani sono in fuga perché non possono fare altrimenti”.

L’autore puntella la sua esposizione con frequenti e originali citazioni tratte da film, canzoni d’autore, opere letterarie. Quindi possiamo leggere testimonianze bibliche e filosofiche, alternando brani di Joyce e Proust con Calvino e Rodari, recuperando i versi di Vecchioni, Fossati, Ron e Masini: anche questi rimandi testuali testimoniano quanto il fuggire (da dove, da cosa, perché?) faccia parte di uno dei comportamenti umani più frequenti e complessi. Negli ultimi cinquant’anni sono scomparse in Italia 60.000 persone: una trasmissione seguitissima come Chi l’ha visto? ne dà testimonianza settimanalmente.

Raffaele Mantegazza, Professore associato di scienze pedagogiche presso il Dipartimento di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi Milano Bicocca, nelle sue numerosissime pubblicazioni, si è occupato di pedagogia, comics, fantascienza, sapienza biblica, filosofia e canzone d’autore, interrogandosi sempre sulla possibilità di una resistenza nei confronti di ogni tipo di dominio e di arroganza del potere.

© Riproduzione riservata         «Gli Stati Generali», 2 maggio 2022

 

 

 

KEATS

JOHN KEATS, LA VALLE DELL’ANIMA. LETTERE SCELTE 1815-1820 . ADELPHI, MILANO 2021

Di John Keats (Londra,1795 – Roma,1821), unanimemente considerato uno dei massimi poeti romantici, Adelphi pubblica, con il titolo La valle dell’anima, la più ampia scelta delle lettere mai edita in Italia, a cura di Alessandro Gallenzi.

Cinque anni, dal 1815 al 1820, di vertiginoso, febbrile epistolario, che – oltre a documentarci nella maniera più completa e veritiera sull’esistenza quotidiana del poeta – ci fornisce preziose indicazioni sulla sua produzione poetica, e sull’estetica che ne è sottesa. In esso Keats rivela, attraverso una prosa contraddittoriamente raffinata e colloquiale, frizzante e ponderata, compita e familiare (talvolta addirittura approssimativa nella sintassi e nella grammatica), ogni emozione, paura e aspirazione, l’amore tormentato e passionale per Fanny Brawne, l’affetto per i fratelli e gli amici, l’arguta considerazione per i poeti coetanei Hunt, Reynolds, Shelley. Ma non si limita a un colloquio circoscritto ai sentimenti, poiché spesso travalica la contingenza comunicativa per affrontare argomenti filosofici, valutazioni di profondo spessore critico, bozzetti satirici e resoconti di viaggi, inframmezzati da poesie di ogni tipo: ballate, sonetti, stralci di tragedie, canzoni, odi, epistole in versi. La grafia, costretta a sfruttare ogni spazio offerto dai fogli onde evitare lo spreco di carta, è fitta e nervosa; lo stile vigoroso, perennemente esaltato, ricco di intuizioni folgoranti. Egli stesso è consapevole di una certa trasandatezza formale, dell’eccitata incoerenza che lo porta ad affastellare vari temi e impulsi, e così se ne giustifica con gli amici: “Continuo a saltare di palo in frasca…”, “Quando scribacchio una lunga lettera, devo essere in grado di seguire i miei ghiribizzi… di essere pesantissimo o leggerissimo per pagine intere… di essere bizzarro e immune da tropi e figure… di poter giocare a dama come voglio…”.

I primi due anni di corrispondenza sono perlopiù dedicati all’esuberante e briosa descrizione dei viaggi intrapresi nel Galles, in Scozia, in Irlanda, nelle isole di Wight e di Staffa, in cui ammirate raffigurazioni naturali di boschi, laghi, brughiere si mescolano a osservazioni pungenti sugli abitanti e sui loro costumi, e all’elenco puntuale di incontri, cene, lunghe camminate. Al culto del sublime si contrappongono commenti più banali e il gusto di battute grossolane, ma anche la consapevolezza che quel lungo vagabondare a piedi avrebbe arricchito la sua anima e la sua scrittura: “Anche prima di vederli, si possono ben immaginare i grandi spazi, la vastità dei monti e delle cascate, ma la loro fisionomia, le loro tonalità spirituali superano ogni potere immaginativo e sfuggono al ricordo. È qui che imparerò la poesia… e d’ora in poi scriverò sempre di più, nel tentativo poco concreto di aggiungere un minuscolo contributo a quella mole di bellezza che le più eccelse menti traggono da questi grandiosi materiali, dando       vita a qualcosa di celestiale per dilettare i propri simili”.

Qualsiasi esperienza vitale serve a Keats da arricchimento e sprono alla produzione poetica. La riflessione sulla poesia è infatti il tema più appassionatamente ribadito, poiché nella sua visione ideologica ed esistenziale, scrittura e vita si identificano completamente; alla propria opera il poeta ha il dovere e il compito di dedicare ogni attimo delle sue giornate, sacrificando qualsiasi soddisfazione materiale, anche pagando con la solitudine, il fallimento professionale, l’incomprensione sociale, la povertà, pur di farsi portavoce dell’Assoluto, della Bellezza, della Verità. Nelle due composizioni in versi che aprono l’epistolario, dirette all’amico George Felton Mathew e al fratello George così scrive: “Potessi dedicare ogni mio istante        /       alla musa restia, vivrei distante / da questa città buia e insieme a lei   /         senza riserve mi diletterei”, “Ma a chi ama l’alloro a volte avviene /   di riuscire a scordare le sue pene: / abbagliato, non pensa che ci sia – / nell’acqua, in terra e in aria – che poesia”. Il poeta, devoto all’immaginario, all’estasi e alla trascendenza, annulla se stesso nell’invenzione. Solo così la poesia può nascere sorgiva, spontanea, naturale: “La mia immaginazione è un monastero, di    cui io sono il monaco”, “Ho pensato così tanto e così a lungo e di continuo alla poesia che la notte        non riuscivo a dormire”, “Sento di non poter esistere senza poesia… senza la poesia eterna”, “La cosa bella della poesia è che rende interessante tutto, tutti i luoghi”.

Sacerdote di un esperire visionario, di una verità archetipica nell’ombra, Keats si dichiara pronto a immolarsi sull’altare della poesia (“Ammiro la natura umana, ma non mi piacciono gli uomini… voglio scrivere cose che facciano onore all’uomo, ma su cui non possano mettere le grinfie gli uomini”). Lo anima ed esalta un ardente desiderio di gloria e fama immortale, nella compiaciuta consapevolezza della propria grandezza: “Considererò sempre gli altri   debitori verso di me per le mie poesie, non   io verso di loro per la loro ammirazione… cosa di cui   posso fare a meno”. Eppure, le difficoltà della vita materiale e la fragilità fisica spesso minano le sue sicurezze, angosciandolo: “Dentro di me spunta di tanto in tanto un terribile temperamento morboso… Sono convinto che se ne avessi avuto la possibilità sarei stato un angelo ribelle”.

Fonte principale d’ispirazione è l’amore per Fanny Browne, cui indirizza trentasette lettere, tra il luglio del 1819 e l’agosto del 1820, ribadendo ossessivamente i suoi sentimenti di dipendenza affettiva, di ansia di possesso e fusione, di gelosia: “Non avevo mai conosciuto un amore come quello che mi hai fatto provare. Non       credevo che esistesse: lo immaginavo con terrore, te mendo che potesse consumarmi del tutto”, “Non riesco a vivere senza di te. Dimentico ogni altra cosa… penso solo a rivederti… Mi assorbi del tutto. Sarei pronto a morire per te. Il mio credo è l’amore, e tu sei il suo unico dogma”, “Mia adorata, io ti amo di un amore eterno, senza riserve. Più ti conosco e più ti amo… Persino la mia gelosia è un tormento d’amore: persino quando ne ero accecato avrei dato la mia vita per      .te…Tu sei sempre nuova ai miei occhi. Il tuo ultimo bacio è sempre il più dolce, il tuo ultimo sorriso il più splendente, il tuo ultimo gesto il più    grazioso”, “Rassicurami, amore mio. Se non avrò qualche rassicurazione, morirò di dolore. Se è vero che ci amiamo, non dobbiamo vivere come gli altri uomini e le altre donne”. L’ultima commovente missiva così si conclude: “Il fatto è che non posso lasciarti, e non potrò mai assaporare un minuto di gioia se il destino non mi consentirà di vivere insieme a te per sempre… Nonostante questo, sono contrario a incontrarti. Non posso sopportare di essere abbagliato e poi tornare di nuovo nelle mie tenebre… Vorrei tanto stare fra le tue braccia pieno di fiducia o essere colpito da un fulmine. Che Dio ti benedica, J.K.”.

Sentimenti di profondo affetto, stima e confidenza uniscono il giovane letterato agli amici più cari: Brown, Bailey, Haydon, Taylor, Dilke, Severn (“Ho molti buoni amici disposti ad aiutarmi… e quindi sono tenuto ancor di più a stare attento ai soldi che mi       prestano”). Degli amatissimi fratelli George, Tom e della sorellina Fanny scrive: “L’amore per i miei fratelli, a causa della prematura perdita dei nostri genitori e anche di sventure precedenti, si è trasformato in un sentimento più dolce dell’amore delle donne”.

Altro motivo affiorante con la stessa trepida insistenza e affezione è quello della morte, percepita come vicina e inevitabile. Struggente ci appare l’ultima lettera diretta all’amico Charles Brown da Roma, il 30 novembre 1820: “Ho la costante sensazione che la mia vita reale sia già passata e che stia vivendo un’esistenza postuma… continuo a pensare che moriremo tutti giovani… Se dovessi guarire, farò il possibile per rimediare a tutte le cose che ho mancato di fare durante la malattia… in caso contrario, mi verrà tutto perdonato…. Riesco a malapena a dirti addio, persino per lettera. Sono sempre uscito con un goffo inchino. Che Dio ti benedica!”

Queste lettere, che T.S. Eliot definì “le più straordinarie e importanti che siano mai state scritte da un poeta inglese”, costituiscono secondo il curatore del volume Alessandro Gallenzi “un’autobiografia spirituale”, da cui emerge “la figura di un giovane generoso, socievole, in continuo fermento e in costante trasformazione, insoddisfatto e consapevole dei propri limiti, incessantemente alla ricerca del bello e della perfezione poetica”. Il letterato classicheggiante, solenne, marmoreo dell’Endimione e dell’Iperione, trova in esse una dimensione più profondamente umana e spontanea, ricca di sfaccettature, incongruenze e idiosincrasie. Un epistolario privato che, forse aldilà delle intenzioni dell’autore, ha assunto in due secoli la levatura e l’importanza di capolavoro, al pari della sua celebrata produzione in versi. Tanto maggiormente opportuna, quindi, la proposta di Adelphi, che ha saputo valersi dell’ottima traduzione (particolarmente felice nelle versioni poetiche) di Gallenzi, che in sessanta pagine di note puntuali e scrupolose ha fornito al lettore vitali strumenti di conoscenza e interpretazione.

 

© Riproduzione riservata              «L’Indice dei Libri del Mese” n. 5, maggio 2022

 

 

 

RECALCATI

MASSIMO RECALCATI, AMEN – EINAUDI, TORINO 2022

Amen, atto unico di Massimo Recalcati, dopo la dedica all’amico e poeta Francesco Scarabicchi scomparso lo scorso anno, reca come epigrafe questa frase tratta da Finale di partita di Samuel Beckett: “Hamm: Intorno a te ci sarà il vuoto infinito, tutti i morti di tutti i tempi non basterebbero, risuscitando, a colmarlo, e sarai come un sassolino in mezzo alla steppa”, a indicare come sia la morte la protagonista assoluta di questo testo teatrale.

Sul palcoscenico, all’interno di una scenografia dimessa, si muovono tre personaggi: un uomo maturo (Enne 2), un soldato e una madre. Al protagonista, alla sua riflessione sconsolata e a tratti rabbiosa, spetta il compito di coordinare ieri oggi e domani, a partire dalla propria nascita tribolata, così come viene raccontata dalla madre, poi da un passato che assume la voce di chi ha combattuto in guerra, per immaginare un futuro di decadenza fisica e mentale, fino all’inevitabile esito della scomparsa dal mondo dei vivi.
Enne 2 esprime il suo tormento filosofico nei riguardi del significato dell’esistenza, e soprattutto della sua conclusione: “dopo” risulta il termine più carico di spessore emotivo, nell’inquieto interrogarsi metafisico sul niente e sul buio che attende ogni essere vivente: “Ma si potrà «dopo» ancora bere? mangiare? respirare? camminare? Avremo ancora «dopo» occhi, gambe, mani, orecchie, capelli, piedi? Potremo ancora «dopo» ridere? respirare? parlare? O saremo solo degli spettri freddi, fradici, separati per sempre dalla vita, inghiottiti dalla notte, morti per sempre, perduti, vinti, senza luce, caduti nel buio più buio della notte…”, “«Dopo» dove sarebbe? In cielo, sotto terra, in un altro mondo?”

Il destino ingiusto e crudele di essere destinati a sparire in quanto creature, viene stigmatizzato in un elenco rabbrividente di sostantivi e attributi che descrivono i corpi quando perdono ogni funzione vitale: “spettri freddi, fradici, separati per sempre dalla vita, inghiottiti dalla notte, morti per sempre, perduti, vinti, senza luce, caduti nel buio più buio della notte…”, “finiti, sfiniti, spenti, scomparsi, ridotti a marmi freddi, al silenzio totale”, “segatura, sabbia, cenere, polvere…”, “resti putridi, avanzi, scarti, sabbia, detriti…”

L’amplificazione del concetto nel reiterato susseguirsi di sinonimi serve a Recalcati per indicare quello che la morte toglie, con cieca ferocia, a chi vorrebbe poter continuare a godere della bellezza, dell’amore, degli affetti familiari: “Voglio vedere ancora le cose, i corpi, i volti, gli odori, il sole, le stelle, i mari, le città, i ruscelli, la montagna, il bosco, le case, le strade…”, “bere, mangiare, respirare, baciare, toccare, vedere, leggere, scrivere, amare…”, “Troppo bello nuotare, correre, amare, respirare, camminare, vedere la luce…”

Al lamento funebre dell’uomo risponde la madre, rievocando il suo parto difficile, da cui lui è nato prematuro, sofferente, “gattino indifeso”, lottando con forza per rimanere aggrappato alla vita, per non essere risucchiato nel silenzio e nel vuoto del niente. E gli fa eco il ricordo del giovane alpino, coperto da un logoro pastrano, che ricorda le marce nelle notti gelide, il ritmo cadenzato dei passi di soldati in colonna sulla neve, il sacrificio di tanti ventenni caduti senza poter godere della loro giovinezza: “C’è solo la vita che resiste. Il ghiaccio attorno e la vita che resiste. Il passo e il cuore. Nient’altro. Tutto attorno morte e poi c’è la vita del passo e del cuore. Il passo e il cuore, amico. È tutto lì”.

È lo stesso cuore che batte, implacabile e mai arreso, nel neonato chiuso nella scatola trasparente di un’incubatrice e nel soldato sfinito che vorrebbe lasciarsi andare; ciascuno combatte furiosamente la sua battaglia per non arrendersi alla fine che tutto cancella: il partigiano come il terrorista, il toro portato al macello come i conigli scuoiati, i giovani amanti avvinghiati nel desiderio sessuale e gli anziani ormai inebetiti.

Alle voci dei protagonisti, stentoree nei loro disperati monologhi, fanno da sottofondo nella resa teatrale preghiere, canzoni popolari, versetti dei Salmi, i battiti amplificati di un cuore, lo scalpiccio di scarponi militari sulla neve, slogan di lotta armata, voci di bambini, pioggia e tuoni, e le parole dell’ultima lettera di Aldo Moro (“Se ci fosse luce sarebbe bellissimo”).

Dal battesimo all’estrema unzione, dal vagito del neonato all’Amen che accompagna la sepoltura, (“Amen! Ma io non voglio che finisca!”), tutto il testo di Massimo Recalcati risulta un drammatico de profundis che implora salvezza e pietà, ma grida anche la sua ribellione per la caducità dell’esistenza, che non merita di dissolversi nel nero della morte. Lo spettacolo, prodotto dal Teatro Franco Parenti di Milano, ha debuttato al Festival di Spoleto l’8 luglio del 2021 con Marco Foschi, Federica Fracassi e Danilo Nigrelli, per la regia di Valter Malosti.

 

© Riproduzione riservata    SoloLibri.net › Amen-Recalcati         27 aprile 2022

BUX, GALLINA, GUGLIELMIN

ANTONIO BUX, FRANCESCO GALLINA, STEFANO GUGLIELMIN

L’editore milanese Marco Saya ha coraggiosamente scelto di dedicare la sua attività alla poesia, arte poco redditizia e di difficile divulgazione. Nel suo catalogo sono compresi sia opere classiche (da Esiodo a Leopardi, da Laforgue a Yeats, da Poe a Rilke), introdotte da illustri e competenti prefatori, sia volumi di critica letteraria, e soprattutto testi di autori contemporanei. Tra di loro, i nomi di Sonia Caporossi, Nicola Vacca, Luca Vaglio, Maria Angela Rossi, Gabriele Galloni, Franz Krauspenhaar, Annamaria De Pietro, Giulio Maffii, Giorgia Meriggi, Andrea Carraro e di numerosi altri poeti, si sono segnalati a livello nazionale, ricevendo premi e attestazioni di valore.

Quest’anno, le edizioni Saya hanno proposto ai lettori i lavori di Antonio Bux, Francesco Gallina, Stefano Guglielmin.

Iniziando proprio da quest’ultimo (Schio, 1961), docente alle scuole superiori e fondatore del blog Blanc de ta nuque, possiamo affermare che il suo libro Dispositivi si distingue non solo per il pensiero ideologicamente critico sotteso alle composizioni, ma anche per la coraggiosa e provocatoria scelta stilistica, lontana dagli esiti lirici della tradizione letteraria italiana, estranea a facili accomodamenti e recuperi espressivi. I dispositivi cui si riferisce Guglielmin sono quelli messi in atto dalla cultura, dai media, dal potere politico e finanziario che ci dominano per determinare i nostri comportamenti quotidiani, le nostre scelte nel lavoro, nell’alimentazione, nella vita sentimentale e sessuale, nei rapporti comunitari, nel sistema scolastico, nelle abitudini riguardanti la salute. E, ovviamente, anche nella scrittura, troppo spesso asservita alle imposizioni del mercato editoriale. I versi, oscillanti tra il sarcastico, il rabbioso e l’amaramente rassegnato, dispensano lampi di consapevolezza, volontà di resistenza, desiderio di opposizione: “non c’è ospedale o lente non c’è / olezzo o stridore che soccorra, ma dissenso vero o dispersione / per moto involontario: scegliere al bivio un senso provvisorio, / crederci, oppure tornare all’infinita diversione / ossia vivere, appunto”, “Smonto teorie e piccole chiese. Sbanco terra / promessa. Cerco garanzie sulla morte di Dio. / Offro in cambio collezione in plastica di falle / e reliquie, praticamente eterne”.

Francesco Gallina (trentenne, anch’egli docente di lettere alle superiori, ricercatore all’Università di Parma e saggista), con Medicinalia approfondisce, attraverso l’indagine sul mondo scientifico e ospedaliero investigante sintomi e cure di morbi e patologie varie, il collegamento che unisce la poesia – malattia dello spirito – con il dolore del corpo. Ogni singola infermità radiografata dall’autore, trova quindi la sua corrispondenza in una sofferenza dell’anima, che la scrittura poetica è incaricata di sondare e possibilmente guarire. La poesia colta, esplorativa, cerebrale di Francesco Gallina, disserta di cellule, cromosomi, ossa, viscere; cita nomi di famosi clinici, genetisti, farmacologi, anatomisti, psichiatri (Netter, Milgram, Evans, Koebner…); elenca malesseri fisici di ogni tipo, dal raffreddore alla cataratta al morbo di Basedow; passeggia tra i reparti ospedalieri; illustra prodotti, articoli, macchinari, suppellettili presenti nei nosocomi.  “il museo delle armi: il divaricatore / di Beckman, il fissatello atraumatico, / l’enterostato, il mosquito (avresti preferito / un mojito, ma va be’), il passafilo, / il portaaghi, rovi di forbici e forcipi / e altri ordigni barocchi”, “a vetro smerigliato il polmone / radiopaco è una costellazione / nodulare di supernove / dense, come colonie / di biomasse a legno ceppi radici, / incielate lucciole nel parenchima”. Per constatare leopardianamente, infine, che il dì natale è comunque funesto, perché “non c’è cura dalla morte, ma dal mal che deriva / dal passare dentro un corpo”.

Antonio Bux (Foggia, 1982), traduttore, critico letterario, blogger e curatore di collane editoriali, nel suo Diario dell’intruso riporta il lettore in un ambito poetico più tradizionale, che utilizza risorse e metodi tipici del patrimonio poetico universale. Le descrizioni naturali di paesaggi ed elementi vegetali o animali si rincorrono di pagina in pagina (fiori, insetti, uccelli, condizioni atmosferiche o astrali); i sentimenti, assolutamente privi di aggressività, rancore o acredine, sono orientati verso la tenerezza di rapporti amorosi e consolanti memorie infantili; lo stile è piano, scevro di azzardi sperimentali, e affidato perlopiù a frasi paratattiche e ripetizioni, nella ricerca di un’equilibrata musicalità, e in un’atmosfera di pacata limpidezza che fa dubitare di qualsiasi estraniante o negativa intrusione: “nei fischi // su in aria di un merlo / l’eco e la notte sono fuori / e tu devi imparare”, “c’è del tempo che mai si perde / quello d’una mano messa a sfiorare / le corde luminose a maggio del grano / nel verde che sale come onda di pace”.

 

© Riproduzione riservata       «Il Pickwick», 26 aprile 2022

 

 

 

 

 

 

YOSHIMOTO

BANANA YOSHIMOTO, IL DOLCE DOMANI – FELTRINELLI, MILANO 2022

Sayoko e Yōichi sono i due giovani protagonisti dell’ultimo libro di Banana Yoshimoto pubblicato in Italia, nella Universale Economica Feltrinelli: Il dolce domani. Ambientato fra i templi e gli onsen di Kyoto, il romanzo, scritto poco dopo il terremoto e lo tsunami di Fukushima, racconta una storia d’amore quasi banale, interrotta tragicamente dalla morte del ragazzo, in un incidente stradale che lascia la fidanzata ferita gravemente. Si tratta quindi della narrazione di un lutto e della sua elaborazione, da parte di chi rimane in vita, ma con la vita stessa fatta a pezzi.

La voce narrante è quella della ventottenne Sayoko, che inizia il suo racconto dalla ricostruzione dell’incidente, avvenuto in una tiepida giornata primaverile, mentre i due, di ritorno in auto da una gita alle terme di Kurama, vengono investiti da un’altra macchina guidata da un ubriaco. Yōichi, giovane e promettente scultore d’avanguardia, muore sul colpo, mentre la ragazza ha l’intestino trapassato da un bastone di ferro. Il suo recupero fisico è lento, quello emotivo pare da subito ancora più problematico.

Sayoko si aggrappa alle poche certezze che le rimangono: il ricordo affettuoso del nonno e di un cane amato nell’infanzia, il rapporto recuperato con i suoi genitori e le visite ai genitori del fidanzato, l’impegno a catalogare e diffondere le opere artistiche di lui. Ma trascorre il primo anno successivo alla tragedia chiudendosi al mondo, imbozzolata nel dolore, incapace di reagire. Inizia a bere: frequenta il locale di un barista gentile, Shingaki, che la incoraggia a ritrovare il suo mabui, l’anima, là dove le è accaduto di perderla, e intanto controlla fraternamente che i bicchieri di awamori tracannati non abbiano effetti troppo nocivi su di lei. La tristezza prende forme strane: induce la protagonista ad assumere sembianze maschili per mortificare la propria femminilità, le fa balenare davanti agli occhi vaghe allucinazioni, fantasmi o personaggi dei fumetti manga, le rende difficili i rapporti con tutte le persone di cui intuisce l’insensibilità o la grettezza: “Ognuno di noi vive la propria vita portandosi dietro il peso del dolore che ha provato. Ci sono anche quelli che non provano niente e che non portano alcun peso: basta un’occhiata per capire chi sono. Sembrano automi, sono diversi dagli altri. Quelli che portano un peso li riconosci dal colore, dall’incedere pieno di grazia. Ecco perché sono contenta di avere un peso da portarmi dietro. Finché avrò giorni da vivere, voglio viverli con grazia”.

Sayoko è consapevole del proprio cambiamento, fisico a caratteriale, decisa ad accettarlo accontentandosi di vivere giorno per giorno nel presente, senza preoccuparsi di quello che il futuro le prospetta, senza averne più paura, e anzi apprezzando le minime premure e gentilezze quotidiane di conoscenti e sconosciuti, che le costruiscono intorno “fortezze di fiducia”. Oltre al barista, stringe amicizia con un giovane gay, Ataru, che come lei soffre la perdita di una presenza amata, e insieme godono di ritrovare nella memoria il ricordo dei cari scomparsi, riflettendo sulla bellezza di ogni istante vissuto, provando compassione per se stessi e per ogni essere vivente.

Un racconto scritto con garbo, Il dolce domani, senza la pretesa di affrontare temi profondi o di esibire particolari abilità di stile: l’autrice stessa, nella postfazione, ne parla con umile consapevolezza: “Io non scrivo opere colossali, che mettano tutti d’accordo: posso solo, nel mio piccolo, rivolgermi a quei pochi che, per un motivo o per un altro, si sentono aiutati, o confortati, leggendo i miei romanzi”. Banana Yoshimoto, figlia di Takaaki Yoshimoto (uno dei più importanti poeti giapponesi degli anni sessanta), è nata a Tokyo nel 1964. Lo pseudonimo Banana è stato scelto dalla scrittrice, a sostituire il vero nome Mahoko, per il suono volutamente androgino...Sposata con il musicista Hiroyoshi Tahata, da cui ha avuto un figlio, è convinta sostenitrice dei diritti LGBT, e nella sua narrativa, sempre attenta alle problematiche sociali e psicologiche e alle esperienze emotive giovanili, molti personaggi fanno parte della comunità gay.

Tra i suoi quindici romanzi, i più famosi Kitchen, (best seller internazionale, con oltre 60 ristampe nel solo Giappone), e Tsugumi, sono stati trasposti in film  di successo. La critica ritiene la scrittura di Yoshimoto piuttosto superficiale, prevalentemente mirata a conquistare il mercato commerciale. In realtà i temi trattati, per quanto tradizionali (amore, amicizia, famiglia, dolore, morte) riescono a interessare milioni di lettori in tutto il mondo, e rappresentano un fenomeno culturale da non sottovalutare.

 

© Riproduzione riservata       «Gli Stati Generali», 22 aprile 2022