BRUCK

EDITH BRUCK, TI LASCIO DORMIRE – LA NAVE DI TESEO, MILANO 2019

Sessant’anni di amore hanno unito la scrittrice Edith Bruck al poeta e regista Nelo Risi, e Ti lascio dormire è il commovente racconto che ne dà una lucida, sincera e affettuosa testimonianza.

Edith Bruck, nata nel 1932 in un’umile famiglia di ebrei ungheresi, ai confini della Slovacchia, ultima di sei figli, ha attraversato il ’900 scontando sulla sua pelle tutti le discriminazioni e le sofferenze impartitele dalle drammatiche vicende del secolo. Come ha scritto in un suo verso, “Nascere per caso nascere donna nascere povera nascere ebrea è troppo in una sola vita”: deportata a tredici anni ad Aushwitz, è stata in seguito trasferita in altri quattro campi di concentramento, fino a venire liberata nel 1945 dal lager di Bergen-Belsen, dopo lo sterminio di buona parte dei suoi familiari. In seguito a un periodo trascorso in Israele, nel vano tentativo di recuperare le proprie radici ebraiche, si è trasferita a Roma, dove vive tuttora, dedicandosi alla scrittura.

Autrice di numerosi e premiati romanzi – documentazioni sofferte della Shoah -, ha sceneggiato e diretto tre film e svolto attività teatrale, televisiva e giornalistica, sempre impegnandosi in coraggiose campagne di sensibilizzazione sui problemi dell’antisemitismo, del pacifismo e delle ingiustizie sociali.

Il suo lungo sodalizio sentimentale e artistico con Nelo Risi, scomparso nel 2015 dopo una dolorosa malattia neurodegenerativa, ha costituito terreno fertile per numerose e commosse rivisitazioni narrative. Appunto quest’ultima opera letteraria è il resoconto di un’amicizia amorosa, di una fiduciosa solidarietà che ha unito due esseri umani, due artisti, in una convivenza complice e valorizzante, in cui reciprocamente e alternativamente hanno tamponato o riacutizzato le loro ferite, smussato gli spigoli, alleggerito tensioni: capaci anche di allegria, di scoperte quotidiane, di amicizie, letture, viaggi condivisi.

Edith alterna le sue memorie di infanzia tragica e poverissima, con i ricordi feroci dei campi di concentramento, e li puntella con i versi dei poeti ungheresi amati e tradotti per il pubblico italiano, con quelli di Nelo, con la corrispondenza conservata dagli anni del fidanzamento (si chiamavano vicendevolmente Munzilo e Munzila, Nano e Nana). Rievoca gli ultimi anni trascorsi con il marito ammalato, vegliato giorno e notte insieme alla fedele governante Olga: il momento della morte, le ore convulse del funerale, e la silenziosa solitudine che ne è seguita.

Del marito tratteggia un ritratto ammirato: lo descrive intellettualmente (ateo, laico, freudiano), moralmente (schivo, onesto, riservato, poco interessato al denaro e al successo), fisicamente (asciutto e agile come un ragazzo); a lui che era il suo tutto (“lingua patria famiglia padre e madre”) raccontava la persecuzione patita dai nazisti, le piaghe inguaribili dell’anima, il rancore ancora insopprimibile, cercando conforto e comprensione. Teme ora, rimasta sola, di averlo ossessionato con la propria inquieta malinconia e con la narrazione delle vessazioni subite: “Ah caro, caro, episodi simili ne hai sentiti da me anche troppi, buttati sulle tue fragili spalle, sul cuore e sulla mente indignati per l’assoluto della barbarie umana… Ero troppo per te, dicevi”.

Ma quegli sfoghi quotidiani, quel troppo di sofferenza veniva mitigato dalla ricchezza del lavoro comune, dalle frequentazioni intelligenti con personalità dell’arte e della cultura, dai film e dai libri goduti insieme. E dalla dedizione, materna e filiale insieme, con cui lei – moglie attenta e discreta – lo accarezzava la mattina, quando svegliandosi presto, gli ripeteva “Ti lascio dormire”.

 

© Riproduzione riservata        9 giugno 2020

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MAUROUARD

ELVIRE MAUROUARD, RENDERE A NAPOLI TUTTI I SUOI BACI  – ENSEMBLE, ROMA 2015

Nei nove capitoletti in cui è diviso il libro di Elvire Maurouard, Rendere a Napoli tutti i suoi baci, l’autrice offre ai lettori una ricostruzione storica della città partenopea a partire dalle origini mitologiche fino al Regno dei Borboni, rivisitando luoghi e personaggi che l’hanno resa grande e ammirata in tutto il mondo.

Il titolo sembra voler indicare quanto Napoli sia in credito, da parte della cultura e dell’opinione pubblica universale, di stima e affetto (e di baci!), per ciò che nei secoli ha elargito con generosità nell’arte, nella musica e nella letteratura. Un patrimonio di bellezze naturali e di sapere che è stato regalato agli uomini, e che oggi pretende giustamente di venire ricompensato.

Elvire Maurouard, nata ad Haiti nel 1971, membro della Société des Poètes français, è insegnante, giornalista, poetessa e scrittrice di saggi. Autrice di romanzi e racconti pluripremiati e tradotti in molte lingue, si è fatta conoscere dal pubblico italiano per la prima volta con questo pamphlet pubblicato dalle edizioni Ensemble.

Seguendo le tracce dello scrittore e politico francese, fautore dell’indipendenza haitiana, Alphonse de Lamartine (1790-1869), anch’egli affascinato dallo splendore della Campania e cantore entusiasta del suo capoluogo, Elvire Maurouard fonde in una prosa musicale e irruente testimonianze documentarie, ricordi personali, descrizioni impressionistiche e poesie piene di luce e colori, di eccitata e prorompente venerazione: “Napoli! La Vita! La Vita! La Vita!… // Napoli, io ti ho vista! Mi è sembrato che Dio nascesse / nel mio cuore inebriato; ho sentito vibrare il movimento del mondo, / portavo in me la luce di coloro che camminano sui sentieri della verità… // o Città Radiosa e Intramontabile… // Città di inni, camminavo nel tuo cuore / lungo il viale ombreggiato e dorato //…Mi abbagli ancora, luce torrida e infinita”.

All’entusiasmo incontenibile dei versi celebrativi, l’autrice associa un’alta considerazione per tutta la storia, il pensiero, l’arte napoletana. Esalta i filosofi come Giambattista Vico; i musicisti come Corelli, Vinci, di Capua, Jommelli, Durante, Leo, Porpora, Paisiello, Piccinni, Pergolesi; i pittori come Luca Giordano e Salvator Rosa (“pittore delle tempeste che fracassano i vascelli e sradicano le querce, della polvere, delle acque straripanti, delle mischie e del vento”); gli scrittori come Salvatore di Giacomo (“ama cullare il popolo. Lo sente nobile, fiero, degno di ammirazione, di una fierezza ostentata nelle piaghe oscure di Napoli”). Virgilio, “dolce poeta dal limpido verso”, ha la sua tomba in questa città, e qui anche Boccaccio aveva trovato nella procace Maria d’Aquino la sua Fiammetta ideale.

Napoli fonte di ispirazione per grandi artisti, meta privilegiata del turismo universale, ha fornito e ricevuto vicendevolmente prestigio e onore da chi ha ospitato, regalando gioia con la vivacità degli abitanti, con il folklore delle tradizioni, con la spettacolarità dei paesaggi e la magnificenza degli edifici. Ha sofferto invasioni ed epidemie, rivoluzioni e saccheggi, in un avvicendarsi di epoche di miserie e di splendori. “Più volte conquistata, Napoli ha conservato immutata nei secoli la propria personalità. Puntualmente fu vittoriosa sui suoi vincitori: non furono loro a soggiogarla, bensì lei ad accoglierli, sedurli, a farli suoi”.

Una scrittrice haitiana che vive in Francia ha saputo ricordarci con entusiasmo e passione la grandezza e la bellezza di una nostra città, ricca di fascino e contraddizioni.

 

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https://www.sololibri.net/Rendere-Napoli-tutti-suoi-baci-Maurouard.html      7 giugno 2020

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

RISI

NELO RISI, TUTTE LE POESIE – MONDADORI, MILANO 2020

 

Nelo Risi (Milano 1920-Roma 2015), oltre che poeta fu regista, come il fratello Dino e i nipoti Claudio e Marco. Laureato in medicina, si dedicò alla poesia a partire dal 1941, anno in cui pubblicò la sua prima raccolta, Le opere e i giorni.

All’attività letteraria affiancò presto quella cinematografica, realizzando otto film, vari telefilm e  cortometraggi, inchieste televisive e documentari, tra i quali l’ultimo, uscito nel 2008 col titolo Possibili rapporti, proponeva una conversazione tra lo stesso Risi e Andrea Zanzotto, allora entrambi ultraottantenni. L’operatività pratica con la macchina da presa fu determinante nel dare ai suoi versi un’incidenza visiva più che uditiva, nella ricerca di inquadrature marcate e penetranti. Cimentatosi spesso con la traduzione poetica,  Risi ebbe a occuparsi di molti autori francesi: Pierre Jean Jouve, Jules Laforgue, Guillaume ApollinaireGérard de Nerval Max JacobAndré FrénaudRaymond QueneauHenri Michaux, con testi antologizzati in Compito di francese e altre lingue 1943-1993. L’interesse per la letteratura d’oltralpe va fatto probabilmente risalire al periodo trascorso a Parigi nel dopoguerra (1948-1953).

Il recente volume pubblicato da Mondadori, Tutte le poesie, non solo traccia l’evoluzione dello stile del poeta e l’eclettico arricchimento dei suoi contenuti, ma rappresenta anche una preziosa testimonianza dei cambiamenti (sociali, etici, ideologici) che hanno segnato la storia del nostro paese dagli anni bellici fino al primo decennio del Duemila. “Un documentario sull’epoca acuto e puntuale, ricco e tempestivo”, suggerisce Maurizio Cucchi nell’introduzione, sottolineando la fondamentale caratteristica di questo autore: “Risi ha sempre preferito muovere il proprio sguardo in direzione dell’esterno, catturando così un’infinita serie di immagini utili a leggere il mondo, e praticamente azzerando la presenza di un io lirico”.

Con una scrittura discorsiva e prosastica, ironica ed elegante, nitidamente asciutta, Risi ha affrontato nelle sue raccolte temi civili ed etici, con tonalità che rifuggivano dalla retorica e dal compiaciuto estetismo, dall’evasione, dall’ermetismo o dallo sperimentalismo linguistico, optando invece per un linguaggio appassionato e radicale, a volte addirittura risentito, quando si misurava con argomenti di rilevanza morale e politica (il razzismo, il conformismo culturale, la superficialità dei rapporti umani), limpido e delicato quando trattava di ricordi familiari, amici, donne e città amate.

Già dagli anni Cinquanta i maggiori critici italiani si interessarono alla sua produzione in versi. In un articolo del 1957 sul Corriere della SeraEugenio Montale scrisse che “Risi deve aver imparato, più che dalla poesia, da certa recente pittura francese”. Cesare Garboli, in un intervento del 1958, parlava di “una poesia essenzialmente non metaforica”, definizione ripresa e ampliata da Giovanni Raboni che, nell’introduzione a Poesie scelte 1943-1975 (Oscar Mondadori), sottolineava come nella poesia risiana “il detto prevale sempre e comunque sul non detto, il nero sul bianco, la chiarezza sull’ambiguità, il piano sullo spessore, l’univocità sulla polivalenza”.

Nelo Risi vedeva nella scrittura uno strumento di impegno, soprattutto nelle raccolte degli anni Sessanta-Settanta. “Scrivere è un atto politico” affermava in Dentro la sostanza (1965), convinto che la prima intenzionalità del poeta dovesse essere la chiarezza comunicativa, nella denuncia delle ingiustizie, dei soprusi, dello sfruttamento capitalistico, della malignità gratuita nelle relazioni interpersonali.

Ne sono un esempio queste poesie: Una sola famiglia: “L’operaio ingrassa la macchina / la macchina ingrassa il padrone / entrambi si affacciano a sera / a un balcone che dà sulla fabbrica / la nostra fabbrica dice il padrone / l’operaio preferisce tacere”, Telegiornale: “Stando nel cerchio d’ombra / come selvaggi intorno al fuoco / bonariamente entra in famiglia / qualche immagine di sterminio. // Così ogni sera si teorizza / la violenza della storia”, Sotto i colpi: “C’è gente che ci passa la vita / che smania di ferire: / dov’è il tallone gridano dov’è il tallone, / quasi con metodo / sordi applicati caparbi. // Sapessero / che disarmato è il cuore / dove più la corazza è alta / tutta borchie e lastre, e come sotto / è tenero l’istrice”.

La partecipazione emotiva, lo sdegno nei riguardi della sopraffazione e dei pregiudizi razziali, rimase costante anche nelle ultime raccolte. Ad esempio, in Neri: “Impediti di esprimersi al meglio / li vorremmo a sudare per noi / in lavori di accatto // E che delimitino i loro spazi / tanti spruzzi di orina / sul territorio // Soffocati sul nascere / un nido coperto da un panno”.

“Il poeta deve muovere coi piedi ben saldi nella realtà… La poesia è un grido che appartiene all’artista come alle vittime, in questo senso è sociale e appartiene a tutti”, scriveva dando una definizione del suo ruolo, perseguito con severa e integra semplicità, nella scia dell’illuminismo lombardo di Parini, di Porta, del Manzoni della Storia della colonna infame, citata in una sezione di Dentro la sostanza (1965). Amava pertanto utilizzare materiali linguistici presi in prestito dalla terminologia tecnica, burocratica, giornalistica, proprio nella volontà di mantenere saldo il rapporto con l’esistenza quotidiana, domestica e lavorativa, di tutti.

Nei primi trent’anni della sua produzione si alternavano modalità espressive cantilenanti e popolari (come nella famosa I meli i meli i meli: “Quell’albero che mi sorprese / con i suoi rami gonfi / quanti corvi sul ramo più alto // Quel toro che si accese / per una macchia scura al mercato / quanto sangue versato alle frontiere // Quella ragazza in tuta che s’intese // prima con i francesi e i polacchi // quanti vantaggi il suo corpo tra le braccia // Quel soldato che mi chiese // la via breve oltre Sempione // quanta ansia in uno sguardo”), a una sentenziosità epigrafica, ammonitrice, spesso sarcastica (esemplarmente caustiche e beffarde sono le poesie di Sviluppo psicomotorio della primissima infanzia di un capo).

Nella maturità furono invece i temi e gli argomenti privati a prevalere, attraverso accenti più inteneriti e malinconici, e lo scandaglio dell’analisi psicanalitica. Tutta la sezione Suite a ritroso ripercorre episodi, dolorosi o divertenti, vissuti nell’infanzia. Particolari sono poi i versi, commossi e grati, dedicati alla moglie Edith Bruck, scrittrice ungherese di origine ebraica, reduce dai campi di concentramento. Vali più tu: “Vali più tu / coi tuoi piedini piatti d’orsacchiotta / coi tuoi occhi asimmetrici / col tuo codino d’anatroccola che alzo / quando bacio la tua nuca / vali più tu con tutti i tuoi malanni / i tuoi veri spaventi immaginari / con la tua contezza appresa dalla vita / (e non ti fu mai tenera!) / vali più tu indifesa di me che mi difendo / vale più un tuo sfogo del mio stare zitto / vale più un tuo sogno di una mia conquista / vale più un tuo sabath di una mia domenica / vale più la tua fame del mio appetito / vale più un tuo detto di un mio verso / vale più un tuo accento sghembo di una mia rima / vale più la tua mente fresca della mia mente libresca / vali più tu che canti la tua Tosca / vali anche più tu con me vicino”.

E ancora, in Madrigale, l’amore tra un uomo e una donna viene considerato consolazione e medicamento per le ferite della vita: Ho fatto un pieno di versi / per la traversata dei deserti / dell’amore, là dove il viaggiare / più comporta dei rischi, dove / occorre tenere gli occhi bene aperti / perché non sempre regge il cuore. // A malapena si conserva un viso / se il tempo ingoia il resto; / con un ritratto appeso non si va / molto lontano, a meno che un sorriso / una figura non venga a divorarti / con dolcezza, un modo ancora / per stare con la vita”.

Dagli anni ’90 in poi, lo stile poetico di Nelo Risi conobbe un’accelerazione formale verso stilemi più condensati e frementi, con frequenti inserti prosastici e un gergo più decisamente colloquiale, anche nell’affrontare argomenti di rilevanza culturale o scientifica, a cui dava (da “stilista dell’universale”, secondo la definizione di Giovanna Ioli) il rilievo poeticamente adeguato: “In questa fine di millennio, nel caos dei linguaggi telematici e dei manierismi tardosperimentali, nella vacuità delle pratiche individuali e dei progetti neoavanguardistici dove sta la poesia? La poesia sta dove la lingua vive”.

Così in Alea: “una serie d’eventi sfortunati (per es. / l’uso del latino o della storia senza / apprendistato) uno sbaglio di opinioni? / lo si dovrà pur rimediare, l’oggi / non è più un domani / La strada è polverosa la luce vaga / anche il tramonto è in fuga e la notte / una pietra levigata che non sia il momento / dell’antico fiume il nostro rubicone? / un ruscello e sembra un mare puro azzardo / che una volta sola è dato attraversare / un VADO O RESTO un tagliar corto / senza un amico cui consultarsi / solo con te stesso tu conosci / alternative un esito diverso?”, e in Origine vertigine: “Voce delle cose / delle onde delle piante brusii sommessi / frammenti in quel silenzio / così la musica tra due silenzi / un primo fondamento ha il seme / che dall’origine ci appartiene / è LA PAROLA un corpo fatto / della stessa carne dell’uomo / e del mondo capogiro in movimento / una vertigine dall’invisibile / al visibile che affiora”.

Alfredo Giuliani definì Risi poeta “discontinuo e ricco di sfumature”, dotato di “perentorietà tagliente anche nel contraddirsi”. La sua mai diluita bruschezza, la sua manifesta petrosità, ne hanno fatto “un impareggiabile testimone critico del secondo Novecento”, come scrive Maurizio Cucchi presentando questa fondamentale antologia.

 

© Riproduzione riservata                     «Il Pickwick», 2 giugno 2020

 

 

 

 

 

 

 

 

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AAVV – POETI GIAPPONESI

AAVV, POETI GIAPPONESI – EINAUDI, TORINO 2020

Mancava, nel nostro panorama letterario, un’antologia aggiornata ed ampia della poesia giapponese contemporanea, e l’iniziativa dell’editore Einaudi di inserire una tale accurata rassegna nella sua “collana bianca” risulta pertanto opportuna e lodevole. Il volume, con testo a fronte, comprende ventidue autori e autrici scelti fra le generazioni che si sono susseguite a partire dai nati negli anni Venti, come Ishimure Michiko (1927), fino a Fuzuki Yumi (1991): due donne ad aprire e chiudere un secolo.

L’approfondita introduzione di Maria Teresa Orsi (professore emerito dell’Università La Sapienza di Roma, e autrice di fondamentali lavori sulla letteratura giapponese) e le preziose note di Alessandro Clementi degli Albizzi, ci avviano alla conoscenza di una cultura poetica finora non abbastanza frequentata in Italia, presentandoci un ventaglio di scritture diverse negli stili e nei temi, ma sempre originali e interessanti.

Tratto comune agli autori presentati è l’utilizzo del verso libero, introdotto nella poesia giapponese alla fine del XIX secolo su imitazione dei modelli occidentali, e in seguito adottato continuativamente, in un reciproco e intenso scambio con la produzione americana ed europea, pur nel rispetto della tradizione classica nipponica. A questa compenetrazione tra oriente e occidente, era affiancata la perenne influenza esercitata sulla poesia giapponese dalla cultura e dalla lingua cinese, proficuo terreno di formazione letteraria per intere generazioni. Alla fine della seconda guerra mondiale, si impose necessariamente la volontà di rompere con un passato di celebrazioni nazionalistiche e retoriche, di esasperata liricità e simbolismi, nella ricerca di contenuti che rendessero evidente la critica ideologica a ogni fanatismo ideologico e bellico, testimoniando invece il dolore e il lutto collettivo di una nazione, la fatica della ricostruzione, il senso opprimente di disperazione e morte. I poeti nati negli anni ’30 ambivano a porre l’accento soprattutto sulle proprie esperienze individuali, accentuando la particolarità delle loro scelte stilistiche, in cui venivano privilegiati ritmo, musicalità e linguaggio colloquiale, senza trascurare una vena più ironica nell’interpretazione del proprio vissuto.

Fondamentali furono, nell’inaugurare questo nuovo indirizzo creativo, le raccolte e gli interventi critici pubblicati negli anni ’50 da Ōoka Makoto e Tanikawa Shuntarō, i quali proposero nuove e differenziate modalità di espressione, dal sonetto ai testi di canzoni, dal metro classicheggiante alla sperimentazione surrealistica. Negli anni del dopoguerra, con la veloce sterzata dell’economia in direzione di uno sviluppo capitalistico e consumistico, divennero più frequenti e vivaci i contatti con altri fenomeni artistici, dalla pittura al teatro, dal cinema alla pubblicità. A una dinamica attività editoriale volta a diffondere la poesia si affiancarono negli anni ’70 i festival, le letture in pubblico, le performance, dando un valore sempre più accentuato all’oralità, al suono, alla recitazione dei versi: in questo campo fu ed è tuttora maestro Yoshimasu Gōzō, teorizzatore di una nuova libertà sintattico-grammaticale nel testo scritto, e di un’interpretazione destabilizzante e innovativa nella proposta vocale. La sua famosa A fianco (cotes) della poesia utilizza in maniera inedita e sovversiva simboli, spaziature, caratteri tipografici, onomatopee, frantumazioni, proponendo una clamorosa rottura con la tradizione poetica orientale.

Maria Teresa Orsi presenta nell’introduzione una particolareggiata rassegna degli autori antologizzati, nei loro peculiari caratteri esistenziali ed espressivi: dal raffinato estetismo dei temi omoerotici di Takahashi Mutsuo a quelli mitologici e leggendari di Irisawa Yasuo, dalle battaglie ambientali di Ishimure Michiko a quelle politiche di Sasaki Mikirō e di Fujii Sadakazu, fino alla recente produzione che riflette sul disastro ecologico di Fukushima.

Molti testi alternano ai versi brani prosastici, utilizzando tecnicismi, slang, dialetti; altri riprendono stilemi classicheggianti e metri tradizionali, soprattutto quando tratteggiano in modi sfumati ed elegiaci il paesaggio, o affrontano concetti spirituali e atmosfere magico-religiose.

A poesie evocative e nostalgiche di ambienti familiari o di memorie infantili si contrappongono messaggi divulgativi e terminologie provocatorie degli autori più giovani, o proposte di ardua interpretazione a livello semantico e stilistico di scrittori di nicchia come Arakawa Yōji e Nomura Kiwao. Quest’ultimo così teorizzava in un articolo: “La cosiddetta poesia moderna di cui mi occupo si chiama anche poesia libera. Infatti non ha una forma prestabilita come lo haiku o il tanka, ma volta per volta si sposta senza sosta e scorre liberamente da una forma all’altra. Assomiglia all’immagine di un viandante”.

Largo spazio viene dato alla poesia delle donne, che dagli anni ’80 a oggi si è imposta in Giappone con assoluta rilevanza in termini di successo di pubblico e di prestigio culturale. Sulla scia delle istanze femministe occidentali, tra le poetesse contemporanee si è fatto strada l’interesse per l’esplorazione psicologica e fisiologica della femminilità, attraverso un uso del linguaggio istintuale e spregiudicato (Itō Hiromi, Sugimoto Maiko, Fuzuki Yumi).

Una panoramica esauriente, quindi, quella che ci viene offerta da questo volume, che propone ai lettori appassionati di poesia un secolo di storia, cultura e costume del Giappone letto attraverso gli occhi dei poeti.

© Riproduzione riservata    https://www.sololibri.net/Poeti-giapponesi.html       1 giugno 2020

HAJDARI

GËZIM HAJDARI, CRESCE DENTRO DI ME UN UOMO STRANIERO – ENSEMBLE, ROMA 2020

“Io sono un poeta messo al bando nel cuore dell’Europa, / Europa cannibale e allegra”. Con questi versi si apre l’ultimo libro di poesie di Gëzim Hajdari, Cresce dentro di me un uomo straniero, pubblicato dalle edizioni romane Ensemble con testo a fronte.

Gëzim Hajdari, nato nel 1957 in Albania da una famiglia di ex proprietari terrieri, i cui beni sono stati confiscati durante la dittatura comunista di Enver Hoxha, ha studiato all’Università di Elbasan e alla Sapienza di Roma. Nel corso della sua intensa attività di giornalista ed esponente politico dell’opposizione, ha denunciato pubblicamente i crimini della vecchia nomenclatura e dei regimi post-comunisti albanesi. Nel 1991 è stato tra i fondatori del Partito Democratico e del Partito Repubblicano della città di Lushnje, e cofondatore del settimanale di opposizione Ora e Fjalës.  Dal 1992 è esule in Italia. In Albania ha svolto vari mestieri (operaio, magazziniere, ragioniere, militare, insegnante di letteratura) mentre in Italia ha lavorato come contadino, zappatore, manovale, aiuto tipografo.

Bilingue, Hajdari scrive e traduce in albanese e in italiano, ha pubblicato numerose raccolte di poesia, libri di viaggio e saggi. Da Ensemble sono usciti già altri due libri di versi, Nûr: eresia e besa e Delta del tuo fiume, testimonianza della sua realtà esistenziale di esule e rifugiato, sradicato non solo nel vissuto personale, ma anche intellettualmente.

Orgoglioso della sua “vita profetica”, delle sue “utopie remote”, Hajdari non nasconde di covare sotto la pelle “gemiti gonfi di rabbia” per essere stato costretto a lasciare il suo paese, senza riuscire a integrarsi completamente nella nazione ospitante. Eppure in Italia ha vinto importanti premi letterari, dirige una collana editoriale, è presidente del Centro Internazionale Eugenio Montale, e viene da tutti considerato il maggiore poeta albanese vivente. In Cresce dentro di me un uomo straniero il titolo stesso ribadisce ciò che l’autore sente come una condanna: il proprio destino di emigrato, straniero a se stesso e agli altri.

Ne sono un evidente esempio i reiterati richiami alla profonda ingiustizia subita solo per il fatto di essere nato in una nazione e in un periodo storico svantaggiato, rispetto alla privilegiata situazione democratica ed economica del resto dell’Europa: “Perché mi hai fatto nascere albanese, cieco e senza memoria? // … Condannato all’esilio da un altro esilio, / lontano dalla terra del crimine. Dentro di me fuochi, spari, argilla e sangue”, “vivo alla giornata, venticinque anni in Italia / non so cos’è uno stipendio a fine mese”, “Gëzim in esilio, solo e lontano, / oltre il mare negro dell’Europa, vecchia puttana viziata!”, “Raccolgo la frutta dimenticata sugli alberi per le strade dei quartieri / di Frosinone, susine, nespole, ciliegi, pere e fichi. / Non mi vergogno di essere povero”.

L’odio per la corruzione imperante in Albania è esibito quanto il disprezzo per l’opulenza occidentale: “C’è un paese oltre l’Adriatico, / si chiama Albania, / paese castrato, misero e dannato, / con le donne sgualdrine, / gli uomini codardi, perfidi e malvagi, / figli trafficanti, assassini spietati, / killer a pagamento. // La nuova Albania sorta / sui crimini, droga, / corruzione, ruberie, / denaro sporco, / traffici umani, / contrabbando di armi. / Coloro che alzano la voce, / vengono costretti all’esilio, / condannati al silenzio, / sepolti vivi”.

Altrettanto costante è però il ricordo dolente e iroso della sua terra, di un sud arido e martoriato, degli anni bambini tormentati dalla miseria: “Ho nostalgia di passeggiare con le mani in tasca nella città di Lushnje. / Quando frequentavo le medie e il liceo vendevo il latte / delle mie capre / nei suoi quartieri, prima di andare a scuola”, “Nessun segno dall’altra costa selvatica / di varcare l’infanzia incendiata, i tetti dei miei libri in attesa”, “Nel villaggio abbandonato quasi non è rimasto più nessuno, / di notte fischia il vento e tra gli olivi spia la luna di rame”, “Il Sud è ferita, eternità, arancia matura lasciata a marcire / a terra. Il Sud scorre nelle vene, abita nel sangue, è maledizione”. Le figure della madre, del padre e dei quattro fratelli, costretti a una vita di lavori duri nei campi, rassegnati a una violenza domestica irrimediabile, si confondono con il rimpianto del poeta, fiero del coraggio dimostrato nell’emigrare, e insieme turbato dalla consapevolezza di aver tradito la sua gente, scegliendo per sé il prestigio di un ruolo intellettuale.

Come lui, tanti sono i poeti che vivono di stenti in Italia, esuli dal Brasile, dall’Iraq, dal Paraguay, dal Marocco, dalla Somalia: a tutti loro, che muoiono dimenticati e senza il dovuto riconoscimento, Hajdari dedica una lunga elegia, solidale nel dolore e nell’indignazione contro “i sottouomini / della patria delle lettere”, illustri e celebrati scrittori, indifferenti alle tragedie vissute dai colleghi in esilio.

Nella sua approfondita e partecipe prefazione al volume, Fulvio Pezzarossa definisce Gëzim Hajdari poeta delle non-patrie, che “ripercorre itinerari educativi e letterari mai ristretti al contesto privato, e sempre nutriti da valori di generosa solidarietà tra i viventi”; rapsodo di una poesia civile e popolare, dal risentito richiamo in versi a non dissipare il contributo culturale e umano che la produzione artistica degli immigrati offre al nostro paese.

 

© Riproduzione riservata            «Gli Stati Generali», 30 maggio 2020

 

 

 

 

 

 

RICO

EUGENIA RICO, STORIA DEL SILENZIO – ELLIOT, ROMA 2020 (ebook)

Eugenia Rico, nata a Oviedo nel 1972, vive oggi a Venezia col marito e la figlia. Definita da Luis Sepúlveda una delle voci più originali della narrativa spagnola, ha ricevuto numerosi riconoscimenti
internazionali e la sua opera è stata tradotta in molte lingue. In Italia i suoi romanzi, pubblicati da Elliot, narrano soprattutto di relazioni familiari e sentimentali tormentate, con un’attenzione particolare anche all’ambientazione sociale e storica.

In questa Storia del silenzio, finora uscito solo in formato digitale, Eugenia Rico si confronta con il doloroso incubo che stiamo vivendo in tutto il mondo, assediati dal virus del Covid. Incubo che, per la città in cui l’autrice abita attualmente, Venezia, è iniziato il 23 febbraio manifestandosi in una San Marco dapprima festosa e affollata, poi improvvisamente ammutolita: “Di colpo la piazza si è fermata, la folla in silenzio ha cominciato a guardare i cellulari, come la scena di un film in cui tutti eravamo comparse: il Carnevale di Venezia è stato cancellato, che è un po’ come chiudere la vita”.

Da quella data Eugenia Rico registra quotidianamente, scandendo l’implacabile e lento trascorrere di giornate tutte uguali, il diario malinconico della quarantena, nel suo imporsi a macchia d’olio dalla Cina all’Italia del Nord, alla Spagna e a tutta l’Europa, e infine a livello planetario. Uno scenario di guerra, con isolamento e coprifuoco, maschere protettive e tende ospedaliere, terrore e povertà, allarmismi e sfide provocatorie. La paura ha immobilizzato tutti, pietrificato i rapporti sociali, alzato muri di diffidenza e litigiosità: “Prima hanno chiuso le scuole, poi hanno chiuso i negozi, i bar aprivano fino alle sei di pomeriggio, i bar non aprivano, fino a quando è stato chiuso tutto. E anche noi ci siamo chiusi. La società si è trasformata in una rete sociale”. E, in questo scenario di silenzio e solitudine coatta, “Sappiamo come siamo entrati, non sappiamo quando usciremo né come”. Certo diversi, come è successo all’umanità dopo ogni cataclisma, ogni evento bellico, ogni epidemia. Migliori o peggiori, è comunque da vedersi. Senz’altro il Coronavirus ha minato dalle fondamenta i rapporti di convivenza, la fiducia negli altri, l’economia e la salute mentale, oltre ad aver ucciso persone e seminato dolore e spavento.

Le considerazioni dell’autrice sono quelle che leggiamo da mesi sui giornali, che ascoltiamo alla radio e alla televisione, che ci scambiamo in famiglia, tra amici o sui social. Diciamo e pensiamo tutti le stesse cose: anche l’originalità, la fantasia, l’ironia hanno ceduto il passo alla stanchezza, al pessimismo, all’intolleranza, ai pregiudizi.

Venezia resiste, è quasi più felice, senza turisti e trolley cigolanti: l’acqua dei canali è cristallina e si vedono saltare i pesci, nuotare anatre e cigni, i pochi residenti fissi sono diventati più amabili e solidali tra di loro… Fino a quando, però? Cosa succederà se alberghi, ristoranti, bar, le varie attività commerciali non riusciranno più a riaprire, dovranno licenziare il personale, dichiarare fallimento?

Eugenia Rico nella sua analisi alterna ottimismo e scoraggiamento, esaltazioni improvvise e prolungate depressioni, barcamenandosi nella quotidianità tra i propri impegni di moglie-madre-cittadina, e le proprie riflessioni di scrittrice intellettuale. Con l’ansia comune a tutti noi, di riprendere al più presto l’esistenza attiva del pre-virus, e la speranza in una rinascita personale e collettiva, conclude ogni pagina di diario sempre con le stesse parole: “Vi voglio bene”.

© Riproduzione riservata              26 maggio 2020

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ZAGREBELSKY

GUSTAVO ZAGREBELSKY, GIUDA. IL TRADIMENTO FEDELE – EINAUDI, TORINO 2019

Gustavo Zagrebelsky (1943), già presidente della Corte costituzionale, professore emerito dell’Università di Torino e firma del quotidiano «La Repubblica», ha pubblicato da Einaudi un volume dedicato alla controversa figura di Giuda.

Si tratta di un libro nato da una serie di colloqui realizzata per la trasmissione Uomini e profeti di Rai Radio 3 curata da Gabriella Caramore, che qui incalza intelligentemente il suo interlocutore non solo sul ruolo rivestito da Giuda nel Vangelo, bensì su la questione che è alla base di ogni riflessione filosofica, cioè l’opposizione tra male e bene, nelle sue varie declinazioni: colpa e innocenza, odio e amore, vendetta e perdono, condanna e salvezza, libertà e predestinazione.

Alla luce di una considerazione che indica la chiave di lettura dell’intero volume (“Le cose umane sono ambigue, aperte al bene e al male… la storia di Giuda è un inestricabile intreccio di questa duplicità”), Zagrebelsky si interroga sul fascino che la figura del traditore per antonomasia ha esercitato per duemila anni non solo tra i cristiani, ma in ogni settore della cultura occidentale. Si è descritta e interpretata la sua personalità in molteplici maniere, divergenti e spesso contrapposte: individuo abietto e disperato, umile e avido, intimo di Gesù e posseduto da Satana, capro espiatorio e complice del potere, dissimulatore e sprovveduto. Giuda è stato strumento del diavolo o artefice di un piano divino, ha agito obbedendo al Principe degli inferi o nell’obbedienza del Signore? Nel suo rifiuto del messaggio di Cristo si è fatto portavoce dell’opposizione del popolo ebraico oppure ha collaborato con il Messia nell’opera della salvezza? Era un iniziato alla conoscenza delle verità ultime o un sordido individuo attratto solo dal miraggio di un guadagno?

Zagrebelsky insinua nel lettore il sospetto che Giuda sveli a ognuno di noi un lato della nostra personalità che non vogliamo vedere ed esibire, la parte in ombra della coscienza che abbiamo paura  affiori svelandoci quello che temiamo di riconoscere. Nello stesso tempo si chiede se esista “più verità nell’abiezione e nella disperazione che nella santità e nella pacificazione con se stessi”, e se solo attraversando il territorio del peccato si possa arrivare alla verità.

L’agire colpevole di Giuda è stato raccontato, in maniera diretta o traslata, in letteratura (Goethe, Dostoevskij, Mann, Borges…), in musica (Bach e decine di Passioni), in pittura (dal Medioevo a Rembrandt e in tutta l’arte sacra), in una serie infinita di saghe popolari: ne è nata una tradizione culturale diffusa che ha fatto di lui un essere spregevole, con sembianze demoniache, escluso dal consorzio umano. Molti sono i quesiti che la sua drammatica scelta propone a chi voglia indagarla in profondità: gli autori del volume mettono a confronto i quattro Vangeli e gli Atti degli Apostoli, esaminandone contraddizioni e convergenze. Giuda fu strumento inconsapevole di un disegno provvidenziale di redenzione, o invece vittima di rivalità e invidie tra i discepoli? Fu ostaggio di un’ingenua illusione di insurrezione politica mai attuata da Gesù, o al contrario il più fedele alleato del Messia nel decidere di liberarlo dalla sua limitante natura corporea, assolutizzandone così la spiritualità? Qualsiasi lettura si voglia dare della sua condotta (psicologica, politica, escatologica), essa rimane un mistero insondabile e di ardua decifrazione teologica.

Una questione fondamentale per il credente è posta soprattutto dal suo suicidio. Condannandosi a morte, egli ha mostrato di non sperare o credere nel perdono di Dio, smentendone l’attitudine indulgente e benevola, quasi che la proclamata misericordia divina non fosse in grado di accogliere e compatire il colpevole più esecrabile. Impiccandosi, Giuda ha impedito a Dio la possibilità di assolverlo. È stata questa forse la sua colpa più grande.

Ma esiste un tratto comune nella morte di Giuda e di Gesù, “che potrebbe assurgere a simbolo della comunanza di destino: pendono entrambi dal legno. Il legno potrebbe rappresentare la convergenza delle vie di entrambi e l’unità del disegno in cui, a diverso titolo, sono stati coinvolti”. Tutti e due capri espiatori, perché se “Gesù ha preso su di sé tutto il male del mondo per renderlo libero, così Giuda ha preso su di sé tutto il tradimento del mondo, per renderlo fedele”: immolandosi e abbracciando fino in fondo la missione che era stata loro affidata, hanno adempiuto le profezie. Si potrebbe addirittura arrivare a considerare Giuda “un martire della libertà, che per devozione a Dio si è prestato a essere satana… come il santo necessario, che, con la sua rivolta, rivela la grandezza dell’uomo anche rispetto a Dio”.

Con questa riflessione finale che parrebbe indicare un’assoluzione, o perlomeno una comprensiva apertura verso le ragioni di chi ha tradito, Zagrebelsky suggerisce che nella colpa e nella disperazione Giuda è nostro fratello, simbolo per eccellenza della tribolata condizione umana.

 

© Riproduzione riservata                «Gli Stati Generali», 26 maggio 2020

 

 

 

 

 

 

 

ARIOT

MARIASOLE ARIOT, ANATOMIE DELLA LUCE – ARAGNO, TORINO 2017

Come nelle sue precedenti raccolte, anche in questa Anatomie della luce pubblicata da Nino Aragno nel 2017, Mariasole Ariot (Vicenza, 1981) parla di sé senza svelare nulla di sé, attraversa il suo dolore come fosse il dolore di tutti, rimane dentro le cose che racconta osservandole con spietata analiticità dall’esterno: “Abbiamo spalancato un buio nella notte, è un paesaggio: di riflesso in riflesso l’occhio preme al di là delle cose, oltre ogni tana, strati retinici disposti a capitolare un mondo dentro un mondo”. Luce-buio, aperto-chiuso sono dicotomie che percorrono ogni pagina, sottoponendo la scrittura alla dura minuziosità dello sguardo, fisico e mentale: “Mi aggancio al buio come ad un osso masticato dai cani”, “ma il mondo resta fisso, immobile nel taglio di luce che taglia il cielo, che taglia questo taglio di cielo”, “Saturo di risposta l’aperto spalanca gli aggettivi: crollano pareti interne come interno è il mio corpo, esterno l’orizzonte che a tratti frequento e a tratti maledico”, “aspettare un rumore quando tutto è chiuso”.

Come si alternano chiaro e scuro, così nella stessa pagina si contrappongono versi e prosa, differenziati anche tipograficamente tra tondo e corsivo, quasi che l’abbandono musicale della poesia richiedesse continuamente il controllo razionale di un’indagine logica. Il libro è un diario scandito nei 28 giorni e notti delle fasi lunari, e cadenzato da foto in bianco e nero che serbano una velatura d’ombra a sfumarne i contorni. L’autrice ambisce infatti a mantenere l’oscurità del dettato, in un tono quasi oracolare che oscilla tra volontà di dire ed esigenza di nascondere, o perlomeno di confondere le tracce, sospettosa di qualsiasi rivelazione esplicita: le metafore di cui è fittamente intessuta la sua scrittura servono appunto ad allontanare la concretezza di una realtà dolorosa, ferita.

Scrive con ostinazione del corpo (nervi, pelle, mani, occhi), esplorandone sussulti e rigidità, ma senza esibire alcuna retorica sentimentale: proprio con la lucida scrupolosità della dissezione suggerita dal titolo della raccolta: “Lo spazio spaventato del tempo deriva i nervi, fluorescenze appena masticate, un lampo visivo o retinico agglomerato di sopravvivenza: questa sincronicità venuta a mancare, queste quote di pelle infilate ancora nella carne sono accadere di frammenti, vertigini di chi non sente”. All’occhio viene demandato il compito di esplorare il mondo, per evitarne le minacce, le trappole, gli imprigionamenti o gli addomesticamenti: “l’occhio che ferisce si compiace di vedere”, “Parla allora il gioco dell’occhio, fa’ dello scambio resilienza”. L’insistenza sulla fisicità non è mai gioiosa, mai clemente: l’orrore per la decomposizione del corpo, il ribrezzo per la deformazione della materia, più che a visioni da film horror rimanda alla paura infantile per le storie in cui le streghe mangiano i bambini, le foreste si animano di ululati, le paludi risucchiano vittime innocenti. Una sorta di allucinato e spaventoso teatro shakespeariano, da cui risorgono fantasmi amletici e macbethiani: “Ci minaccia ogni giorno l’incalzante terrore della materia. Come una lumaca stanca esco di casa per poter sentire vischiosa il mio viscidume e la bava che lascio sulla terra… Ma questi arti che finiscono con uncini non fanno che strozzarmi, incidono sui colli non i profili della collina ma i tagli crudeli degli eccidi mancati. Le forbici tagliano i monconi finali, ricostruisco le mani con i rami raccolti nel bosco”, Invecchiamo dimezzando i futuri: non siamo alberi. Belle decorazioni da giardino per uccidere le cavallette, quella corazza croccante che ci piace mangiucchiare tra pasto e pasto. E quando non mangiamo ci mangiamo. Madri con la bocca d’asino”, “Ma quanto territorio ci è caduto dalle mani, quanto corpo cade, e non ha porte e non ha chiuse, e non ha fine”, “e io mi perdo, si staccano i bordi delle cose”, “Questa testa che si frantuma nello spazio è ciò che voi dimenticate: non un morbo ma la verità dell’assenza di contorno”,Scorre un sangue come una frase nella gola, di bocca in bocca ascolto ripetizioni umane come fossero tracce di bestioline morte: un inverno con le zampe, un pesce senza sonno, un sordo avanzare di iene senza testa. Bussano nel cranio risposte fucilate dall’alto”.

L’implacabile montaggio di atroci fotogrammi che l’autrice colleziona, a rivalsa di un’ingiustizia patita, viene talvolta ammansito talvolta inasprito dalla reiterata richiesta di una risposta chiarificatrice, magari solidale, se non consolatoria, che tuttavia sembra destinata a non arrivare mai: dal mondo, da una figura protettiva e materna, o da se stessa.  “Ditele”, “diteci”, “dici”, “dice”, sono termini che continuamente riproposti implorano una parola, affinché non sia il tombale silenzio a sovrastare: “Ditele che ha innaffiato fiori finti, ditele che non fingo, ditele che i pianeti quando non cadono è perché cedono, ditele che nel pozzo non cadano bambini”, “ditele che il cuore ha scampo quando smette, ditele che tremo, ditele che ho un fiume sulla testa, ditele che rovistare non è una vergogna”, “ditele che la testa è piena, ditele che le uova non hanno cornice, ditele che l’insonnia è un’armatura per restare, ditele che la parola si misura in grammi e non in metri”, “ditele che la soglia è tutto questo vedere, ditele che il pianto non veste un cranio, ditele che la ruggine accade sull’umano, ditele che ho mani di caduta”, “La più triste scoperta è allora: poter non dire più nulla, non essere più nulla”, “Non dire smettila è come dire ancora. Non dire ancora significa: smettila”, “Hai detto tuo e volevi dire nostro. Hai detto nostro, volevi dire tuo”, “non sanno cosa sia l’urlo, mi chiedono di dire, di essere, di fare”, “Dice l’incendio della casa, una cimice morta calpestata sullo sterno. Dici vita e non dici niente, dividi in parti uguali la tua preda”, “Diteci che non è sempre un errore, diteci che il bene che diamo ci viene restituito, prima o poi”, “diteci che la vita può pesare meno, che la colla che ci tiene le braccia al suolo prima o poi molla la presa”.

Attraversando questa poesia dell’incomunicabilità, dell’infelicità, dell’impotenza, Mariasole Ariot, con il suo nome luminoso, cerca tuttavia lo scampo di una luce da scomporre e ricomporre anatomicamente, restituendone al lettore riflessi baluginanti: “Fare allora del proprio io miseria e non lago, terra cava che passa per il centro, paese meticcio a volte moribondo. Accettare il mondo morto, smetterla con le cantilene di ricerca, aprire libri a caso, estrarne foglie e donne, masticare una pagina dopo l’altra. Fare del proprio io il contrario dell’eccesso, eccedere solo per biologismi, avere un po’ di morfina nella dispensa, fare figli e ricordare sogni. Annotare i figli, uno ad uno mescolarli alle montagne, concedersi la confusione con l’ambiente”. E ancora: “Fare allora della domanda un’apertura, scatola cinese senza fondo che sfonda il titinnare dell’umano: passare senza possedere, mutare i corpi in corpi, aprire un varco per la terra: per un istante almeno farla finita con l’io”. Anche nel male, aprire alla possibilità di una sospensione del male, uscendo per un attimo dai propri confini di sofferenza, aderendo alla biologica autenticità di ciò che ci circonda.

© Riproduzione riservata                 «Il Pickwick», 19 maggio 2020