CECILIA BENASSI, MISURAZIONI – IGNAZIO PAPPALARDO EDITORE, ROMA 2026.

Nella prefazione al volume Misurazioni di Cecilia Benassi, Franco Nembrini definisce la raccolta di poesie come un percorso segnato da quattro caratteristiche fondamentali: il dolore, quando assume le sembianze totalizzanti del fallimento e della morte; la tentazione, se illude e promette una falsa autonomia personale; la parola di salvezza e consolazione capace di illuminare; infine la misura, che delimita orizzontalmente e verticalmente l’agire umano.

A queste indicazioni aggiungerei una quinta traccia interpretativa: la fragilità, temuta e insieme accettata come inevitabile marchio distintivo dell’essenza creaturale.

Cecilia Benassi, nata a Luzzara (RE) nel 1986, è oggi monaca clarissa nel Monastero Santa Chiara di Paganica (AQ) e Dottore di ricerca in Filosofia presso la LUMSA di Roma, dopo aver seguito un iter di studi letterari di eccellenza che l’ha portata a laurearsi all’Università Cattolica di Milano e alla specializzazione a Lugano sotto la guida di Carlo Ossola. Una competenza filologica e critica ben avvertibile in questa sua prima pubblicazione in volume, scandita in cinque capitoli introdotti da epigrafi che spaziano dalle Sacre Scritture ai Detti dei Chassidim fino ai Four Quartets di Eliot.

Fragilità, dicevamo, da intendere come consapevole umiltà di fronte alla propria inadeguatezza di creatura: “Camminare. / Chi mi dirà le direzioni / per arrivare e misurare / ciò che ancora non so vedere?”, “Tocca chi sei tu. // Ma dove poi mi dicevo / andrò a trovare questo tu / che sono io?”, “Accusa senza sosta / e tu sei sempre / al banco degli imputati”.

È un timore che rende muti, ma proprio nel silenzio Suor Cecilia trova la possibilità di un’esplorazione più intima dell’anima (“interior intimo meo”, scriveva Sant’Agostino): “pause – silenzi – punti / spazi respiri intoppi / spazio a capo / silenzio”), e nel tacere si scopre in grado di scandagliare il dolore per vincerlo: “Eppure irrompe la morte / e il mio tutto si scombina. // Qui risorge il ritmo nuovo / una danza piena: // morire per alzarsi piroettare / fare del dolore il vero atleta / nei maggesi verdi e d’oro // tra le messi dell’eternità”, “Una misura viva / che nella morte apprende / il canto nuovo”.

Dalla sofferenza e dalla paura, quindi, un passaggio successivo porta alla gioia, attraverso l’amore rivelato dalla parola, propria e dell’altro (“Una cosa viva. Una parola / una parola un a-capo / una parola. // … Sangue e soffio. Una parola una parola / una parola”). Amore annunciato soprattutto dalla Parola, quella che arriva dall’alto, da Dio, dai suoi Profeti, dagli Evangelisti: “Manda a noi la tua Parola / venga e scenda / le radici della lingua le radici / della gola. Metta pace tra gli idiomi / sparga gioia con i suoni”.

Con la rivelazione del bene si giunge allora, in leggerezza, con tenuità e candore, a un’apertura del sé verso altri inesplorati orizzonti, in modo da ricreare uno stato verginale di armonia e grazia.

“Scopri allora nel grande nero / il volto vero e sconosciuto / grembo arioso / per una nuova vita”, “Ma Signore com’è bella / la vita senza paura!”, “Preghiera / Corpo di carne che danza”, “Guarda sai, cose belle. / Qui si va, si cammina nell’aria”.

Suor Cecilia Benassi si solleva e ci solleva, volteggia in alto senza tuttavia scordare il basso, ma perdonandolo, valorizzandolo, offrendolo in dono a chi lo sappia osservare lontano da pregiudizi o giudizi inclementi.

 

«Mosaico di pace», marzo 2026

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