BEPPE MARIANO, LA PAROLA CHE TI DEVO – DI FELICE, MARTINSICURO (TE) 2025
Beppe Mariano, poeta piemontese nato nel 1938, voce riconoscibile e pluripremiata della lirica italiana tra i due millenni, autore di numerose raccolte di versi, ha pubblicato recentemente l’antologia La parola che ti devo, richiamandosi al titolo più famoso del poeta spagnolo Pedro Salinas La voz a ti debida. Destinataria dell’omaggio pare prevedibilmente essere sua moglie, celebrata nella tenera dedica “A Elda, mio bene, ai nostri cinquant’anni insieme”.
Un volume, questo, che unisce testi inediti e già editi, ma rielaborati sapientemente e in maniera innovativa, come acutamente coglie nella sua entusiastica prefazione Riccardo Deiana, trovando in essi “civismo, ironia, lirismo esistenzialista, monologhi e comicità”.
In effetti, duttili e polivalenti si mostrano i molti registri delle composizioni, nella forma e nei contenuti, dal puro descrittivismo alla parodia, dal divertissement linguistico alla commossa rievocazione, fino alla riflessione politicamente e socialmente più risentita.
Quindi ci imbattiamo in illustrazioni naturali che spalancano brecce nella memoria provocando un malinconico rimpianto (“Lo sgelo delle nevi sospinge il torrente / contro le arcate del ponte / dove gente sta discutendo // … È stata travolta da un’acquata / la riva dove abbiamo amoreggiato”) e successivamente in sconsolate considerazioni sulla banalità di insinceri rapporti sentimentali: “… anche l’amore ha talvolta / della plastica il sapore, // la stessa proporzione / tra volume e peso / tra propositi e attuazione”. Da commosse dichiarazioni di fedeltà affettiva (“Come le tegole / che sovrapposte / una sull’altra / insieme formano riparo // altrettanto noi restiamo / uno nell’altra saldi”) si passa allo sdegno esibito per le violenze sessuali patite da donne incolpevoli (“Aveva vent’anni … e venti erano / quelli che l’hanno stuprata”, “L’ebrezza insegui d’un giranotte / che si sperpera tra bar e varia immondezza”).
Una poesia che ama i contrasti, questa di Beppe Mariano, soprattutto quando si occupa di realtà collettive, disperate e disperanti come la guerra che stermina popolazioni, distrugge città, ammazza i bambini (feroce la sua critica di Israele che trasforma la fionda di Davide in un carro armato, trepido il ritratto della ragazza palestinese Jainina in fila tra gli affamati, scandalizzato il racconto dell’esecuzione di un cane randagio a Gaza). A tali intense rappresentazioni si alternano gli sbeffeggiamenti verso un Trump intontito, la critica di una società sempre più informatizzata, l’amara constatazione del dissesto ambientale, il dileggio per il brillio delle lucciole sostituito dal segnale fosforescente dei cellulari.
Non c’è barboso moralismo nella satira del poeta, forse invece un amareggiato rammarico per il calo generalizzato di solidarietà e simpatia umana, a cui corrisponde un aumento di egoismo e disinteresse verso il bene comune e verso gli altri, che invece il suo sguardo continua a esaminare con curiosità, sorridente saggezza, empatia e dichiarata benevolenza: siano i genitori morti, l’amico in lutto, l’anziana curiosa, il poeta rivale, la casa disabitata, una poltrona consunta. Mariano osserva con indulgente autoironia anche sé stesso nel ritratto del Commiato conclusivo: “A quasi novant’anni / mi sono accorciato. / Se arriverò ai cento / sarò lungo come / quando sono nato. // Son Beppe / che sta tornando Beppino”.
«SoloLibri», 2 aprile 2026