MICHÈLE PETIT – SIAMO ANIMALI POETICI. ARTE, LIBRI E BELLEZZA IN TEMPI DI CRISI.
ANIMAMUNDI EDIZIONI, OTRANTO 2025.
“Forse siamo prima di tutto animali poetici, dal momento che gli esseri umani creano opere d’arte da più di 40.000 anni, molto prima di inventare la moneta o l’agricoltura”, afferma l’antropologa Michèle Petit introducendo il suo libro Siamo animali poetici. Arte, libri e bellezza in tempi di crisi, edito da AnimaMundi. Già nel paleolitico si trovano infatti tracce di pitture rupestri con descrizione di scene di caccia, piante, animali, astri, quasi che l’homo sapiens volesse esprimere qualcosa di sé aldilà della pura sussistenza materiale.
Oggi sembra che il godimento dell’arte passi in secondo piano, rispetto alla valorizzazione di rami del sapere considerati più efficaci nel garantire il successo sociale ed economico. Eppure, proprio in questa contemporaneità così minacciata da terribili eventi bellici, migrazioni, povertà ed emergenze climatiche è necessario offrire alle nuove generazioni strumenti di resistenza alle violenze e alle negatività diffuse, sviluppando forme alternative di socialità, di ascolto, di comprensione reciproca. Si tratta di “ricivilizzare l’homo sapiens”, attraverso l’opera generosa e competente di “traghettatori” culturali (familiari, insegnanti, bibliotecari, animatori, artisti, psicologi…), che l’autrice chiama passeurs, con un termine che travalica l’idea di mediazione, nella volontà di tessere nuovi legami e reti comunicative.
Michèle Petit è antropologa e collabora con il laboratorio pluridisciplinare di geografia e sociologia del CNRS – Université de Paris (LADYS). La sua ricerca è incentrata sulle pratiche di lettura e sul rapporto con la cultura scritta, con particolare attenzione ai luoghi in cui il contesto sociale o famigliare non aiuta lo sviluppo delle possibilità intellettuali e relazionali, ad esempio nelle periferie urbane occidentali e in Sudamerica.
Nel suo libro, consapevole di quanto la lettura sia pratica trascurata e svilita, il linguaggio ridotto a chiacchera insulsa, gergale, degradata, e il pensiero rimanga acriticamente conformista e appiattito, Petit incoraggia la ricerca dell’armonia con ciò che ci circonda attraverso l’apertura al desiderio, al sogno, al cambiamento positivo dell’esistenza. Si può trasformare l’inferno di una vita sofferente o insulsa in una prospettiva nuova e vivificante attraverso le arti, la musica, la letteratura: lo testimoniano i tanti scrittori, registi, pittori che hanno conosciuto i traumi della guerra, del terrorismo, della persecuzione razziale e religiosa e sono riusciti tuttavia a liberarsi dei loro incubi scrivendone, disegnando, o semplicemente avvicinandosi al fascino della musica, dei capolavori pittorici, del paesaggio artistico e naturale. Perdersi nella contemplazione stupita e riconoscente della bellezza “porta con sé dolcezza, sollievo, protezione, permette di ritrovare le fantasie ma anche di dare forma e senso a vicissitudini assurde; aiuta a riflettere su quanto è inconcepibile, piuttosto che restarne per sempre prigionieri; a rimettere insieme i frammenti e a ridare loro unità… accompagna di nuovo a dire “io” … avvicina anche alla morte senza troppa paura, fa ritrovare l’eternità”.
Se Lacan diceva che la bellezza è l’ultimo baluardo contro l’orrore, Petit conferma l’esattezza di tale opinione elencando una serie di esperienze esemplari vissute da uomini e donne di ogni età e stato sociale: dai neonati che si rasserenano ascoltando ninnenanne cullanti, ai commensali che apprezzano la presentazione di una tavola ben imbandita, ai turisti che si abbandonano al rapimento estetico-emozionale in un museo, agli spettatori ammirati davanti a una seducente scenografia cinematografica o teatrale, al ginnasta o alla ballerina felici della resa perfetta della loro performance.
Filosofi e uomini di scienza citati dall’autrice concordano nell’affermare la misteriosa efficacia terapeutica del sogno, della fantasticheria, della rêverie come luogo di elaborazione di ogni potenzialità di recupero e aggiustamento positivo di una realtà disturbante o difficile, nell’aprire a un mondo invisibile che renda abitabile il mondo concreto. Il racconto, il canto, il mito, la poesia, già nelle antiche culture orali hanno avuto un ruolo fondamentale nel ricongiungere presente e passato in maniera armoniosa: “Fin dalla più tenera età, la lingua della metafora e della narrazione – questa parte essenziale della trasmissione culturale –, sembra in stretto rapporto con la possibilità di trovare il proprio posto nel mondo, di percepire che non soltanto si è legati a chi ci ha preceduto ma che si è anche in relazione profonda con ciò che ci sta intorno, di cui ci si sente di fare parte, con cui si è connessi”.
La bellezza non è un lusso per pochi, nessuno deve rimanerne escluso: compito dei “traghettatori” è trovare le parole giuste per proporla ai giovani, ai depauperati, agli abusati e sfruttati, agli esiliati e a tutti coloro che soffrono, come antidoto al male, come conquista personale e traguardo di salvezza. “Forse la letteratura serve prima di tutto a creare uno spazio e, al di là del “qui e ora”, ad aprire possibili altrove, a rispondere a un desiderio di ignoto, perché gli uomini, tutti, hanno bisogno di spazi immaginati, sognati”.
In chiusura di questo interessante volume, che sarebbe limitativo definire solo didattico, una bibliografia, una filmografia e una videografia accolgono in un’unica sezione riferimenti alle fonti eterogenee presenti nel testo.
«La Poesia e lo Spirito», 10 febbraio 2026