ALESSANDRO FO, LUCI E ECLISSI, EINAUDI, TORINO 2026
Come si fa a non voler bene ad Alessandro Fo, poeta che concepisce la poesia come “bene”? Nato e Legnano nel 1955, figlio dell’impresario Fulvio Fo (fratello del premio Nobel Dario), ha respirato cultura dalla nascita, e ha prodotto cultura per tutta la sua esistenza: come insigne latinista – docente all’Università di Siena e innovativo traduttore dell’Eneide di recente riproposta nei Millenni einaudiani, di Rutilio Namaziano, Catullo, Apuleio –, come critico letterario e autore di versi, pubblicati prevalentemente nella collana bianca di Einaudi.
Il suo ultimo volume, Luci e eclissi, consta di tre capitoli: Nascere, Vivere, Eclissarsi, traccianti un percorso che va dalla luminosità degli inizi alla penombra del distacco, tuttavia rasserenato e consolatorio perché rischiarato non solo dalla fede – Fo è cattolico convinto e praticante –, ma dal valore catartico e coagulante della poesia.
Poesia d’amore e d’amicizia, la sua, come testimoniano i tantissimi versi dedicati, con nomi e cognomi, a persone a lui vicine nel presente e nel passato: parenti, colleghi, poeti, religiosi, umili comparse incontrate per caso o protagonisti fondamentali della sua formazione culturale e affettiva. Sono tutti identificati nominalmente e nelle loro qualifiche: Vanni Scheiwiller, Elio Filippo Accrocca, Massimo Pomi, Enzo Mazza, Nino Costa, Angelo Maria Ripellino, Mauro Sambi, Claudio Bondì, Giovanni Orelli, i tanti altri intellettuali che hanno arricchito la sua creatività, puntigliosamente citati nel ricco repertorio di note finale. Ma poi anche Mariella, Emanuele, Alice, Sara, Marco, Sofia, Giorgio, Valeria, Martina, Carla, Natàliaa, don Renato, don Roberto, la mamma, la sorella Laura… Un vortice di figure, molte delle quali ormai solo ombre, quasi che il poeta abbia sentito negli anni la necessità di circondarsi di presenze testimoniali non solo della propria esistenza, ma addirittura della propria scrittura.
Basilare è sempre, nelle pagine, il rapporto con l’altro, inteso in termini umani e sovrumani, oggetto di continua e sorprendente scoperta. Gli allievi dell’università, i prigionieri del carcere presso cui pratica volontariato, i vicini di casa, lettere e cartoline, libri letti e film visti, ospizi e ospedali, cimiteri e basiliche: Alessandro Fo si definisce in quanto osservatore di visi, espressioni, comportamenti, dialoghi. Li tratteggia e riporta senza giudizi o pregiudizi, persino registrandone i colloqui frammentati, presi al volo o ricostruiti nella memoria, riprendendo echi gozzaniani: «E tu come lo sai?» / «Sono fatta così… Come mio padre…» / «So dove stanno i fiori» / «Ah, non è un caso, allora… Tutto torna»; «Ti vedo in forma». / «Sei tu che sei bellissima, / io son sempre più grasso»; «Davvero con gli occhiali / e i capelli raccolti sono un mostro?» / «Chi te lo avrebbe detto?» / «Il mio ragazzo» «Ma è un mostro»; «Ero… Poi, sa com’è… Sono al Pulcini. / Non… // Insomma…» // «Eh, comprendo… i costi…» / «Già».
Da notare, a questo proposito, come formalmente l’autore utilizzi con grande frequenza non solo le virgolette e i punti interrogativi, ma soprattutto i puntini di sospensione, nella volontà o nel desiderio inconscio di mantenere un’apertura al discorso intrapreso, una sospensione del pensiero, forse nell’attesa di una risposta definitiva che indugia ad arrivare.
Anche la Storia, quella collettiva e mondiale con la S maiuscola (i bombardamenti in Ucraina, i massacri di Gaza, le ingiustizie dei tribunali, la tragedia degli homeless) viene raccontata attraverso gli incontri personali del poeta, incapace di prescindere astrattamente dalle relazioni individuali.
Poesia che spiega, chiarisce, non lascia zone d’ombra, né possibilità di fraintendimento da parte dei lettori, quella di Alessandro Fo. Non è mai stilisticamente autoreferenziale, non riflette linguisticamente su se stessa, non è tentata da sperimentalismi formali, né si propone come strumento di esplorazione conoscitiva, di meditazione filosofica o teologica. Sceglie consapevolmente di rimanere descrittiva, di registrare le emozioni proprie e altrui, di identificarsi in una sorta di diario etico che scandisce varie epoche ed esperienze di vita. Attenta con acuta ricettività alle sfumature dei sentimenti, degli affetti, come in due commoventi composizioni che meritano una citazione particolare: Apparenze, in cui un piccione appollaiato sul letto di un paziente in ospedale non viene raccontato come episodio di malasanità, ma interpretato quale atto di riconoscenza dell’uccello verso chi lo nutriva con le briciole in giardino. E Ricordo di Parigi, intenerita memoria del “gentile vicino giardiniere”, ultranovantenne Mario Parigi che “nell’estate / dava da bere alle condominiali / piante, da noialtri trascurate”: il suo necrologio fa riflettere il poeta su quale sia per tutti noi la data destinata all’eclissi, sempre però con la speranza di una luce, ultraterrena o semplicemente affidata al ricordo di chi ci ha amato: “E so che per qualcuno / (pochi? Che importa?) anche il poco che ho scritto / ha dato senso e luce a qualche istante, / ha fatto sì che vi si ritrovasse / con commozione una vita tra tante…” (Eclissandomi, again).
«La Poesia e lo Spirito», 10 marzo 2026