BENVENUTO

SERGIO BENVENUTO, LO JETTATORE  MIMESIS, MILANO 2011

Sergio Benvenuto (Napoli, 1948), docente universitario, filosofo e psicanalista, con Lo jettatore ha dedicato un pamphlet a una figura protagonista, nei secoli e in varie latitudini, non solo di leggende popolari e luoghi comuni, ma anche di una fiorente letteratura, di consumo e accademica.

Sospeso tra ironia e scetticismo, tra sconforto e sarcasmo, l’autore ripercorre storia e diffusione della più drammatica tra le costruzioni della superstizione, forse quella più pericolosa e distruttiva per chi ne è vittima, la più screditante per chi ne è l’autore e diffusore. “Non è vero ma ci credo”, si dice, evidenziando quanto sia diffusa la propensione a cedere all’irrazionalità, a timori infondati, a suggestioni manipolatrici che si trasmettono capillarmente, come la convinzione che esistano persone (…e oggetti, numeri, colori, opere letterarie o musicali) che con il loro solo esistere portano male.

Ci hanno fermamente creduto artisti, politici e intellettuali (da Mussolini a Togliatti, da Bellini a Rossini), che spesso hanno preso a bersaglio della loro superstizione colleghi di cui temevano la concorrenza o una superiore competenza professionale. Allo jettatore si attribuiscono tratti diabolici o mortiferi per il suo atteggiamento serioso e compito, o per il titolo di qualche sua produzione artistica: non va confuso con chi getta il malocchio, o manda maledizioni, o pratica la magia nera. Non patisce, infatti, il rancore astioso di chi desidera ciò che appartiene ad altri, né compie malvagità. Secondo l’antropologo Ernesto De Martino “la jettatura è dominata da personaggi prevalentemente maschili, e molto spesso da rappresentanti del ceto colto e da pubblici ufficiali, da professori, letterati, medici, avvocati e magistrati”. Costoro, essendo in genere grigi nel vestire, noiosi e troppo critici nei discorsi, segnati da una “rottura” nell’animo o nel corpo, dalla “marca” di una malinconica riflessività, infastidiscono o preoccupano le persone più gioiose e superficiali semplicemente con la loro apparizione.

Nella sua indagine storica sulla jettatura, l’autore ci ragguaglia su questa credenza nata e propagatasi a macchia d’olio nel ’700 soprattutto a Napoli (’o schiattamuorto, – il becchino – viene definito chi gode di questa funerea nomea) ad opera del giurista Nicola Valletta, illuminista colto e razionale, che nel 1787 pubblicò il saggio Cicalata sul fascino volgarmente detto jettatura, dando avvio a una serie di studi pro e contro tale fenomeno. Valletta dava addirittura una descrizione fisica dello jettatore: “magro e pallido, il naso ricurvo, occhi grandi che hanno qualcosa di quelli del rospo, e ch’egli di solito copre, per dissimularli, con un paio di occhiali”, singolarmente molto somigliante al proprio ritratto, per cui il suo lavoro e la sua persona divennero immediatamente sinonimo di menagramo (cosa che speriamo non succeda anche a Sergio Benvenuto, che dalle foto rinvenibili su internet non risulta particolarmente solare…).

Benvenuto sottolinea che la sua città natale, culla della tradizione noir, possiede tuttora due caratteri divergenti: “Queste due antitetiche vocazioni dei napoletani, una al rigore logico e l’altra a una sontuosa irrazionalità, invece di entrare in tensione come incompatibili, spesso si amalgamano: il napoletano è a un tempo campione di disincanto talvolta anche cinico, e preda facile di tutto ciò che brilla con la fatua seduzione dell’esoterico e del magico”.

Realtà e immaginazione, bene e male si confondono nelle azioni e nella persona stessa dello jettatore, caricato della funzione di capro espiatorio su cui si concentra la pressione invidiosa della collettività, che lo configura come il reo da evitare per salvare se stessa da sentimenti negativi.

I riti messi in campo per allontanare scalogna e disgrazie sono per lo più gestuali: dalle corna a vari intrecci di dita, dalla palpazione dei genitali allo strofinamento di oggetti portafortuna. Nella nostra modernissima e iper-tecnica epoca, sopravvivono ampie zone di oscurantismo, ignoranza, rifiuto della scienza, che tendono a moltiplicare ideologie oscurantiste, fideistiche e misticheggianti: dalla New Age all’astrologia e alla parapsicologia, nel cui terreno possono facilmente attecchire fake news, psicosi generalizzate, condotte scaramantiche.

“Superstizione e occultismo sono trasgressioni cognitive” che attraggono gli insofferenti nei confronti di chi ha potere, cultura, autorevolezza: esse contestano la razionalità dominante, sia religiosa che scientifica, rafforzando credenze arcaiche e biasimevoli, e sbeffeggiando ragione, scienza, tecnologia come presuntuosi prodotti e arroganti creazioni di infelicità e malasorte.

 

© Riproduzione riservata              «Il Pickwick», 3 agosto 2020

 

CLASSICHE

CLASSICHE (1976-1980)

 

Penelope

 

Non per lui,

lontano e indifferente

a quanto altro non fosse la sua casa

(i muri, intendo, suppellettili

come il letto – a lui obbedienti)

che sapevo

impaziente di un caldo viziato;

il mio corpo è ormai vecchio, gli occhi

ormai duri.

Ma io,

io per la tela stessa lavoravo.

Lei sola, in tutta Itaca,

aspettava la mia mano.

 

***

 

Antigone

 

Vedi che ho – per pietà – le mani sporche

‒ di pietà – insabbiate, le unghie nere, Creonte sire

severo, duro vate, suocero altero. Vedo

le tue bianche pasciute che sanno

proibire, sanno ammazzare (regali mani):

ma io non tremo. E voi vedete

(voi che tradite) (voi che sapete più di tutto tradire)

che io non tremo e che non temo.

Vili di tanto incapaci, di poco. Di un gesto

timorosi – di un cenno.

Giustizia

invocata da troppi, da lontano implorata da troppi;

e nessuno si muove. Ah, giustizia.

Io qui sola.

Sanno tutti cos’era da fare,

fanno finta di niente.

 

**

 

Ifigenia

 

Quello è mio padre. Quello alto

laggiù che parla al vento.

È lui il mio re: il più forte

del campo, il più giusto. Mi vanto

del suo nome, del suo cenno

imperioso mi compiaccio se

di fronte a invitati mi chiama

‒ che ci vedano

uguali

nel sorriso severo nell’agile caviglia.

Sono la figlia bella

colei in cui egli si specchia.

Proprio oggi in mio onore (giù

al porto) è la festa a cui prima

di tutte mi ha ordinato

di giungere: a me darà

il braccio nell’aprire le danze.

Per me farà accendere fuochi

farà alzare le vele alle navi.

**

Alcesti

 

Hanno detto dedizione.

Vivere

di uno che non può

più vivere: perciò morire. Con lui

o per lui è lo stesso, se si deve.

 

Ma non è stato questo.

Sapevo il patto: non era la mia aria,

non lo respiravo. Godevo una quiete maritale

con fastidi, non bramavo l’assoluto.

 

È che l’ho visto spaventato tanto

da sorriderne. Sempre un poco tremava

alle mie doglie, scappava al dolore

altrui: ma in quei giorni era terreo, bambino

piangeva aggrappato ai lenzuoli.

Mi misi a letto come a fare un altro

figlio;

lo feci nascere, cieco e avido.

 

**

 

Medea

 

Di loro mi pesa lo sguardo.

Lo taglio (lo sguardo) lo tolgo dal cuore,

pensiero di niente che ho voglia

di amare, di niente, di acqua.

Ho voglia di brucio, di fare pulito lo sporco.

 

Di loro mi pesano i gesti e il modo

che hanno di non parlare

di capire

di tradire.

Bambini

che poco somigliano ai giochi.

che poco somigliano a loro stessi.

 

(Se fossero miei.

Se fossero miei).

 

Decido che grande è l’amore

che uccide se stesso e grande è la carne

che uccide la sua carne. Non ho

pentimenti e troppo poco soffro.

 

Di me sono stati piccola parte

e per poco, cattivi: mi hanno presto lasciata.

Ma miei più di sempre

se sempre bambini saranno.

Se solo con l’aria li dovrò dividere.

 

Non voglio vedere l’amore

e intorno non lo sopporto.

Viva chi vuole. Chi sa.

 

La mia mano i miei piedi

sanno solo una strada

né la testa conosce dove tornare indietro.

 

Miei: più di tutto vi penso

e nessuno capisce.

Ma più miei dei miei stessi capelli

dei miei occhi. E più miei

del dolore.

 

**

 

Le vergini di Mileto

 

Furia di morte le prese a Mileto, furia

d’amore: di amare pure,

di non versare sangue (di non aprire

ai colpi il loro ventre).

Oh, loro che da sole

sapevano toccarsi, sole si amavano,

davano baci al vento – a quindici anni –

oh loro sole amavano se stesse

e le sorelle, amavano le mani delicate

e i turbamenti dolci: per questo che era amore

e non pazzia, piccole streghe della verginità,

per questo si impedirono il respiro

a quindici anni (una ogni notte

alto un laccio di morte appendeva) finché

turpi arrivarono i padri

i fratelli maggiori i creditori amanti

a pretendere ancora il pedaggio di sangue,

a trascinarle nude per le strade

di Mileto, e esigere rispetto

per le abitudini quotidiane.

 

 

In Rosa rosse rosa, Bertani, Verona 1986

 

 

 

 

BENVENUTO

SERGIO BENVENUTO, SONO UNO SPETTRO MA NON LO SO – MIMESIS, MILANO 2013

“L’uomo dimentica che è un morto che conversa con i morti”: questa frase di Borges è stata scelta da Sergio Benvenuto come epigrafe a un suo interessante libriccino pubblicato da Mimesis, Sono uno spettro ma non lo so, in cui il filosofo e psicanalista napoletano indaga il rapporto che l’umanità ha sempre intrattenuto con il mondo dei trapassati, e con l’idea (attrattiva e repulsiva insieme) di un loro ritorno sulla terra.

Benvenuto nella sua carriera di studioso, saggista e pubblicista si è occupato di psicologia sociale, filosofia del linguaggio, teoria della politica, privilegiando l’analisi dei comportamenti  collettivi  relativamente alla diffusione di credenze popolari, leggende metropolitane, superstizioni e suggestioni mediatiche.

Partendo dall’analisi di film di successo (La notte dei morti viventi, La chambre verte, Il sesto senso, The Others, Sussurri e grida, Hereafter), di opere teatrali e letterarie (Il giro di vite, Amleto, Macbeth, Don Giovanni, Antigone, Fedone, il teatro Noh giapponese) l’autore del  testo indaga sull’effetto perturbante che tali produzioni creano nello spettatore-lettore, intimorito all’idea che i morti possano tornare a vivere per invidia dell’esistenza fisica, pretendendo dai vivi qualche riscatto da una sofferenza, la riparazione di un torto o semplicemente l’attivazione di un ricordo affettuoso.

In genere i defunti riappaiono nei posti in cui è avvenuto il loro decesso, a volte violento, comunque ingiusto: sul luogo dell’incidente, o nelle case in cui hanno sofferto, per vendicarsi o per tormentare i sopravvissuti. In alcune feste paganeggianti, ma sdoganate dalla cultura contemporanea come Halloween, i trapassati ritrovano una loro innocenza e innocuità nel rapporto con il mondo infantile, e si relazionano a noi nello scambio di doni che li disarma da ogni intenzione malvagia.

La tradizione occidentale cristiana ha ostracizzato queste credenze come superstizioni, denunciando qualsiasi pratica spiritica come illecita e peccaminosa, e santificando il culto dei morti con celebrazioni purificatorie, che di fatto li allontanano dai viventi in un oltre-mondo in attesa della loro resurrezione. Il pensiero moderno si confronta con la morte per lo più escludendola dal proprio orizzonte, rifiutandosi di pensare il non pensabile poiché non sperimentabile dall’io nel suo presente attuale e concreto. “Esiste solo la morte dell’altro in quanto questi ci viene a mancare, mai la mia”, che rimane sempre immaginata, proiettata nel futuro, non reale. Di questo paradosso si sono occupati filosofi, scrittori, psicanalisti: Freud, Nietzsche, Heidegger, Sartre, tra i tanti. Eppure la nostra inevitabile fine ci è sempre presente, nonostante tentiamo di rimuoverla. È presente nel nostro modo di elaborare il lutto e di rendere onore agli scomparsi, nell’accanimento terapeutico con cui speriamo di prolungare l’esistenza ai malati terminali, nel desiderio di assicurarci una sopravvivenza o addirittura l’immortalità attraverso i figli o le opere, nella fede illusoria nel sovrannaturale.

Se il pensiero filosofico novecentesco è in generale ateo, nichilista, razionale, bio-centrico, indirizzato all’esaltazione vitalistica della soggettività desiderante individuale, nei comportamenti sociali ci si abbandona invece a credenze, false dottrine, fantasie terrorizzanti. Aspiriamo a recuperare il rapporto con i defunti perché essi rappresentano il prima e il dopo di noi, ciò che non siamo, siamo stati o saremo, ciò che non possediamo più e che ci trascende. I morti simboleggiano “il diverso” per eccellenza, l’alterità a cui demandiamo le nostre paure e le nostre illusioni, proiettando in loro l’angoscia di non riuscire a soddisfare i nostri desideri, quasi fossimo anche noi spettri inconsapevoli e redivivi.

Secondo Sergio Benvenuto, siamo spinti a volere/temere che i sepolti risorgano (magari nelle sembianze di spirito, fantasma, zombie) per esaudire il loro e il nostro desiderio di continuare a esistere nella realtà, partecipando alla vita per poterne godere, senza essere costretti a rinunciare a gioie e gratificazioni che non si è mai rassegnati a perdere.

 

© Riproduzione riservata                  «Gli Stati Generali», 2 agosto 2020

 

BUX

ANTONIO BUX, LA DIGA OMBRA – NOTTETEMPO, MILANO 2020

Antonio Bux (Foggia, 1982) ha al suo attivo numerosi e premiati volumi di versi (in italiano, spagnolo e dialetto pugliese), è presente in varie antologie, collabora a riviste e blog letterari, cura due collane di poesia. Il suo ultimo libro, pubblicato da Nottetempo, esprime una diversa consistenza tematica rispetto alla precedente produzione, una naturale coerenza stilistica determinata dall’intenso trasporto emotivo che ne attraversa le pagine.

Forse il termine che meglio suggerisce il carattere dell’intera raccolta è “sospensione”, nel senso che sospesa è l’atmosfera che l’avvolge tutta: l’ombra del titolo, ma anche le presenze aeree che la animano, e i sentimenti espressi nella loro lieve fugacità. Bux sembra prediligere l’inconsistenza materiale, nel repertorio di sostantivi che esibisce, spesso reiterandoli con una richiesta di rispecchiamento o addirittura di soccorso, pronunciata con la devozione di una giaculatoria laica ma miracolante (“Anni perché fate fiume, / dove e quanto il sogno dura, // se per durare si deve sparire d’acqua / evaporando un solo tempo / perché nel tempo si muore?”).

Angeli, dèi, rondini, nuvole si muovono leggeri e diafani in altezze più metafisiche che fisiche; vento, soffio, velo, nebbia, gocce di pioggia, piume, polvere sono gli elementi di una meteorologia incorporea e dilatata. Gli attributi relativi all’umano sono altrettanto immateriali, nell’esplicita volontà di evitare qualsiasi pesantezza: sonno, sogno, fiato, soffio, eco…

Le immagini si rincorrono e compenetrano in una imprevedibile sovversione della logica sintattica, con improvvisi capovolgimenti di soggetto, stravolgimenti di senso, quasi seguendo allucinazioni visive e uditive: “Sono stato di un albero / il sorriso che lui mi ha dato / per vedere dove un viso / è un anello, quel veto antico / che ora è già scorza / tiepida fino al vento / ma del vento sospira il luogo / freddo e così vede il cielo / sorridere se cade come foglia la foglia / che non cade mai”.

Più pacatamente diretti e freschi, più autenticamente sinceri, appaiono a chi legge i versi dedicati a una presenza femminile, amata e disamata nello stesso tempo: “Scrivere per averti perduta / non ti farà ritornare”, “Tu mi sei cara, così azzurra / e soffice quando sfiori il ramo, / ti piace l’albero, il suo svanire, / così come vedi il vento”, “Dire ancora il ricordo, e la bellezza di una schiena / ora che te ne stai girata, e davanti hai la tua vita // … ricorda per intero, quando mi hai cacciato via, / e avevo solo un corpo, il sogno di svanirti dentro, / ricorda proprio questo: che io ti bacio ancora”.

Anche gli attacchi di molte composizioni, nella loro icastica evidenza, esprimono il meglio della vocazione poetica di Antonio Bux, come si evince da questi esempi: “Sono sempre insieme le ombre. / Simili alle persone, ma più eterne”, “Sarà vero che non si muore mai. / Ma soli in vita, come un’autopsia, / conta esaminare i giorni, disperderli”, “Addio dolore. La tua sacca / chiusa è rimasta nel tempo”.

 

© Riproduzione riservata      https://www.sololibri.net/La-diga-ombra-Bux.html      22 luglio 2020

BENNATO

EDOARDO BENNATO, GIROGIROTONDO CODEX LATITUDINIS – BALDINI&CASTOLDI, MILANO 2020

Non c’è bisogno di presentare Edoardo Bennato, uno dei più grandi rocker italiani, autore di brani famosissimi, caratterizzati sempre da una forte dose di ironia e da dissacranti parodie del potere che seduce e ammorba.

Quest’anno ha pubblicato il singolo La realtà non può essere questa, ispirato alla pandemia del Covid 19 (con “chitarre che suonano da sole, nel silenzio di nessuna festa”…), e si è confrontato per la prima volta con la pagina scritta, esordendo con il volume Girogirotondo Codex Latitudinis, in cui si fa interprete di una lettura critica e insieme propositiva della contemporaneità.

Definendosi modestamente “cantautorucolo”, Bennato si propone “di raccogliere una serie di appunti, spunti, elementi, riflessioni e analisi «geopolitiche e non»” in un libro composto di tre parti e diciotto capitoli, illustrato con fotografie, mappe e disegni. Destinataria privilegiata del suo messaggio è la figlia adolescente Gaia, e insieme a lei i lettori più giovani, a cui è fatto compito di salvare il futuro del mondo. Tuttavia la prima sezione si rivolge anche a un pubblico più maturo, cioè a chi ha potuto condividere gli stessi anni di formazione culturale dell’autore.

La rivisitazione autobiografica prende lo spunto dalle origini partenopee di Bennato, dalla Bagnoli sede dell’acciaieria Italsider in cui lavorava il padre, barattando la propria salute con uno striminzito stipendio. Comunque (che bell’avverbio! Trascurato oggi, ma rivalutato da chi ha scritto queste pagine…), le ristrettezze economiche non hanno scalfito la serenità della famiglia, che ha assecondato con ogni mezzo il talento artistico e gli interessi intellettuali dei tre figli. Il doveroso omaggio alla madre – che non solo ha cresciuto con amore e intelligenza i ragazzi, ma si è industriata nel contribuire alle finanze domestiche -, è in realtà soprattutto un sincero riconoscimento al ruolo che le donne rivestono nella cura dell’ambiente privato e collettivo. Bennato rievoca gli studi universitari di architettura a Milano, i primi passi nel mondo della musica, la lunga gavetta fatta di estenuanti attese e di fallimentari audizioni, e poi gli incontri fondamentali con Mogol e Battisti, Mara Maionchi, Herbert Pagani, Roberto De Simone, Renzo Arbore, fino all’incisione del primo LP, Non farti cadere le braccia, che riuscì ad avere come acquirenti solo la mamma e una zia. Poi i viaggi in Venezuela, Cile, Cuba, Londra e finalmente la popolarità, i sospirati guadagni, i tour in giro per l’Italia, gli album di successo negli anni’70.

“Mi invitavano dappertutto. Giravo da solo. Viaggiavo in treno, prendendo le coincidenze al volo, con la chitarra e sulle spalle uno zaino tipo globetrotter con dentro il tamburello. Ero perfettamente autosufficiente: non avevo musicisti al seguito né manager né impresari”. Edoardo si creò da subito la fama di cantautore ribelle e alternativo: “La rabbia e l’insofferenza che avevo dentro si scagliavano contro il potere, il malaffare, i luoghi comuni, le frasi fatte, la retorica a buon mercato, i discografici. E forse, per paradosso, persino contro coloro che mi acclamavano, eleggendomi a loro idolo, ma che, se non mi fossi allineato ai loro diktat, ai loro schemi «socio-politico-mentali», insomma al «vestito» che cercavano di cucirmi addosso, erano pronti a darmi addosso e a farmela pagare! Suonavo per me, solamente per me”.

L’evoluzione professionale si accompagnò pari passo a una crescita della consapevolezza civile, a un affinamento della sensibilità nei riguardi di rilevanti temi etici: la disuguaglianza sociale, lo sfruttamento economico, il razzismo, l’inquinamento, la corruzione politica. Tale impegno ideologico viene apertamente dichiarato nella seconda e terza parte del libro, in cui sono riportati i testi delle canzoni più decisamente schierate in favore degli emarginati e degli immigrati, con un pressante invito al mondo occidentale a superare egoismi e interessi particolaristici in una visione più attivamente solidale e altruista, capace di contrastare gli squilibri economici planetari. Lo slancio utopistico di Edoardo Bennato, che si dichiara particolarmente interessato all’analisi geopolitica della situazione mondiale, si è misurato nel corso del tempo anche con altre modalità espressive (disegno, pittura, fotografia), nel generoso proposito di contribuire a rimuovere tutti i condizionamenti e i pregiudizi ideologici che zavorrano i comportamenti umani.

Il libro si conclude con un excursus storico-geografico, illustrato da un pupazzetto extraterrestre di nome Koso, che nell’indicare attraverso quali percorsi l’umanità ha raggiunto in migliaia di anni l’attuale livello di progresso, invita tutti a stringersi in un girotondo che abbracci ogni latitudine,  fisica e mentale.

 

© Riproduzione riservata                    21 luglio 2020

https://www.sololibri.net/Girogirotondo-codex-latitudinis-Bennato.html

 

 

 

 

 

DI GREGORIO

GIANNI DI GREGORIO, LONTANO LONTANO – SELLERIO, PALERMO 2020

Non mi sono mai persa un film di Gianni Di Gregorio. Li ho sempre trovati ironici ed eleganti, lievi nella narrazione e insieme civilmente, eticamente impegnati: ma senza boria, senza didascalismi. Di Gregorio (Roma, 1949) è sceneggiatore, regista e attore: dal 2008 a oggi ha diretto Pranzo di ferragosto (2008), Gianni e le donne (2011), Buoni a nulla (2014), Lontano lontano (2020), pellicole in cui ha recitato nel ruolo di protagonista o co-protagonista. Con quella faccia un po’ così, come direbbe Paolo Conte, con un’espressione oscillante tra l’ingenuo e il sornione, come di uno che non ha capito niente del mondo intorno, o forse invece ha capito anche troppo. I suoi personaggi sono per lo più dei vinti, strapazzati dalle circostanze, dall’ambiente, dai parenti e dagli amici: senza essere fantozziani, sembrano umilmente consapevoli della loro mediocrità, e di una totale incapacità di farsi strada, di imporsi professionalmente, in famiglia, in amore. Ma alla fine si prendono sempre sonore rivincite su tutto: assennatamente previdenti, sopportano e aspettano che la sorte si riveli benigna, premiando l’indulgenza e la pazienza con cui tollerano difetti e soprusi dei loro simili. Il sesso? Forse non è così importante come si dice. La carriera e il successo? Beh, non vale la pena guastarsi la vita per ottenerli. I viaggi? Divertenti, ma quanto faticosi… Il buonsenso dei vari Gianni che interpretano i suoi film pare il prodotto del carattere romano più paciosamente consolidato dalla sapienza di una cultura millenaria, tra stoicismo e pasquinate.

Così adesso leggere la prima prova letteraria di un autore cinematografico prestato alla pagina scritta, incuriosisce, e non delude. Lontano lontano è il titolo del libro pubblicato da Sellerio (oltre a essere il titolo di una indimenticata canzone di Luigi Tenco e dell’ultimo film di Di Gregorio). Comprende tre racconti, Aiòn, Incantesimo, Lontano lontano.

Il primo, che ricalca il tema del rapporto ossessivo madre-figlio descritto in Pranzo di ferragosto, si riferisce grecamente all’eternità indissolubile di tale legame, e all’atemporalità della città che fa ad esso da sfondo. Roma raccontata nella contemporaneità del traffico, delle invasioni turistiche, dei sobborghi popolari, dei personaggi macchietta, e nel suo magniloquente passato, che partendo dagli Etruschi, attraversando la cristianità fino all’Arcadia e all’occupazione tedesca, rimane nel profondo del suo carattere un pigro suburbio, tenuto insieme da osti e portinai, fruttivendole e mense dei poveri, in cui “la vitarella scorre, senza nome ma anche senza scosse, si sfilaccia piuttosto come zucchero filato”.   Chi narra in prima persona è un cinquantenne, figlio unico di madre vedova, che trascina i suoi giorni accudendo la mamma, “tartarugona in vestaglia”, sciabattante tra poltrona e letto in perpetua pre-agonia catarrosa. Il figlio, assillato dall’idea della pensione di cui non usufruirà mai, e dal vagheggiamento sentimentale di inavvicinabili signore del vicinato, si occupa servizievole delle faccende domestiche, della spesa quotidiana, delle medicine da acquistare in farmacia per la genitrice: umiliato nella sua esistenza, si riconosce fallito, con ironica e rassegnata disperazione, seguendo il flusso delle sue aggrovigliate e inconcludenti ipotesi di riscatto. Tanto, “tutto è iscritto nel cerchio, pappa e gioia e Aiòn, eternità, castagnole e tricche tracche, scoppietti, le scuregge del Negus che non le fanno più”.

Anche in Incantesimo incombe accentratrice una figura materna. “Testa d’aquila su corpo di chioccia pacchiotta, sora Maria portava vesti lunghe fino al pavimento e sembrava scivolare su silenziose e solide rotelle”. I suoi due figli Emilio e Virgilio, adulti scapoloni, professionisti di prestigio, scissi tra desideri concupiscenti e inibita rassegnazione, dormono nella stessa stanzetta, in un incomprensibile prolungamento della dipendenza infantile dalla madre. Intorno, la campagna romana, “Un mondo felice per riflesso, di terra rossa e profumata, scaldato dal sole e carezzato dal ponente la sera quando nelle vigne si accendevano i fuochi fumiganti, fiamme che non significavano distruzione e ruine di guerra ma ardevano per arrostire generazioni di salcicce e carciofi alla matticella e di notte diventavano braci azzurre intorno alle quali scorrevano l’Olevano e il Cannellino”. Il racconto, scritto in uno stile più tradizionalmente coltivato rispetto al precedente, è la rivisitazione della realtà agraria e periferica di un Lazio post-bellico, con relazioni interpersonali e familiari cementate in una cultura atavicamente matriarcale.

Tra lo scavo sarcasticamente introspettivo del primo testo e l’indagine antropologica del secondo, il terzo racconto si situa in una simil-cronaca d’attualità, che vede per protagonisti un terzetto di pensionati romani ciondolanti nei bar di Trastevere, a chiacchierare, a perdere tempo, a farsi una birra o un bicchiere di bianco.

Il professore, nel film omonimo Lontano lontano interpretato dallo stesso Gianni Di Gregorio, è un insegnante di lettere in pensione, divorziato e senza figli, che vive una quotidianità priva di assilli e di speranze grazie al suo striminzito sussidio mensile: “Già al tramonto la coscienza si rilassava, aveva fatto quello che poteva, cioè niente, ed era abbastanza”. Gli altri sono suoi amici scalcagnati, un proletario lavativo chiamato il Vichingo, e un rigattiere di nome Attilio che vive in periferia con il suo cane. I tre progettano per una settimana intera di trasferirsi all’estero, per poter vivere i loro ultimi anni con più serenità economica, accarezzando una prospettiva di rinascita esistenziale. Forse in Bulgaria, o nell’Europa del Nord, o in Africa. Magari nelle Azzorre, clima mite, situazione politica tranquilla, discreti servizi sociali.

Il racconto, vivace e ironico, intessuto di dialoghi svelti e avvenimenti spassosi anche nella loro tragicità, si presta ovviamente a una lettura di impianto cinematografico, quasi canovaccio di una prima sceneggiatura. E mantiene, nella rinuncia ai sogni dei tre anziani (“ma dove andiamo? Questo è il nostro mondo, ce semo nati, ce conoscono tutti!”) tutta la sorridente malinconia, l’umanità dello sguardo attento e partecipe del Di Gregorio regista.

 

© Riproduzione riservata               «Gli Stati Generali», 16 luglio 2020

 

 

 

 

 

PATUI

PAOLO PATUI, SCUSATE LA POLVERE – BOTTEGA ERRANTE EDIZIONI, UDINE 2019

I dieci racconti che Paolo Patui ha raccolto in Scusate la polvere sono ambientati tutti all’interno di cimiteri, e lambiscono il tema della morte con una profondità empatica e insieme leggera, senza mai apparire tetri, o funerei. Scritti con eleganza e vivacità, accomunano vivi e defunti in un confronto e arricchimento reciproco, nella consapevolezza che “La vita non muore mai. Viene affidata a chi resta”. Così nel delicato testo di apertura il narratore, un insegnante friulano, viene convinto da un collega-runner ad attraversare di corsa il cimitero di Udine in un tardo pomeriggio piovoso, ma finisce per attardarsi a curiosare tra le tombe, collezionando aneddoti e riflessioni su nomi, ritratti e iscrizioni sepolcrali.

“Brillano i fiori, brillano i marmi, brillano sguardi, visi e fotografie di persone stanche della vita o sorprese dalla morte”.

Avvicinato da un custode che avverte come una missione il proprio incarico di salvaguardare memorie, citando ai visitatori Foscolo, Proust, Ovidio e le canzoni di De André, viene a conoscenza del tragico destino di un giovane dal nome particolare, Elci, vittima di un terribile incidente stradale. In seguito, la visita ai cimiteri da casuale diviene per lui quasi abitudinaria, una sorta di cerimonia del ricordo, talvolta limitata alla sua città o ai paesi della provincia, altre volte spinta addirittura in diverse regioni o all’estero. Così gli capita di scoprire una sezione del camposanto udinese simile a un falansterio, con i loculi cementati verticalmente come in un condominio, e di ritrovarvi persone che avevano avuto un ruolo formativo o affettivo nella sua esistenza, e altre tombe indicanti casi particolarmente sofferti.

Si reca nei piccoli cimiteri friulani di Santa Marizza di Varmo, della Pieve di Gorto, di Paluzza, e in quello più esteso di San Daniele, per rendere omaggio allo scrittore Elio Bartolini, al calciatore Enzo Scaini, a uno psichiatra benefattore sulla cui lapide è incisa la frase “Vide e capì le sofferenze altrui”. Ancora scopre giovani partigiani fucilati, ragazze vittime di violenza, alpinisti precipitati in scalate impervie, Eluana Englaro bloccata nella bella foto dei suoi 22 anni.

“I cimiteri hanno odori diversi. Su in montagna c’è un odore secco di neve, di aghi di pino, di funghi umidi; qua sotto nelle pianure i cimiteri odorano di crisantemi e narcisi; di gigli marciti; sanno di nebbia e pioggia”.

A Torino il professore accompagna la sua classe di studenti in gita scolastica, e con due di loro visita il Monumentale, dove riposano alcuni soldati della I Guerra Mondiale, i calciatori precipitati nell’incidente aereo di Superga, Silvio Pellico, Edmondo De Amicis, Rita Levi Montalcini, la soubrette degli anni ’20 Isa Bluette: tante vite diverse, anonime o di successo, rese uguali dallo stesso grande sonno. Un altro Monumentale si trova a Milano, e vi giacciono molti artisti: Gaber, Jannacci, Fo, Walter Chiari, Wanda Osiris, tra capolavori scultorei di fama, nel silenzio di giardini curati.

E poi c’è Praga, con la sua immensa necropoli boscosa che accoglie Jan Palach, anch’essa visitata insieme agli allievi. Tra di loro una ragazza punk, dai capelli tinti, trucco vistoso, chewing gum perpetuamente tra i denti: il suicidio del padre l’ha convinta a raccogliere testimonianze e notizie sui vari cimiteri sparsi nel mondo, e ne fornisce ogni dettaglio all’insegnante.

A Parigi, nel celeberrimo Père-Lachaise, sono sepolti Oscar Wilde e Jim Morrison, mentre un altro campo è destinato ai ghigliottinati della Rivoluzione. Highgate a Londra ospita Marx, in quello Acattolico di Roma si possono vedere le tombe di Gramsci, Shelley, Gregory Corso. Vicino a Miami esiste un cimitero sottomarino, un altro ad Halifax è riservato ai morti del Titanic, a Hollywood ovviamente c’è spazio per gli attori. In Romania esiste un camposanto allegro e colorato, a Berlino i morti senza nome sono accolti nella foresta di Grunewald. All’interno del penitenziario di Santo Stefano ci sono le sepolture degli ergastolani, in quello del manicomio di Volterra solo i malati di mente. In Indonesia seppelliscono i morti nelle cavità degli alberi, in uno stato africano le tombe riproducono il mestiere del defunto, nelle zone coperte da ghiacci lasciano che i cadaveri si decompongano all’aperto.

Una galleria sepolcrale, quella raccontata con garbo da Paolo Patui, che racchiude in un abbraccio universale vita e morte, sopravvivenza nel ricordo o speranza nella resurrezione. Perché ogni cimitero “è un posto senza vita che ha senso solo quando è attraversato da chi la vita ce l’ha ancora”.

 

© Riproduzione riservata         13 luglio 2020

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IL COMPLEANNO

IL COMPLEANNO

Com’era successo che fosse arrivata a sessantacinque anni, in pratica senza accorgersene? Era una nota e stimata docente universitaria, titolare della cattedra di Storia Medievale in una università romana. Aveva avuto un’unica figlia, Matilde, da un matrimonio contratto in età giovanile, e conclusosi presto. Da quando sua figlia, ormai ultraquarantenne, si era trasferita in Germania per la sua attività di concertista, sposandosi con un polacco, lei era vissuta in solitudine, nel suo bell’appartamento a Monte Mario. Un quadrilocale con doppi servizi, all’ultimo piano di una palazzina liberty: luminoso, curato, dal soffitto a travi e parquet color mogano. La terrazza, lunga e stretta, era chiusa ai lati da siepi verticali di gelsomino, e dalla balconata pendevano vasi di minuscole edere. Libri, dispense, enciclopedie erano stipate con ordine maniacale, catalogate per edizione, su scaffali che ricoprivano interamente le pareti del salotto, arredato con due sole poltrone di cuoio marrone chiaro, un televisore vecchiotto e uno stereo invece modernissimo. Ascoltava molta musica, infatti.

Lì era il suo regno, e lei si chiamava Costanza.

Il 27 marzo, quel giorno, era appunto il suo compleanno. Un sabato, senza lezioni, colloqui o esami, a sua completa disposizione. Forse avrebbe preferito non ricordarsene, che stava per compiere gli anni (sessantacinque). Ma la telefonata mattutina di Matilde, trillante e gorgogliosa, l’aveva costretta a prenderne atto. Doveva festeggiare, si chiese mentalmente? I molti anni vissuti, i pochi che le restavano da vivere? Ci pensava, ogni tanto. Quindici, ancora, e sarebbero stati ottanta. O magari solo due, quattro.Meglio fare festa, quindi, brindando al traguardo raggiunto e a quello auspicabilmente da raggiungere. Senza torta, brindisi, auguri.

Al di fuori degli impegni accademici, non frequentava nessun collega, nessun allievo. Nel quartiere conosceva solo il giornalaio e il fruttivendolo, con cui si limitava a scambiare brevi frasi di circostanza. Dei coinquilini sapeva appena il cognome, confondendo spesso anche le facce. Da sola, quindi, avrebbe celebrato, happy birthday a me… E già accarezzava l’idea di regalarsi una giornata speciale, là dove pensiero e cuore le suggerivano. Al mare.

D’estate passava al mare i due mesi di vacanza consentiti dalla sua professione. In parte a Creta, con figlia e genero, nella stessa casa che affittavano insieme ogni anno. Per il resto, su uno dei tanti litorali del nostro meridione che amava esplorare in lunghe passeggiate sulla spiaggia, escursioni esplorative nei paesini circostanti, tranquille nuotate solitarie.

Da Monte Mario, l’unica meta raggiungibile in giornata era Ostia. In quel sabato di fine marzo, con un cielo sospeso tra nuvole leggere e sole pallido, probabilmente non avrebbe trovato resse, schiamazzi, intrusioni nel suo tranquillo meditare. Esclusa la possibilità di utilizzare gli scomodi trasporti pubblici, Costanza iniziò a radunare poche cose da caricare in macchina. Una coperta e un cuscino per sedersi o sdraiarsi sulla sabbia, due lattine di aranciata, l’insalata di riso del giorno prima, un libro. E il cellulare, per immortalare con qualche foto l’anniversario scontroso e taciturno che l’attendeva.

Le ci vollero quaranta minuti di traffico regolare per raggiungere il lido. Come aveva previsto, sulla spiaggia non c’era nessuno. Le onde avevano portato a riva rami secchi, gusci di ricci e conchiglie appuntite, qualche bottiglietta di plastica; qua e là sulla spiaggia si ammucchiavano montagnette di rifiuti, alghe, e l’assenza di sagome umane e rumori dava al paesaggio un aspetto desolato e astioso.

Costanza si scelse un lembo di arenile a pochi metri dall’acqua, stendendovi l’asciugamano. Così accovacciata si guardava intorno come a chiedersi “cosa ci faccio qui, adesso?”, e poi consolandosi “comunque è bello: respiro, respira con me anche il mare”. Si tolse la giacca, le scarpe, si sfilò le calze, arrotolando il fondo dei pantaloni a scoprire i polpacci. Accanto alla borsa, scorse mezzo insabbiato un sandaletto celeste, forse dimenticato, perso o buttato apposta. Lo afferrò tra due dita, gettandolo il più lontano possibile.

E poi rimase lì immobile, a guardare l’orizzonte.

“Sempre vieni dal mare, e ne hai la voce roca”, ricordava due versi di Pavese che l’avevano colpita da giovane. Roco, infatti, le pareva lo sciabordio delle onde, monotono come una ninnananna, e avrebbe avuto voglia di distendersi. Lo fece, occhi al cielo e al lieve smuoversi delle nubi.

Quello era l’unico panorama che riusciva a renderle concreta l’immagine dell’infinito, più che le altezze delle montagne, lo sconfinamento delle pianure tutte uguali. Cielo e mare fusi uno nell’altro, senza barriere, in eterno. Costanza si sentiva partecipe dell’aria, leggera e felice. Bevve un sorso di aranciata, sfogliò qualche pagina del suo libro.

Lontana, ma limpida e veloce, si avvicinava da destra la figura minuta di una ragazza, capelli lunghi e scomposti, una giacca a vento rossa. Osservandola più attentamente si accorse che, poco più che adolescente, alzava un braccio accennando un saluto. Quando le fu accanto, la sentì pronunciare con forte accento romano: “Salve. Che fa, se riposa?”. “Sì, guardo il mare”. Educata, nemmeno troppo infastidita, semmai sorpresa dalla spavalda ingerenza della giovane. “Bello. Non s’annoia?”. Senza aspettare risposta, si lasciò cadere seduta accanto a lei, gambe incrociate. “Samantha”, si presentò. “Con l’acca”. “Piacere”. A Costanza, voce pacata e seria, non sembrò necessario ricambiare la confidenza.

Ma la ragazza cominciò a parlare, torrentizia e confusa, del perché era lì, approfittando della pausa dal lavoro nel negozio in cui serviva, e del motivo per cui non le andava di tornarsene a casa a pranzare in famiglia. Raccontava, non richiesta, punteggiando il discorso di esclamazioni ahò ahè, cche te pare, cche credi? Bel faccino espressivo, occhi e riccioli scuri, sorriso infantile, mani sfarfallanti: la professoressa sessantacinquenne ascoltava materna, pensando a quanto la sua Matilde liceale efebica era cresciuta diversa da questa Samantha con l’acca. “Chi più felice delle due?”, si chiedeva.

“Ce bagnammo i piedi, cche dici?” la tentava ridendo, “se c’hai il cell, magari ce facemmo un selfi e te ricordi de st’aventura nostra de oggi…”. Sguazzarono un po’ insieme, scattarono la foto in acqua, poi improvvisamente la ragazzina si ricordò che era tardi e doveva tornare in paese. Costanza rimase qualche minuto a mollo, sentendosi le gambe frizzanti e vitali, mentre la guardava indossare la giacca a vento ridacchiando, e allontanarsi col braccio alzato in un arrivederci se vedemo, che somigliava più a un addio.

Tornata a sedersi sull’asciugamano, si frizionò a lungo i piedi arrossati, riflettendo sulla sorpresa di quell’incontro, quasi un regalo inaspettato per il suo compleanno. “Non gliel’ho nemmeno detto, a Samantha, che è la mia festa”. Pentita, forse, della propria ritrosia, rispetto al fiducioso abbandono della giovane amica. “Perché così rigida, sempre?”, si rimproverava. Poi, per assolversi, le venne in mente di mandare il selfie appena scattato a sua figlia, a Colonia, perché sapesse che sua madre si era concessa qualche ora di gioia al mare.

Cercò il cellulare nella borsa. Non c’era. Lo ricercò nelle tasche interne ed esterne, svuotò tutto il contenuto sull’asciugamano, spaventata. Distrattamente, forse, Samantha l’aveva preso con sé? Si alzò in fretta radunando le sue cose nella sacca sportiva, si incamminò veloce verso il parcheggio, sperando di raggiungere la ragazza.

Nell’ansia tremante che la invase, si accorse di non riuscire a recuperare nemmeno le chiavi dell’auto, armeggiando tra tasche, borsa e borsone. Trafelata raggiunse lo spiazzo dove aveva posteggiato. Nessuna traccia della macchina. “Possibile?” si chiese, immobile come una statua.

Dietro a lei, mare e cielo di Ostia, infiniti.

 

© Riproduzione riservata          «Gli Stati Generali», 12 luglio 2020

 

 

 

 

 

 

FREZZA

LUCIANA FREZZA, COMUNIONE COL FUOCO – EIR, ROMA 2013, p. 806

 

“Una presenza discreta nella poesia italiana del secondo Novecento”. Così Roberto Deidier ha definito in un suo articolo la persona e l’opera di Luciana Frezza.

Ottima e stimata traduttrice, Luciana Frezza si è occupata soprattutto della poesia simbolista e decadente francese dell’800-900: Mallarmé, Laforgue, Nouveau, Verlaine, Baudelaire, Fargue, Baron, Apollinaire, Proust, resi in versioni sapienti e intelligentemente personalizzate per i più importanti editori italiani. Da questa empatica, vitale e costante applicazione «ha ricavato miracolosamente con un suo setaccio d’argento un tesoro di abilità», secondo l’acuta lettura di Luigi De Nardis. Intrecciata alla straordinaria competenza di traduttrice, Frezza ha seguito una propria attitudine all’espressione poetica, messa in evidenza da numerose e apprezzate pubblicazioni. Sul suo duplice e correlato impegno di poetessa e traduttrice, così si esprimeva: «È una sfida che mobilita la creatività … e altre virtù come la pazienza e la vigilanza… Il pericolo per cui bisogna prestare una costante attenzione è costituito dalle possibili intrusioni dell’Io…; occorre tenerlo fuori ma non eliminarlo del tutto, perché il suo contributo di esperienza vissuta può talvolta giovare, come giovano la fortuna e il caso, elementi da mettere in conto».

Giovanna e Natalia Lombardo, figlie di Luciana e del noto anglista Agostino Lombardo, hanno voluto giustamente riunire in un unico corposo volume (uscito nel 2013 dagli Editori Internazionali Riuniti) tutta la produzione in versi e prosa della madre, scandita in diverse raccolte (Cefalù -1958, La farfalla e la rosa -1962, Cara Milano -1967, Un tempo di speranza -1971, La tartaruga magica -1984, 24 pezzi facili -1988, Parabola sub -1990, Agenda -1994, i racconti de Il disegno -1996), sparsa in riviste o del tutto inedita.

È stata appunto la figlia Natalia, giornalista e pittrice, a firmare sia l’illustrazione di copertina sia le puntuali e commosse note biografiche in apertura dell’antologia. Da cui desumiamo che Luciana Frezza, nata a Roma nel 1926, da padre romano agente di cambio e madre siciliana, si laurea alla Sapienza nel 1946 discutendo con Giuseppe Ungaretti una tesi su Eugenio Montale, e iniziando già dagli anni universitari a comporre versi e a collaborare con prestigiose riviste letterarie. In seguito si dedica con generosità e impegno sia alla famiglia sia allo studio e alla traduzione degli amati poeti francesi, coltivando nello stesso tempo amicizie importanti nel mondo intellettuale (Luigi De Nardis, Giovanni Macchia, Vittorio Sereni, Vittorio Bodini…). Alterna momenti di crisi e insoddisfazione personale ad altri di entusiastica apertura a esperienze partecipative nei movimenti politici e femministi degli anni ’70 e ’80. Sofferente di gravi e invalidanti disturbi alla vista, continua tuttavia a pubblicare libri di poesia, ottenendo ottimi riscontri critici; partecipa a letture pubbliche di versi, insieme a un folto gruppo di amici scrittori romani, e collabora con il Terzo programma di Radio Rai. All’alba del 30 giugno del 1992, afflitta dal timore di un’incombente cecità e da una profonda depressione, «tragicamente per chi rimane, pensa forse di riprendersi la libertà», conclude con malinconico pudore Natalia.

Comunione con il fuoco, questa fondamentale e completa rassegna della scrittura di Luciana Frezza, si apre con l’empatico saggio introduttivo di Elio Pecora, e presenta altri approfonditi interventi critici di Patrizia Lanzalaco, Filippo Bettini, Luigi De Nardis, Walter Pedullà, Jacqueline Risset, Angela Giannitrapani, accompagnati dagli affettuosi ricordi privati della figlia primogenita Giovanna Lombardo.

I vari libri di versi, pubblicati secondo una scansione cronologica, mettono in luce il percorso umano e letterario dell’autrice, che in tutta la sua produzione rimane legata sentimentalmente a temi ricorrenti di matrice privata: l’infanzia, le figure parentali, i luoghi abitati (Sicilia, Milano, Roma), l’amore nelle sue duttili sfumature. Ma la sua scrittura non è mai circoscritta a un interesse puramente ambientale, di confidenza confessionale, di nostalgico lirismo: ha invece il rigore necessitante di una ricerca severa della propria interiorità, anche nelle inquietudini e negli umori contrastanti, nella ribellione e nelle paure. Elio Pecora presentandone gli sviluppi formali e contenutistici, sottolinea l’esigenza testimoniale di «valicare il proprio io per intelligenza del mondo», insieme a «un senso estetico vigilato fino alla spietatezza»: «Sento mutarsi il battito del tempo / come fa il treno se lascia / la rassegnata pianura / dove inavvertito / lungamente strisciò / ormai nebbiosa e strana / memoria mentre divora / oggi domani fatti rocce e ombre», «Un’altra infanzia mi perdo / un’altra vena s’asciuga. / Ho perduto / il filo dei sentieri / e gemo, animale fermato / dalla tagliola, nel caldo / dei crepuscoli abbandonato…».

Se nelle prime prove di Luciana Frezza è evidente l’eredità del nostro ’800 e ’900 (da Leopardi a Pascoli, da Saba a Montale), in seguito sarà il rapporto con il surrealismo francese a incidere maggiormente nei suoi versi, con l’irrompere del fantastico e dell’onirico all’interno del fino ad allora privilegiato realismo: “Chissà in quale / canneto di carta o verde / fantasma errante coorte / falciata alla radice / al di là di quali porte / nell’andito scuro di botteghe / in disuso dietro quale / muro di eluso rione / giace il piccolo corpo / di Amore dopo l’ordita / esecuzione”, “Non crederli gigli appassiti / mi conforta anzi scintillanti / ancora i tuoi bicchieri alzati / voglia di gioia negata / impuntatura librata / per forza propria ape e fiore nell’aria / dove ancora salgono e il brutto / muso di lutto pret a porter che detestavi cade / come buccia dal frutto”.

Anche l’ironia si concede alcuni spazi, soprattutto nel lucido esame del ruolo che il destino biologico di donna ha giocato nel determinare le scelte esistenziali della poetessa. Il rapporto non facile e non sempre idilliaco con il marito, la fatica dell’impegno domestico (la conserva andata a male, gli inutili ninnoli costruiti con la creta, la lista della spesa…) vengono avvertiti come limitanti o deludenti, provocando frustrazione e sensi di colpa: “E io che così sola ho spostato / i massi più pesanti. Tutto succedeva perché ero donna / ma questo l’ho sempre saputo”, “Vivere bene è spostarsi / per far posto a qualcosa e a qualcuno”, “una caviglia fasciata / una cantina allagata / e uno strofinaccio torto / ecco vi presento i miei / avvocati / roba da far venir la / pelle d’oca / a un morto”, “– Ah, una piccola cosa –  / a bassa voce / – miei cari, attenti a non chiudermi / in una scatola di sardine”,  “Quanto fa male amore / tardiva carezza / sulla nuca infestata / di pidocchi neri. / Marito / non capito / vendicativo senza / farmi capire / inevitabile divergenza / io l’incrociato sorriso / volevo – ricordo due dita / un giorno sulla gota per caso / sotto l’arco del salotto quasi / una cresima / tu partecipazione / al tuo lavoro io / che non ne davo troppa / neanche al mio / Parlare volevo magari / non troppo non troppo spesso / di noi”, “La madre poeta / non va”.

Attraverso la riflessione sulle relazioni interpersonali e familiari, Luciana Frezza riusciva a recuperare l’eco fascinoso di miti archetipici, ritrovando nelle vicende di Iside e Osiride, Demetra e Persefone, Orfeo ed Euridice le radici di ogni attuale sentire e soffrire. Proprio alla sofferenza degli ultimi anni si riferiscono i versi dolentemente allusivi che precedono la sua scomparsa: “Mi restringo alla pista / pericolante dei miei passi. / Solo vorrei afferrare / una cosa, / nascondervi il volto. // E poi pianamente un sussulto / e le lampade e tutto fluisce”, “Scrivere questi poveri // frammenti / significava ancora amare un // poco il mondo”, “Spreco questi ultimi secondi / dei tempi supplementari / a gustare le poche sensazioni / piacevoli”, “Agostino viene alla messa / delle 9 poi il cappuccino / Tutti mi amano / più di quanto io ami / Io non amo nessuno eppure / evito di sfiorarli col pensiero / i piccoli e le figlie e questo / noli los tangere forse / è una specie d’amore”, “Scatta il lucchetto, presto signori si chiude”.

Un’esplorazione ininterrotta, talvolta tormentante, intorno al significato della vita e della poesia ha contrassegnato ogni aspetto dell’esistenza fisica e letteraria di Luciana Frezza. Come ha scritto il critico Filippo Bettini, in lei “la ricerca del ‘senso della vita’ si identifica con quella del ‘senso della poesia’; ed ogni scampolo, epitome o ritaglio, anche il più piccolo o marginale, diventa il pretesto necessario di una più ampia trasfigurazione poetica di essenze interiori, psicologiche e ideali”.

 

© Riproduzione riservata                  «Nazione Indiana», 10 luglio 2020

 

VOLPONI

PAOLO VOLPONI, POESIE GIOVANILI – EINAUDI, TORINO 2020

Paolo Volponi (Urbino, 1924-Ancona 1994) è stato uno dei più importanti romanzieri italiani del dopoguerra (Memoriale, La macchina mondiale, Corporale, Le mosche del capitale, La strada per Roma…), ma ha iniziato la sua carriera letteraria come poeta, e ha continuato a frequentare la poesia per tutta la vita. Aveva esordito infatti pubblicando tre libri di versi: Il ramarro (1948), L’antica moneta (1955) e Le porte dell’Appennino (1960, premio Viareggio), che da una prima inclinazione pascoliana e simbolista, si erano evoluti verso temi più biografici e una maggiore pregnanza realistica.

Alla composizione poetica Volponi era tornato nella maturità con altre raccolte, uscite nel 1980-1986-1990 e riunite da Einaudi in un unico volume del 2001. Ora lo stesso editore propone queste Poesie giovanili, risalenti agli anni ’40-’50, rinvenute in tre fascicoli manoscritti e autografi nella casa di Urbino. Si tratta in massima parte di testi inediti, di cui nella nota finale vengono trascritte e commentate dalla curatrice Sara Serenelli le numerose varianti, le versioni depennate, le ricomposizioni e le correzioni apportate dall’autore nei decenni successivi.

Nell’epigrafe all’introduzione di Salvatore Ritrovato, viene riportato quanto lo stesso Volponi ebbe a chiarire nel 1988 a proposito della sua produzione giovanile (“Perché scrivevo poesie allora, non ancora ventenne? Perché ero incerto, perché avevo paura, perché avevo ansia di conoscere, perché non capivo esattamente dove mi trovassi, in che posizione, quale potesse essere il mio rapporto con il mondo”), definendosi folgorato da visioni e letture che lo ancoravano a “fatti lontani e magici perenni quali gli astri, il paesaggio, le stagioni, le giornate o le ragazze”. Fatti non ancora direttamente collegati alla passione morale e alla vocazione politica che sempre lo ha animato da adulto (ricordiamo che Volponi fu a lungo dirigente all’Olivetti, attivamente interessato alle questioni economiche e alla realtà sociale del lavoro in fabbrica, e ricoprì importanti incarichi istituzionali nel PCI), ma già espressione di un’interiorità combattiva e lucida, capace di sdegni e ribellioni, seppure circoscritte nell’ambito dell’esistenza privata.

Questi versi giovanili, per alcuni tratti ancora acerbi ma già segnati da una notevole intensità espressiva, vanno letti come introduzione e apprendistato al lavoro poetico e narrativo posteriore, forse proprio nella scostante rigidità di alcuni contenuti, propedeutica alla severità etica dello scrittore maturo. Scontroso e insofferente, il ragazzo Paolo si mostrava nel relazionarsi alle figure familiari: “Mia madre / mi vede solo / come mi ha fatto. / Non cerca di più. / Ho messo ieri / una cappa incappucciata, / fra gli altri / non mi trovava. / Prese una smorfia / fissa / come un pupazzo di terracotta”.

La paura e l’ansia di conoscere da lui stesso attribuite alla propria inquieta giovinezza, hanno caratterizzato principalmente i primi rapporti amorosi e le donne incontrate (come recentemente ha suggerito Adriano Sofri su “Il Foglio”), che vengono spesso tratteggiate non solo con scarsa empatia, ma addirittura con una repulsione sbilanciata fino all’offesa volgare, sintomo di un’angoscia incontrollata e temuta: “Quel peso di piombo / nel ventre / ti salda alla terra. / Il corpo ti cola tutto / e le gambe gonfie / sono incredibilmente aperte. / Ti slarghi come un frutto maturo, / ed io sento lo schifo / di vederti dentro”, “Muoiano / l’un dietro l’altro / i figli tuoi. / Io rido / dietro pascendo / la mia maledizione. / Tu rimarrai / con il ventre / acido. / Tu che t’offristi / piena / a quell’uomo”, “Quella tua carne / con un rigo di sangue. / Nel taglio della ferita / garza gengivosa. / L’acutissimo vetro / t’ha aperta / con una naturalezza spaventosa. / Come se il sangue / annoiato / godesse d’uscire”, “Volevi ingannarmi. / Stringevi / le cosce, / e smaniavi / per la tua verginità. / T’ho tirata giù / dal letto / per i capelli, / nuda sul pavimento. / Mi sono rivestito / senza più guardarti”, “È colpa tua. / Mi ricordo dell’odore / perché eri poco pulita”, “Sei la croce dei campanili, / il tetto delle case, / la cupola dell’ombrello. / Vuoi stare / sempre sopra”, “C’è sempre qualcosa / in te, fisso, che non partecipa”, “Hai riso, / ed io avrei sputato / dentro la tua gola / aperta. //… Il cielo / non ti dia / ombra, né luce. / Ti salti una vipera / dentro la bocca aperta”.

Poesie del disamore, in cui non si legge nessuna dolcezza, nessuna descrizione di sorrisi dolci, guance delicate, capelli morbidi: e invece cicatrici rossastre, venine verdi sul collo, occhi affogati, gambe gonfie, ventri ansanti, pesantissimo fiato, bocca devastata… Versi prossimi all’invettiva, alla maledizione, al disprezzo, che mettono in luce la ripugnanza per i corpi fatti di carne, sangue e umori: una fisicità violenta poco conciliabile con l’ideale di liricità e astrazione esibita nelle raccolte poetiche successive. Anche il gusto della ricerca lessicale qui mantiene qualcosa di volutamente aspro, dissonante, provocatorio, nella proposta di termini scelti sulla base di un suono coriaceo, rappreso: gengivosa, ingaientato, smanati, appiccicosa.

Questa sfrontata improntitudine giovanile è indice forse di una ribellione alla claustrofobica mansuetudine dell’ambiente marchigiano (curato, gentile, verdeazzurro), avvertito come fastidiosamente retorico e soporifero. Secondo quanto recita la quarta di copertina, “anche gli elementi naturali, molto frequenti (fiumi, colline, alberi, animali, campi lavorati), non sono mai pacificanti ma partecipano di un tumulto interiore, tanto più forte quando il poeta non sa trovarne una ragione e un bersaglio prestabiliti”. I corsi d’acqua sono assordanti (“O fiume, smetti d’andare. / Fra le tue canne / fra i tuoi limpidi sassi / mai porterei una donna. / Come gli occhi, / me la ruberebbe / questo tuo sicuro andare / rumoroso”), la luna “muore / e perde sangue chiaro”, il cielo è vuoto, la strada consunta, i cani accecati, l’erba pallidissima, il pastore onanista.

In queste prime prove, Salvatore Ritrovato intuisce “una parola ancora saldamente posizionate sull’io, egocentrica, ma senza alcun compiacimento, affatto priva di autocommiserazione narcisistica, percorsa da una punta di gelida e feroce desublimazione”. L’esplicita volontà di evitare ogni sentimentalismo, di smorzare qualsiasi elegiaca liricità, non risulta evidente solo dall’ostentata degradazione delle esperienze sessuali, e dal rifiuto dell’idillio paesaggistico e di atteggiamenti consolatori, ma anche dalla scelta formale di un verseggiare scarno, frantumato, paratattico: lontano sia dall’ermetismo sia dal classicismo, e semmai propenso a ereditare le formule prosastiche che dall’America iniziavano a influenzare la poesia italiana del dopoguerra.

Paolo Volponi, pur continuando a rivedere e correggere queste composizioni giovanili, non le ha volute pubblicare in vita, adeguandosi nella produzione successiva a esiti meno aggressivi e polemici, in linea con la tradizione letteraria vigente. L’iniziativa einaudiana di recuperare gli inediti del suo primo affacciarsi alla creazione poetica permette al lettore di scoprire un carattere diverso e ignorato della sua produzione, rivelatore di un’inasprita inquietudine, e di un puntuto, risentito spirito dissidente.

 

© Riproduzione riservata              «Il Pickwick», 7 luglio 2020