FRANCO RIVA, COME IL FUOCO. UOMO E DENARO – CITTADELLA, ASSISI 2011

Quando si parla del denaro, o si tenta di definirne la natura, ci si scontra inevitabilmente con la sua ambivalenza strutturale. Coppie di sostantivi contrapposti possono alludere alla sua essenza (fine/mezzo, credito/debito, libertà/necessità, trascendenza/immanenza, sogno/incubo), attributi incompatibili ne indicano l’enigmatica ambiguità: sporco/pulito, giusto/ingiusto, condannato/ idolatrato, relativo/assoluto, materiale/immateriale.
San Francesco chiamava il denaro  «sterco del demonio», per Calvino esso esprimeva la benevolenza di Dio, per Sartre aveva un carattere «magico». Il filosofo Franco Riva gli dedica uno stimolante e approfondito studio, derivando da Eraclito la considerazione che l’oro, come il fuoco, è «mutamento scambievole di tutte le cose». Quindi, «il denaro brucia». Distrugge ed edifica, salva e danna: ma non va assolutamente demonizzato, né fanaticamente adorato o difeso.
Il denaro è diventato un feticcio universale, una sorta di religione globale, che – come tale – «ha i suoi sacerdoti, il suo popolo, i suoi templi, le sue liturgie, i suoi riti». Qui l’aculeus dell’autore si fa particolarmente sarcastico e feroce, nel descrivere quelle austere chiese moderne che sono le nostre banche, con le aree riservate per i clienti bisognosi di conforto e indicazioni e con i competenti consiglieri finanziari : una simbologia tutta debitrice ai confessionali e alle guide spirituali oggi tanto disertati. E ricorda che tuttora sul dollaro è stampata la frase «confidiamo in Dio».
Una nuova divinità, quindi, il denaro, che permea e invade la nostra quotidianità, si insinua negli ambienti domestici e lavorativi, prolifera e domina qualsiasi attività del nostro tempo libero: dallo sport al turismo, dalla contemplazione di opere d’arte all’utilizzo dei servizi igienici nelle stazioni.
Ormai paghiamo un ticket per qualsiasi espressione della nostra volontà: «La contraddizione totalitaria della liberissima società dei consumi non consiste nel ridurre tutto a consumo, ma nell’imporre senza che nessuno protesti sul serio… dei ticket per accedere al diritto stesso di consumare».

Se Fromm aveva potuto distinguere tra essere e avere come condizioni in contrasto nell’esercizio della propria umanità, oggi «il denaro ha assorbito anche l’essere… perché senza denaro non si esiste», e ancora: «Usciti dalla civiltà umanistica dell’essere e piombati nella civiltà moderna dell’avere, gli uomini si riconoscono soltanto in ciò che hanno e in ciò che consumano… e il possesso diventa l’unico criterio di valore». È proprio tutto così assolutamente sconfortante? L’homo oeconomicus ha assorbito totalmente ogni altra caratteristica dell’essere umano? Niente e nessuno si sottrae al dominio schiavizzante del capitale? L’accoglienza, l’ospitalità, l’uso della parola, la libertà di pensiero, la democrazia stessa finiscono per subire passivamente e quasi ingenuamente il diktat della pecunia. Che è diventata lingua universale, come la musica e la matematica. Sembra allora di sentire il grido di ribellione di chi rifiuta un’omologazione assoluta nel prostrarsi al disumanizzante nuovo credo: quali valori si sottraggono ad esso? La verità, la fede, i diritti umani, la giustizia, la difesa dell’ambiente, la gratuità del dono, la solidarietà… Ma ne siamo certi, o fingiamo un candore da anime belle che preferiscono la cecità all’ efferatezza del realismo? Siamo forse «tutti economisti spietati nei traffici quotidiani con il denaro, e tutti moralisti solleciti nelle intenzioni?» Anche l’etica del lavoro, la celebrazione del sudore della fronte deve ormai inchinarsi di fronte a un’incontrovertibile evidenza: «Non è più il denaro che dipende dal lavoro, ma il lavoro che dipende dal denaro», soprattutto dopo la finanziarizzazione speculativa dell’economia.
Cosa ci può salvare, a questo punto? Franco Riva richiama tutti a una «resistenza silenziosa ed eroica», a una dignità dell’impegno della vita comune, a un ripensamento dei propri valori: allora anche il denaro può essere di aiuto nel soccorrere chi si trova in difficoltà, nel promuovere la cultura, nel riequilibrare la giustizia attraverso il risarcimento piuttosto che con la vendetta, nel recuperare l’idea della propria professione come pienezza e soddisfazione di vita.

 

«Mosaico di pace», 19 marzo 2012