CHI CERCA TROVA

CHI CERCA TROVA

Fernando voleva bene al suo unico nipotino. Quand’era nato, dopo una gestazione della figlia molto difficoltosa, e due aborti spontanei, era stato colto da un’euforia indicibile. Gli aveva subito aperto un libretto bancario, su cui versava ogni mese un decimo della sua pensione, perché voleva garantire al piccolo erede un futuro almeno dignitoso. L’avevano chiamato Leo, nemmeno Leone o Leonardo: proprio Leo, così abbreviato per non appesantirlo oltre ai due cognomi ereditati dalla famiglia paterna, Rossi Bastianutti. Gli sarebbe piaciuto avessero ricordato anche il suo, di nome, nel battezzarlo. Invece avevano voluto commemorare solo l’altro nonno, morto qualche mese prima. Così il bambino si chiamava Leo Carlo Rossi Bastianutti. Aggiungere Fernando sarebbe stato eccessivo.

Comunque, siccome nei lineamenti del neonato si vedeva da subito l’impronta del viso di sua figlia, immaginava che crescendo avrebbe preso qualcosa anche da lui, magari il mento volitivo, oppure il colore celeste degli occhi. Solo il colore, si augurava. Non la forte miopia che l’aveva costretto agli occhiali già dall’infanzia.

Il bambino era tranquillo. Poppava e dormiva, dormiva e poppava. Piangeva poco, e i genitori gli erano grati di questa sua mansueta silenziosità, che permetteva loro di trascorrere notti rilassate. Stranamente, però, crescendo questa sua quieta disposizione caratteriale sembrava trasformarsi in totale indifferenza a tutto quello che lo circondava, in una rilassatezza che non riguardava solo l’indole, ma anche il fisico. I movimenti di Leo erano intorpiditi, lo sguardo inespressivo, il mutismo quasi totale, fatta eccezione per sporadici e acuti gridolini con cui accompagnava forse qualche improvvisa paura interiore.

Fernando seguiva lo sviluppo tardivo del nipote con apprensione, non volendo ammettere nemmeno nel suo intimo quello che figlia e genero sembravano aver accettato con malinconica rassegnazione. Leo non era un bambino come gli altri, aveva un problema, anche se non si riusciva a diagnosticare con esattezza di che tipo. Il nonno si occupava di lui tre pomeriggi la settimana e la domenica mattina, quando i suoi genitori andavano a messa o facevano una passeggiata in centro. Nel tempo rimanente, veniva affidato a una scuola materna privata, e alla cura apprensiva della consuocera. Tra i due vecchi si era creata una certa rivalità: ciascuno di loro pretendeva di essere il migliore educatore del nipotino, il più attento alle sue esigenze, il più abile nello stimolarne i riflessi. Si telefonavano spesso, Fernando e nonna Lia, vantandosi e stuzzicandosi a vicenda: “Con me ieri ha dormito due ore di fila”, “Con me invece ha mangiato la minestrina senza sbrodolarsi”, “Pensa che l’altro giorno ha scosso la testa e ha detto ‘no!’”, “E guarda i cartoni alla tv divertendosi un sacco”.

In realtà Leo a quattro anni non parlava ancora, stava in piedi solo con un appoggio e indossava il pannolino perché non sapeva controllarsi. Però era un ragazzino robusto, dai lineamenti fini, con folti riccioli castani e gli occhi azzurri, che evidentemente aveva preso da nonno Fernando. Il quale era felice di averlo con sé il lunedì, mercoledì e venerdì pomeriggio, di poter seguire a Radio Maria la messa domenicale tenendogli la manina tra le sue, e pregando. Gli aveva fatto costruire da un falegname amico un grande seggiolone con le rotelle, e lo portava in giro per le stanze così seduto, fermandosi davanti a ogni suppellettile dell’arredamento e pronunciandone a voce alta il nome. “Quadro”. “Scrivania”. “Letto”. “Tavolo”. Il bambino lo ascoltava in silenzio, e a volte si appisolava, come se la voce del nonno fosse una ninnananna. Ma quando era sveglio, talvolta si mostrava vigile e attento, sembrava proprio che seguisse e comprendesse le parole che gli si rivolgevano. Almeno, questa era la convinzione di Fernando, contestata dal genero, sicuro invece della totale impermeabilità cerebrale del figlio.

“Guarda che capisce, capisce tutto”, continuava a ribadire il suocero, insistendo con la figlia perché convincesse suo marito a tentare l’impossibile di una rieducazione. “Se non ci credete voi che siete i genitori, ci provo io. Continuerò a parlargli, continuerò a leggergli il giornale, le favole, a nominare ogni cosa che tocco. Bisogna solo avere la pazienza di insistere”. La figlia lo fissava, scuotendo la testa, con gli occhi lucidi.

Lui non desisteva. Ogni lunedì pomeriggio, appena sistemato il bambino nel suo seggiolone, gli si accostava con la sedia e un libro in mano, inforcava gli occhiali da lettura e iniziava pazientemente a leggere per circa un’ora, in tono uniforme, senza fermarsi se non per bere un goccio d’acqua di tanto in tanto. Leo restava apatico, cullato dalla litania cantilenante del nonno, a volte sbattendo i piedini uno contro l’altro, o agitando le mani in movimenti spontanei e incontrollati. Fernando si illudeva che il nipotino volesse esprimergli così gratitudine o contentezza, e allora si sforzava di interpretare il testo in maniera più teatrale, fingendo miagolii e singhiozzi, sussurri terrificanti o seduttive lusinghe. Di solito sceglieva di recitare le favole di Andersen, che ormai sapeva quasi a memoria, a furia di ripeterle da mesi e mesi: si aspettava così che anche il nipotino riconoscesse i personaggi, il susseguirsi delle vicende, nell’attesa di sentir ribadire il lieto fine, rassicurante e risolutivo. Lo guardava, ogni tanto, alzando gli occhi dal libro, per spiargli in faccia qualche segnale di interesse, un minimo di curiosità. E lo interrogava: “Hai capito?”, “Senti un po’ cosa succede adesso!”, “Mi stai seguendo?”. Se il bambino socchiudeva a scatti le palpebre, il nonno immaginava di essere riuscito a penetrare nello scrigno ermetico che crudele gli imprigionava la mente.

Quell’indimenticabile mercoledì quattordici ottobre accadde un miracolo. Fernando aveva sistemato la sua sedia accanto al bambino, gli aveva legato un tovagliolo intorno al collo perché non sbavasse sulla maglietta pulita, e poi si era messo a cercare gli occhiali da lettura, per sostituirli a quelli da miope che portava usualmente durante la giornata. Era certo di averli lasciati in camera da letto, sul comodino, perché appena sveglio la mattina presto aveva letto qualche pagina di un settimanale cui era abbonato. Ma non c’erano. Tastò sotto le coperte, spostò i cuscini, nel caso li avesse distrattamente nascosti lì sotto: nulla. Allora si spostò in bagno, perché forse poteva averli appoggiati sul davanzale della finestra mentre era seduto sul water, o magari sul ripiano della lavatrice. Non li trovò nemmeno in bagno. Quindi, può darsi in tinello? A mezzogiorno aveva cucinato una cotoletta e della verdura cotta; probabilmente erano rimasti sul tavolo, sul frigorifero, magari infilati nello scolapiatti.

Accompagnava la ricerca con frasi spazientite a voce alta: “Dove li avrò messi?”, “Ma guarda che rimbambito che sono”, “Chissà dove saranno finiti”, “E adesso come faccio a leggere la storia al bambino?”. Leo nella saletta aspettava, senza accorgersi nemmeno di stare aspettando, e cosa. Il nonno lo raggiunse: “Leo, non trovo gli occhiali”, quasi piagnucoloso, sentendosi in colpa. “Come facciamo adesso, piccolo?”, e girava per la stanza, controllando sotto le tende, sulla poltrona, ai lati della televisione.

“Li ha visti, Leo? Hai visto dove li ho lasciati?” Il nipotino lo seguiva con gli occhi, accompagnandolo nel suo muoversi agitato intorno. Fernando gli si avvicinò per fargli una carezza, a consolarlo del fatto che quel pomeriggio non avrebbero potuto leggere nulla. “Li hai visti, i miei occhiali?”, ripetè sconfortato, guardandolo implorante.

Leo lanciò un gridolino, come volesse dire qualcosa. Poi alzò un braccio, indicando la testa del nonno, che aveva gli occhiali da vista inforcati correttamente sul naso, e quelli da lettura alzati sul capo, trattenuti dai folti capelli bianchi, pronti già da ore a sostituire gli altri.

 

«Educare» n.9, 29 settembre 2020