MORAVIA

ALBERTO MORAVIA, RACCONTI ROMANI – BOMPIANI, MILANO 2001, p. 408

 Tra le tante ingiustizie di cui si macchia il mondo letterario ed editoriale italiano nei riguardi dei suoi protagonisti, una delle più eclatanti è secondo me la sottovalutazione e il conseguente oblio dell’opera di Alberto Moravia, la cui narrativa viene ormai riproposta solo in ebook, decretandone così la sostanziale irrilevanza. Invece, a chi volesse riscoprirne originalità, intelligenza e maestria di scrittura, basterebbe rileggere la prima produzione, a partire da quella di impianto neorealista, e in particolare dai Racconti romani.

Pubblicata nel 1954, la raccolta di settanta novelle – uscite negli anni precedenti sul Corriere della Sera -, narrano le vicende di singoli individui e di famiglie romane, appartenenti a diversi ceti sociali, ma per lo più alla piccola borghesia, al proletariato e al sottoproletariato della capitale. In un linguaggio colloquiale, dimesso e reso più immediato da frequenti dialettalismi, Moravia offriva ai lettori un quadro disincantato delle vicissitudini occorse ai vari personaggi, nel periodo di storia che segnava il trapasso tra la fine del secondo conflitto mondiale e la ricostruzione del paese, quindi tra depressione, umiliazione, senso di sconfitta da un lato e speranza, volontà di ripresa, ottimismo dall’altro.

Il palcoscenico su cui si recita questa commedia umana è sia la Roma delle periferie, delle baracche e delle campagne, sia quella del centro trafficato e vivace, dei monumenti famosi, delle abitazioni e dei negozi dal decoro dignitoso, benché privo di sfarzo. Le voci narranti appartengono nella quasi totalità a giovani uomini, scapoli o maritati con prole, travolti da difficoltà economiche, malattie, tragedie o dissidi tra parenti, desiderosi di riscatto sociale ma contemporaneamente rassegnati al loro fallimento lavorativo ed esistenziale: affidano sé stessi alla sorte, sperando in improbabili colpi di fortuna in grado di mutare in meglio il loro destino.

Operai inquieti e rabbiosi (La rovina dell’umanità), figli e padri insofferenti degli impegni parentali (Scherzi del caldo), negozianti afflitti dai capricci delle mogli (Sciupone), ragazze desiderose di sfondare nel mondo del cinema (Il provino), piccoli truffatori che tentano di arricchirsi con ingenui sotterfugi (Impataccato), sposi in miseria ridotti a rubare oggetti sacri (Ladri in chiesa), ex commilitoni affamati pronti a spolparsi a vicenda (Romolo e Remo). Un piccolo capolavoro, formalmente calibrato in un crescendo irresistibile di comicità e irritazione, risulta essere il monologo di Non approfondire, in cui un marito devotissimo ma assillante e prevaricatore nei confronti della moglie, si tormenta chiedendosi il motivo dell’abbandono di lei.

Moravia descrive le situazioni mortificanti patite dai suoi personaggi con uno sguardo lucido, privo di qualsiasi retorica o falso pietismo, e semmai con amara ironia, rimanendo essenziale e oggettivo nell’illustrare le cause degli avvenimenti, e gli effetti fallimentari e controproducenti delle azioni messe in campo.

Il critico Emilio Cecchi diede di questi racconti un giudizio memorabile: “Una quantità di personaggi che se ne stanno chiusi e saldati in una elementare, inarticolata realtà; in una sfera, in una categoria premorale, che crocianamente si direbbe la categoria dell’utile, dell’economico, della nuda e cruda vitalità”. Anche il nostro cinema seppe abilmente sfruttare gli spunti offerti dalla penna moraviana, attraverso le pellicole di Monicelli, Bolognini, Blasetti, Franciolini.

© Riproduzione riservata        «Gli Stati Generali», 19 agosto 2022

 

 

 

 

 

PRETE

ANTONIO PRETE, DEL SILENZIO – MIMESIS, MILANO-UDINE 2022

In un volumetto pubblicato da Mimesis, il Professor Antonio Prete ha raccolto prose, versi, riflessioni, appunti critici sul fascino misterioso Del silenzio, indagato da poeti, filosofi, pittori e musicisti già a partire dagli albori della cultura occidentale. Antonio Prete – saggista, poeta, narratore, traduttore di classici -, ha insegnato Letterature comparate all’Università di Siena: oggi continua a esercitare la sua competenza di insigne studioso in articoli e recensioni su blog e riviste letterarie.

Le prime pagine del saggio sono dedicate alle varie definizioni attribuite al silenzio, percepito sia ai margini di ciò che cade sotto i sensi, sia nel raccoglimento interiore: “Il silenzio è il legame profondo che unisce in uno stesso respiro l’essere e l’apparire, la forma e la natura”, nel primo incontro con la parola modulata dal carezzevole linguaggio materno, e poi con il suono avvertito attraverso i rumori dell’habitat circostante.

Il silenzio che zittisce le voci disorientanti del proprio tempo diventa esplorazione di sé, meditazione, ascolto: assomiglia al Silentium raccomandato dal monachesimo nel raccoglimento della preghiera e dell’ascesi.

Prete distingue fa tra i due verbi latini tacere e silere, dove il primo sembra alludere a una zona d’ombra, forse al nascondimento di un segreto o a una mancanza di coraggio, mentre il secondo si propone come “un’attitudine interiore, un abito mentale, o anche una ricerca”. È il silenzio luminoso, “non come assenza di parola, ma come esperienza di un’attenzione al visibile, e all’invisibile, che passa dall’ascolto, e non dalla pronuncia, dalla contemplazione e non dalla descrizione, dalla cura interiore dell’immagine e non dalla sua rappresentazione esteriore”.

Pochi pittori sono riusciti, nelle loro tele, a dipingere il silenzio, facendo emergere gli oggetti da una presenza priva di tempo, sulla soglia in cui si manifestano ancora prima del loro apparire concreto: “Cézanne, Morandi: le loro nature morte fanno del silenzio la materia della forma, la linea e il colore e lo spazio della forma. Il rosso delle mele di Cézanne, le linee delle bottiglie di Morandi sono figurazioni silenziose perché non danno presenza al reale ma alla sua enigmatica ombra, non raccontano il visibile ma il suo sfondamento verso l’invisibile”.

La concentrazione mentale e spirituale favorita dalla sospensione della parola vana, del brusio ininterrotto, della comunicazione superficiale, aiuta a riscoprire ciò che rimane nell’al di qua della lingua umana, oltre la corruzione che si attua tra il pensiero e la sua espressione: la quale resta intatta, invece, nella magia della produzione poetica. Al silenzio i poeti hanno infatti dedicato versi memorabili, da Virgilio a Dante, da Foscolo a Leopardi, fino a Hölderlin, Mallarmé, Rilke, Valéry, Jabès.

Quando Hölderlin – il poeta impazzito prigioniero nella torre – scriveva: “Capisco i silenzi dei cieli, / non capisco la parola degli uomini”, indicava la sua scelta della verticalità, di uno sguardo contemplativo verso l’alto. Lo stesso che ha nutrito i versi di Leopardi e Baudelaire, indagati dall’autore negli ultimi due capitoli del libro. Del recanatese si mettono in luce composizioni celebri, che hanno alimentato l’immaginario di generazioni di italiani (L’infinito, La sera del dì di festa, La vita solitaria, Il canto notturno), insieme ad alcune Operette morali. “L’idillio leopardiano L’infinito è silenzio che muove verso la parola e che dalla parola si ritrae quando il pensiero che ha tentato l’estrema sfida – voler dire l’infinito – incontra sé stesso, cioè il suo proprio limite: l’impossibilità di rappresentare l’infinito”. Di Charles Baudelaire si sottolineano i momenti in cui dal silenzio scaturisce il respiro poetico: l’elevazione verso un altrove, il ricordo dell’infanzia, l’immersione nel buio notturno, la visione rapita della figura femminile.

Lo stesso Antonio Prete riconosce nel silenzio la capacità di rendere la sua anima e il suo pensiero più aderenti alla verità, nel momento in cui si incarnano nel ritmo dei versi, o delle prose liriche qui riportate: “amo le forme che non sono, / la loro trasognata trasparenza”. La poesia, infatti, “è lingua abitata dal silenzio. Sopra quel silenzio le vocali e le consonanti sono le acrobate del senso e del suono, della loro congiunzione: la poesia è lingua che non definisce le cose ma mostra, delle cose, il loro respiro, la loro necessità, viventi in un universo che è vivente”.

 

© Riproduzione riservata            «Gli Stati Generali», 12 agosto 2022

 

 

VAGLIO

LUCA VAGLIO, COSMOLOGIE – MARCO SAYA, MILANO 2022

Luca Vaglio (1973), giornalista, narratore e poeta, vive a Milano occupandosi di cultura letteraria e di viaggi. In questo suo ultimo libro, Cosmologie, affronta temi diversi con tonalità diverse, ma sempre con lo stesso pacato respiro emozionale, e una costante profondità meditativa.

Nella colta e penetrante prefazione, Lorenzo Cardilli giustamente sottolinea la capacità del poeta di affrontare un percorso di esplorazione interiore, con il relativo inabissamento nell’inconscio, riuscendo poi ad affiorare lucidamente in superficie attraverso l’osservazione puntuale dell’esterno collettivo. “Si articola così un continuo negoziato tra slancio uranico e schiacciamento sulla contingenza, le due istanze si scontrano, flirtano e mercanteggiano, seguendo le oscillazioni dell’io, i suoi sbalzi. Un io tanto disperatamente attratto dal qui e ora quanto pronto a disfarsene, come di una prigione”.

La dialettica instaurata da Vaglio tra dentro e fuori, vive la stessa antinomia, lo steso contrasto ideologico e filosofico registrato tra realtà e utopia, razionalità e irrazionalità, soggetto e oggetto, luce e buio, discorso e silenzio, grande e piccolo, bene e male, cielo e inferi. “L’anima bipolare / di ogni materia, il bianco e il nero, / il pensiero, il logos che siamo, / la forma-parola che, forse, ci crea”.

Tale dicotomica contrapposizione di possibilità differenti nell’agire quotidiano e nel porsi intellettuale, si riflette anche nelle scelte stilistiche adottate dal poeta, che vanno dalla narratività riflessiva all’esposizione dettagliata, dall’argomentazione scientifica alla confessione introspettiva.

Il viaggio è scoperta e liberazione, ma nello stesso tempo fuga e tradimento. I mille taxi, i treni, gli aerei che portano in Francia, in Portogallo, in Irlanda non riescono tuttavia ad allontanare il poeta da se stesso: “fuori c’è solo un mondo senza vita / e nessun tempo da abitare, tutto è / qui e altrove; non so se ho mai voluto lasciare questa stanza, / se mi ha sfiorato il desiderio / di stare bene da un’altra parte”. Infatti, “Milano esplosa e abbandonata” ritorna sempre, nei suoi bar vivaci (l’Hemingway, il Jamaica, il Caffè Luna), nella “Brera pulita, levigata, artificiale e irreale”, negli incontri casuali con coppie giovani e mature, mamme e bambini, studiate e commentate con attenta volontà di comprensione e classificazione. La realtà quotidiana, il cappuccino con croissant da consumare tra altri avventori, la partita di calcio guardata con simulato interesse in un locale pubblico, sono punti di avvio verso un altrove cosmico, o un riflusso nelle memorie personali: “una sorta di teletrasporto / chimico e improvviso della coscienza, / e forse un’eco psichica, un flashback / che rimandi all’infanzia più profonda”.

Gli interessi culturali di Luca Vaglio vengono esplicitati in assidui riferimenti agli autori più amati (scrittori come Pessoa, filosofi dai presocratici a Wittgenstein, epistemologi come Ernst Mach), in richiami sia alla fisica contemporanea sia alla cosmogonia dell’antico Egitto, con escursioni verso la tradizione astrologica e le festività religiose romane, nel desiderio di scrutare la realtà da prospettive differenti. Sempre con la consapevolezza dei limiti in cui è iscritta ogni particolare vicenda umana: “Riconoscere / che idea e materia, e quindi soggetto e oggetto, / particolare e generale e, se si vuole osare di più, / mente ed esperienza sono parti uguali del tutto, / schegge indivise dello stesso lembo del mondo”, “il senso / del cosmo deve essere cercato fuori / dal mondo”, “ci chiediamo perché le cose accadano, / il punto da dove cadono gli eventi, / se si tratti di un caso, di un moto / di atomi lungo il vuoto della materia…”.

L’indagine poetica di Luca Vaglio si definisce appunto in questo interrogarsi sul proprio destino creaturale, sul destino dell’umanità, su cause e finalità dell’esistenza, cercando uno spazio e una giustificazione al proprio esibirsi come scrittura, meditativa ma priva di qualsiasi assertività o boria, piuttosto umile e cauto intendimento di scrutare l’ignoto aldilà di ogni futile apparenza.

© Riproduzione riservata     «Gli Stati Generali», 24 luglio 2022

 

 

GHENO

VERA GHENO, CHIAMAMI COSÌ. NORMALITÀ, DIVERSITÀ E TUTTE LE PAROLE NEL MEZZO

IL MARGINE, TRENTO 2022

 

Vera Gheno (1975) è un’accademica, sociolinguista e traduttrice italo-ungherese. Si occupa prevalentemente di comunicazione digitale, e nei suoi numerosi interventi sulla stampa e nei seguitissimi social sostiene l’inclusività del linguaggio scritto e orale, contro ogni discriminazione di genere o etnia. In quest’ultima pubblicazione, Chiamami così (che riporta come esplicativo sottotitolo Normalità, diversità e tutte le parole nel mezzo), muove dalla considerazione che “Una realtà in trasformazione richiede pensieri e parole mutevoli, che si aggiornino in base alle esigenze delle varie componenti della società”: assodato quindi che il mondo in cui agiamo si sta trasformando continuamente e velocemente, soprattutto per impulso della globalizzazione e dell’avvento dei nuovi media, ne deriva che anche il nostro modo di esprimerci debba adeguarsi alla sua evoluzione.

In cinque brevi e stimolanti capitoli, Vera Gheno sottolinea la necessità non procrastinabile di riflettere, soprattutto nell’ambito della formazione – scolastica e non –, sulla rappresentatività sociale e linguistica, relativizzando punti di vista a lungo considerati come universali e riconsiderando in particolare i concetti di diversità e normalità. Quali e quante sono le caratteristiche peculiari che riteniamo ci differenzino all’interno di una comunità? Tra le altre, senz’altro il sesso biologico e l’orientamento sessuale, l’etnia e la provenienza geografica, la religione, l’istruzione, la disabilità, la neuro- diversità, l’età, il corpo, l’indole, le abitudini culturali, le possibilità economiche. Da ognuna di queste nasce una possibile discriminazione, classificabile con un nome: misoginia, omofobia, body-shaming, ageismo, xenofobia, ecc.

“Discriminare significa, letteralmente, operare una distinzione: va da sé che essa può avere un valore neutro, oppure produrre una differenza che va a discapito di una categoria, sancendo chi è «dentro» e chi è «fuori» da una norma”. Se consideriamo la diversità come uno scarto dalla normalità, e non nel senso più appropriato di varietà arricchente, finiamo per imporre artificialmente la nostra identità maggioritaria come modello assoluto a tutte le minoranze, rifiutando loro il diritto di autorappresentarsi. Viviamo infatti in una società normocentrica, che impone i suoi modelli canonici di bellezza fisica e prestigio economico-sociale, da raggiungere a tutti i costi per poter rientrare nell’agognata cerchia dei cosiddetti “normali”. Viviamo inoltre in una società androcentrica, in cui ogni tipo di potere è stato per millenni gestito da maschi, costringendo le donne a ruoli subalterni e ghettizzanti, continuamente ribaditi dalle parole che si utilizzano per abitudine, pigrizia, superficialità (“Ho sempre detto così!”).

Per cambiare questo stato di cose, per trasformare la mentalità pigramente imperante, dobbiamo agire in primo luogo mutando le nostre ossidate abitudini linguistiche. La maggior parte delle persone, tradizionalmente ostile alle novità, si trova in imbarazzo o manifesta fastidio verso i nomi femminili professionali: dire avvocata, sindaca, direttora, ministra, questora, crea disagio, mentre non provoca nessuno sconcerto dire infermiera, maestra, cuoca. Forse perché alcuni ruoli apicali sono appannaggio quasi esclusivamente maschile? Per favorire e incoraggiare la presenza sociale della donna in ogni campo lavorativo, si dovrebbe evitare di usare il maschile sovraesteso quando ci si rivolge a una moltitudine mista: se cambia la composizione della società, la lingua si deve evolvere di conseguenza. La linguistica, come l’architettura, la medicina e altre arti e discipline sono costruite secondo un’ottica assolutamente patriarcale, che mira a tenere divise e in stato di conflittualità tra loro le minoranze, in modo da poterle manovrare con maggiore facilità.

Quali strategie attuare per gestire correttamente le differenze? Parlare di inclusività è fuorviante perché indica un movimento non reciproco e sbilanciato tra chi include e chi viene incluso: meglio sarebbe agire con l’obiettivo di una convivenza delle differenze. “La diversità non deve essere ignorata ma celebrata, e nominata bene. Nominare in maniera corretta delle compagini della società che sono state fino a tempi recenti sottorappresentate linguisticamente fa sì che quelle minoranze acquisiscano una maggiore concretezza e diventino abituali agli occhi degli altri individui, ma anche ai propri stessi occhi…  Noi siamo tutti diversi, non tutti uguali, ed è giusto lasciare che la complessità della realtà modifichi la lingua”.

 

© Riproduzione riservata            «Gli Stati Generali», 22 luglio 2022

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

VALERIO

ADRIANA VALERIO, ERETICHE. DONNE CHE RIFLETTONO, OSANO, RESISTONO

IL MULINO, BOLOGNA 2022

 

Adriana Valerio (Sperone, 1952), storica e  teologa, da sempre è impegnata a reperire fonti e testimonianze per la ricostruzione della memoria delle donne nella spiritualità occidentale. Tra le prime teologhe ad occuparsi di esegesi femminile, ha insegnato Storia del Cristianesimo e delle Chiese presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, avviando progetti internazionali per la ricostruzione dell’identità storica e religiosa delle donne, in particolare indagando il loro rapporto con i testi biblici.

Nel suo ultimo volume, Eretiche, pubblicato da Il Mulino, ricompone le vicende delle molte donne coraggiose e indipendenti che, giudicate non in linea con le direttive dell’ortodossia cattolica, hanno osato fronteggiare i tribunali ecclesiastici, venendo per tale ragione oppresse, scomunicate, imprigionate, uccise. Già nell’introduzione ne presenta stringatamente alcune: “Il primo giugno 1310 venne bruciata una giovane filosofa, la beghina di Valenciennes Margherita Porete; nel 1524 la mistica Isabel de la Cruz fu processata e successivamente condannata all’ergastolo dall’Inquisizione di Toledo; a metà del Seicento furono deportate le colte suore gianseniste di Port-Royal dall’arcivescovo di Parigi; nel 1912 fu considerato pericoloso e messo all’Indice dei libri proibiti l’opera della teologhessa inquieta Antonietta Giacomelli che voleva sollecitare una riforma liturgica nella Chiesa”.

Donne: aristocratiche, plebee, vergini, maritate, suore, dichiarate pubblicamente eretiche. La parola greca eresia (αἵρεσις) significa “scelta”, e indica la possibilità di seguire un’opinione o una dottrina tra diverse opzioni. Questo termine originariamente non possedeva alcuna caratterizzazione denigratoria. Fu con le Lettere del Nuovo Testamento che assunse connotati dispregiativi, suggerendo separazione, divisione, devianza. “Le esperienze difformi furono giudicate disgregatrici e fuorvianti da un punto di vista dottrinale, morale e disciplinare e per questo allontanate, perseguitate, distrutte”, soprattutto a partire dal II e III secolo, con i trattati di Giustino, Ireneo, Tertulliano, Ippolito.

Gli autori di testi canonici, i detentori dell’ortodossia all’interno del cristianesimo erano ovviamente di sesso maschile, mentre alle donne veniva destinato un ruolo accessorio sia nell’elaborazione teorica sia nella pratica sociale. Eppure, spunti di critica ideologica, audaci contestazioni dei ruoli di potere, esperienze di fede non tradizionali furono elaborate da menti femminili, e regolarmente, severamente occultate o addirittura derise: “donne messe al bando o condannate come deviate, eretiche, streghe, sovversive, isteriche e altro, a seconda di come sono state stigmatizzate nelle varie epoche storiche”.

Adriana Valerio analizza appunto le vicende tormentate e dolorose che hanno caratterizzato i rapporti tra l’universo femminile e il cristianesimo, già a partire dai suoi albori: se il messaggio di Gesù si definì da subito come rivoluzionario e liberante, la misoginia era già evidente in molti testi del Nuovo Testamento: “La donna impari in silenzio, con tutta sottomissione. Non concedo a nessuna donna di insegnare, né di dettare legge all’uomo; piuttosto se ne stia in atteggiamento tranquillo. […] Essa potrà essere salvata partorendo figli, a condizione di perseverare nella fede, nella carità e nella santificazione, con modestia (1 Tim 2, 11-15)”.

Istituzionalizzandosi, il cristianesimo accentuò la rappresentazione filosofica di una trascendenza legata al potere, in cui ogni elemento di pluralità e ogni aspetto di femminilità veniva marginalizzato, con un Dio definito come sovrano assoluto, intollerante ed esclusivo. Protagoniste di una proposta intellettuale e spirituale divergente da quella egemone, le “eretiche” mettevano in discussione soprattutto quattro principi ritenuti inamovibili dalla gerarchia ecclesiastica: il principio di autorità, il ruolo profetico, l’esperienza mistica e il rapporto tra legge e libertà, proponendo nuove alternative rispetto alle scarse opportunità offerte dalla vita ecclesiale.

Già dall’epoca romana la persecuzione nei confronti del pensiero teologico femminile fu costante, inibitoria e crudele: ne furono vittime le profetesse frigie Massimilla, Priscilla e Quintilla (definite femminette e donnicciole). Il cristianesimo, riconosciuto come religione dell’impero nell’editto di Tessalonica del 380, avviò poi un rigoroso processo identificativo e di opposizione nei confronti del paganesimo, della cultura greco-giudaica e delle correnti eterodosse: di tale irrigidimento teorico fecero le spese la matematica e astronoma egiziana Ipazia, e altre filosofe e teologhe infamate con accuse di adulterio e lussuria per tacitarne il dissenso ideologico.

Dalla Francia e dal Belgio si diffuse il movimento delle beghine, che aspiravano a vivere secondo il modello evangelico nelle forme della povertà, della carità e dell’apostolato, riflettendo sulle pagine bibliche in gruppi autonomi di preghiera: anch’esse perseguitate, vennero poi ricompattate nel grembo della obbedienza romana. Tra di loro, la vittima più illustre fu Margherita Porete, bruciata nel 1310 insieme al suo libro Lo specchio delle anime semplici.

Stessa persecuzione fu destinata alle donne valdesi, alle catare, le cui comunità patirono violenze e massacri.

Molte le personalità femminili di cui Adriana Valerio esalta il coraggio, la determinazione e l’intelligente anticonformismo: Margherita Boninsegna da Trento, Guglielma di Milano, Maifreda da Pirovano, e la figura più rappresentativa e famosa, Giovanna d’Arco, morta sul rogo 1431, a diciannove anni. Tra il 1550 e il 1600, i tribunali ecclesiastici dell’Inquisizione (spagnola, portoghese e romana), istituiti a difesa della fede cattolica, accusarono centinaia di donne di stregoneria, possessione diabolica, perversioni sessuali, sacrilegi e malefici. Prese di mira furono anche le intellettuali e le aristocratiche, come Giulia Gonzaga, Renata di Francia e la poetessa Vittoria Colonna. colpevoli di aspirare a una spiritualità più interiore e libera da costrizioni dogmatiche.

Il sospetto investiva, in epoca rinascimentale e più tarda, anche le più ardenti e carismatiche esperienze di misticismo, quali quelle di Orsola Benincasa, Giulia Di Marco, Isabella Berinzaga, Madame Jeanne Guyon, Marta Fiascaris, Lucia Roveri, Maria Antonia Colle, e delle seguaci del quietismo e del giansenismo, perché irrazionali e difficilmente incasellabili nelle consuete e più innocue manifestazioni di devozione.

Oltre all’intenso e documentato capitolo dedicato alla “caccia alle streghe”, il volume si sofferma sull’ostilità espressa dalla gerarchia ecclesiastica negli ultimi due secoli contro le studiose e teologhe culturalmente più progredite. Filosofe e letterate (Marianna Bacinetti Florenzi Waddington, Cristina Trivulzio di Belgiojoso, Antonietta Giacomelli, Elisa Salerno, Valeria Paola Pignetti per arrivare alla famosa pedagogista Maria Montessori) dovettero sopportare gli interventi censori dell’Inquisizione romana per aver criticato il potere temporale dei papi, sollecitando una maggiore democratizzazione della Chiesa e un cambiamento culturale che ponesse fine alla loro emarginazione sociale e religiosa. In molti casi queste intellettuali furono scomunicate, escluse dall’eucarestia, ostracizzate al punto da venire indotte ad abbandonare la pratica religiosa, o ad abbracciare nuovi culti. Più spesso la gerarchia ecclesiastica preferiva opporre alle loro richieste “la strategia del silenzio, non dando risonanza alle posizioni della teologia femminista della liberazione, che mettono in discussione l’impostazione patriarcale e androcentrica dell’interpretazione biblica, della teologia e della tradizione, e soffocando qualunque istanza di partecipazione ecclesiale che apra all’ordine sacro”.

Alla domanda di conferire il sacerdozio alle donne, ancora oggi si oppone il diniego feroce e quasi isterico da parte di tutta l’ufficialità cattolica.

 

© Riproduzione riservata          «Gli Stati Generali», 13 luglio 2022

 

 

 

 

 

 

LA CAPRIA

RAFFAELE LA CAPRIA, INTRODUZIONE A ME STESSO – ELLIOT, ROMA 2014

Raffaele La Capria (Napoli 1922-Roma 2022) in settant’anni e più di attività letteraria, oltre a decine di romanzi, racconti, raccolte di articoli e recensioni, diari e interviste, si è spesso ritratto in brevi memorial e autobiografie, sempre all’insegna dell’ironia  e della leggerezza, senza rimpianti, paternalismi, intenti didascalici. Questo libriccino pubblicato nel 2014, sono raccolti quattro brevi interventi introdotti da un’affettuosa prefazione di Raffaele Manica, il quale parla, a proposito di questi capitoletti, di “auto-maieutica” di uno scrittore che “da alcuni decenni… è diventato esploratore delle proprie intenzioni”. Che sono soprattutto intenzioni riguardanti il processo dello scrivere, il prima-durante-dopo dell’attività produttiva. A partire quindi, dall’elaborazione di un punto di vista sulle cose del mondo, non tanto nella sua realtà effettiva, quanto nella consapevolezza che ne abbiamo come protagonisti o semplici comparse. Uno sguardo attento e perplesso, come quello che da giovane rivolgeva non solo allo splendido ambiente naturale in cui era nato e cresciuto, ma anche alla borghesia partenopea “digerente” (più che dirigente), futile e incapace di progettare e riprogettarsi, nella cui affettuosa e talvolta soffocante cornice era stato allevato. Alla decisione presa in gioventù di diventare scrittore, privilegiando – rispetto al racconto autobiografico- la via impersonale e polifonica, convinto che “il contesto era più importante dell’assolo”, seguì la consapevolezza dello stile letterario cui rimanere fedele per tutta la vita. Chiarezza e semplicità, addirittura trasparenza di scrittura, che non facesse pesare sul lettore la fatica della composizione, ma mantenesse una sua naturalezza luminosa, pur consapevole della rivoluzione formale della narrativa novecentesca, ben assimilata nel capolavoro del 1962, “Ferito a morte”. Inevitabile a questo punto l’accenno ai due topoi della scrittura lacapriana: la difesa del “senso comune” contro l’arroganza ideologica, la mistificazione intellettuale e “il dilagare delle astrazioni”, e l’invito a saper godere di ogni “bella giornata” che ci riserva il destino, l’attesa e la speranza della felicità con cui dovremmo svegliarci ogni mattina, “lo stupore in cui è la vera conoscenza, la meraviglia di stare al mondo, il senso del divino che questa meraviglia ci comunica”.

© Riproduzione riservata    4 luglio 2022     SoloLibri.net › Introduzione-a-me-stesso-La-Capria

 

 

CAVALLI

PATRIZIA CAVALLI, LA PATRIA – NOTTETEMPO, ROMA 2011-2014

Nel 2011 le edizioni romane Nottetempo avevano pubblicato un libriccino (riproposto in e-book nel 2014) della poeta umbra Patrizia Cavalli, venuta a mancare l’altro giorno, e ricordata con rimpianto e stima da numerosi organi di stampa italiani e stranieri. Sotto il titolo La Patria erano riuniti due poemetti ironici e risentiti, acuti e intelligenti, amari e appassionati. Il secondo, “L’angelo labiale”, era una sorta di divertissement giocato sul contrasto non solo fisico, ma anche etico, che contrappone il rumore (l’insulto, la sopraffazione) alla discrezione e alla gentilezza del silenzio, per concludersi con una spiritosa e svagata elegia pseudo-amorosa. Ma più particolare ancora, più spavaldamente dissacrante e pungente era la prima composizione (letta in anteprima a Piazza del Popolo dal palco della manifestazione di Se non ora quando del 13 febbraio 2011), un omaggio in versi all’idea obsoleta, retorica, vituperata e decaduta di “patria”. “Ostile e spersa / stranita… braccata. ..  tentata. ..  sbattuta. .. / eccomi qui obbligata a pensare alla patria”. Come si può, con quali abusate metafore, cantare la propria nazione, di cui magari ci si vergogna un poco, che si vorrebbe diversa, più nobile e orgogliosa di sé? Forse con le immagini femminili di cui si servivano i poeti antichi, imponente matrona bardata di pepli e corone?

Patrizia Cavalli elencava invece una serie di figure tradizionali, sbeffeggiandole in controcanto: la madre “calma e abbondante”, “la stanca vedova in affanno” che vizia una prole stupida e egoista, la “donna giovane, ma austera” – casta e asessuata -, la cortigiana “scostumata”, la pazza ubriacona in estasi intellettuale da megalomane. Nemmeno queste sembravano le rappresentazioni più convincenti a Patrizia Cavalli. “Beh, io alla fine di questa tiritera… / volenterosa mi ritrovo priva / di una qualunque intera, definita / figura della patria”. Meglio cercare tra le cose quotidiane, affidarsi ai sensi, agli impulsi, alle nostalgie, agli odori delle botteghe e dei mercati, alla vista di lavori artigianali o di sfaccendati “assistenti del niente” ciondolanti davanti ai bar. Meglio cercare la propria patria nell’aria, nei “giorni santi, stupefatti”, nella luce di un “trasparente cielo fino di batista”.

“Io allora / basta così, ringrazio”.

 

© Riproduzione riservata        «Gli Stati Generali», 23 giugno 2022

 

BORGNA

EUGENIO BORGNA, TENEREZZA – EINAUDI, TORINO 2022

In questo decimo libro pubblicato con Einaudi, Eugenio Borgna esplora uno dei sentimenti umani tra i meno considerati nel mondo contemporaneo, forse addirittura irriso per la fragile, delicata e disponibile attenzione attraverso cui si rapporta con l’alterità: la tenerezza.

Il Professor Borgna (Borgomanero 1930), esponente di punta della psichiatria fenomenologica, è stato Primario emerito di psichiatria dell’ospedale Maggiore di Novara e libero docente in Clinica delle malattie nervose e mentali presso l’Università di Milano. Ha firmato decine di pubblicazioni scientifiche e numerosi volumi divulgativi, indagando l’arcipelago delle emozioni (titolo di un suo successo librario del 2001) che investono l’essere umano, sia come patologia clinica (schizofrenia, depressione, malinconia, autismo, anoressia) sia come sentimenti che riguardano più generalmente la persona nella sua individualità e nel relazionarsi con l’esterno: ansia, solitudine, nostalgia, disperazione, senso di colpa, turbamento, sfiducia.

La sua scrittura si ricollega sempre non solo con l’esperienza medica vissuta in decenni di pratica ospedaliera, ma anche con le suggestioni derivate dalle molte, partecipi letture di autori amati e studiati per tutta la vita: Pascal, Schopenhauer, Kierkegaard, Nietzsche, Simone Weil tra i filosofi; Sant’Agostino, i mistici, Santa Teresa di Calcutta tra i religiosi; Leopardi, Emily Dickinson, Rilke, Celan, Mann, Cristina Campo, Antonia Pozzi tra gli scrittori e i poeti. Senza trascurare il cinema e la musica classica.

In questo saggio proposto nella collana einaudiana Le vele, Borgna rileva quanto la tenerezza, sorella della gentilezza, sia necessaria alla cura del corpo e dell’anima altrui, “nell’attenzione e nell’ascolto, nel silenzio e nella solidarietà”. In particolare allo psichiatra, più ancora che ad altri specialisti, è richiesto di avvicinarsi a chi soffre con empatia e generosa disponibilità. Criticando severamente le cure ospedaliere e universitarie asservite oggi al mito esasperato dell’oggettività e del rimedio farmacologico, l’autore sottolinea l’importanza fondamentale dell’avvicinamento soggettivo e interiore al paziente, da mettere in atto con l’uso di parole che sappiano aprirsi alla comprensione e alla rispondenza affettiva: “Non c’è comunicazione autentica se non quando si evitano parole indistinte e banali, ambigue e indifferenti, glaciali e astratte, crudeli e anonime”.

Alle parole adeguate si deve accompagnare poi il linguaggio del corpo, dei gesti, degli sguardi. Borgna rivaluta l’importanza del sorriso, delle lacrime, delle carezze: segnali fisici che indicano grazia e vicinanza, comunione e umana simpatia, capaci di produrre vaste risonanze emozionali, sebbene spesso vengano interpretati come indice di debolezza e affettazione. La tenerezza si può e si deve imparare, ad essa ci si deve educare, non esclusivamente quando si esercitino professioni di servizio sociale, ma nei rapporti quotidiani di amore, amicizia, confronto che hanno il diritto di essere preservati dall’indifferenza e dalla noncuranza: altrimenti si smarriscono, svaniscono nella distrazione e nella superficialità. Parole educate e gentili, quindi, evitando aggressività e prepotenza; senso del pudore nell’approssimarsi alle emozioni altrui, soprattutto nell’età fragile dell’adolescenza; gesti misurati e non invasivi, lontani tuttavia dalla freddezza dell’impassibilità.

Ci sono stati psichiatri che hanno saputo trattare il disagio mentale con rispetto e dedizione, restituendo ai malati il senso della dignità e della libertà: Basaglia, Tobino, Callieri, Selz… Da loro Borgna ha tratto insegnamenti culturali e umani. Altrettanto riconosce di avere imparato da scrittori e poeti, le cui testimonianze letterarie vengono riportate con ammirazione e gratitudine, e con l’intenzione di celebrare “Il mistero della poesia che, quando è grande, ci fa conoscere l’indicibile nella vita, e le scintille di luce nelle notti oscure dell’anima”. Maestri di tenerezza sono stati Leopardi, Pascoli, i crepuscolari, Etty Hillesum, Antonia Pozzi. Leggendoli e rileggendoli, possiamo aprirci agli orizzonti della trascendenza e uscire dai confini asfittici del nostro io: “Nella tenerezza si incrinano le barriere che separano le une dalle altre le persone, e si rinnovano gli slanci del cuore, che sanno creare relazioni fondate sulla reciprocità”.

Ricordando l’amichevole frequentazione telefonica ed epistolare che anni fa ci aveva avvicinati, mi permetto di segnalare al Professor Borgna un distico di Sandro Penna, non citato nel suo libro, che potrebbe forse rappresentarne una degna e penetrante epigrafe: “La tenerezza tenerezza è detta / se tenerezza cose nuove dètta”.

 

© Riproduzione riservata        «Gli Stati Generali», 20 giugno 2022

 

CATTAFI

BARTOLO CATTAFI, L’OSSO, L’ANIMA – LE LETTERE, FIRENZE, 2022

La casa editrice fiorentina Le Lettere propone l’edizione critica del più noto e importante libro di Bartolo Cattafi, L’osso, l’anima, con la cura di Diego Bertelli, che tre anni fa si era già occupato della pubblicazione dell’intera opera del poeta siciliano. Proprio a Bertelli va rivolto un sincero plauso per la dedizione e la competenza con cui ha commentato – nelle trentacinque pagine introduttive, nelle ottanta di postfazione e nella scelta di un ricco repertorio bibliografico – storia, caratteristiche e significato di questo classico della poesia novecentesca, indagandone stile, ricezione e interpretazioni critiche con la perizia non solo dello studioso, ma dell’adepto appassionato.                                                                                        

Bartolo Cattafi (Barcellona Pozzo di Gotto,1922Milano,1979) dopo la laurea in legge, visse tra Milano, dove lavorava come pubblicitario, e la Sicilia, viaggiando spesso in Europa e in Africa.

L’osso, l’anima, pubblicato nel 1964, è un libro esorbitante di temi, forme, indicazioni di senso diverse e fuorvianti, quasi l’autore si fosse posto l’esplicito obiettivo di disorientare il lettore, indicandogli percorsi di lettura di non facile transitabilità, in direzioni improvvisamente interrotte, e altrettanto inaspettatamente riprese. Un viaggio a singhiozzo attraverso le circa duecento composizioni del volume, che proprio del viaggio, dello spostamento tra interni ed esterni, tra paesaggi fisici e sentimentali in contrasto tra loro, fa il suo perno strutturale. Basta scorrere i titoli delle poesie per constatare quante di esse facciano riferimento a luoghi concreti o mitici, pullulanti di multiformi presenze umane e animali, di una vegetazione lussuriosa, con un’attenzione concentrata sui cambiamenti climatici: dal sole accecante, alle piogge ostinate, ai venti impetuosi d’un tratto sospesi in minacciosa immobilità. Luoghi pieni di colori odori rumori, mediterranei e caldi soprattutto, con l’elemento equoreo che la fa da padrone: “Ma navi rumoreggiano col vento / stormiscono coi platani coi panni dei cortili, / navi che ci riportano nell’alto / mare da dove uscimmo, dove / un palmo d’azzurro costa parecchio /  ed è tutto malcerto, anche l’azzurro” (In altomare), “Il fiume   / aveva foglie gialle di platani e colori / su cui l’occhio patisce: acciaio, bitume,  / quello della biscia / che scorre lungo i sogni velenosi” (Sottozero), “la barca i remi il mare   /   liscio crespo turbato / tinte chiare e cupe / i venti leggeri dell’estate” (Mare).

Acqua e acque sono sostantivi ripetuti più di quaranta volte in tutta la raccolta: acqua di cielo e di terra, del fiume Giordano, dei pozzi sahariani, del bicchiere e del bidet. Ma anche deserti e foreste, narrati con uguale partecipe adesione. Per Cattafi ogni luogo manifesta una sua segreta magia: “La mente non capisce questo amore / per certi posti remoti dell’interno, / insidiosi, inospiti, / di barbara bellezza. / Non capisce / la necessaria perdita nei boschi” (Anabasi). Il viaggio, quindi, che sia di fuga o approdo, esotico o domestico, della memoria o del futuro, vittorioso o sconfitto, è sempre scoperta e incontro. Accompagnato talvolta da una figura femminile, mai acquiescente, mai amichevole o clemente, invece in contrasto, nella lotta inesorabile di corpi che si attraggono e respingono senza indulgenza: “Intanto ami, abbracci, ignori / perché di là dal morbido, dal tenero, dal caldo / avverti un’ambigua rigidezza” (Di qui non puoi), “Ora di notte geme / si rivolta nel letto / inarca le reni / mi prende il sesso / mi dice Vieni (In sogno), “Sull’alto sgabello appollaiata /  chiuse il giornale / strinse un po’ i ginocchi /  che aveva divaricati / sorrise con la bocca / non con gli occhi / Ti ho aspettato disse /  Andiamo” (Andiamo). La donna è chiamata amore in una sola poesia, Tabula rasa, che elenca una sconfortata rassegna di colpe reciproche: “D’accordo, amore. Espungiamo / dal testo perle d’acqua / su petali, / le frange estese, / le bolle della schiuma. / Le cose lietamente necessarie. / Togliamo anche / l’acqua l’aria il pane. / Giunti all’osso buttiamo / fuori della vita / l’osso, l’anima, / per credere alla tua / tabula che mai / avrà l’icona, l’idolo, la cara calamita?” (Tabula rasa).

La guerra è un altro filone tematico presente nel libro, non solo nell’immagine del contrasto con una presenza ostile a livello personale, ma come strategia d’attacco o di difesa declinata in termini militareschi (battaglia, assedio, invasione, imboscata, ammutinamento, pistole, colpi in canna, ordigni, tiro a segno, veterani): “È buono, ben aguzzo / temprato con le mie mani in tanti anni, / tra vampate e dolori. / Vi ammazzo bestie se tentate /   d’uscire dalla stanza: / nel punto giusto, sul dorso, / tra   un’ala e l’altra / se fate tanto d’alzarvi / a un volo di speranza” (Minaccia), “Adottato il mantello del nemico / andammo all’assalto di noi stessi. / I nostri colpi furono i peggiori” (Mimesi), “a mezzanotte approssimati / mettigli sotto le tue bombe. / E non fuggire, aspetta / che lo scoppio t’investa” (La retta).

Altrettanto frequenti sono le immagini di malattia, morte, suicidio e omicidio. Scrive Diego Bertelli: “Si tratta di azioni lesive ai danni di cose e persone tanto quanto ai danni di se stessi; sfoghi da vera e propria Anger room, paradossalmente necessari a ristabilire quello che oggi la psicoterapia chiamerebbe uno stato di ‘benessere’. Cattafi sottolinea, in questo modo, la prospettiva nevrotica e malata della modernità”.

Il continuo rovello del rapporto, esistenziale e sociale, con l’altro da sé, si esplica in un assedio feroce della realtà, che non promette consolazione nemmeno quando si offre in tutta la sua bellezza, avvertita perlopiù come una sfida. L’insensatezza, l’assenza, la solitudine campeggiano tragiche, e l’ironia, lo sberleffo, il sarcasmo accentuano il disagio del non sapersi abbandonare: “La mente è un’abile / astuta acrobata. Teme l’abisso, il vuoto” (Ipotesi), “C’è un calmiere che regola i rapporti / col prossimo tuo e con te stesso. / Sei solo e vinto, / debole, deforme, / devi andare al mercato. / Stordirti e scegliere / le voci nel brusio. / Stipulare contratti, / vendere, comprare / i beni che consumano la vita” (Al mercato), “Studiammo le strade, le tabelle / di orari e di convogli. / Ma che vale giungere alla meta / se essa dice sei / arrivato, guarda gli orari, / le partenze, / parti” (Meta).

La convinzione che “La vita porta disordine, dolore” (Un prisma) può essere forse attenuata dalla consapevolezza di un unico destino che accomuna il poeta con altri disorientati e delusi come lui, probabilmente i suoi coetanei, nati e cresciuti sotto la dittatura fascista, travolti dalla guerra, illusi di una rinascita civile ed etica che poi non c’è stata: “Rovistando – inventario / di cocci, osservazione / di perduti pianeti, rimembrare / parole lontane in mezzo ai libri –, / ci ferimmo col filo / tagliente dell’errore” (Un prisma). Ancora più marcata è la disillusione nei versi di Delle pene: “Alla prova dei fatti / non ci fu di che essere allegri: / torti, errori, viltà, / debolezze del cuore, / insanie che inquinarono la mente. / Pagammo in disparte nascondendo / le voci, l’ammontare, / i conti d’impossibile chiusura. / Vorremmo un’era / forte, aperta, precisa, / di pubblica chiarezza per le pene. / Non più pagare mediante equivalenze, / con conguagli privati, silenziosi, / ma tormenti, tenaglie squillanti / maschera gogna ruota rogo. / Visibile a tutta la città / la corda che ci tira per il collo”.

La poesia, testimonianza quasi testamentaria, assume la forma epigrammatica, rapida e concitata, del proclama ad alta voce, della sferzata ribelle contro la viltà dell’abitudine e l’impotente rassegnazione. Scevra da artificiosità, lontana da ogni sperimentalismo formale come dall’esplicito impegno politico, la scrittura di Cattafi utilizza un linguaggio quotidiano, una tecnica cronachistica che esibisce i suoi debiti sia dalla pittura (esercitata anche personalmente), nella visionarietà delle immagini e nel gusto vivace dei colori, sia dalla coeva narrativa in prosa, comprendente le atmosfere del giallo e del noir per l’atmosfera costante di attesa, di conflitto e di incubo che domina molte descrizioni ambientali. In uno stile paratattico, perentorio o addirittura sentenzioso, ricco di metafore e accumulazioni verbali, l’autobiografismo evidente nelle pagine de L’osso, l’anima non si riduce a una speciosa autoreferenzialità, ma diventa curiosità del mondo e giudizio severo.

 

© Riproduzione riservata                «Gli Stati Generali», 8 giugno 2022

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

AIRAGHI

Intervista ad Alida Airaghi, in libreria con Consacrazione dell’istante

Intervista di Vincenzo Mazzaccaro

Alida Airaghi è nata a Verona nel 1953 e risiede a Garda. Dopo la laurea in Lettere classiche a Milano, è vissuta e ha insegnato a Zurigo per il Ministero degli Affari Esteri dal 1978 al 1992.
Collabora a diverse riviste, quotidiani e blog italiani e svizzeri.
Tra i suoi volumi di poesie: Il silenzio e le voci (Nomos, 2011), Elegie del risveglio (Sigismundus, 2016), Omaggi (Einaudi, 2017) e L’attesa (Marco Saya editore, 2018). In prosa ha pubblicato tre libri di racconti e due romanzi brevi.
Torna ora in libreria con Consacrazione dell’istante (AnimaMundi, 2022).

  • Buongiorno Alida, grazie della disponibilità. Le poesie contenute in Consacrazione dell’istante sono molto belle.
    Lei ha scritto già molti libri. Le chiedo com’è possibile calcolare il giusto equilibrio in poesia, com’è possibile individuare il migliore numero di poesie, senza che il lettore sia poi saturo di parole e senza la sensazione che sia rimasto qualcosa di improvvisato.

È vero: ho pubblicato diversi libri di poesia, dal 1984 a oggi, e alcuni di narrativa, più moltissime recensioni. Questo ultimo volume è stato meditato e rielaborato nell’arco di dieci anni. La poesia, rispetto ad altre espressioni letterarie, è di per sé concisa, stringente, condensata. Dovrebbe tendere a ottenere il massimo di significato con il minimo possibile di parole (come hanno scritto in tanti, da Pound a Ungaretti a Simone Weil), caricando di sensi molteplici anche un solo termine. Deve essere evocativa, come suono e come pensiero: mentre la prosa tende a spiegare e a spiegarsi.

  • Come si presenta un libro di poesia? Come si può rispondere all’interesse momentaneo di un astante di passaggio? Sempre che lei abbia fatto delle presentazioni dei suoi libri.

Non ho mai fatto una presentazione di un mio libro, né una lettura dei miei versi in pubblico. Non partecipo a festival, o a premi letterari, né ho mai risposto a interviste radiofoniche, per una mia reale difficoltà emotiva ad affrontare qualsiasi evento che comporti un rapporto diretto con più persone. Immagino che le mie esitazioni espressive creerebbero imbarazzo in chi mi ascolta. Meglio evitare…

  • In un mondo come quello attuale, sempre più insensato, crudele e bisognoso di aiuto, che ruolo può avere la poesia? Come può la poesia comunicare l’attesa e la paura?

La poesia non serve a nulla, nell’immediato, non ha e non dovrebbe avere scopi concreti di convinzione, proselitismo, o porsi obiettivi di successo. È semplicemente una proposta fatta a chi la voglia accogliere: l’offerta di una sensazione, di una riflessione, scritta seguendo regole formali, di metrica, ritmo, musicalità, possibilmente con un certo spessore di originalità nel contenuto.

  • Ci sono parole che piacciono più di altre. Nel mio caso tra le parole che mi piacciono o mi sgomentano c’è “irredimibile”. Stranamente ne parla nella postfazione anche il critico letterario Dino Villatico. Io la trovo una parola senza speranza, che però contiene anche un’attesa. Come si scelgono le parole in una poesia?

Credo di aver usato questo aggettivo riferendomi al dolore. Sono convinta che un grande dolore, e forse anche un grande amore, non possa essere redimibile, giustificabile, riscattabile. Deve essere accettato, persino nella sua inspiegabile, irragionevole sofferenza.

  • Villatico parla di metrica e di un uso condiviso del costrutto poetico, ben diverso da quello degli “acapisti”, ossia coloro che ritengono di scrivere poesia solo perché vanno molto a capo. Come ci si difende dal dilettantismo? Dai “poeti della domenica”?

Tutti hanno diritto di scrivere, e se vogliono, di pubblicare. Nessuno però può pretendere di essere apprezzato, o premiato, indipendentemente dalla qualità della sua scrittura.

  • In questo periodo siamo sommersi da parole, da troppe informazioni. Prima e ancora per un virus che ci ha cambiato la vita, poi per una guerra che non si capisce quando cesserà o se si estenderà. Come può trovare la sua autenticità la poesia, travolti come siamo dalla necessità?

Proprio grazie alla sua gratuità, alla sua inutilità. Oggi tutto ha un prezzo, una funzione, serve a qualcosa. Lasciamo che almeno la poesia non serva a niente, non abbia uno scopo effettivo. Come un bel paesaggio, una parola innocua e gentile, una sinfonia o un brano di jazz, un balletto, un dipinto.
A cosa servono? A nulla, solo a rendere un po’ più felici coloro che ne fruiscono. A farli riflettere, rallentando la frenesia di un’esistenza che non si pone domande, e trascura la bellezza.

  • Nelle sue poesie c’è questa benedizione dell’istante che poi diventa altro, ma anche maledizione, perché tutto passa in fretta, da una nuvola in cielo, da un amore che sta finendo quando è ancora presente. Ci ritroviamo nel nulla. La parola Dio lei la usa pochissimo e sempre in un contesto che rimanda all’effimero. La poesia è anche una preghiera laica?

Ho intitolato il libro Consacrazione dell’istante proprio perché penso che dobbiamo saper godere, all’interno di una giornata, della meraviglia che ci viene offerta anche da un solo istante rivelatore. Tutto è effimero e transeunte, ma ogni attimo è prezioso. L’attenzione al momento che si vive è un atteggiamento profondamente religioso. Ho avuto un’infanzia e un’adolescenza quasi mistica, e anche se oggi non sono più credente, dedico molto tempo alla lettura e alla meditazione dei testi sacri. Le ultime due sezioni del volume, Nominare gli dei e Symbolum, sono dedicate all’attesa di qualche possibile intervento divino capace di salvare il mondo, e alle parole che accompagnano l’Elevazione Eucaristica, lette in un acrostico. Alcuni amici presbiteri mi hanno comunicato la loro commozione.

  • Mi chiedo se riceve spesso libri dove ci sono solo parole messe in fila? Di libri di poesie pubblicati a pagamento da un sedicente poeta? Sa trovare anche in questi volumi cose buone, accettabili? Come si comporta da lettrice di chi cerca un giudizio?

Ricevo libri sia da editori sia da autori, con la richiesta di occuparmene. Ho cominciato a scrivere recensioni a ventidue anni, ora ne ho quasi settanta e continuo a farlo, spero con la giusta considerazione e il dovuto rispetto verso chi scrive. Mi vanto di non aver mai ricevuto un compenso economico per questa mia attività critica. Sono addolorata quando mi capita di venire aggredita con offese, anche molto volgari, da un autore che non si ritenga valutato e compreso abbastanza. Penso sia giusto incoraggiare i più giovani, gli esordienti, ma anche esercitare il diritto al rifiuto, qualora il testo non sia convincente.

  • I libri di poesia, in Italia, sono letti da poche persone. Sembra quasi più facile scrivere una poesia (o presunta tale) che leggerla. Poi capita che un cantautore come Lorenzo Jovanotti scriva un libro che ha come titolo Poesie da spiaggia, dove mette insieme Saffo e Leopardi, Achmatova e tanti altri, con l’aiuto di Nicola Crocetti, e il libro diventa immediatamente un caso letterario che vende moltissimo. Come se le poesie di Leopardi scelte da un personaggio famoso diventino più belle, riconoscibili. Come se lo spiega?

Jovanotti, Ligabue, Giò Evan, Rupi Kaur, Francesco Sole, Guido Catalano hanno tutto il diritto di pubblicare quello che vogliono, con un’operazione di mercato che sia fruttuosa per loro e per gli editori. Non penso si ritengano poeti da Nobel, e se il pubblico li legge significa che li trova stimolanti. Anche una canzonetta da hit parade estiva va bene se aiuta a stare meglio. Da ragazza, sono stati i cantautori italiani ad avvicinarmi alla poesia “seria”.

  • Lei collabora come me a questo sito letterario, che negli anni è cambiato molto. Anche se mi vergogno a dire che siamo colleghi, considerato che non ho scritto niente di mio e potrei scrivere piuttosto male anche degli altri scrittori. Cosa la spinge a recensire i libri di altre persone?

Né io né lei siamo Gianfranco Contini o Harold Bloom, e non pretendiamo di esserlo, suppongo. Leggiamo libri e ne scriviamo perché ci piace farlo, e in qualche modo ci gratifica, senza altre oscure motivazioni. L’importante è lavorare con onestà e impegno: lo si deve agli autori, ai lettori e alle sedi presso cui pubblichiamo.

  • Credo che chi scriva di poesia debba studiare molto. Prima i costrutti poetici, le variazioni di stile, le figure retoriche, il reale significato di ogni parola, ma pure i sinonimi e i contrari della stessa parola. E che debba leggere molta poesia. Antica, moderna e contemporanea.
    Quali sono i poeti che legge, però, anche solo per diletto?

Sì, leggo molta poesia. Tutto il ’900, italiano e straniero. EliotRilkeMontale, la linea lombarda, Zanzotto, la neoavanguardia, e i più giovani. Mi sembra giusto e importante riproporre nei miei articoli nomi dimenticati (Sinisgalli, Risi, Benzoni, Sovente, Romagnoli, Cattafi…). Nel libro ho reso omaggio a Carlo Betocchi, poeta generoso e delicato. Studio anche manuali di critica testuale, di composizione del verso: presumo sia un dovere per chi fa poesia.

© Riproduzione riservata                    7 giugno 2022

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